I nativi digitali sono analfabeti digitali

In Senato l'allarme degli esperti già dal 2019. ComeDonChisciotte riporta gli interventi dell'“indagine conoscitiva sull’impatto del digitale sugli studenti”. Scuola digitale: Capitolo 7 – prof.ssa Angela Biscaldi, antropologa, e prof. Paolo Moderato, psicologo.

Introduzione a cura della Redazione

Adottato con decreto del Ministro dell’Istruzione n. 161 del 14 giugno 2022 – durante il Governo Draghi – e finanziato dal PNRR come parte degli obiettivi fissati per l’ottenimento dei fondi (Target UE M4C1-19), il ‘Piano Scuola 4.0’ rappresenta il definitivo tassello per la transizione digitale di tutto il sistema scolastico italiano entro il 2025.

Lo scopo dichiarato è dotare la didattica dell’uso massivo di tecnologie informatiche, allo scopo di trasformare le aule “in ambienti innovativi di apprendimento” e realizzare “laboratori per le professioni digitali del futuro” prevedendo persino lezioni nel Metaverso, denominato orwellianamente Eduverso. Tutto in perfetta conformità con quanto stabilito dalla Commissione europea con il ‘Piano d’azione per l’istruzione digitale’ a partire dal 2018, ribadito e rafforzato nel 2021 in piena pandemia.

Per comprendere l’evoluzione della trasformazione digitale imposta dalla Commissione in Europa a partire dal 2010 vi invitiamo a scaricare il PDF allegato.

In questa sede vogliamo invece incentrarci sui pericoli che la digitalizzazione della didattica comporta per i più piccoli, i nostri figli, fratelli, nipoti; soggetti considerati fragili poiché dalla mente plasmabile che più di tutti subiranno questa trasformazione, inconsapevoli dei danni che subiranno.

Il ‘Piano Scuola 4.0’ è infatti stato adottato nonostante non esista nemmeno uno studio scientifico in grado di dimostrare la migliore efficacia della nuova didattica rispetto alla metodologia tradizionale e nonostante – fatto ancora più grave – numerose ricerche ne abbiano evidenziato i danneggiamenti dei processi di apprendimento e della salute degli studenti.

E quando tutto ciò, tra qualche anno, sarà palese – proprio come sta accadendo in questo momento in Svezia – i nostri rappresentanti non potranno giustificarsi poiché proprio la 7ª Commissione permanente del Senato italiano organizzò nel 2019, un’“indagine conoscitiva sull’impatto del digitale sugli studenti, con particolare riferimento ai processi di apprendimento”, invitando alcuni dei più autorevoli esperti del settore che lanciarono un vero e proprio grido di allarme.

La Redazione ha quindi deciso di pubblicare i resoconti dell’indagine, in vari appuntamenti (1 ogni settimana) relativi alle rispettive sedute, svoltesi dal 11 giugno 2019 al 2 dicembre 2020.

Qui l’indagine integrale: https://www.senato.it/Leg18/3545?indagine=16

Resoconto n° 1 – 11 giugno 2019 – Audizione del prof. Manfred Spitzer (CAPITOLO 1)

Resoconto n° 2 – 2 ottobre 2019 – Audizione del prof. Lamberto Maffei (CAPITOLO 2)

Resoconto n° 3  – 24 ottobre 2019 – Audizione del prof. Andrea Marino (CAPITOLO 3)

Resoconto n° 4  – 27 novembre 2019 – Audizione della prof.ssa Alessandra Venturelli (CAPITOLO 4)

Resoconto n° 5 – 14 Gennaio 2020 – Audizione del prof. Raffaele Mantegazza e della  prof.sa Mariangela Treglia (CAPITOLO 5)

Resoconto n° 6  – 22 Settembre 2020 – Audizione di Giovanni Bonfanti e di Paolo Tartaglino dell’Associazione Italiana Editori (CAPITOLO 6)

Resoconto n° 7  – 21 ottobre 2020 – Audizione della professoressa Angela Biscaldi, docente di antropologia culturale presso l’università Statale di Milano e del professor Paolo Moderato, docente di psicologia generale presso la Libera Università IULM e coordinatore del dottorato in “Interazioni umane: psicologia di consumi, comportamento e comunicazione”.

