La tecnologia che blocca la libertà di pensiero

In Senato l'allarme degli esperti già dal 2019. ComeDonChisciotte riporta gli interventi dell'“indagine conoscitiva sull’impatto del digitale sugli studenti”. Scuola digitale: Capito 2 - Lamberto Maffei, professore emerito di Neurobiologia ed ex presidente dell'Accademia Nazionale dei Lincei.

Introduzione a cura della Redazione

Adottato con decreto del Ministro dell’Istruzione n. 161 del 14 giugno 2022 – durante il Governo Draghi – e finanziato dal PNRR come parte degli obiettivi fissati per l’ottenimento dei fondi (Target UE M4C1-19), il ‘Piano Scuola 4.0’ rappresenta il definitivo tassello per la transizione digitale di tutto il sistema scolastico italiano entro il 2025.

Lo scopo dichiarato è dotare la didattica dell’uso massivo di tecnologie informatiche, allo scopo di trasformare le aule “in ambienti innovativi di apprendimento” e realizzare “laboratori per le professioni digitali del futuro” prevedendo persino lezioni nel Metaverso, denominato orwellianamente Eduverso. Tutto in perfetta conformità con quanto stabilito dalla Commissione europea con il ‘Piano d’azione per l’istruzione digitale’ a partire dal 2018, ribadito e rafforzato nel 2021 in piena pandemia.

Per comprendere l’evoluzione della trasformazione digitale imposta dalla Commissione in Europa a partire dal 2010 vi invitiamo a scaricare il PDF allegato.

In questa sede vogliamo invece incentrarci sui pericoli che la digitalizzazione della didattica comporta per i più piccoli, i nostri figli, fratelli, nipoti; soggetti considerati fragili poiché dalla mente plasmabile che più di tutti subiranno questa trasformazione, inconsapevoli dei danni che subiranno.

Il ‘Piano Scuola 4.0’ è infatti stato adottato nonostante non esista nemmeno uno studio scientifico in grado di dimostrare la migliore efficacia della nuova didattica rispetto alla metodologia tradizionale e nonostante – fatto ancora più grave – numerose ricerche ne abbiano evidenziato i danneggiamenti dei processi di apprendimento e della salute degli studenti.

E quando tutto ciò, tra qualche anno, sarà palese – proprio come sta accadendo in questo momento in Svezia – i nostri rappresentanti non potranno giustificarsi poiché proprio la 7ª Commissione permanente del Senato italiano organizzò nel 2019, un’“indagine conoscitiva sull’impatto del digitale sugli studenti, con particolare riferimento ai processi di apprendimento”, invitando alcuni dei più autorevoli esperti del settore che lanciarono un vero e proprio grido di allarme.

La Redazione ha quindi deciso di pubblicare i resoconti dell’indagine, in vari appuntamenti (1 ogni settimana) relativi alle rispettive sedute, svoltesi dal 11 giugno 2019 al 2 dicembre 2020.

Qui l’indagine integrale: https://www.senato.it/Leg18/3545?indagine=16

Resoconto n° 1 – 11 giugno 2019 – Audizione del prof. Manfred Spitzer (CAPITOLO 1)

Resoconto n° 2 – 2 ottobre 2019 – Audizione del prof. Lamberto Maffei, ex direttore dell’Istituto di Neuroscienze del CNR (dal 1980 al 2008) e del Laboratorio di Neurobiologia alla Scuola Normale Superiore di Pisa, professore emerito di Neurobiologia alla Scuola Normale ed ex Presidente della prestigiosa Accademia Nazionale dei Lincei (dal 2009 al 2015). Autore dei saggi  “La libertà di essere diversi. Natura e cultura alla prova delle neuroscienze” (2011),  “Elogio della lentezza” (2014), “Elogio della parola” (2018), “Elogio della ribellione” (2016), “Solo i folli cambieranno il mondo” (2023).

