Grecia oggi: teoria e pratica del vaso di coccio

Di Franco Ferrè per ComeDonChisciotte.org

La Grecia oggi non è più un paese sotto i riflettori: nei mesi scorsi c’è stata qualche news di cronaca, i “soliti” tragici incendi estivi, qualche inondazione qua e là frutto del cambiamento climatico – e di cosa, se no? – le elezioni con il “solito” risultato dove vince uno dei due finti poli (questa volta, come quella scorsa, la destra), etc etc. E l’ultima notizia del mainstream era, addirittura che lo spread dei titoli di stato greci è diventato inferiore a quelli italiani, come se adesso la Grecia fosse più solida dell’Italia. Eppure, noi italiani dovremmo occuparci con continuità della Grecia, e farlo con molta attenzione, per tutta una serie di motivi.

La Magna Grecia

Il primo e principale motivo fa riferimento a quella ampiamente riconosciuta affinità, quasi somiglianza, che esiste tra italiani e greci, che risale forse all’antica mescolanza derivata dal periodo ellenistico, dove la cultura latina considerava tutto ciò che era greco come segno di eleganza e distinzione, preceduto dalla presenza vera e propria dei greci come dominatori in parti rilevanti del territorio italiano: la così detta Magna Grecia si estendeva per gran parte del sud Italia, prima che ci arrivassero i romani.

Ma senza dover per forza risalire ai passati millenni, valga per tutti l’affermazione – confermata in larga parte dai fatti – dello storico ed etnologo greco Panagiotis Grigoriou che, invitato qualche anno fa ad un convegno in Italia affermava sicuro (cito a memoria)

“quando vengo qui in Italia, mi sembra di essere un po’ come nella macchina del tempo. Voi, infatti, mi sembrate noi quattro o cinque anni fa”.

Non sempre lo sfasamento temporale è stato quello ipotizzato da Panagiotis, e non tutto si è trasferito paro paro da Atene a Roma negli anni seguenti, ma l’affermazione ha continuato a contenere parecchi gradi di esattezza, a vari livelli. Uguale il percorso dei due paesi dal punto di vista politico, con una forza (là Syriza, qui il Movimento 5 Stelle) ad occupare lo scenario sotto il vessillo anti-sistema per poi tradire completamente le premesse e insediarsi come mera forza di occupazione del potere, fino a perderlo, ma non prima di avere completato la propria missione di Getekeeper designato. Uguale il destino di molte aziende nazionali, acquisite in operazioni quasi mai convenienti per il paese da entità straniere, particolarmente in settori strategici e/o infrastrutturali (vogliamo parlare dei porti e aeroporti greci, della Borsa e delle banche italiane?). Uguale il progressivo deteriorarsi dei rapporti di lavoro, in uno scivolamento verso il baratro della precarietà totale e della povertà inevitabile, segnata sia qui che là dal fenomeno dei “working poors”, ovvero di coloro che, pur lavorando, non guadagnano abbastanza per arrivare a fine mese. In quest’ambito, molto rilevante è ciò che di recente è stato approvato dal Parlamento di Atene, che di fatto ha legalizzato i doppi lavori allargando i già laschi precedenti vincoli all’orario massimo di lavoro settimanale. Quanto tempo ci metteranno Landini&c ad avallare una misura simile in Italia?

Landini e Draghi (notare la posizione reciproca: Landini sarebbe di gran lunga il più alto dei due)

Dal punto di vista geopolitico, però, la Grecia ha una posizione ed una storia del tutto peculiari e i punti di contatto con l’Italia stanno soprattutto nella comune presenza nel Mediterraneo, peraltro interpretata in chiave diversa, storicamente. In particolare, la Grecia ha vissuto (e vive) in modo prioritario il problema del contenimento e del contrasto alle mire espansionistiche della vicina ed ingombrante Turchia, con la quale i rapporti sono ormai stabilmente tesi da lungo tempo. La dottrina del Mavi Vatan (la patria Blu) adottata da Ankara nell’ultimo decennio, con il suo approccio sostanzialmente unilaterale (ne abbiamo parlato QUI) ha riproposto in modo urgente la questione della conservazione dell’esistente, in termini sia geografici sia di risorse. Le richieste di smilitarizzazione delle isole un tempo contese lungo le coste turche, unita al mai interrotto afflusso di migranti (per lo più islamici) che ne hanno in certi casi addirittura invertito il rapporto demografico a sfavore dei nativi (ad esempio nella martoriata Lesbo, visitata dal Papa, ma non per questo aiutata ad uscire dal tunnel) pongono quasi quotidianamente ad Atene la questione dell’autodifesa. Questione vieppiù importante, vista la sostanziale subalternità del governo Mitsotakis e, più in generale, dell’intera classe dirigente ellenica alle volontà giunte da oltreconfine, volontà che in molti casi sembrano chiedere l’ennesimo sacrificio ai greci, con la rinuncia alle proprie prerogative in favore di “superiori” interessi geopolitici di altri paesi. Così, prima era la Germania, nel cui territorio vivono 6 milioni di turchi, a chiedere di soprassedere alle mire di Erdogan per evitare disordini e problemi al proprio interno, poi adesso è la NATO ad avere interesse affinchè l’ingombrante e spesso imprevedibile membro sia mantenuto dentro i confini dell’Alleanza, costi quel che costi (ai greci, in primo luogo). Il che è ancora più complicato per un paese, come quello greco, che vanta secolari ed importanti rapporti con il mondo dell’ortodossìa religiosa, e quindi con settori importanti del mondo balcanico e – horribile dictu – Mosca. In nome di ciò, vi sono stati settori importanti della Chiesa ortodossa che non hanno voluto piegarsi al volere dell’alleanza e non hanno appoggiato in alcun modo le misure di sostegno a quell’Ucraina che sta chiudendo i luoghi di culto non allineati (o allineati al patriarcato di Mosca). Parliamo dei monaci delle Meteore, quegli stessi monaci che durante gli anni (non certo conclusi) dell’austerità non avevano voluto in alcun modo accettare gli sconfinamenti della Troika in campo religioso, mantenendo un’ostinata indipendenza anche economica dalla chiesa di Atene, prona allora come oggi alle volontà politiche del momento.