Video della sedutahttps://webtv.senato.it/Leg18/webtv_comm?video_evento=123301

 

Intervento della prof.ssa Angela Biscaldi

“Signor Presidente, onorevoli senatori, buongiorno, vi ringrazio per l’invito. Vorrei iniziare la mia relazione precisando la prospettiva teorico-metodologica da cui muove il mio intervento. Io sono un’antropologa della comunicazione e mi occupo da molti anni dello studio dei processi comunicativi in campo educativo con metodo etnografico. Questo significa che gli elementi che io porto alla riflessione della Commissione, a differenza dei colleghi che mi hanno preceduta, non si basano su dati quantitativi e quindi su numeri e statistiche, ma su dati qualitativi. Si basano, cioè, su vent’anni di ricerca sul campo nelle scuole attraverso l’osservazione, interviste in profondità, raccolte di storie di vita, focus group, progetti nelle classi, a partire dai quali nel corso di questi anni ho fatto formazione ai docenti e seminari rivolti alle famiglie. Inoltre io vengo per così dire dal campo: ho insegnato per molti anni nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, sono passata attraverso i processi di reclutamento della scuola italiana prima di insegnare all’università e nel mio dipartimento, da diversi anni, sono tutor e referente per gli studenti disabili DSA, studenti con disturbi per l’apprendimento che adesso iniziano ad arrivare numerosi anche in università, ponendoci una serie di interrogativi di non facile soluzione. Da anni, poi, scrivo manuali su cui gli studenti studiano. Quindi il tema dell’apprendimento, dei problemi dell’apprendimento, è al centro della mia riflessione da moltissimi anni.

I colleghi che mi hanno preceduto hanno messo in evidenza in modo chiaro il fatto che i nuovi media digitali, per la loro modalità di funzionamento, potremmo dire quasi costitutivamente, indeboliscono l’attenzione, la concentrazione e l’empatia e quindi di per sè non generano apprendimenti. E quanto al fatto che sono utilizzati dai giovani, per lo svago, nelle mie interviste ai giovani, nella mia ricerca sulla settimana senza social,

i ragazzi mi hanno detto «li utilizziamo per perdere tempo, per non annoiarci e per occupare il tempo». Sono utilizzati, inoltre, per una generica ricerca d’informazioni, ma non sono utilizzati e non sono adatti per l’approfondimento critico.

Come studiosa di fenomeni culturali, posso aggiungere che il problema è anche più generale, nel senso che quella forma paratattica, iconica, essenziale, che i giovani utilizzano nella comunicazione con WhatsApp, del tipo

«ti comunico velocemente e tu velocemente mi devi rispondere», tende a diventare uno stile comunicativo generale che viene utilizzato anche nella produzione di altre forme testuali. Per cui, ci ritroviamo in università tesine ed elaborati in cui le frasi sono solo accostate, oppure testi in cui i ragazzi scrivono una riga e lasciano uno spazio, una frase, lasciano uno spazio e un’altra frase; il docente allora chiede «esplicitami i nessi logici» e a volte la risposta è «che cosa sono i nessi logici?». Quindi, questa modalità comunicativa che i giovani utilizzano diventa poi non solo un modo di pensare, ma potremmo dire anche uno stile di vita, nel senso che la tendenza a questa superficialità e velocità nell’approccio alle cose diventa una modalità che non solo i giovani, ma anche gli adulti, stanno utilizzando quotidianamente.

Per noi antropologi è molto vero quello che in una delle audizioni precedenti ho sentito dire, cioè che gli strumenti non sono neutri: gli strumenti di comunicazione non sono neutri.

Si sente spesso dire, quasi a giustificare il loro uso, che sono neutri e dipende dall’uso che se ne fa. In realtà ogni strumento orienta, modella e deforma la nostra percezione della realtà, per cui gli strumenti che noi usiamo modificano il modo in cui noi percepiamo la realtà, conosciamo; non solo, ma modificano anche il modo in cui noi stringiamo relazioni, proviamo sentimenti, costruiamo amicizie, cambiano insomma la nostra forma di umanità.

Questo sta accadendo con i nuovi media digitali e non è solo un problema di apprendimento ma un problema più generale. Potrei aggiungere anche a questo quadro che i mass media e i nuovi media hanno contribuito in questi anni alla delegittimazione della figura del docente e della sua credibilità nella trasmissione del sapere. Oggi chiunque, come ci racconta Meyrowitz in un bellissimo testo, «Oltre il senso del luogo», pensa di sapere più e meglio dei docenti dei nostri figli.

