O usi il cervello o lo perderai

In Senato l'allarme degli esperti già dal 2019. ComeDonChisciotte riporta gli interventi dell'“indagine conoscitiva sull’impatto del digitale sugli studenti”. Scuola digitale: Capito 4 – prof.ssa Alessandra Venturelli, docente presso l’Università degli studi di Ferrara e Presidente dell’Associazione Italiana Disgrafie.

Introduzione a cura della Redazione

Adottato con decreto del Ministro dell’Istruzione n. 161 del 14 giugno 2022 – durante il Governo Draghi – e finanziato dal PNRR come parte degli obiettivi fissati per l’ottenimento dei fondi (Target UE M4C1-19), il ‘Piano Scuola 4.0’ rappresenta il definitivo tassello per la transizione digitale di tutto il sistema scolastico italiano entro il 2025.

Lo scopo dichiarato è dotare la didattica dell’uso massivo di tecnologie informatiche, allo scopo di trasformare le aule “in ambienti innovativi di apprendimento” e realizzare “laboratori per le professioni digitali del futuro” prevedendo persino lezioni nel Metaverso, denominato orwellianamente Eduverso. Tutto in perfetta conformità con quanto stabilito dalla Commissione europea con il ‘Piano d’azione per l’istruzione digitale’ a partire dal 2018, ribadito e rafforzato nel 2021 in piena pandemia.

Per comprendere l’evoluzione della trasformazione digitale imposta dalla Commissione in Europa a partire dal 2010 vi invitiamo a scaricare il PDF allegato.

In questa sede vogliamo invece incentrarci sui pericoli che la digitalizzazione della didattica comporta per i più piccoli, i nostri figli, fratelli, nipoti; soggetti considerati fragili poiché dalla mente plasmabile che più di tutti subiranno questa trasformazione, inconsapevoli dei danni che subiranno.

Il ‘Piano Scuola 4.0’ è infatti stato adottato nonostante non esista nemmeno uno studio scientifico in grado di dimostrare la migliore efficacia della nuova didattica rispetto alla metodologia tradizionale e nonostante – fatto ancora più grave – numerose ricerche ne abbiano evidenziato i danneggiamenti dei processi di apprendimento e della salute degli studenti.

E quando tutto ciò, tra qualche anno, sarà palese – proprio come sta accadendo in questo momento in Svezia – i nostri rappresentanti non potranno giustificarsi poiché proprio la 7ª Commissione permanente del Senato italiano organizzò nel 2019, un’“indagine conoscitiva sull’impatto del digitale sugli studenti, con particolare riferimento ai processi di apprendimento”, invitando alcuni dei più autorevoli esperti del settore che lanciarono un vero e proprio grido di allarme.

La Redazione ha quindi deciso di pubblicare i resoconti dell’indagine, in vari appuntamenti (1 ogni settimana) relativi alle rispettive sedute, svoltesi dal 11 giugno 2019 al 2 dicembre 2020.

Qui l’indagine integrale: https://www.senato.it/Leg18/3545?indagine=16

Resoconto n° 1 – 11 giugno 2019 – Audizione del prof. Manfred Spitzer (CAPITOLO 1)

Resoconto n° 2 – 2 ottobre 2019 – Audizione del prof. Lamberto Maffei (CAPITOLO 2)

Resoconto n° 3  – 24 ottobre 2019 – Audizione del prof. Andrea Marino (CAPITOLO 3)

Resoconto n° 4  – 27 novembre 2019 – Audizione della professoressa Alessandra Venturelli, docente presso l’Università degli studi di Ferrara, Presidente dell’Associazione Italiana Disgrafie e dell’Associazione GraficaMente

Video della sedutahttps://webtv.senato.it/Leg18/webtv_comm?video_evento=48601

Documentazione depositata agli attiI bambini di oggi non sanno più usare le mani

“Signor Presidente, onorevoli senatori, desidero anzitutto ringraziarvi per questo invito, che mi consente di fare alcune riflessioni che spero siano importanti e utili per questa indagine conoscitiva.

Vorrei partire da una considerazione generale, tratta dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che è il principio del superiore interesse del bambino, in base al quale dovremmo mettere al primo posto gli interessi del bambino, anteponendoli agli interessi economici.

Sappiamo, infatti, che la tecnologia digitale ha ormai invaso la nostra quotidianità, nelle case e nelle scuole, e non solo in Italia, ma a livello mondiale, con tutte le conseguenze che ormai le ricerche ci confermano in modo chiaro ed evidente, come ha ben illustrato il professor Spitzer.

Credo che sia davvero arrivato il momento di fare una valutazione complessiva.

Le due domande da cui parto sono le seguenti: nell’era digitale che cosa serve ai bambini per il loro ottimale sviluppo e benessere psicofisico?

Quali caratteristiche umane vogliamo preservare e trasmettere alle future generazioni?

Consentitemi di fare un’ulteriore considerazione: in base a recenti studi statistici, i bambini non si ammalano tanto più per cause organiche, bensì per malattie quali, ai primi posti, disturbi di apprendimento, deficit dell’attenzione, disturbi a livello emotivo e problemi comportamentali.