Tornando all’ingrombrante vicino turco, la sua fastidiosa politica di espansione ha generato un’evidente anomalia che riguarda la spesa militare di Atene, ancora oggi una delle poche voci in crescita del pur asfittico bilancio statale greco. In un panorama di generale e desolante povertà di risorse, infatti, la spesa militare greca è oggi quasi il triplo, in termini di percentuale sul PIL, del pur non pacifista vicino Erdogan, e più del doppio dell’Italia (Fonte: SIPRI – Military Expenditure Database)

Se poi consideriamo la spesa Pro Capite, cioè rapportata al numero di abitanti, la sproporzione diventa ancora più macroscopica. Del resto, le forniture militari sono state tra le pochissime voci che, anche quando la Troika comandò tagli draconiani a tutte le voci di bilancio, vennero risparmiate, forse anche perché molti fornitori erano tedeschi.

Su questo punto – e veniamo a temi di più stretta attualità – è importante sottolineare come la Grecia abbia concluso accordi di interscambio militare con Israele, con il quale condivide (su livelli meno eclatanti, ma pur sempre notevoli, come mostrano entrambe le tabelle) l’altissima spesa per armamenti e, in generale, quella sensazione di “paese sotto assedio” che ne è, con tutta probabilità, la causa. Il rapporto con Israele è stato forse l’aspetto della politica estera ellenica che più ha subito una vera e propria metamorfosi negli ultimi trent’anni, passando dal non riconoscimento dello stato ebraico, protrattosi fino al 1990, agli stretti rapporti diplomatici di oggi. Tali rapporti, concretizzatisi nei frequentissimi e approfonditi colloqui ai massimi livelli tra i due paesi (tra il 2010 ed il 2023 sono avvenute più di venti visite ufficiali tra capi di stato, di governo, ministri e viceministri delle due parti) hanno portato all’avvio di rilevanti progetti di collaborazione e/o di partenariato sia in campo militare che in quello energetico[i].

I presidenti di Israele, Grecia e Cipro in un recente vertice sull’energia (settembre 2023)

 

In campo militare, la Grecia è uno dei soli tre paesi al mondo che può dislocare proprie truppe sul territorio di Israele, e viceversa (gli altri due sono Cipro e, manco a dirlo, gli Stati Uniti), ma, al di là delle esercitazioni congiunte, la collaborazione è estesa e pervasiva su molti aspetti e comprende scambi di tecnologie d’avanguardia, come droni e relative tecniche di addestramento, ma addirittura si parla – non ci sono conferme ufficiali, ovviamente, sul punto – di messa a disposizione di Atene da parte di Israele di sistemi di difesa generale, sul modello del ”Drone Dome” di Gerusalemme, contro eventuali assalti dei ben noti droni di Ankara. A questo si aggiungono numerose forniture di armamenti tradizionali, come ad esempio missili a medio raggio, per centinaia di milioni di Euro di controvalore.

Dal punto di vista energetico, poi, la comune presenza dei due paesi nell’accordo EastMed per lo sfruttamento dei giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale, parte del così detto “triangolo dell’energia”, è solo l’effetto più evidente, poiché la collaborazione ha prodotto anche altri progetti di largo respiro, come la posa di cavi elettrici a grande profondità per oltre 1500 km e 1,5 miliardi di Euro di investimento da qui al 2026.