Video della seduta: https://webtv.senato.it/Leg18/webtv_comm?video_evento=26201

Documentazione depositata agli atti: La rivoluzione della velocità. L’individuo nell’era digitale

 

“Signor Presidente, onorevoli senatori, sono molto onorato di essere qui e di poter esprimere la mia opinione sull’argomento in esame. Ho visto, anche su vostro suggerimento, l’audizione del professor Spitzer che si è svolta nel mese di giugno sullo stesso tema. Devo dire che il professor Spitzer è un grande esperto dell’argomento. Siamo entrambi medici, quindi abbiamo una preparazione molto simile e di conseguenza non vorrei ripetere esattamente ciò che vi ha già illustrato, ma vorrei cercare di aggiungere qual che integrazione.

Condivido interamente ciò che ha riferito il professor Spitzer, il suo concetto di demenza digitale, e ciò che proponeva, ovvero di non portare il digitale nelle scuole e di allontanarlo dai bambini.

Tutte le patologie che ha elencato, comprese quelle dismetaboliche, da un punto di vista medico sono così evidenti che ormai penso siano inglobate nella conoscenza degli insegnanti (e anche i politici, in una certa maniera, ne sono a conoscenza).

Cercherò di dire qualcosa che secondo me è utile, partendo proprio dall’inizio. Vorrei partire in maniera divertente, visto che l’argomento in esame è tutt’altro che divertente e implica problemi che sono già presenti nel nostro Paese, ma che certamente aumenteranno. Parto dunque da lontano, ovvero dai primi uomini: essi certamente non parlavano. Lucy, il cui nome deriva dalla famosa canzone dei Beatles, «Lucy in the Sky with Diamonds», vissuta circa tre milioni di anni fa, certamente non parlava. Quindi era un animale istintivo, un uomo istintivo, e soprattutto guardava. Era un animale visivo: vedeva un pericolo e doveva scappare, per sopravvivere.

Poi, recentemente, circa sessantamila anni fa, è venuto il linguaggio. Il linguaggio è un miracolo, è un’alterazione del cervello. Nell’emisfero sinistro nascono i lobi del linguaggio: il lobo recettivo, Area di Wernicke, e il lobo di uscita, Area di Broca. A tale proposito va ricordato Paul Pierre Broca, che nel 1861, eseguendo semplicemente delle autopsie, aveva notato che chi aveva un disturbo nel linguaggio, un’afasia, aveva anche qualcosa in questi centri del linguaggio. Se ne uscì così con una famosa frase, che è su tutti i libri: «Nous parlons avec l’hémisphére gauche», l’emisfero sinistro, che è quindi sviluppato nel linguaggio. Dunque è venuta la parola, circa sessantamila anni fa, che dal punto di vista evolutivo è come se fosse ieri, e la parola è un grosso miracolo.

Poi, saltando in avanti negli anni, si sono sviluppati i sistemi visivi, il primo dei quali è la televisione. Già Italo Calvino, a proposito della televisione, poneva il tema del ritorno alla visione e al visivo e poneva anche il problema della cura. Quindi, con il tempo, guardando la televisione è come se si fosse tornati indietro ad usare gli occhi, invece che altri sensi. Infine siamo arrivati al telefono cellulare e alla comunicazione attraverso lo smartphone. Il cellulare è naturalmente uno strumento meraviglioso: naturalmente qui non vogliamo assolutamente fare una critica della scienza, la scienza va da sè, in parallelo anche con la conoscenza. È un grande miracolo ciò che è stato fatto, in così breve tempo, e può certamente essere molto positivo da un punto di vista sociale, ma anche dal punto di vista politico, perchè aumenta la partecipazione e la comunicazione.

Come tutte le grandi invenzioni ha però i suoi effetti collaterali, che il professor Spitzer, nell’audizione di giugno, ha ben evidenziato. I cinesi, che sono espertissimi in questo campo, hanno inventato la definizione di «to´u zu´», cioè i ragazzi con la testa piegata, perchè tutti stanno con la testa piegata. Sembra un divertissement, ma è un fatto da notare, tanto che spesso si sviluppa una forma di miopia. Sembra una piccola cosa, visto che la miopia può essere curata, ma è anche dovuta al fatto che questi ‘aggeggi’ emettono una luce di colore blu. Il colore blu ha un processo di rifrazione particolare e quindi porta al fuoco in maniera diversa. Inoltre è da ricordare che i recettori del blu, nella retina – ci sono infatti i recettori del rosso, del verde e del blu – sono minori e hanno minore importanza. Questo è un particolare da notare.