Questo è un punto di partenza importante per farci capire che le cose stanno cambiando molto velocemente e che forse non siamo ancora pronti per tutti questi cambiamenti.

Vorrei anche dire – questa è una valutazione che ho sentito fare anche dagli esperti che mi hanno preceduto – che gli studi, anche a livello economico, ci indicano che più sono precoci gli investimenti nel capitale umano, tanto più sono efficaci. Nei primi mille giorni di vita abbiamo le maggiori possibilità, a livello preventivo, di potenziamento di tutte le abilità dei bambini, con costi minori anche a livello socioeconomico, naturalmente a beneficio delle loro future realizzazioni. I costi diventano poi molto più alti quanto più un bambino cresce e si avvicina alla vita adulta.

Vorrei anche far presente che le neuroscienze ci dicono che la plasticità neuronale è massima nelle prime fasi di vita, per poi tendere a decrescere. Da questo punto di vista otteniamo quindi anche i massimi risultati di realizzazione personale.

Vorrei partire da una constatazione fondamentale: il bambino è prima di tutto un corpo. Come ci indicano le neuroscienze, l’uomo impara in un solo modo, cioè con il corpo vissuto in relazione all’ambiente e con l’uso della motricità collegata ai sensi. Non possiamo assolutamente bypassare questa fase.

Abbiamo pertanto la necessità di portare il bambino a utilizzare precocemente il corpo: prima a livello globale, poi attraverso la manipolazione e l’uso della motricità fine con vari strumenti, dal più semplice al più complesso. Il gioco, ovviamente, è la chiave di volta, perchè l’attività deve essere divertente. Questo vale nella quotidianità, ma anche a scuola. Sappiamo che la motricità è utile perchè aumenta l’agilità e la coordinazione oculo-manuale e motoria, stimola tutte le percezioni sensoriali, promuove l’attenzione e la capacità nel problem solving, nonchè la creatività (non possiamo immaginare che un bambino sia creativo rimanendo passivo di fronte a un tablet o a uno smartphone) e aumenta in modo evidente la capacità comunicativa e di socializzazione.

Tutte queste sono evidenze, ma non sappiamo, o ancora non abbastanza, cosa vi sia sotto il fenomeno della tecnologia digitale. Dal mio punto di vista è solo la punta di un iceberg. Cosa c’è sotto?

C’è la perdita della capacità di apprendimento dei bambini nelle competenze del fare. Come Associazione GraficaMente e Associazione Italiana Disgrafie, negli ultimi dieci anni abbiamo fatto diverse ricerche che ci confermano che i bambini di oggi non sanno più usare le mani.

Ad esempio – generalizzo, naturalmente – non sanno più lavarsi le mani o soffiarsi il naso. Non sanno più allacciarsi le scarpe, anche perchè compriamo delle scarpe a strappo. Non sanno usare il cucchiaio, perchè non glielo insegniamo. Non sanno abbottonarsi, perchè non compriamo più delle maglie con i bottoni, ma felpe e magliette. Tutto avviene sempre nella logica di fare presto e non avere alcun problema, ma non consideriamo quali sono i bisogni veri del bambino.

Recentemente, utilizzando una campionatura su base nazionale, abbiamo fatto una ricerca sull’uso degli strumenti, da cui emerge che i bambini della scuola primaria non sanno allacciarsi le scarpe (le percentuali di chi vi riesce sono bassissime). Non parliamo poi di tagliare la carne a tavola o sbucciare un frutto con il coltello. Non sanno neanche realizzare braccialetti, perchè sono giochi che non vengono nemmeno più proposti. I bambini, però, sanno manovrare benissimo il joystick e il controller di un videogioco. Questi dati ci dicono anche come si stanno modificando le abitudini dei bambini.

Ciò che voglio sottolineare è che le abitudini cambiano, ovviamente, per colpa degli adulti, in primis dei genitori. Questa considerazione va però allargata all’ambito scolastico. Abbiamo bisogno di capire che cosa effettivamente succede. Quali sono le cause di questi cambiamenti?

Nel 2008 abbiamo realizzato un’altra ricerca sull’uso delle forbici da parte dei bambini alla fine della scuola dell’infanzia, utilizzando una campionatura su base nazionale. Abbiamo scoperto che ben l’80 per cento dei bambini non sapeva tenere correttamente le forbici in mano e non lo sapeva fare nemmeno tra il 30 il 50% degli insegnanti. Come facciamo a insegnare qualcosa che nemmeno noi adulti conosciamo?

Qualche anno dopo, nel 2019, con una analoga ricerca realizzata su un altro campione rappresentativo, ma riferita ai bambini della scuola primaria, abbiamo scoperto che circa l’85% di bambini non sa tenere correttamente le forbici. La cosa più grave è che è più o meno la stessa percentuale di genitori a non saperlo fare. L’aspetto ancora più grave è che i figli dei genitori che impugnano bene le forbici, a loro volta le impugnano bene, mentre quelli che non sanno tenere le forbici sono figli di adulti con lo stesso problema di impugnatura. Questo dimostra in maniera inequivocabile che, anche per effetto dei neuroni specchio, i bambini imparano per imitazione e non tanto sulla base di quello che diciamo, ma di quello che facciamo nella quotidianità.