A questi vanno aggiunti gli interscambi commerciali degli altri settori economici, che stanno vedendo incrementi notevoli negli ultimi anni: dal 2019 al 2022 il volume complessivo di transazioni tra i due paesi è passato – secondo l’Istituto israeliano di statistica – da complessivi 764 milioni di dollari tra import ed export ad oltre 1,26 miliardi, con un incremento di quasi il 65%[ii].

Non è difficile vedere in molti dei citati accordi con lo stato ebraico una evidente matrice anti-turca, giustificata, agli occhi di Atene, dall’aggressività e spregiudicatezza del vicino. Tuttavia, Turchia o no, resta l’anomalia di un paese che spende cifre importanti sui sistemi di difesa mentre riduce drasticamente il tenore di vita di buona parte dei propri abitanti, perdendone una gran quantità: più del cinque per cento della popolazione (oltre cinquecentomila persone, per lo più giovani) è emigrato all’estero negli ultimi dieci anni. Del resto, al di là delle fanfaronate del mainstream sul “risanamento” del paese e sul (farlocco) andamento dello spread, il popolo greco ha sperimentato nell’ultimo decennio una vera e propria guerra non dichiarata nei suoi confronti. I numeri sono da conflitto militare, anche se in questo caso gli effetti sono stati ottenuti senza carri armati e bombe:

  • 39% in meno di PIL tra 2008 e 2021 (da 359 miliardi di Dollari a 216);
  • Quindici (quindici!) successivi tagli alle pensioni, con una riduzione media dell’assegno del 30%;
  • Privatizzazioni selvagge di tutti i principali asset nazionali, per lo più verso attori stranieri : gli Investimenti Diretti dall’Estero – IDE sono stati 7 miliardi di Dollari nel 2022, contro i 2,5 miliardi del 2016, ma sappiamo che, a fronte di ogni IDE che entra, ci sono profitti e asset nazionali che escono;
  • Salario medio di un lavoratore greco poco più della metà della media OCSE (27 mila Dollari contro 49 mila), in diminuzione in termini reali, a causa dell’inflazione;
  • Quasi 19% della popolazione sotto la soglia di povertà;
  • Record assoluto in Europa di famiglie che dichiarano di arrivare con difficoltà a fine mese (89%… ottantanovepercento) secondo Eurostat.

Il paese è ormai stabilmente entrato in un loop di depressione economica, debiti, povertà, chiusura di aziende ed attività, nuova disoccupazione/sottoccupazione, altra povertà etc etc che ha spinto molti greci ad un’esistenza di mera sopravvivenza. Il già citato Panagiotis Grigoriou già alcuni anni fa riportava nelle sue cronache dalla crisi come quasi la metà delle case di Atene non fosse riscaldata d’inverno, se non con la legna o stufette elettriche e che gli sfortunati abitanti che si trovavano ad avere bisogno di un’ambulanza si sentivano chiedere prima di tutto l’età del paziente, poiché sopra una certa soglia – dicevano i soccorritori – non uscivano nemmeno più per mancanza di mezzi, mentre i medici del servizio sanitario effettuavano solo un certo numero di visite gratuite ogni giorno (quelle – sempre meno – rimborsate dallo Stato), per poi farsi pagare quelle successive.

E le speranze di riscossa delle fasce più deboli sembrano essere davvero poche se anche il partito che per ultimo era sembrato opporsi, nel 2015, alle direttive omicide della Troika, ovvero Syriza, all’opposizione dopo la seconda sconfitta consecutiva alle elezioni politiche, ha scelto come nuovo segretario un banchiere di Goldman Sachs, l’ex trader Stefanos Kasselakis, ultimo epigono di quella inarrestabile trasformazione delle sinistre europee da difensori dei più deboli ad alfieri dei ricchi abitanti delle ZTL.

Mala tempora currunt, avrebbero detto i romani ai tempi della Magna Grecia. L’Europa e la NATO stanno ancora e continuamente usando i Greci come “camera di compensazione” dei propri interessi, prima per salvare le proprie banche e la loro moneta-fake, l’Euro, oggi per gestire i propri difficili equilibri geostrategici. E in tutto ciò, pure il fiero alleato israeliano sta a sua volta forzando la mano sul piano militare, ponendo il paese in ulteriore attrito con le posizioni turche, palesemente a favore della causa palestinese.

Fino a quando la corda non si spezzerà, avranno vinto loro, e la Grecia sarà tra quelli che pagheranno il conto, ma sarà, ancora una volta, la ὕβρις dei vincitori del momento a segnarne la sconfitta, alla fine?

Di Franco Ferrè per ComeDonChisciotte.org

…………….

[i] I riferimenti che seguono sono tratti da Limes n.3-2023 – “Israele e Grecia, amici per la pelle”

[ii] N. Tzogopoulos, «What’s Next for Israel and Greece?», The Begin-Sadat Center for Strategic Studies, 13/2/2023. (citato supra)

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