Il Sionismo si autodistruggerà?

La strategia di Israele degli ultimi decenni continuerà invariata, nella speranza di ottenere una chimerica "de-radicalizzazione" dei palestinesi che renda "Israele sicuro".

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Alastair Crooke
strategic-culture.su

Nell’estate successiva alla guerra (fallita) di Israele contro Hizbullah del 2006, Dick Cheney si era seduto nel suo ufficio lamentandosi ad alta voce della crescente forza di Hizbullah e, peggio ancora, del fatto che, secondo lui, l’Iran era stato il principale beneficiario della guerra in Iraq del 2003.

L’ospite di Cheney – l’allora capo dell’intelligence saudita, il principe Bandar – si era detto decisamente d’accordo (come raccontato da John Hannah, che aveva partecipato all’incontro) e, tra la sorpresa generale, il principe Bandar aveva proclamato che l’Iran poteva ancora essere ridotto a più miti consigli e aveva affermato che la Siria era l’anello “debole” tra l’Iran e Hizbullah e che poteva essere destabilizzata attraverso un’insurrezione islamista. Lo scetticismo iniziale di Cheney si era trasformato in euforia quando Bandar gli aveva detto che il coinvolgimento degli Stati Uniti non sarebbe stato necessario: lui, il principe Bandar, avrebbe orchestrato e gestito il progetto. “Lasciate fare a me“, aveva detto.

Bandar aveva poi dichiarato in separata sede a John Hannah: “Il Re sa che, a parte il crollo della Repubblica Islamica stessa, nulla indebolirebbe l’Iran più della perdita della Siria“.

Era iniziata così una nuova fase di logoramento dell’Iran. L’equilibrio di potere regionale sarebbe stato spostato in modo decisivo verso l’Islam sunnita e le monarchie della regione.

Il vecchio equilibrio dell’epoca dello Scià, in cui la Persia godeva del primato regionale, doveva finire: definitivamente, speravano gli Stati Uniti, Israele e il re saudita.

L’Iran, già gravemente danneggiato dalla guerra “imposta” Iran-Iraq, aveva deciso che non sarebbe mai più stato così vulnerabile. L’Iran mirava a trovare un percorso di deterrenza strategica nel contesto di una regione dominata dallo schiacciante dominio aereo dei suoi avversari.

Ciò che è avvenuto questo sabato 14 aprile – circa 18 anni dopo – è quindi di estrema importanza.

Nonostante il clamore e la distrazione che hanno seguito l’attacco iraniano, Israele e gli Stati Uniti sanno la verità: i missili iraniani sono riusciti a penetrare direttamente nelle due basi aeree e nei siti più sensibili e altamente difesi di Israele. Dietro la retorica occidentale si nascondono lo shock e la paura di Israele. Le loro basi non sono più “intoccabili”.

Israele sa anche – ma non lo può ammettere – che il cosiddetto “assalto” non era un assalto, ma un messaggio iraniano per affermare la nuova equazione strategica: [d’ora in poi] qualsiasi attacco israeliano all’Iran o al suo personale comporterà la punizione di Israele da parte dell’Iran.

L’aver stabilito questa nuova “equazione di potere” unisce i diversi fronti contro la “connivenza degli Stati Uniti con le azioni israeliane in Medio Oriente, che sono al centro della politica di Washington e che, per molti versi, sono la causa principale di nuove tragedie” – secondo le parole del Ministro degli Esteri russo, Sergey Ryabkov.

L’equazione rappresenta un “fronte” chiave – insieme alla guerra della Russia contro la NATO in Ucraina – per convincere l’Occidente che il suo mito eccezionalista e redentivo si è rivelato una presunzione fatale, che deve essere scartato e che è necessario un profondo cambiamento culturale in Occidente.

Le radici di questo più ampio conflitto culturale sono profonde, ma finalmente sono state rese esplicite.

Il gioco della “carta” sunnita del principe Bandar dopo il 2006 si era rivelato un flop (in gran parte grazie all’intervento della Russia in Siria). E l’Iran era rientrato in gioco ed è ora saldamente ancorato come primaria potenza regionale. È il partner strategico di Russia e Cina. E gli Stati del Golfo oggi hanno spostato l’attenzione sul denaro, sugli “affari” e sulle tecnologie, piuttosto che sulla giurisprudenza salafita.