Ho portato questo esempio a suffragio di una constatazione: stiamo perdendo le competenze del fare, che sono basilari per la crescita di un bambino e per imparare a usare strumenti dapprima semplici e poi via via più complessi.

Se i bambini non imparano a usare strumenti semplici non potranno accedere a una motricità specializzata come quella della scrittura a mano. Si dirà che tanto c’è il tablet e possiamo usare quello (vediamo se poi è vero). La mia considerazione è semplice: che cosa dovremmo proporre prima a un bambino? La manipolazione con l’oggetto tridimensionale o l’uso del digitale? Questa è la domanda di fondo.

Abbiamo esempi di bambini che già a due anni usano il tablet. Faccio riferimento alla realtà perchè illumina sempre anche rispetto ai macroragionamenti.

Al ristorante vedo spesso bambini, anche di due anni, che giocano con lo smartphone, mentre la mamma li imbocca con il cucchiaio. Questo la dice lunga (se ne vedono tanti, non è un’eccezione) rispetto a cosa i genitori ritengono sia più importante per l’educazione dei figli. È più importante usare uno strumento moderno, perchè aprirà le porte e rappresenta il futuro; peccato, però, che poi il bambino non impara nemmeno l’autonomia del nutrirsi da solo.

Questo la dice lunga (se ne vedono tanti, non è un’eccezione) rispetto a cosa i genitori ritengono sia più importante per l’educazione dei figli. È più importante usare uno strumento moderno, perchè aprirà le porte e rappresenta il futuro; peccato, però, che poi il bambino non impara nemmeno l’autonomia del nutrirsi da solo.

Questo per dire come non abbiamo più minimi principi e coordinate educative.

Già qui capiamo che c’è una voragine di disinformazione sui rischi delle tecnologie, su cui bisognerebbe insistere tanto a livello di famiglie, ma anche un’assoluta ignoranza – lasciatemi usare questo termine – rispetto ai bisogni reali dei bambini che variano a seconda dell’età. Sarebbe quindi necessario fare informazione e formazione, perchè spesso i genitori ignorano certe dinamiche.

Sulla base di una ricerca di pedagogia sperimentale che sto conducendo da circa vent’anni, dagli asili nido alla scuola primaria, passando per la scuola dell’infanzia, in una logica di continuità e per avviare alla scrittura manuale, ho scoperto una serie di elementi che vorrei riferirvi.

I bambini imparano prima e meglio (naturalmente, dietro ci sono studi, gruppo di controllo e gruppo sperimentale) se prima usano solamente le mani.

Non parliamo di un uso generico, ma di attività mirate per potenziare la forza interna delle mani: per la dissociazione delle dita, per la divisione bilaterale delle mani e per poter, in seguito, prendere in mano una matita e tutti gli altri strumenti.

Dopodichè si passa a strumenti più semplici. Il primo strumento è il cucchiaio. Un esempio lampante è il bambino che impugna il cucchiaio con una presa palmare; se nessuno gli insegna come deve impugnarlo, anche da adolescente (al ristorante ne vedo qualcuno) potrebbe impugnare il cucchiaio con una presa palmare. Il bambino che impugna il cucchiaio con una presa palmare allo stesso modo impugna la matita. Da dove si deve partire? Ovviamente dal cucchiaio. Ma questo dovremmo dirlo sia alle insegnanti, sia ai genitori. Quando avrà imparato a impugnare correttamente il cucchiaio, potremo insegnargli a impugnare le pre-forbici, poi le pinze, fino ad arrivare alle forbici, dal semplice al complesso, per gradi. Prima ho fatto una puntualizzazione sulle forbici, perchè è la presa più simile a quella della matita, e il fatto che più dell’80% delle persone non sappia tenere correttamente le forbici ci dice che non è un apprendimento spontaneo. L’errore di fondo in questa valutazione che facciamo noi adulti è che tutti gli apprendimenti sono spontanei, ma ciò è frutto solo dello spontaneismo.

In realtà, abbiamo apprendimenti spontanei (come la lingua parlata), ma anche tanti apprendimenti complessi che sono quelli curati soprattutto a scuola: ad esempio quelli di motricità specializzata, come l’uso della matita o della biro, che naturalmente vengono dopo in tutta questa catena.

Ho detto che il bambino inizialmente ha bisogno di corpo vissuto in relazione con l’ambiente e quindi si trova nella dimensione 3D. Poi, per gradi, quando arriva alla matita, ha già dinanzi a sè un foglio e una lavagna: è passato al 2D. Disegna e scrive su un supporto bidimensionale. C’è già un’astrazione, che non è facile. Sto facendo studi proprio su questo passaggio graduale per aiutare i bambini maggiormente in difficoltà. Solo dopo – lo sottolineo – si potrebbe passare all’uso del tablet, che chiamo dimensione digitale, perchè è sì una dimensione in 2D, ma in realtà apre a un mondo che non è in 2D, perchè c’è la profondità.