In questa condizione è chiaro che è molto difficile apprendere, con o senza media digitali. Oggi, però, anzichè continuare sottolineando che cosa i media digitali non possono fare per i nostri apprendimenti, vorrei provare a spostare un po’ l’attenzione sul rapporto tra la scuola italiana come luogo di apprendimento e i media digitali e il loro impatto, provando un po’ a chiederci che cosa la scuola italiana ha fatto e può fare per i nativi digitali. Da questo punto di vista, infatti, io credo che l’antropologia culturale possa darci alcuni strumenti per provare a leggere in maniera diversa e più propositiva l’interazione tra apprendimento e nuovi media digitali.

Innanzitutto l’antropologia culturale può darci una dose di cauto ottimismo, in questo senso: se ragioniamo in una prospettiva storico-culturale l’introduzione di un nuovo mezzo di comunicazione – e quindi la scrittura, la stampa a caratteri mobili, i mass media o i nuovi media – ha sempre generato una discontinuità nei processi cognitivi, ma anche nelle relazioni tra generazioni, come pure nei rapporti di potere, e ha sempre generato un panico sociale. Sappiamo che già Platone, che viveva una transizione epocale tra le culture dell’oralità e le culture della scrittura, va a mettere in bocca a Socrate, un grandissimo maestro, una critica molto forte alla scrittura, che secondo Platone avrebbe bloccato gli apprendimenti, sostenendo che si apprende solo attraverso il dialogo. Ora, se tutti noi riteniamo il dialogo e la qualità della relazione in presenza il fondamento della relazione educativa, è chiaro che abbiamo imparato ad utilizzare la scrittura e i testi come strumento di apprendimento e riteniamo il confronto con il testo un formidabile strumento di apprendimento.

Questo ci induce ad essere cauti sulle valutazioni che le persone che vivono, come noi, transizioni epocali possono formulare rispetto a queste trasformazioni. Gli stampatori del Cinquecento furono accusati di stregoneria. Lutero, che diffuse la riforma protestante tramite la stampa a caratteri mobili, si interrogava se avesse fatto bene a lasciare questi testi in mano a gente ignorante che non era in grado di gestirla. E gli uomini, gli umanisti del tempo, si preoccupano della proliferazione di libri. Il dibattito poi tra apocalittici e integrati in seguito alla diffusione dei mass media è ancora presente per chi è della mia generazione: ricordo che mio padre, quando tornava a casa, si preoccupava che io non fossi davanti alla televisione. Quindi, c’è una preoccupazione sociale e politica giustificata, ma in una prospettiva storico-culturale noi sappiamo che gli strumenti di comunicazione convivono, che l’uno non sostituisce l’altro – la scrittura non ha sostituito l’oralità; i mass media non hanno sostituito i libri – ma trovano una modalità di convivenza e soprattutto sappiamo che la nostra umanità è riuscita ad addomesticarli, a utilizzarli cioè in direzione dell’umano. Per questo questa estate l’ho passata intervistando in profondità i docenti che hanno vissuto l’esperienza della didattica digitale durante il lockdown: docenti in tutt’Italia, delle scuole di ogni ordine e grado e tutti hanno raccontato in modo diverso la stessa storia.

Questi nativi digitali sono analfabeti digitali, non sanno scrivere una mail ai docenti, se scrivono una mail poi mandano un WhatsApp chiedendo se veramente è arrivata, sono in difficoltà nel scrivere un testo Word corretto, non sanno caricare un elaborato sulla piattaforma. I docenti si sono accorti che gli studenti sono sempre stati fruitori passivi dei social e che nessuno ha mai insegnato loro non solo a usare il digitale nella direzione dell’apprendimento, ma neanche come si produce un video, come si legge in maniera critica un’immagine; eppure viviamo da anni in una società delle immagini.

La prima cosa che a mio avviso deve fare la scuola, se vogliamo veramente riprendere in mano con serietà la questione della relazione tra apprendimento digitale e giovani, dovrebbe essere di far conoscere ai giovani questi strumenti a partire dalle componenti di cui sono fatti, cosa c’è dentro ai nostri pc e ai nostri cellulari, e in questo modo raccontare loro una storia,

per esempio delle relazioni economiche tra Nord e Sud del mondo: le componenti che fanno funzionare i nostri smartphone sono spesso prodotte a costi umani altissimi. E poi naturalmente come funzionano, come utilizzarli, soprattutto come utilizzarli in maniera critica, insegnarne un uso corretto: non solo come si scrive una mail, ma come si fa ricerca sulla rete, come si distinguono le informazioni corrette da quelle che non lo sono. Il rapporto tra libertà di parola e responsabilità di parola, se non lo insegna la scuola chi mai può insegnarlo?