Chi ha potuto vedere a Milano l’opera dell’artista di strada Banksy sa che ha cominciato a ragionare umoristicamente sul digitale, raffigurando due amanti giovani che si curano e si abbracciano, ma ognuno dei quali guarda il proprio cellulare.

Il cellulare è così importante che il tatto, l’abbraccio e la carezza si perdono, perchè in ciascuno sta entrando qualcosa di importante nel cervello. Perchè ‘comportamento’ significa ‘cervello’: da questo non si può sfuggire.

Voglio dire, da neurobiologo, che quando qualcuno dice di aver cambiato idea, come si dice molte volte, ciò significa, senza possibilità di dubbio, che qualcosa nel cervello è cambiato.

Così sono arrivati i ragazzi definiti come NEET (not in education, employment or training), che sono ben noti, e hikikomori, cioè confinati.

I ragazzi confinati, che in Giappone sono più di due milioni, costituiscono un problema e stanno aumentando.

A tal proposito voglio evidenziare una cosa importante per il nostro Paese: il numero di questi ragazzi confinati è proporzionale allo sviluppo tecnologico del Paese.

Sono infatti più numerosi in Giappone e in Corea del Sud, in Italia siamo vicini ai 100.000 casi; vanno poi considerati anche i singoli dati nelle diverse Regioni. Questi dati si conoscono perchè questi ragazzi hanno bisogno della medicina e della cura. È noto, ma è opportuno ripeterlo, che essi si chiudono nella loro stanza e che rifiutano la realtà che noi – perchè la colpa è nostra – gli offriamo. Essi parlano con tutto il mondo, ma in realtà non parlano con nessuno, non vedono più il sole, non toccano. Il tatto e la carezza sono un rapporto umano che non si può dimenticare. Spesso si rifiutano anche di uscire.

In Giappone è nato un nuovo lavoro, che da noi ancora non si è sviluppato, e che viene svolto da alcune studentesse. Parliamo di ragazzi che non escono dalla loro stanza; ecco che allora vengono appositamente pagate delle ragazze affinchè, con il loro savoir faire, non amoroso ma affettivo, li portino fuori o cerchino di portarli fuori, di rimetterli nella realtà, e spesso ci riescono.

Questo per far capire a che punto siamo arrivati. Forse noi come insegnanti – e anche voi, per la vostra parte – dobbiamo chiederci se è colpa nostra: magari rifiutano la realtà perchè siamo noi a offrirgli una realtà che hanno ragione di rifiutare? Ecco, è una riflessione che dovremmo affrontare, perchè sono i più vecchi coloro che ‘fanno’ la realtà; gli abbiamo trasmesso i geni, gli abbiamo dato l’educazione: è ovviamente colpa nostra, e però anche noi non lo abbiamo fatto apposta.

Fra i tanti dati, cito una ricerca davvero recentissima che hanno fatto in Texas – entro subito nel cervello – dove si è visto che intanto questi ragazzi sono meno ribelli, sono più passivi: è questo l’aggettivo appropriato. Si nota un’alterazione delle aree frontali e prefrontali, le aree nobili del cervello. E poi, come diceva il professor Spitzer, bisogna considerare tutti i disturbi dismetabolici: il fatto che stiano fermi provoca disturbi che vanno dal diabete alla depressione, oltre al fatto che non hanno un’attività sessuale. Il problema è proprio di isolamento. Ma voglio insistere su un aspetto:

Lo smartphone come droga. Certamente avrete l’esperienza dei figli: provate a levare lo smartphone a un ragazzo, che magari non è neanche di quelli che si rinchiudono, ma che comunque lo usa molto – si arriva a 250 volte come media giornaliera – e vedrete che è come se gli toglieste la droga. Provate a farlo: quel ragazzo non sa più neanche ragionare. Bisogna ricomprarglielo.

Questo succede anche nell’adulto; forse, se ci pensiamo, accade anche a noi: se ce lo levano, come si fa?

Poi si analizzano i livelli di cortisolo, l’ormone della reattività, e della dopamina, che è l’ormone della ricompensa. Ecco, il cellulare diviene una ricompensa, la cocaina, una piccola cocaina strumentale, in quanto anche la cocaina agisce sulla dopamina. Siamo come vedete nella patologia del sistema nervoso, e questo fenomeno sta certamente aumentando.

