La Turchia di oggi come l’Italia che fu: tra Russia e NATO

Vent'anni di Erdogan, ovvero il levantinismo del ventunesimo secolo

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Di Franco Ferrè per ComeDonChisciotte.org

Gli Italo-Levantini costituiscono, secondo Wikipedia, una piccola comunità di discendenti italiani (famiglie genovesi, veneziane e in parte pisane) che ancora oggi risiede in una zona della Turchia. Infatti, nel linguaggio comune, il termine “levantino” è riferito a caratteristiche che si immagina essere proprie dei turchi. La Treccani non scende nel dettaglio geografico, ma, quanto a caratteristiche, non ci va giù leggera.

Levantino_Enciclopedia_Treccani
La definizione di “levantino” secondo la Treccani

 

Le varie accezioni del termine fanno pensare che un certo modo di intendere le relazioni (che siano interpersonali o, come diremo tra poco, tra entità più grandi), faccia parte in certo qual modo del “carattere nazionale” dei Levantini, e quindi della Turchia e, per estensione, dei leader che tempo per tempo il popolo turco si sceglie attraverso le elezioni. Tuttavia, la linea di condotta che l’attuale, e appena riconfermato, presidente turco Erdogan sta tenendo ormai da circa vent’anni incarna senza dubbio qualcosa di più del semplice “levantinismo”.

La Turchia, infatti, è oggi probabilmente l’unico paese a poter dire di intrattenere relazioni diplomatiche di un qualche tipo con la gran parte di quei paesi che si dichiarano arcinemici o comunque non dialoganti nello scenario internazionale. Erdogan parla con Gli Stati Uniti, ma anche con l’Iran, parla con Putin e riceve Zelensky in visita, realizzando poi in Ucraina (come reso noto recentemente dall’azienda turca Baykar) un polo tecnologico per produrre droni da guerra. Intrattiene rapporti con la Serbia, paese ortodosso vicino alla Russia, ma vende gli stessi droni al Kosovo, mai riconosciuto da Belgrado, il cui governo lamenta continue provocazioni da parte degli uomini di Pristina sulla minoranza serba. E se la Serbia protesta per le vie diplomatiche, ecco che Ankara gli manda in visita una delegazione per “discutere della questione” (che, in mancanza di dietro-front sostanziali, può essere tradotto come “fare ammuìna”). Eppure, la Turchia è lo stesso paese che si era proposto di fare da mediatore nelle fasi iniziali della guerra Russia-Ucraina, proposta che era stata bene accolta dalla parte russa, e non per benevolenza, quanto soprattutto per il ruolo di sponda che la Turchia stessa aveva già svolto all’interno della questione Ucraina, rifiutandosi di applicare le sanzioni stabilite, tra gli altri, dai paesi NATO, pur essendo lei stessa un membro NATO e anzi, mettendo ostacoli in quanto tale all’ingresso dei paesi scandinavi nell’alleanza (richiesto ed auspicato dagli Stati Uniti in chiave anti-russa). Eppure, ciò non ha impedito più recentemente ad Erdogan di fare cose molto gradite alla NATO e altrettanto sgradite a Putin, come la liberazione dei comandanti del Battaglione Azov catturati dai russi dopo l’assedio di Mariupol e trattenuti – in virtù dei precedenti buoni rapporti con Mosca – proprio in Turchia, per i quali era prevista la detenzione fino alla fine delle ostilità, ma che Erdogan ha consegnato nel mese di luglio a Zelensky in occasione della visita di quest’ultimo ad Ankara.