È un mondo virtuale che imita il mondo tridimensionale. Peccato che non corrisponda al 3D. È questa, a mio avviso, l’illusione che i bambini nutrono quando da piccoli usano la dimensione digitale in maniera sostitutiva e massiccia e tanto più sono piccoli tanto più potremmo avere danni – come dice il professor Spitzer – a lungo termine e irreversibili.

Vorrei fare una puntualizzazione importante su cosa succede quando i bambini guardano il tablet, anche in compagnia. Anche queste sono scene familiari: vediamo bambini insieme a tavola, ma ognuno guarda il proprio tablet o forse guardano anche lo stesso tablet, ma ciascuno è isolato dagli altri e non c’è interazione. Magari anche in questo caso stanno mangiando; quindi c’è la realtà in 3D all’esterno, ma ne sono completamente scollegati, disconnected. Ciò significa non avere più una relazione con la realtà che li circonda. Non sentono neanche il sapore del cibo; anzi, la realtà in 3D spesso non piace, perchè è dolorosa, faticosa e difficile. È molto meglio rifugiarsi nel gioco, e in un’illusione di realtà.

Vorrei arrivare alle conseguenze sull’apprendimento. Attualmente le ricerche ci dicono che si impara passando sempre dal corpo alla mente. C’è una branca che raccoglie molte ricerche e che si basa sulla teoria del l’embodied cognition, che individua l’importanza del corpo come base per ogni tipo di apprendimento.

Nel modo di pensare siamo determinati dall’esperienza con l’ambiente e dall’uso del corpo; ogni conoscenza, anche quella più astratta è incarnata (poi vi mostrerò esattamente come ciò avvenga nella scrittura): passa cioè attraverso l’esperienza del corpo.

La mano plasma il cervello.

Maria Montessori diceva di vedere l’intelligenza di un bambino dal modo in cui usa le mani. Ci sono ricerche che lo confermano in maniera evidente.

L’uso sviluppa l’organo:

Se usi la mano – lo sappiamo per neuroimaging – ci sono aree del cervello che si attivano, e quanto più la usi, tanto più crei abitudini e automatismi che ti portano a plasmare competenze di alto profilo, come leggere, scrivere e contare (emisfero sinistro), che si attivano soltanto se c’è un insegnamento graduale, sistematico e con metodi efficaci.

Non è vero che tutti i metodi sono uguali.

Faccio una piccola puntualizzazione: ad esempio, il neurologo francese Stanislas Dehaene ha dimostrato che, se usiamo un metodo globale per l’apprendimento della letto-scrittura, quell’apprendimento si va a collocare nell’emisfero destro, che è quello deputato alle forme in 3D. Quindi, l’apprendimento non è adeguato.

Ciò significa che dovremmo spiegare bene a tutti gli insegnanti quali sono i metodi efficaci, o avremo di nuovo danni a lungo termine o irreversibili. «Use it or lose it»:

O usi il cervello o lo perderai.

Bisogna allora usare le mani e tutti gli strumenti, senza pensare di sostituirli, perchè dobbiamo capire che tutto il tempo dedicato al tablet e allo smartphone è sottratto all’uso delle mani. Si va per sottrazione. Per apprendere, il bambino ha bisogno anzitutto di lentezza. Sappiamo che ha bisogno di lentezza e di calma. Avremo bisogno, ad esempio, di situazioni in cui lo portiamo all’attenzione anche di sè, ma l’attenzione su di sè parte dal corpo ed è la conoscenza del corpo. Il discorso è quello di non avere istinti ed emozioni attivati.

Sappiamo che le aree rettiliane e le aree emotive devono essere calme per poter concentrare tutta l’attenzione e favorire l’uso della neocorteccia attraverso stimoli che devono essere adeguati. Infatti, non si attiva nulla se non si utilizza il metodo giusto e se non c’è motivazione (l’attività deve essere interessante). Occorrono un’educazione sensoriale e motoria, ma anche di tipo emotivo, che si impara gradualmente molto di più nel rapporto interpersonale e che ci porterà all’acquisizione dell’autocontrollo emotivo e motorio e dell’attenzione esecutiva, che, come ci indicano gli studi sulle emozioni, è necessaria per poter imparare a leggere, scrivere e contare.

Infatti, se non hai imparato ad ascoltare, osservare, comprendere e concentrarti su quello che fai, non puoi imparare nulla e non arrivi alla consapevolezza di te, all’autonomia e all’autostima.

Cosa succede con il digitale? Se diamo troppi stimoli in modo troppo veloce, il bambino ha un’ipereccitazione di impulsi ed emozioni. C’è una totale dispersione e non riesce a focalizzarsi mai su nulla. Il tablet e tutta la tecnologia digitale portano a deprivare a livello sensoriale. Usiamo più che altro la vista e non il corpo, in quanto il movimento che si fa è minimo. Inoltre, vi è una minore consapevolezza spazio-temporale – come dicevo prima parlando del 3D – e lo sviluppo percettivo diventa settoriale.