Affrontando il problema, considerando anche la nostra colpa, come si è arrivati a questo? È avvenuto tutto velocemente. Il premio Nobel per la fisica nel 1932 vedeva un’armonia fra conoscenza e tecnologia; ne parlava come scalini della stessa scala, ed io stesso, da sperimentatore, potevo confermarlo: era vero. Si pensi al tubo catodico: dava delle conoscenze; quindi, era tecnica che sviluppava conoscenza; poi la conoscenza dei transistor sviluppava altra conoscenza; e la cosa era armonica nel tempo.

Poi cosa è successo? È intervenuta la velocità. È avvenuto tutto così rapidamente. Forse noi adulti – ci metto anche voi, con il vostro permesso – più ‘cellulitici’ nel cervello, abbiamo inglobato con meno interesse e meno entusiasmo; ma il giovane, che ha un cervello fantastico, lui lo ha appreso, ed era un gioco. Era una nuova scuola, il futuro, quello che sarebbe successo domani e, nello stesso tempo, era divertimento rispetto alla nostra scuola, che era ‘seria’. D’altronde, già la Montessori aveva chiaramente detto che per insegnare bisogna anche far divertire, e questo è vero sempre, anche – posso dirlo per esperienza – nel curare, per esempio, la demenza: bisogna far divertire, perchè divertire è la dopamina; è ciò che risveglia il cervello. È avvenuto tutto rapidamente:

Il pensiero rapido è diventato dominante. Ho scritto qualcosa sullo sviluppo del pensiero rapido, che è quello istintuale, è una risposta, un riflesso: a causa della luce in un occhio, la pupilla si restringe. Sono riflessi.

È il credere sul pensare, il cervello motorio.

Vedete come ci muoviamo tutti? Abbiamo sempre furia: andiamo di qua, di là, non abbiamo mai tempo. Abbiamo sempre da fare tanto da non avere il tempo di ascoltare. Ascoltare è diventato impossibile, abbiamo troppo da fare. La biologia – è bene pensare ai punti di riferimento – ci ha dato due elementi essenziali, che è difficile dimenticare: la nascita e la morte. Vogliamo andare più veloci per arrivare prima?

E poi è successa una cosa in questi giovani: la fuga dalla parola. Non parlano più. Un’insegnante delle scuole elementari – in Toscana, intorno a Pistoia – mi raccontava che per prima cosa faceva parlare i ragazzi perchè parlavano poco, come se avessero perso l’esercizio della parola.

Questo era il primo problema che aveva a scuola: la fuga dalla parola. Voglio insistere su questo perchè la parola è anche ragionare; la parola è la base del pensiero. Il texting, lo scrivere, ha sopperito: i giovani preferiscono scrivere – dicono che è più preciso – piuttosto che parlare.

Siamo fuori dall’invenzione del linguaggio, che – lo posso dire come mestierante – è l’invenzione del razionale. Il cervello della parola è anche il cervello della ragione.

Che cosa è successo? I ragazzi sono diventati soli, perchè sono soli in quella stanza, e la solitudine provoca tutti quegli effetti di cui parlava il professor Spitzer.

Il cervello – se mi posso permettere; voi conoscete queste cose meglio di me – è un po’ come il muscolo: se lo usate, funziona; se non lo usate, si inflaccidisce, non funziona. Peggio, il muscolo va continuamente stimolato, che è la ragione anche della nostra vita: più stimoliamo, più abbiamo un cervello vivente. Altrimenti è la solitudine.

La solitudine della digitalizzazione, la demenza digitale di cui parla Spitzer, si vede benissimo nell’anziano.

È terribile, perchè non riesce neanche a usare gli strumenti; il linguaggio è difficile, i figli sono andati via, usano un’altra velocità di linguaggio. Ecco, questa penso possa essere una variabile aggiuntiva della demenza senile, di cui mi sono occupato molto. Questo può essere un uomo imprigionato in una rete, ma è anche un neurone (ne abbiamo tanti di neuroni, miliardi): immaginate che questo sia un neurone a cui arrivano tutte queste entrate.