Io vedo una scuola che in questi anni ha subıto, che non ha rilanciato una progettualità importante rispetto al tema degli apprendimenti digitali, una scuola stanca che non ha avuto il coraggio di assumersi una responsabilità educativa, che è una responsabilità storica che adesso le si chiede. Non abbandoniamo i giovani all’utilizzo di questi strumenti. Dobbiamo avere il coraggio di fare delle scelte educative importanti.

Un’altra questione molto importante è quella delle competenze metacognitive. In un’epoca in cui noi tutti abbiamo tanti strumenti che possiamo utilizzare, dobbiamo aiutare i giovani a riflettere sui loro processi di apprendimento.

Si diceva dello scrivere a mano, del prendere gli appunti a mano invece di utilizzare il pc: occorre far provare ai giovani questa differenza, far capire quali competenze cognitive si mettono in atto se scrivo a mano e quali se uso invece semplicemente il pc.

Didattica a distanza e didattica in presenza: aiutiamo i nostri giovani a capire che cosa apprendono quando sono in aula con il docente e che cosa apprendono davanti a un video. Hanno bisogno che qualcuno mostri loro in che modo si apprende e come si riflette su ciò che si apprende.

Penso che in questi vent’anni si sia aperta una voragine tra il linguaggio dei giovani e il linguaggio della trasmissione del sapere; dobbiamo gettare un ponte e permettere ai giovani di capire che il sapere ha altri tempi, che il sapere richiede – come si diceva prima – fatica, perseveranza; che richiede attitudini e modalità diverse da quelle che loro sperimentano nella loro vita di tutti i giorni.

In conclusione, dobbiamo trovare una modalità per riuscire ad avvicinarli alla riflessività critica.

Io abito a Cremona: una città che ha sofferto molto per il Coronavirus. Abbiamo avuto giornate in cui siamo stati chiusi in casa nel silenzio assoluto, rotto solo dalle sirene delle ambulanze. In quelle giornate, nelle case degli italiani, oltre alla voce della televisione finalmente si è sentita un’altra voce: era la voce dei docenti, la voce degli insegnanti dei miei figli, che ci ha tenuto su, ha sostenuto il sociale, ha ritmato le nostre giornate. Attraverso quegli schermi è passato un valore e ci siamo accorti del valore della scuola, anche in presenza, del valore della trasmissione del sapere. Non si poltriva in casa tutto il giorno, perchè c’era la videolezione; non ci si disperava, perchè bisognava fare i compiti. La scuola ha ritrovato il suo ruolo di guida. Ebbene, penso che si debba continuare in questa direzione. Non buttiamo via questa esperienza; continuiamo a insegnare alle nuove generazioni, in tutti i modi possibili, che la tecnologia è un mezzo e non un fine e che l’umanità è sempre un fine e non può mai essere un mezzo, cosa che in questi mesi i docenti, attraverso questi strumenti sono riusciti a fare.

Questi strumenti tendono a diventare delle protesi, hanno quella si chiama un’azione di modellamento incomparabilmente superiore rispetto ai media che abbiamo conosciuto precedentemente, quindi sicuramente sono molto più pericolosi soprattutto in età evolutiva.

Però credo che la strada da percorrere rispetto al bivio controllare-responsabilizzare sia sempre la strada del responsabilizzare. Chi?

In primo luogo le famiglie, perchè i genitori non sono consapevoli, non si rendono conto; i genitori che danno in mano lo smartphone o l’Ipad al neonato – perchè ho visto anche bambini di pochi mesi con in mano un cellulare – non pensano di fare male al proprio figlio, non hanno mai avuto la possibilità di riflettere in maniera critica.

Qui ritorno al ruolo della scuola: occorrono dei docenti che siano figure di riferimento, che spieghino ai genitori i pericoli dell’uso di certi strumenti in maniera autorevole. Ho lavorato molto sulla responsabilità educativa, per moltissimi anni:

c’è una mancanza di assunzione di responsabilità educativa nella società che è drammatica

e non credo che proibendo l’uso dello strumento questo problema si risolverà. Credo invece che dobbiamo lavorare il più possibile per costruire delle reti relazionali che sostengano il genitore nei processi educativi e per rafforzare la scuola nell’autorevolezza con cui può mandare dei messaggi.