Teniamo presente che per l’uomo lo sviluppo del cervello arriva a completa maturazione a venticinque anni. Questo significa che la maggior parte degli apprendimenti avviene dopo la nascita e moltissimo dipende dagli stimoli che diamo età per età. È una considerazione importante.

Vorrei portarvi ad esempio una situazione tipica: in treno due genitori stanno chattando al telefono, la figlia di due anni e mezzo gioca con il tablet. A un certo punto la bambina alza lo sguardo, guarda fuori dal finestrino e, rompendo l’assoluto silenzio, dice: «mamma, guarda che bello». La mamma dice: «Ah, sì, bello». Fine della conversazione e si torna al silenzio.

I bambini non imparano più a parlare.

Come fanno i bambini a imparare il linguaggio verbale e non verbale e il calore affettivo, se siamo tutti isolati nei tablet, anche a livello familiare?

La deprivazione emotiva porta a uno scarso controllo emotivo, all’isolamento sociale e alla mancanza di empatia verso gli altri. Abbiamo esempi drammatici delle conseguenze di ciò sugli adolescenti.

Tutto questo ci porta alle considerazioni fatte dal professor Spitzer. Avremo minori capacità cognitive, di attenzione, memorizzazione e apprendimento. Tutti i dati vanno in questa direzione. Se me lo consentite, vorrei fare una puntualizzazione sulla scuola.

L’istruzione liberale, di cui ci onoriamo di essere dei portatori, è veramente uno dei capisaldi delle società democratiche. Tuttavia, l’istruzione non consiste nel riempire un secchio, ma nell’accendere un fuoco.

Non possiamo pensare che con Internet e tutte le informazioni che se ne ricavano, noi ci arricchiremo talmente tanto da essere in grado di avere sempre più conoscenza e saperla poi gestire.

La conoscenza è un’altra cosa. La conoscenza passa attraverso un metodo di studio e l’insegnamento costante di un metodo di lavoro per il cervello e questo metodo deve essere insegnato fin dai primi anni di vita, accompagnando le tappe evolutive con adeguati stimoli. Questo è un corretto e sano aiuto per il completo sviluppo psicomotorio ed emotivo del bambino. Per accendere un fuoco – insisto – è necessario che vi sia la base emotiva. L’insegnamento deve essere interessante, altrimenti non passa nulla. Deve essere un insegnamento attivo e produttivo, come quello che passa – ad esempio – attraverso il problem solving.

I risultati ci dicono che la tecnologia dell’educazione a scuola è stata un totale fallimento a livello mondiale. Nonostante fin dagli anni Ottanta abbiamo investito enormi quantità di denaro in materiale tecnologico, non abbiamo indicatori che ci dimostrano che abbiamo ottenuto risultati positivi.

Vorrei entrare nel merito della scrittura manuale, confrontandola con quella digitale. Quali sono le differenze sostanziali? La prima è a bassa tecnologia, mentre la seconda – non c’è dubbio – è ad alta tecnologia. La prima costa molto meno e ha anche un minore impatto sull’ambiente, che di questi tempi mi sembra un aspetto rilevante. La seconda ha maggiori costi, problemi di manutenzione, aggiornamento e smaltimento. La prima comporta l’apprendimento di un’attività motoria specializzata cui partecipa tutto il corpo. La scrittura manuale richiede un apprendimento molto lungo, graduale e sistematico, che però – lo vedremo – comporta anche maggiori possibilità nell’apprendimento futuro.

Vedo con piacere che molti di voi stanno prendendo appunti a mano. Anche nel 2019 questo vorrà dire qualcosa.

La tecnologia digitale, a livello di videoscrittura, comporta certamente maggiore facilità di utilizzo: mi posso allenare e scrivere in modo veloce, come fanno gli adolescenti, ma perdo l’uso di tutti i sensi e c’è scarsa motricità, fine.

Abbiamo le prove che con la scrittura digitale l’apprendimento è molto più scarso.

Se me lo consentite, entrerei nello specifico dei vantaggi per l’apprendimento derivanti dalla scrittura a mano. Vi illustro solo i principali: la scrittura a mano stimola la specializzazione dell’emisfero sinistro. Il bambino, all’inizio, ha bisogno di un approccio molto analogico; c’è una modalità intuitiva anche nel contare, in quanto usa le dita. Quando invece arriva alla lettura, alla scrittura e alla matematica in senso più astratto, ha bisogno di far lavorare l’emisfero sinistro. La scrittura a mano, ovviamente se insegnata in maniera molto precisa e con metodi adeguati, favorisce lo sviluppo della motricità fine, previene difficoltà di apprendimento e limita il ricorso a strategie dispensative e compensative per BES e DSA. Inoltre, come dimostrerò tra poco, favorisce il riconoscimento e la memorizzazione delle lettere e consente di aumentare il grado di correttezza ortografica. Tutto quello che dico è confortato dalla ricerca: i bambini che scrivono bene fanno anche minori errori di ortografia, se non altro perchè si legge meglio ciò che scrivono. Con la scrittura a mano migliora in quantità e qualità la produzione scritta.