Quando a un neurone, che è la base del cervello, arrivano una, due o tre entrate, le analizza, ma alla quinta o alla sesta entrata non ce la fa più. Il neurone è una macchinetta specializzata dall’evoluzione, ma non risponde più. Si ha proprio un’occlusione del cervello, usando un’espressione tecnica della neurobiologia; a un certo punto il neurone non ce la fa più; pertanto quando questi ragazzi, e anche noi, ricevono tanti messaggi, il cervello comincia a ingarbugliarsi, non risponde più e allora si perde conoscenza. Pensate a cosa vuol dire portare un cellulare in classe proprio dal punto di vista neurobiologico: i neuroni sono occupati, anche con tutta la buona volontà non possono ascoltare quello che l’insegnante dice su Leopardi o sul teorema di Pitagora.

Prima si parlava del fatto che tutti gli esperti – come Steve Jobs – non hanno mai permesso ai loro ragazzi di usare il cellulare fino a dopo l’adolescenza, perchè è chiaramente un elemento patologico, perchè, come dicevo prima, si inserisce nel cervello, diventa protesi.

Quando lo togliete a un bambino, a un ragazzo, questi non sa più ragionare, perchè è diventato protesi, e le protesi celebrali sono pericolose.

Dobbiamo quindi condurre questa lotta; il cellulare di per sè non ha colpa, è un elemento meraviglioso. Vorrei partire da questo ragionamento per dire qualcosa di aggiuntivo rispetto alle considerazioni di Spitzer, iniziando da una frase di Einstein in cui diceva che i computer sono incredibilmente veloci, accurati e stupidi; gli uomini sono incredibilmente lenti, inaccurati e intelligenti; l’insieme dei due è una forza incalcolabile. Questo pensiero saggio di Einstein è vero anche oggi dopo tanti anni. Rispetto all’affermazione per cui il cervello è una macchina lenta, vi chiedo se avete notato che quando siete in treno in velocità non vedete il nome delle stazioni: non le potete leggere perchè il cervello è lento, non ce la fa a leggere queste cose. I cellulari sono almeno un milione di volte più veloci nella loro elaborazione; per tanto questa rincorsa al cellulare perchè il calcolatore è meglio del nostro pensiero ha creato una discrasia fra noi e lo strumento che sostanzialmente ci dà stress.

Vorrei dirvi una cosa, che vi prego di considerare. Le sinapsi, che nel cervello sono miliardi, sono il punto cruciale, sono l’unione dei neuroni (non vorrei dire cose banali, che sapete molto meglio di me). Esse crescono dalla nascita, aumentano e, come sapete, sono maggiori nel lobo frontale, nel lobo nobile, verso i tre anni, poi rimane un plateau e in seguito diminuiscono. Sono la descrizione del nostro pensiero: cresce e poi diminuisce inesorabilmente con la vecchiaia, è così. In questo modo, quando voi portate il vostro bambino dal pediatra – lo dico sempre, ma mi sembra opportuno ripeterlo – il pediatra ha tre volte meno le sinapsi del vostro bambino, quindi una potenzialità celebrale tre volte minore.

Questo bambino ha dunque tutte le potenzialità specifiche; il numero di sinapsi rimane ma poi, come vedete, diminuisce e questo calo è il decremento del lavoro celebrale della vecchiaia. Se in questo processo si inserisce qualcosa, si ha la demenza senile.

Faccio un salto con il pensiero per parlarvi di una cosa stranissima, cioè dei kamikaze (la parola significa vento divino), che si buttavano con il loro aeroplano sulle navi ed erano educati così. La biologia si basa su due leggi fondamentali da cui non si può sfuggire: la sopravvivenza, quindi il restare vivi, il mangiare, e la sopravvivenza della specie, quindi il sesso.

I kamikaze erano persone come le altre e si buttavano perchè venivano manipolati nella prima infanzia; d’altronde, avete visto che questi ragazzini che spesso diventano kamikaze leggono il Corano a quattro anni. Lo fanno a quell’età perchè il cervello apprende tutto, perchè hanno tutte queste sinapsi; è semplicemente la macchina che funziona meglio, imparano le lingue, imparano tutto. Mi chiedo quindi: perchè noi insegnanti (ma anche voi) non facciamo i kamikaze della cultura?