Togliere il cellulare in aula mentre si fa lezione, penso sia un atto di buon senso; il docente che fa lezione deve salvaguardare la situazione di apprendimento, a che serve lo smartphone in aula? Perchè ancora ci dibattiamo con questo problema?

Perchè non c’è un’assunzione di responsabilità educativa forte da parte degli educatori: si ha paura delle famiglie, si ha paura di questo e di quell’altro e si lascia correre. Bisogna creare una cultura della responsabilità condivisa e dell’educazione nei confronti delle nuove generazioni,

di questi ragazzi che ci troviamo oggi che, torno a ripetere, non sono marziani, sono cresciuti nelle nostre famiglie e nelle nostre scuole. Occorre rimettere le cose al loro posto.

È vero che questi strumenti interferiscono pesantemente sui processi cognitivi,

ma credo che la strada non possa essere quella del proibire, ma deve essere quella del far conoscere e dell’indurre alla riflessività critica il maggior numero di persone possibili.

Tornando all’ottimismo, che vuole caratterizzare la mia prospettiva, ci sono delle ricerche che testimoniano che comunque i ragazzi (non quelli affetti da gravissime dipendenze, ma diciamo la media dei ragazzi) quando passano qualche giorno senza smartphone riprendono rapidamente le loro capacità relazionali, sono capaci di riadattarsi velocemente a una situazione precedente i nuovi strumenti digitali. L’ho visto nella mia ricerca sulla settimana senza social, in cui, appunto, abbiamo tolto gli smartphone agli studenti e abbiamo fatto tenere loro un diario per la loro riflessività. Lo testimoniano i tanti scout e molte situazioni in cui si cerca di far vivere ai ragazzi esperienze diverse. I ragazzi devono conoscere. Come dicevo prima, la scuola deve essere un ponte su altre esperienze, deve rendere consci che esiste un mondo altro, che ci sono altre possibilità riflessive, altre modalità di rapportarsi alla realtà e di cui noi dobbiamo dare testimonianza, prima come adulti e poi come educatori”.

 

Intervento del prof. Paolo Moderato

“Signor Presidente, senatrici e senatori, buongiorno a tutti e grazie di questo invito. Ho sentito gli interventi dei colleghi che mi hanno preceduto, per cercare di evitare di ripetere le stesse cose; partirò dalla coda di questo tema che è quella dell’apprendimento. Io mi occupo prevalentemente di apprendimento da un punto di vista anche sperimentale e sono psicologo.

La psicologia si trascina dietro, fin dalla nascita, l’eredità dei due genitori che ha avuto – filosofia e medicina, cioè fisiologia – e si trascina dietro tutta una serie di contraddizioni, quelle che si chiamano antinomie filosofiche, che risalgono – prima è stato citato Platone – a quell’epoca, cioè un contrasto tra quelli che sono gli aspetti culturali e gli aspetti naturali che, in termini psicologici, diventa una contrapposizione tra l’apprendimento inteso come il processo di acquisizione della conoscenza e la biologia, con tutti i fattori che questo comporta.

Questa contrapposizione, che ha dominato la psicologia almeno nella prima parte del secolo scorso, assolutamente non ha più senso con le conoscenze attuali che abbiamo, con la conoscenza sull’epigenetica, cioè su come sia possibile modificare anche tramite l’interazione ambientale tutta una serie di aspetti che si pensava fossero assolutamente immodificabili. Si è arrivati, quindi, a una sorta di sintesi di quella che è la nostra parte biologica e la parte psicologica. Questa relazione tra parte biologica e parte psicologica ritornerà sempre ed è stata molto presente nelle relazioni precedenti, perchè è uno dei punti centrali per cercare di capire questa relazione con il mondo digitale.

La sintesi verte su tre punti fondamentalmente: quello che potremo chiamare l’interazionismo, quello che possiamo chiamare il contestualismo e quello possiamo chiamare l’evoluzionismo. Per dare un minimo di aggancio con qualche definizione, se posso, se non ci perdiamo, volevo se possibile proiettare una diapositiva.