Secondo una ricerca americana condotta su un gruppo di controllo, i bambini recuperati nella scrittura a mano scrivono di più e in maniera più creativa rispetto a quelli che non sono stati recuperati.

Insegnare a scrivere bene a mano fin dai primi anni consente al bambino di acquisire, nel corpo e nel cervello, abilità superiori (senza dubbio superiori alla macchina) che lo accompagneranno per tutta la vita e gli consentiranno di svolgere automaticamente alcune azioni, così liberando il cervello per altri apprendimenti più elevati.

La scrittura a mano migliora inoltre l’apprendimento dei contenuti. Una recente ricerca americana ha messo a confronto studenti universitari che prendono appunti al tablet con altri che li prendono a mano. I risultati di apprendimento sono migliori per chi prende appunti a mano, per il semplice motivo che c’è una prima elaborazione già in fase di stesura. Infatti, molti studenti confermano che, quando gli appunti vengono presi a mano, il solco grafico aiuta a memorizzare meglio. La scrittura a mano migliora – ne abbiamo le prove – il generale rendimento scolastico e, ovviamente, l’autostima e la motivazione.

Per farvi capire il collegamento tra concretezza e astrazione e quanto tutto passa dall’uso del corpo, vorrei illustrarvi uno studio recentissimo che una neurologa americana – Karin James – ha condotto sul riconoscimento delle lettere, in età prescolare, da parte di bambini di quattro anni. La neurologa ha fatto allenare questi bambini dividendoli in quattro gruppi. In un caso sono state fatte tracciare le lettere a mano seguendo dei tratteggi (questa tecnica è molto presente, tutt’oggi, in molti libri per l’infanzia e per la scuola primaria), nell’altro caso sono state fatte copiare lettere scritte a mano. In un terzo caso sono state fatte osservare le lettere (questo è il metodo che tradizionalmente usiamo all’inizio della scuola primaria) per farle riconoscere, cerchiare e poi scrivere. Nell’ultimo caso, la lettera viene scritta al computer.

Qual è l’unico modo in cui si è attivato in questi bambini di quattro anni l’area dell’adulto, preposta al riconoscimento delle lettere? È quello dello scriverle a mano. Premetto che la scrittura è recentissima nella storia umana: è nata solo 5.000 anni fa, praticamente nulla rispetto ai milioni di anni di vita dell’uomo sulla terra. Non possiamo quindi immaginare che la scrittura sia cablata alla nascita; non può essere un apprendimento spontaneo, ma va insegnato con accuratezza. Va eseguita a mano, provando e riprovando con il corpo, finchè non viene bene. Karin James conclude che scrivere lettere a mano di fatto forma la specializzazione neuronale delle lettere; il discorso non vale solo per la scrittura, ma anche per la lettura. Questa è la grande rivoluzione. Secondo Karin James, riconosciamo le lettere solo perchè nel momento in cui leggiamo, riattiviamo il gesto motorio che abbiamo attivato quando abbiamo imparato a scrivere. C’è, quindi, un collegamento diretto fra corpo e scrittura, tra concretezza e astrazione.

Secondo una recente ricerca dell’OCSE, prendendo a riferimento le competenze scolastiche di base (leggere, scrivere e contare),la scuola italiana è all’ultimo posto, con il 28% di persone che in età adulta è inadeguata a leggere un testo, un giornale o a comprendere messaggi alla televisione, mentre la media europea è del 13%.

Stiamo parlando di oltre un quarto della popolazione.

Non può non esserci una responsabilità della scuola. Vorrei sottolineare un’osservazione del Direttore del Dipartimento istruzione dell’OCSE:

«L’output che va perso a causa di strategie o pratiche scarse nell’istruzione lascia molti Paesi in quello che equivale a uno stato permanente di recessione, che può essere più grave e profonda di quella che ha avuto origine dalla crisi finanziaria».  

Questo per significare l’impatto che questo ha non solo sulle nuove generazioni, ma proprio a livello socioeconomico.

A tal riguardo vorrei evidenziare – questo è il punto – la centralità di attività pre-scuola per creare le basi delle tre abilità fondamentali; non si può pensare di non creare un’adeguata preparazione precalcolo, prelettura, prescrittura, il che non significa anticipare. Bisogna puntare prima di tutto sulle tre abilità di base, perchè è un diritto dell’individuo, sancito dall’articolo 3 della Costituzione, quello di veder rimuovere tutti gli ostacoli che «impediscono il pieno sviluppo della persona umana».