Quando ero presidente dell’Accademia dei Lincei mi sono occupato di questo problema, di parlare con il Ministro (anche con quello attuale), che aveva un atteggiamento non negativo, per iniziare presto con l’insegnamento.

Le scuole materne ed elementari sono essenziali, è lì che formiamo il cittadino che poi va alle scuole medie (che sono ancora importantissime ma sono un pò in decadenza), poi al liceo, dove lo studente è già un elemento razionale, poi all’università, che dovrebbe dare il lavoro: prima si fa il cittadino e poi si fa il lavoratore. Questo tema di insegnare ai giovanissimi io lo pongo alla vostra attenzione perchè lì è molto più facile, imparano tutti: è lì che si forma il cittadino.

Tanti anni fa – non tantissimi– in America c’è stata una scuola dove hanno fatto questo tentativo, con risultati molto positivi. Hanno fatto i kindergarten, la scuola dei tre-quattro anni; davano risposte molto positive nell’ambito di sei o sette mesi, era un esperimento, ma dava un’indicazione. In questa sede non si discute sullo strumento, ma dobbiamo anche considerare una cosa che forse si allarga dal bambino, che certamente abbiamo il dovere di curare, a qualcosa che interessa la società, tutti noi, vale a dire gli algoritmi.

Gli algoritmi sono arrivati a una precisione tale da essere meravigliosi. Si è formata la controfigura digitale; non so se lo avete notato (certamente sì), ma è sufficiente che io dica di andare al Senato perchè subito mi arrivino sul cellulare informazioni su alberghi, senatori, eccetera. Sanno tutto, quindi ormai il cervello è pubblico, e arrivano tutte queste informazioni. L’algoritmo, la controfigura digitale, è quella cosa che, se volete comprare una macchina, sa quanto denaro avete, quali colori preferite, conosce i vostri eventuali hobby e che vi consiglierà una macchina meglio di voi. Però ci piace questo?

Forse no. Siamo arrivati a questo per alleggerire, però è vero. A Nassau c’è questa scuola evangelista dove, se si va in chiesa, c’è questo robot davanti al quale si può pregare e chiedere una benedizione. Questo robot alza le mani, dice frasi della Bibbia, dà la benedizione, e la gente è contenta. Ma non è finita qui, perchè, pigiando un bottone, si ottiene un printing di quello che avete ascoltato e così le persone lo portano a casa e lo rileggono. Mi viene in mente l’Iliade: «Panto, Panto, a che siam giunti».

Vengo a un’altra questione, che è più medica, ma a cui dobbiamo pensare perchè va nella stessa linea di pensiero. La tecnologia avanza, come una cosa meravigliosa, e la medicina ne trae vantaggio.

È possibile, come ormai sapete, inserire nel cervello delle stimolazioni che variano: ad esempio, ci sono molti esperimenti sugli animali che stimolano la memoria. Tutti quelli che conoscono la materia sanno che, in certi casi di morbo di Parkinson si può inserire un elettrodo, così come si applica il pacemaker sul cuore, che li stimola ed evita il tremore. Ma questo si può fare per molte altre funzioni. La macchina cerebrale, infatti, è una macchina elettrochimica e una volta che conosciamo il meccanismo possiamo variarla con i farmaci, ma possiamo variarla anche con delle protesi che inseriamo all’interno.

Io al riguardo ho una certa paura: vogliamo delle protesi nel cervello? Protesi significa schiavitù, e la manipolazione del cervello è molto facile.

Vorrei concludere con una riflessione, che per me è importante e che leggo. È una banalità, ma così la sappiamo tutti.

Nei regimi dittatoriali la polizia impedisce di esprimere i pensieri, ma non impedisce di pensare. L’intelligenza artificiale ti fa credere di esprimere esattamente ciò che è meglio per te, ma ha interferito e bloccato la libertà del tuo pensiero, perchè ti ha dato così tante informazioni che tu pensi con quello che ti hanno detto e con quello che ti hanno infilato nel cervello. Quindi, non puoi pensare, perchè ormai il tuo pensiero, come quello dei kamikaze, è modulato, alterato.

Forse rientriamo tutti nell’ambito di quelli che vogliono curare la società. Ci dobbiamo pensare. Io non sono favorevole alla protesi nel cervello.