Se poi ci si sposta più vicino a casa nostra, ed in particolare nello scenario del Mediterraneo, le mai sopite mire di Erdogan sono sintetizzate nella così detta politica del “Mavi Vatan” (Patria Blu) che individua zone di influenza turca non solo su alcune piccole isole dell’Egeo, oggi sotto il controllo della Grecia (altro membro della NATO), ma anche su ampie zone intermedie potenzialmente molto ricche di idrocarburi. Questo aspetto della politica estera turca sembra delineare una tendenza più muscolare delle autorità di Ankara, utilizzata soprattutto sul fronte interno, dove il nazionalismo ha costituito storicamente una formidabile arma di propaganda dell’attuale presidente turco. Su questo fronte, nel 2019 la Turchia – all’epoca più sbilanciata in favore di Mosca – accusò il colpo rappresentato dalla creazione – favorita da USA e UE – di un’alleanza denominata East Med Gas Forum che, escludendola, la metteva all’angolo nelle attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi nel Mediterraneo (paesi aderenti: Cipro, Egitto, Grecia, Palestina, Italia, Isralele e Gordania); in quel caso, Erdogan reagì sul piano militare, con l’intervento a favore del governo libico di Serraj nel conflitto interno libico con le forze del generale Haftar, intervento che fu pagato da Serraj con la concessione di fatto alla Turchia dei diritti di sfruttamento delle parti di ZEE (Zone Economiche Esclusive) della Libia sul Mediterraneo meridionale e centrale, avvenuto con la stipula di un accordo bilaterale piuttosto generoso nell’individuare le rispettive ZEE. Tale accordo non è stato mai considerato valido dagli altri paesi, anche perché faceva entrare nei vari computi la mai risolta questione della zona settentrionale di Cipro (la così detta Repubblica di Cipro del Nord), occupata senza nessuna opposizione dal 1974 da forze filo-Turche e riconosciuta finora a livello diplomatico dalla sola Turchia.

Le ZEE secondo l'accordo Turchia-Libia del 2020
Le ZEE secondo l’accordo Turchia-Libia del 2020 – Fonte: ISPI

 

Una citazione a parte merita infine la vicenda del tentato golpe del 2016, inscenato da una parte dell’esercito, e che fallì principalmente grazie a Putin, che mandò tempestivamente le forze speciali a prelevare Erdogan (che non era ad Ankara in quel momento) prima che lo catturassero i generali ribelli. A quel tempo, Erdogan sembrò essersela “legata al dito” con l’occidente (e con Washington in particolare), considerato il mandante di fatto dei golpisti, e si avvicinò notevolmente ed in vari modi alla sponda politica russa, ma le mosse più recenti sembrano avere un’altra volta mosso il baricentro della politica estera di Ankara verso la NATO.

L’elenco delle azioni della diplomazia turca degli ultimi anni gradite ora all’uno, ora all’altro dei vari attori dello scenario internazionale potrebbe continuare a lungo, ma quello che qui interessa sottolineare non è tanto la cronaca delle singole prese di posizione, quanto soprattutto la tendenza di fondo, le costanti della politica estera di Ankara ed i suoi effetti da un lato sullo stato di salute del paese e dall’altro sul suo ruolo nello scenario internazionale.

Da questo punto di vista, se ci si limita ad osservare la situazione odierna, questo continuo vai e vieni dalle opposte sponde dello scacchiere internazionale non sembra avere prodotto conseguenze esiziali sulla situazione politica della Turchia, né sembra avere minato il suo progresso economico. La Turchia è ancora nella NATO, la Russia, pur avendole notevolmente raffreddate negli ultimi tempi, non ha interrotto le relazioni diplomatiche e Recep Tayyp Erdogan è ancora in sella alla guida del paese. Fatto, questo, tutt’altro che scontato se si tiene conto non solo del tentato golpe del 2016, ma anche delle recenti elezioni, vinte dal premier uscente in due turni nonostante il forte appoggio internazionale al candidato dell’opposizione.