Ci sono statistiche allucinanti sui livelli di postura, ovvero su come stanno seduti i bambini a scuola mentre scrivono o leggono. Dal Salento alla Provincia di Ferrara, il 90 per cento dei bambini di prima e seconda non sa stare seduto correttamente in classe; un quarto di bambini non impugna correttamente la matita e vi ho spiegato prima il perchè. Questo ovviamente si associa a mancati insegnamenti mirati, perchè purtroppo non abbiamo precisi riferimenti nelle indicazioni ministeriali su come affrontare aspetti grafo-motori.

Alla fine della scuola dell’infanzia abbiamo un livello grafo-motorio insufficiente per il 41 per cento dei casi. Questi stessi bambini, per il 77 per cento, restano poi insufficienti in seconda elementare quando scrivono in corsivo. Ciò significa che la scuola dell’infanzia non li ha preparati adeguatamente: se un bambino non ha raggiunto i prerequisiti non ce la fa nella scuola primaria di oggi, che va velocissima e propone una quantità esagerata di contenuti.

È una scuola in cui non sono più prioritarie le tre abilità di base del leggere, dello scrivere e del contare. Ne consegue che nell’attuale insegnamento, dal mio punto di vista, manca a monte una formazione specifica degli insegnanti, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto grafo-motorio, ma non solo; mancano precise indicazioni ministeriali su come promuovere i prerequisiti e l’insegnamento della scrittura a mano, con metodologie sperimentate sul campo. L’insegnante non può scegliere il libro o il metodo a seconda della moda.

Manca – questa a mio avviso è una lacuna gravissima – un unico modello di scrittura in corsivo funzionale, come in altri Paesi. Cito la Francia, dove tutti i docenti insegnano con un modello, che è studiato a livello di ricerca ed è aggiornato secondo i bisogni dei bambini. Il nostro modello risale agli inizi del Novecento e da allora non è stato più rivisto. Infatti, se andiamo a vedere l’alfabetiere degli anni Cinquanta è praticamente identico a quello di oggi: cambiano le figure, ma permangono quattro caratteri alla volta, che è assolutamente deleterio per l’apprendimento dei bambini; eppure, la maggior parte dei libri ancora è cosı`.

Questo perchè mancano uno studio e una precisa indicazione agli insegnanti. Se notate, le lettere sono divise in tre parti, perchè un tempo si usava il pennino metallico e questo metodo consentiva meglio a questo strumento rigido di eseguire le lettere. Peccato che non usiamo più il pennino metallico da un bel po’ di tempo.

Concludo con l’analisi di una breve ricerca sull’uso delle LIM. È una ricerca che abbiamo realizzato sull’uso delle lavagne interattive multimediali su una piccola campionatura che ha interessato le province di Ravenna e Forlì-Cesena, ma ci piacerebbe che fosse allargata a tutto il Paese. Naturalmente facciamo quello che possiamo come associazioni.

Abbiamo scoperto, somministrando alcuni questionari agli insegnanti nella scuola primaria, che per più della metà di loro l’insegnamento della scrittura va decisamente meglio con la lavagna in ardesia. Peccato che dalle mie parti sia stata smantellata da molte scuole, senza interrogarci su quale delle due (lavagna in ardesia o LIM) fosse più adeguata. Non sarebbe piuttosto il caso di tenerle tutte e due (questa è la mia proposta), a seconda dei bisogni, delle funzioni e anche dell’età del bambino? Nei primi anni di scuola primaria magari è meglio, per molte attività, usare la lavagna in ardesia. Diversamente, se l’insegnante vuole mostrare un video, proiettare testi o fare una ricerca online, può essere utile la LIM.

Il problema non è, a mio modo di vedere, tecnologia digitale sì, tecnologia digitale no; il problema è come gestirle e come graduarle a seconda dell’età del bambino. Dobbiamo sempre ricordare che il digitale è uno strumento e non deve essere una finalità. È l’adulto, l’insegnante e il genitore che devono avere ben presente quale sia la funzione dello strumento in quel momento.

Soprattutto, dobbiamo avere un approccio di cautela e di prudenza, trattandosi di minori, e in particolar modo di bambini piccoli.

Vorrei fare, poi, una puntualizzazione sull’aumento dei disturbi di apprendimento negli ultimi anni in Italia. Le percentuali su questo fenomeno ci provengono da rilevazioni del MIUR:

Negli ultimi sette anni i bambini con disturbi di questo tipo sono passati dallo 0,7 al 3,2%, con un aumento pari al 357% e sono in constante aumento. Questo cosa significa?

Non è possibile che siano cambiati i bambini; certo, c’è più screening, ma sappiamo benissimo che al Sud non si fa screening, eppure, probabilmente, per quella che è la mia esperienza, avremmo percentuali anche più alte.

La disgrafia è il disturbo che è più aumentato negli ultimi quattro anni, con un aumento del 163%.

