La Francia ha scelto di non scegliere

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DI PAOLO RAFFONE

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Analisi del voto francese: Macron è presidente. Con quale forza sociale? Quali conseguenze?
Espressamente, astenendosi o con voto nullo, circa il 50% dei 46 milioni di elettori francesi ha votato contro Macron. Un presidente a metà! Ma la base elettorale di Macron – i “macronisti convinti” – è inferiore al 17% dei francesi aventi diritto di voto. Macron è debole come Hollande e Chirac. Promettere nei cinque anni di agire su giovani ed educazione è un paravento che copre la sua debolezza nel tessuto sociale. Il suo “europeismo riformista” in asse con la Germania non potrà che subire le politiche ordoliberiste. Infatti, prima visita da presidente è a Berlino. Il risultato elettorale delle presidenziali 2017 conferma la tendenza in atto dal 2002: la Francia ha scelto di non scegliere!

La legge elettorale francese prevede che il presidente è eletto se raggiunge la maggioranza assoluta dei suffragi espressi al primo o al secondo turno (il ballottaggio tra i primi due candidati del primo turno).
Nella storia elettorale francese nessun candidato ha mai raggiunto la presidenza al primo turno elettorale. Tuttavia, vale la pena fare un raffronto che mostra l’importante indebolimento dei candidati al primo turno dal 2002 al 2017 rispetto ai predecessori di maggior successo:

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Questi dati indicano che nelle ultime tre elezioni presidenziali (2002-2017) il sentimento popolare verso i candidati vincitori al secondo turno è molto basso al primo turno con incrementi di voti tra il 42% (Macron) e il 62% (Chirac). Ciò significa che l’orientamento degli elettori al secondo turno si esprime per ragioni diverse dalla convinzione sulle qualità del candidato o del suo programma. Le caratteristiche di fondo di questo voto non sono affatto “l’europeismo” o il “centrismo”. Quindi l’aspettativa di successo rispetto al candidato eletto per il periodo presidenziale è fortemente inferiore rispetto alla percentuale di voti espressi a suo favore nel secondo turno.
La scheda che segue mostra lo spostamento dei voti al secondo turno – quel 42.05% – che ha eletto presidente il candidato Emmanuel Macron nel 2017

Da questi dati si legge che l’elettorato convintamente “macronista” del primo turno (24%) è rimasto sostanzialmente stabile al secondo turno, mentre quel 42% di voti aggiuntisi al secondo turno non sono “fedeli”. Per Macron significa un enorme sforzo per evitare che questi ultimi non si volatilizzino nelle prossime elezioni legislative del 8 giugno o che non si trasformino in malcontento protestatario durante il suo periodo di presidenza. Inoltre, sommando gli elettori di Fillon e di Melenchon che hanno votato per Macron al secondo turno il presidente neoliberista – favorevole alla mondializzazione e all’europeismo – incontrerà non poche difficoltà nell’accomodare le aspettative di più della metà dei suoi elettori. Quindi è prevedibile che il neo-presidente modifichi il proprio discorso elettorale adducendo motivi critici alla mondializzazione e all’europeismo. Non farlo porterebbe Macron allo stallo, non riuscendo a costruire una maggioranza sociale – e quindi parlamentare – in Francia.
Inoltre, i dati sulla correlazione tra percentile educativo e voto a favore di Macron sono allineati a quelli britannici e olandesi. Si evince che quel 10% percento di popolazione a maggior livello educativo è favorevole a “mondializzazione” ed “europeismo” mentre questo sentimento è debole se non contrastato nel resto degli elettori. Questo significa che la spaccatura sociale che ha portato all’elezione di Macron è profonda e largamente diffusa, rendendo parecchio fragile la possibilità di soddisfare simultaneamente la minoranza “superiore” dell’elettorato e la maggioranza che lo ha votato.

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La stessa spaccatura sociale si rileva dalla correlazione tra reddito e voto per Macron. Infatti, più alto è il reddito degli elettori e maggiore è la tendenza a favore di Macron. In altri termini, la spaccatura rappresenta la minoranza di coloro che hanno guadagnato (o sperano di poterlo fare) dalla “mondializzazione” e dall’“europeismo” rispetto alla maggioranza di coloro che invece ne percepiscono o ne vivono gli effetti negativi.

Con buona pace di coloro che vogliono presentare il neo-presidente Macron come un “centrista”, i dati elettorali mostrano invece che la “divisione di classe” tra quel 10% di popolazione che opera nel mondo dei servizi ad alto valore aggiunto (e reddito/qualità della vita) e il resto è netta e forte. Tuttavia, quella classe media, di centro-sinistra e di centro-destra, si è aggrappata al candidato Macron nel timore di perdere i pochi vantaggi sociali ed economici di cui ancora dispone o crede di poter conservare. Un “voto per timore”, piuttosto che un sentimento centrista!

Venendo ora ad analizzare il risultato in termini numerici, quel che pesa come un macigno è il 25.4% di aventi diritto che si sono astenuti (il valore più alto dal 1969)!
Poco si dice su un altro dato: il 9.49% di schede bianche e il 3% di schede nulle tra i voti espressi. Un record di 12.49% di schede elettorali che non hanno espresso un voto per uno dei due candidati!
Come si sa il Front National di Marine Le Pen ha ottenuto il 33.94% dei voti (21.30% al primo turno, quindi un incremento al secondo turno del 10.64%). Quest’incremento è venuto da una percentuale dei voti della destra gollista di Fillon (circa il 6%) e da elettori della sinistra di Melenchon (probabilmente la componente ex PCF). Anche la distribuzione territoriale del voto del FN conferma questa tendenza.
Tirando le somme, circa la metà degli aventi diritto al voto non ha scelto o votato per il candidato Emmanuel Macron eletto presidente della Francia.

Paolo Raffone

Fonte: www.comedonchisciotte.org

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