Vedo però che sono ancora disabilitato; il tempo è limitato e quindi non è il caso. Quello che volevo proiettare era la definizione di «apprendimento», per analizzarla nelle sue varie parti e vedere come è possibile agire, tramite questa definizione, su tutti quelli che sono i processi di apprendimento e insegnamento.

La definizione è quella di apprendimento come modificazione comportamentale, dove la modificazione comportamentale significa per gli esseri umani tutto ci che ha a che fare con le nostre funzioni: quindi, certamente con le funzioni cognitive, certamente con le funzioni conative di azione – sappiamo quanto conta l’azione nell’insegnamento – e con le funzioni emotive. Sempre di più questo aspetto rientra, nel bene e nel male, nell’analisi del processo di apprendimento all’interno del mondo scolastico, nel senso di modificazione che consegue o viene indotta da interazioni con l’ambiente.

Parlavo di interazionismo: l’interazione con l’ambiente è uno dei punti centrali, da qualunque parte si voglia vedere il problema, come risultato di esperienze. Un altro termine chiave è la parola «esperienze», cioè tutto ciò che ci proviene dai nostri cinque sensi che conducono allo stabilirsi di nuove configurazioni in risposta agli stimoli esterni. Quando parliamo di nuova configurazione di risposta dobbiamo aver chiaro che in realtà, da un punto di vista biologico, noi non possiamo imparare alcunchè. I cambiamenti biologici, i cambiamenti del nostro hardware, sono molto lenti; noi ci stiamo trascinando dietro una struttura che è praticamente la stessa di quarantamila anni fa. Quindi, ciò che possiamo fare è configurare le nostre abilità in modo diverso; non possiamo volare, ma possiamo creare, attraverso le nostre abilità fatte in un certo modo, degli strumenti che ci consentono di fare dei voli.

Un aspetto che credo sia importante chiarire quando parliamo di apprendimento è che l’apprendimento non è solo l’altra faccia dell’insegnamento. L’apprendimento è anche un processo standing alone, nel senso che noi impariamo qualunque cosa indipendentemente dal fatto che qualcuno ce la insegni. È un processo che dura tutta la vita; è un processo naturale.

Anche qui, bisogna chiarire in termini psicologici che cosa vuol dire naturale. Per gli esseri umani, esseri culturali, è un fatto naturale. Non siamo solo noi esseri umani ad avere una cultura, ma noi siamo gli esseri che l’hanno sviluppata al massimo livello. Quindi, avere degli strumenti culturali è per gli esseri umani naturale. L’apprendimento è un processo adattivo, cioè consente e migliora la nostra possibilità di interagire con l’ambiente circostante. Attenzione però, in questo caso, a non cadere in una visione finalistica: l’apprendimento è un processo cieco, quindi non posso sapere a priori ciò che mi sarà utile nella vita e nella sopravvivenza. La sopravvivenza, la fitness, viene garantita post hoc. Io so che qualcosa mi è stato utile dopo che è successo. Anche questo ha un impatto molto forte sul mondo digitale.

Come dicevo, l’apprendimento è un processo naturale mentre l’insegnamento è una procedura artificiale, anche qui in senso culturale, per gli esseri umani è naturale e artificiale nello stesso tempo avere dei processi di insegnamento. Anche qui, non siamo gli unici esseri che insegnano qualcosa, però siamo gli esseri che l’hanno portato al massimo livello. È un processo esterno a colui che apprende, e quindi è un processo finalizzato: ciò vuol dire che abbiamo degli obiettivi, e questo aspetto è molto importante quando si parla di un ambiente strutturato finalizzato a trasmettere conoscenze.

Molti hanno ribadito, anche la collega che mi ha proceduto, il fatto che

gli strumenti non sono neutri: no, gli strumenti non sono neutri, perchè tutto ciò che riguarda l’apprendimento non avviene in un vacuum, in un vuoto psicologico, avviene in un contesto, e questo contesto è fondamentale per definire le caratteristiche delle interazioni.

Per capire nel modo più semplice che cosa vuol dire vivere in un contesto mi piace richiamare la metafora di Eraclito, nota come panta rei, che dice: nessun uomo entra mai due volte nello stesso fiume perchè il fiume non è mai lo stesso e l’uomo non è mai lo stesso. Tutto scorre. In un contesto fondamentale tenere conto di quali sono le caratteristiche degli stimoli per poter governare in qualche modo il fenomeno è estremamente importante.