Però se avete qualche curiosità, per quel poco che posso rispondere, sono a disposizione.

[…]

La globalizzazione ha portato, ovviamente, dei vantaggi, tralasciamo tutta la parte positiva: la parte negativa è che ha omologato il pensiero.

Io dico, ingenuamente, che abbiamo perso la meraviglia.

Andiamo a New York e troviamo le stesse cose che troviamo se andiamo a Shanghai; bisogna andare in posti davvero particolari per trovare qualcosa di nuovo. Questa è una perdita, se volete, e ha omologato il pensiero.

E allora, e questo problema rientra anche in un’altra domanda, i problemi sono generali. Certamente il problema dei più giovani – dei confinati, chiamiamoli così – si muove in proporzione allo sviluppo della tecnologia: questo è chiaro, perchè in Giappone sono più di due milioni e anche qui crescono.

Mi fa paura il fatto che la nostra evoluzione tecnologica in tema di digitale certamente stia crescendo e crescerà, alla lunga, anche perchè sotto c’è un fenomeno economico. Perchè quei prodotti si vendono: si fa la fila per comprare un nuovo cellulare che magari, grazie a un piccolo chip, garantisce un pixel in più alla foto.

Questo è un ulteriore problema. Cosa fare? La mia proposta è quella di concentrarsi sui giovani, perchè il cervello mobile che vuole imparare è quello dei giovani. Sta a noi dare loro il cibo giusto per farli imparare e farne – come dico io – dei kamikaze della cultura.

Quest’idea non è così campata per aria; all’Accademia Nazionale dei Lincei ci abbiamo pensato e torniamo certamente a riproporla, anche perchè è una cosa relativamente facile. Forse entro ora nell’ambito di una vostra conoscenza che è maggiore della mia. Perchè dico che non è difficile da realizzare? Le mamme sono felicissime di lasciare i bambini piccoli all’asilo – il kindergarten – perchè serve da parcheggio: ebbene, il parcheggio andrebbe sfruttato. C’è poi la scuola elementare, pure importantissima.

Certamente gli insegnanti andrebbero riportati alla loro dignità, perchè insegnare a mio parere è un po’ come fare lo psicoanalista: se non c’è il transfert sull’insegnante, come si fa a imparare? E il transfert, specialmente alle scuole elementari, ma anche alle medie, è importantissimo.

Si arriva così al tema dei genitori. Quando si pranza i genitori spesso stanno al cellulare e questa è una colpa. Inoltre, i genitori non sono più riverenti nei confronti dell’insegnante: una forma di rispetto è necessaria, perchè l’insegnante è colui che forma il cittadino. C’è poco da fare, è a scuola che si forma il cittadino.

All’insegnante va ridata la sua dignità e non parlo di soldi. Mi sono occupato molto di scuola e all’Accademia Nazionale dei Lincei esiste un programma per la scuola. In tutta Italia ci sono insegnanti da cui c’è da imparare e che mettono amore nell’insegnamento; altri invece no, ma ripeto, c’è una base di insegnanti da cui c’è tutto da imparare. Quando ero Presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei seppi di un’insegnante che aveva insegnato molto bene a dei ragazzini che conoscevo e decisi quindi di scriverle per farle le congratulazioni per ciò che faceva.

Insegnare ai giovanissimi è una strategia fondamentale se vogliamo fare dei cittadini e formare il cittadino prima che il lavoratore. Non vi è profondità nei rapporti, insomma. Anche il parlare non a voce, ma con le dita – mi riferisco al texting – è una maniera di raffreddare i rapporti.

Possiamo cambiarli dal punto di vista cerebrale? Sì, perchè il cervello cambia quando gli viene fatta fare continuamente una cosa diversa. Può poi tornare indietro, ma ci mette tempo.

Il cervello è fatto così: può cambiare, è la sua proprietà. Se gli insegnate a fare una cosa, a un certo punto cambia. Non è un caso – se ne parlava prima – che i bambini e i ragazzi usano i pollici molto velocemente per fare il texting.

Mi è stato poi chiesto che cosa non dobbiamo fare. Si tratta di quello che ho detto prima: noi non dobbiamo dare l’esempio di essere dominati dal cellulare. Il cellulare è uno strumento.