La riflessione a cui vorrei portarvi è questa: cosa fare intanto con questi bambini? Attualmente, secondo la legge n. 170 del 2010 sui DSA, che rintraccia cause prevalentemente innate e di natura neurobiologica, si provvede a fare una prima diagnosi di disgrafia e, in caso di necessità, si passa a un trattamento di riabilitazione attraverso strategie dispensative e compensative, prevalentemente attraverso una «tecnologia di assistenza» (si chiama così), quindi con l’uso di tablet e di tutta la tecnologia digitale. Ciò significa che, per chi non sa scrivere bene in corsivo, dispenso (può scrivere di meno); oppure compenso e faccio usare uno strumento tecnologico o scrivere in stampatello.

Tuttavia, a oggi, come ci ha riferito anche il professor Spitzer, non abbiamo prove che l’uso della tecnologia di assistenza e, soprattutto, il suo insegnamento (perchè, ripeto, questo è solo uno strumento e ciò che conta è quello che sta dietro) comportino risultati migliori rispetto alla metodologia tradizionale o di altro genere.

A quale mi riferisco? Presso l’Università degli studi di Ferrara ho promosso un master – l’unico in Italia – per consulenti didattici e rieducatori alla scrittura, attraverso il quale si intende promuovere la rieducazione alla scrittura secondo una visione pedagogico-didattica. Le scienze ci dicono che è superata la dicotomia tra innato e acquisito, in quanto c’è un’interazione. Pertanto, dobbiamo andare a rintracciare cause sociali, scolastiche ed educative che si combinano con le caratteristiche del bambino, che possono essere anche di natura neurobiologica. Ancor prima di nascere – lo sappiamo tutti – subiamo i condizionamenti dell’ambiente. Non c’è più distinzione tra difficoltà e disturbo, in quanto c’è un continuum tra difficoltà lievi, medie e gravi.

La rieducazione alla scrittura serve non per portare a un livello standard, ma per far recuperare il più possibile e migliorare in maniera evidente il livello del bambino. L’importante è infatti realizzare il potenziale massimo di ciascun bambino. Quando lo sapremo? Non prima, come ci dice la teoria secondo cui esistono delle cause innate.

Vi posso assicurare, sulla base della mia esperienza più che ventennale nella rieducazione alla scrittura, che so se un bambino è recuperabile solo in un secondo tempo. Solo dopo aver dato tutti gli stimoli possibili, vi so dire se un bambino ce la farà a recuperare, oppure se è un vero disgrafico. Ciò accade perchè questa interazione è unica, a causa della neuroplasticità, dei tanti stimoli e della neurodiversità di ognuno di noi. Ogni mappa del cervello è diversa e, quindi, non posso sapere prima come un bambino reagirà agli stimoli. Gli stessi stimoli vanno magari bene per un individuo, ma non per un altro.

Passo a illustrarvi il mio metodo, che si basa su una ricerca di pedagogia sperimentale di continuità che porto avanti da vent’anni. Consentitemi di dirvi cosa si dovrebbe fare, illustrandovi un modello che attuo nella mia ricerca e nelle scuole che vogliono adottarlo. La prevenzione è la base e va realizzata per tutti gli alunni, dalla fine dell’asilo nido, durante la scuola dell’infanzia e per i primi anni della scuola primaria, in una logica continuativa, ossia utilizzando lo stesso metodo.

Vi è poi il potenziamento: ai bambini che hanno ancora difficoltà vanno forniti ulteriori stimoli per valutare se riesce a recuperare. A seguire, vi è il recupero: occorre un intervento individualizzato da parte di un esperto. Solo alla fine di questo percorso – l’ho già detto – sono in grado di valutare e, quindi, limitare i danni, contenendo il ricorso alle strategie compensative e dispensative. Solo per un limitato numero di bambini dovrei eventualmente utilizzare questa tecnologia di assistenza. Quindi, il mio metodo parte dalla concretezza per arrivare all’astrazione. Parte dall’analisi della realtà (faccio l’esempio della chiocciola) per poi passare all’esperienza del corpo. Facciamo percorsi motori e usiamo moltissimo le mani. Solo alla fine scriviamo lo stesso tracciato e la stessa forma. I bambini fanno le lettere anche con il corpo e le riproducono con il pongo, perchè hanno prima bisogno della sensorialità in modo che l’esperienza corporea imprima profondamente gli apprendimenti nel cervello.

La grafomotricità è prima in verticale e poi in orizzontale. Dico questo per farvi capire il mio modello di lettere in corsivo, che ha vent’anni di storia e viene sempre un pò rielaborato. L’ultima lettera che abbiamo introdotto, sulla base della ricerca, è la «z». Sono lettere continue al loro interno e semplificate, così da facilitarne l’apprendimento per il maggior numero possibile di bambini. Tali lettere consentono inoltre un movimento progressivo e sono molto simili a quelle che troviamo in Francia o nel modello inglese.

Signor Presidente, onorevoli senatori, nel ringraziarvi per l’attenzione,

Vorrei concludere con questa frase di Nelson Mandela:

«Non ci può essere rivelazione più vera dell’anima di una società del modo in cui tratta i suoi figli».


I resoconti dell’“indagine conoscitiva sull’impatto del digitale sugli studenti, con particolare riferimento ai processi di apprendimento” – Capitolo 4.

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CONTINUA…

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