L’apprendimento è incarnato, anche questo è stato detto, e va ribadito: noi non impariamo solo col cervello, impariamo con il cuore, impariamo con la pancia se vogliamo metaforizzarlo. Impariamo con tutto il corpo, impariamo con le mani: imparare la scrittura, imparare il corsivo, imparare movimenti fini è fondamentale per capire tutto il nostro sistema dell’apprendimento.

L’apprendimento è incarnato e avviene attraverso tutti i cinque sensi, toccando, ascoltando, vedendo; a seconda della situazione e del contesto qualche senso avrà maggiore o minore influenza, qualche senso avrà maggiore o minore seduzione, se vogliamo vedere l’aspetto positivo ma anche negativo.

E qui, quando parliamo di social media e di tutte queste cose, si apre una prateria riguardo alla seduzione e alla dipendenza.

L’apprendimento incarnato è esperienza, i cinque sensi, è stare sul momento presente. Questo è uno degli aspetti fondamentali nella scuola moderna, nei processi di apprendimento moderni, che va considerato: non si apprendono solo contenuti, si apprendono emozioni. Si apprendono emozioni anche quando non si vuole, nel senso che l’apprendimento non è solo ed esclusivamente sotto il controllo, ad esempio, dell’insegnamento. Noi impariamo ad avere coraggio e impariamo ad avere paura. E questo nel mondo digitale è estremamente forte.

Possiamo classificare due tipologie di apprendimento: una per contatto diretto, con le cose, e una per contatto indiretto. Contatto indiretto significa modelli, significa vedere persone che agiscono, che dicono, che pensano, e il linguaggio, cioè tutto ciò che ci viene trasmesso verbalmente, come quello che stiamo facendo noi in questo momento, ulteriormente accentuato dal fatto che siamo distanti. Sta di fatto, comunque, che l’aspetto fondamentale di questo tipo di apprendimento della vostra Commissione che sta ascoltando alcuni esperti è quello di acquisire conoscenze tramite il contatto indiretto, cioè in forma descrittiva.

Le conseguenze dell’apprendimento sono il lato oscuro, se vogliamo chiamarlo, di tutta questa cosa. Gli esseri umani apprendono non solo quando e se vogliono, cioè non solo i contenuti, i momenti e le situazioni in cui si può apprendere qualcosa che si vuole, ma anche ciò che non si vogliono apprendere, ovvero, se la spostiamo dal punto di vista dell’insegnamento, che non si vorrebbe che i nostri soggetti dell’apprendimento apprendessero.

Questa considerazione ci porta a un aspetto fondamentale, che è quello dell’architettura delle scelte. Tutta la recente psicologia cognitiva comportamentale parla di behavioral economics, di architettura delle scelte, come costruzione di ambienti che siano particolarmente adatti a raggiungere alcuni obiettivi per massimizzare le risorse di apprendimento delle persone.

Ne cito una, per esempio; la collega ha parlato nell’audizione precedente della classificazione come una delle strutture che tengono in piedi la nostra conoscenza, io ne cito un’altra.

Io appartengo a una generazione che è stata massacrata con le date, quindi, con una serie di agganci. Massacrata tra virgolette, perchè sono molto contento di essere stato massacrato in questo modo; magari un po’ di meno. Ma le date, la sequenza del tempo, la linea del tempo, riuscire a comprendere le diverse tappe della storia per poter capire i cambiamenti che accadono all’interno della storia, per esempio la scienza, la storia sociale dalla scienza, come è possibile comprendere perchè certi avvenimenti accadono in un certo momento e non in un altro.

C’è stato poi tutto un periodo, invece, in cui non si è più insegnato in questo modo la storia, attraverso le date. Questo è un problema, perchè venendo meno una struttura culturale forte, un’architettura che regga in piedi le conoscenze, che regga in piedi ciò che è possibile trovare su Internet ad esempio, se non c’è di base una struttura che tenga in piedi tutte queste cose, diventa poi una marmellata.

Vado a concludere. Uno degli aspetti fondamentali dell’apprendimento riguarda le dipendenze. Cito semplicemente il recente film «The social dilemma» che pone tutta una serie di aspetti fondamentali riguardo proprio alle dipendenze.

Vado a chiudere dicendo questo: non siamo luddisti se diciamo che dobbiamo stare attenti a quello che succede nel mondo digitale. L’obiettivo è chiaramente quello di dare il massimo di utilizzo possibile sotto controllo da parte di chi gestisce, passatemi questo termine, il processo di apprendimento..