All’Accademia Nazionale dei Lincei ho fatto partire un corso importantissimo sull’insegnamento digitale nelle scuole (certamente il corso migliore che ci sia in Italia, con il coinvolgimento di molti esperti). Questo corso, che va benissimo, viene fatto a Roma, Milano, Salerno e Torino (sono i quattro posti dove abbiamo cominciato). Nel corso viene insegnato che questa demenza digitale, come la chiamo spesso, deve diventare cultura digitale. Cosa significa l’espressione «cultura digitale»? Il cellulare è uno strumento: dobbiamo usarlo e in una certa maniera piuttosto che in un’altra, ma deve restare strumento, cioè una cosa che ci serve ma di cui non si diventa schiavi.

Tutti noi – ma specialmente i ragazzini – siamo schiavi dello strumento.

Diventarne schiavi – rispondo così un pò a tutte le vostre domande – è segno che lo strumento si è seduto fra i neuroni e li sta guidando. C’è poco da fare, tutto quello che facciamo è guidato dal cervello.

Quindi, dobbiamo cambiare comportamento. La cultura, a cominciare da quella classica, è importante e allo stesso modo lo è lo strumento, di cui però bisogna godere senza diventarne schiavi. La velocità con cui sono cambiati gli strumenti ha impedito questa cura. Noi non abbiamo saputo curarli.

Io penso che sia anche colpa nostra, perchè, essendo più adulti, non abbiamo percepito quali gravi effetti questa invasione tecnologica avesse nel bambino. Di più non saprei dire.

Rispetto a cosa si può fare io penso che nelle scuole, specialmente in quelle primarie, andrebbe inserita più scienza classica, nel senso della parola greca, ossia di logica. Non uso la parola matematica, che forse è troppo grande, ma occorre insegnare che c’è una causa che ha un effetto, così il cervello impara a ragionare, e a non prendere per buone tutte le notizie che arrivano, come succede.

Forse un po’ più di scienza, opportunamente pensata, andrebbe inserita nelle scuole elementari, ma anche nella scuola dell’infanzia. Il nostro Paese gode certamente di una cultura umanistica ricca che anche oggi viene curata e tutti ne siamo contenti, ma noi insegnanti (così come voi) dobbiamo domandarci se la scienza venga ugualmente curata o se invece non sia un po’ trascurata. Il problema non è che non impariamo un concetto o un altro: nei libri c’è tutto e possiamo imparare tutto, ma alla scienza non viene attribuita la giusta valenza e la giusta importanza. Lo scienziato dovrebbe invece essere considerato una persona importante della società, colui che porta la ragione e che per tutta la vita ha studiato che dopo A viene B.

Sono sempre stato in scuole in cui erano presenti sia gli umanisti sia gli scienziati, è così nella Scuola Normale e nell’Accademia dei Lincei, e devo dire, senza offendere nessuno, che gli umanisti sono più conservatori. Se si affronta con loro qualche argomento scientifico, come ad esempio capita nella medicina, spesso l’interesse è minimo e manca quel piccolo sforzo che occorre per capire i meccanismi di base. Questo è un fatto che ha conseguenze. Basti pensare che le grandi manifestazioni di opinione che avvengono in Italia, in questo periodo, sono quasi tutte a matrice umanistica, raramente scientifica. È vero che gli scienziati non sanno parlare ed è pure vero che gli scienziati non vogliono farlo, ma siamo noi che dobbiamo organizzare e insegnare la scienza ai bambini e ai giovani.

Secondo me ciò è essenziale, perchè porta al ragionamento, e quando un giovane ragiona può facilmente pensare che anche l’uso eccessivo dei mezzi digitali va evitato o per lo meno il loro uso non deve diventare una malattia, ovvero quella demenza digitale di cui parlava il professor Spitzer.

Già al Policlinico Gemelli, così come anche in altri ospedali, c’è un piccolo reparto in cui si può recare per curare questo tipo di problemi, che hanno natura neurologica, incidono sugli ormoni e sui mediatori chimici: dunque non si può scherzare con il fuoco”.


I resoconti dell’“indagine conoscitiva sull’impatto del digitale sugli studenti, con particolare riferimento ai processi di apprendimento” – Capitolo 2.

Scuola digitale:

CONTINUA…

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