Del resto, l’ambivalenza diplomatica della Turchia non può prescindere anche da alcune considerazioni di tipo materiale: l’economia turca, infatti, dipende per i propri approvvigionamenti in misura rilevante da Russia e Cina (rispettivamente primo e secondo paese per l’import, secondo la Camera di Commercio e Industria Italiana in Turchia, mentre gli USA contano solo per il 5%), mentre le sue industrie esportano massicciamente verso l’occidente (quattro dei primi cinque mercati delle imprese turche sono paesi NATO). In più, la bilancia commerciale del paese ha notevolmente beneficiato nei mesi scorsi del così detto “accordo sul grano” con la Russia che, garantendo la sicurezza del passaggio navale sul Mar Nero, ha permesso all’Ucraina di continuare ad esportare il proprio grano, con la ben remunerata intermediazione di Ankara. Accordo che, anche (principalmente?) per questo è stato disdetto da Putin nelle scorse settimane, causando notevoli danni all’economia turca. Erdogan ha insistentemente chiesto un colloquio a Putin, senza inizialmente ottenere risposta, se non un sospirato e breve incontro telefonico , che però non sembrava avere modificato le rispettive posizioni; del resto, alcune delle mosse di Erdogan che hanno irritato Mosca non sono reversibili e producono danni permanenti (i comandanti del battaglione Azov, ad esempio, liberati da Erdogan, sono riapparsi bellicosi in immagini dal fronte) e la frattura non sembra di facile composizione. Alla fine l’incontro c’è stato, la tematica del grano è stata affrontata (non risolta, ma sulla quale si è cominciato ad individuare delle strade percorribili), ma soprattutto sono state poste le basi per una ripresa delle relazioni bilaterali, con reciproche aperture su altri temi (come ad esempio il contributo russo al programma nucleare civile turco); in più, Erdogan ha riguadagnato l’importante posizione centrale di mediatore nella questione Ucraina, avallata anche dal silenzio-assenso degli altri membri NATO, da inserirsi nel più generale quadro di possibilismo sull’avvio di trattative serie per arrivare a un compromesso.

La stretta di mano tra i due presidenti a Sochi

 

Restando, per concludere, sulle linee generali,  è chiaro che tutte queste ambiguità e voltafaccia possono far storcere il naso agli atlantisti duri e puri, o ai filo putiniani della prima ora, ma delineano in estrema sintesi la linea politica di un leader, e di un paese, “levantino” nel senso più ampio e moderno del termine, cioè un paese (ed un leader) che individua tempo per tempo quali sono, all’interno del sistema di relazioni in cui è collocato, le linee di forza più favorevoli ai propri interessi e cerca di assecondarle e amplificarle con le leve a sua disposizione in quel momento, appoggiandosi agli eventi e sfruttando il ruolo strategico che la sua posizione, la sua storia e la sua forza economica gli dà.

Che poi sarebbe quello che un tempo faceva – in modo non troppo dissimile – anche l’Italia, che fino agli anni novanta era sì alleato degli Stati Uniti e di Israele, ma anche dialogava con tutti i paesi arabi e la Palestina, e portava avanti una propria politica industriale, che ci rendeva uno dei principali paesi a livello di approvvigionamenti energetici o che permetteva – in piena Guerra Fredda – alla principale fabbrica italiana, la Fiat, di fare affari in Unione Sovietica, concedendo alla Lada la licenza per la produzione di autovetture a Togliatti e collaborando alla costruzione stessa delle linee di produzione.

Oggi, niente di tutto questo. In Italia siamo piegati ai voleri di oltreoceano e, mentre i media trattano Erdogan come un contrabbandiere di sigarette, la Turchia ci sta raggiungendo per PIL pro capite a prezzi correnti, dato che, seppure grezzo, possiamo considerare un primo proxy del benessere collettivo dei cittadini di un paese (per una breve spiegazione della misura cfr. QUI). Nei vent’anni che trascorrono dalla salita al potere di Erdogan, infatti, il rapporto tra il dato italiano e quello turco si è più che dimezzato, passando da 2,69 volte a 1,32, con il dato turco che si è moltiplicato per tre volte e mezzo, passando dai circa undicimila e settecento dollari del 2003 agli oltre trentanovemila del 2022.

L’evoluzione del PIL pro-capite Italiano e Turco dal 2003 al 2022 (elaborazione ns. su dati FMI)

Il pareggio non sembra lontano, mentre sono lontani i tempi in cui l’Italia era un attore centrale della politica internazionale, posizione che oggi si può invece collegare senza grossi sforzi di immaginazione alla Turchia di Erdogan. Fare l’interesse nazionale non sarà sempre gradito dagli alleati, né sarà facile da gestire, (come dimostrano le capriole di Erdogan), ma alla lunga, forse, funziona.

 

Di Franco Ferrè per ComeDonChisciotte.org – CDC Geopolitica

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