Cercando di aggiungere qualcosa al molto che già è stato detto, il problema del divieto richiede un’analisi, e un’analisi di livelli secondo me.

Anch’io appartengo a una cultura non divietistica in generale, ma appartengo anche a una cultura in cui non tutto può essere permesso. Questi sono due aspetti fondamentali.

Qual è allora il livello a cui si può parlare di divieto? Perchè se noi parliamo di divieto a livello macrogenerale facciamo un certo tipo di discorso, se parliamo di divieto a livello di unità familiare è un altro tipo di discorso. Giustamente, come diceva la collega,

è importante il sostegno dei genitori, perchè i genitori molto spesso non hanno la capacità di cogliere la pericolosità dell’affidare ai propri figli questi strumenti (penso ai bambini piccoli). Basta andare in una pizzeria o in un qualunque altro posto dove si vedono questi bambini che in maniera compulsiva fanno movimenti su questi telefonini, tablet, e via dicendo mentre i genitori parlano.

Evitando le generalizzazioni, però, questo significa una campagna di responsabilizzazione. Il concetto di assunzione di responsabilità è un concetto centrale da questo punto di vista. L’assunzione di responsabilità significa la consapevolezza del danno che in questo modo noi apportiamo ai nostri figli. L’assunzione di responsabilità implica quindi anche un sostegno forte nei confronti della genitorialità.

Una delle componenti nell’analisi di questo sostegno secondo me è l’azione preventiva. Prima ho citato l’espressione «architettura delle scelte». L’architettura delle scelte è un modo con cui si riesce a influenzare il comportamento delle persone lasciandole comunque libere di fare le loro scelte.

Abbiamo fatto per esempio una ricerca nelle mense scolastiche (ma anche alla Bicocca): modificando la disposizione di alcuni alimenti sulla base di alcuni principi fondamentali, che sono quelli della piramide alimentare, del piatto, delle ripartizioni, abbiamo visto che è possibile influenzare le scelte delle persone lasciandole comunque libere di scegliere il cibo meno «sano».

Il problema qui è che uno dei termini che ci rende molto difficile una situazione del genere è il concetto di controllo. In altri termini bisogna anticipare il momento dell’intervento a sostegno dei genitori, perchè dopo

il controllo l’abbiamo perso, il controllo lo prende il meccanismo, che è diabolico perchè crea dipendenza, perchè crea soddisfazioni immediate, proprio come una sostanza.

L’altro giorno ho fatto lezione ai miei studenti proprio citando il docufilm «The Social Dilemma» e uno studente mi ha scritto riportandomi un piccolo paragrafo di un libro che aveva letto, che si chiama «Riconquista il tuo tempo» di Andrea Giuliodori (che è stato uno dei massimi dirigenti di Facebook). In questo libro si cita un funzionario che dice: purtroppo non ho una soluzione e la mia unica soluzione è non usare questi strumenti. E alla domanda «ma i suoi figli utilizzano i social media?» l’ex dirigente di Facebook è stato netto: no, non gli è permesso di utilizzarli.

La stessa cosa è avvenuta quando un giornalista del New York Times chiese a Steve Jobs se i suoi figli lo usassero: il fondatore rispose laconico: «non lo hanno provato, a casa limitiamo l’utilizzo della tecnologia da parte dei nostri figli».
Questo tipo di affermazioni ovviamente implica che queste persone hanno una forte assunzione di responsabilità, perchè hanno una forte conoscenza dei pericoli di questo meccanismo.

Parlare di riuscire a prevenire, cercando di non vietare a livello scolastico o a livello generale, ma a monte, significa agire nella direzione che questi due personaggi (Steve Jobs e Andrea Giuliodori) hanno seguito, cioè essere consapevoli di che cosa significa dare in mano ai propri figli questo tipo di cose.

Però bisogna avere anche delle alternative, cioè bisogna che i genitori abbiano un sostegno culturale forte a livello mediatico generale per creare un’alternativa, per dargli in mano un libro in buona sostanza quando si va al ristorante o in altri posti, anzichè il cellulare del papà o della mamma”.


I resoconti dell’“indagine conoscitiva sull’impatto del digitale sugli studenti, con particolare riferimento ai processi di apprendimento” – Capitolo 7.

Scuola digitale:

CONTINUA…

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