La Siria, all’epoca ostracizzata e presa di mira dall’Occidente, non solo è sopravvissuta a tutto ciò che l’Occidente poteva “gettarle addosso”, ma è stata abbracciata calorosamente dalla Lega Araba e riabilitata. E ora la Siria sta lentamente ritrovando la strada per tornare ad essere se stessa.

Tuttavia, anche durante la crisi siriana, si erano verificate dinamiche impreviste rispetto al piano del principe Bandar di contrapporre il credo islamista all’identità laica socialista araba:

Avevo scritto allora, nel 2012:

“Negli ultimi anni abbiamo sentito gli israeliani sottolineare la loro richiesta di riconoscimento di uno Stato nazionale specificamente ebraico, piuttosto che di uno Stato israeliano in sé”;

– uno Stato che sancisca i diritti eccezionali degli Ebrei in campo politico, giuridico e militare.

A quel tempo… le nazioni musulmane cercavano di “disfare” gli ultimi resti dell’era coloniale. Vedremo la lotta incarnarsi sempre più come una lotta primordiale tra simboli religiosi ebraici e islamici – tra al-Aqsa e il Monte del Tempio?”.

Per essere chiari, ciò che era evidente già allora – nel 2012 – era “che sia Israele che il territorio circostante stanno marciando al passo con un linguaggio che li porta lontano dai concetti di fondo, in gran parte secolari, con cui questo conflitto è stato tradizionalmente concettualizzato. Quale sarebbe la conseguenza – visto che il conflitto, per sua stessa logica, diventa uno scontro tra poli religiosi?“.

Dodici anni fa i protagonisti si stavano già esplicitamente allontanando dai concetti secolari di fondo con cui l’Occidente aveva concettualizzato il conflitto, mentre noi, ancora adesso, stiamo cercando di comprendere il conflitto israelo-palestinese attraverso la lente di concetti secolari e razionalisti – anche se Israele è evidentemente preso da una frenesia sempre più apocalittica.

E per estensione, siamo bloccati nel tentativo di affrontare il conflitto attraverso i nostri abituali strumenti politici utilitaristici e razionalisti. E ci chiediamo perché questi strumenti non funzionino. Non funzionano perché tutte le parti hanno superato il razionalismo meccanico e si sono spostate su un piano diverso.

Il conflitto diventa escatalogico

Le elezioni dello scorso anno in Israele hanno visto un cambiamento rivoluzionario: i Mizrahim sono entrati nell’ufficio del Primo Ministro. Questi Ebrei provenienti dalla sfera araba e nordafricana – ora forse la maggioranza –  con i loro alleati politici di destra hanno abbracciato un programma radicale: completare la fondazione di Israele sulla Terra d’Israele (quindi niente Stato palestinese), costruire il Terzo Tempio (al posto di Al-Aqsa) e istituire la Legge Halachica (al posto della legge secolare).

Niente di tutto ciò può essere definito “laico” o liberale. Era stato inteso come il rovesciamento rivoluzionario dell’élite ashkenazita. Era stato Begin a legare i Mizrahi prima all’Irgun e poi al Likud. I Mizrahim ora al potere si ritengono i veri rappresentanti dell’ebraismo, con l’Antico Testamento come modello. E trattano con sufficienza i liberali ashkenaziti europei.

Se pensiamo di poterci lasciare alle spalle i miti e le ingiunzioni bibliche nella nostra epoca secolare – dove gran parte del pensiero occidentale contemporaneo ignora queste dimensioni, liquidandole come confuse o irrilevanti – ci sbagliamo.

Come scrive un commentatore:

“Ad ogni passo, le figure politiche in Israele ora impregnano i loro proclami di riferimenti biblici e allegorie. Il primo è Netanyahu… ‘Dovete ricordare ciò che Amalek vi ha fatto, dice la nostra Sacra Bibbia, e noi lo ricordiamo – e stiamo combattendo…’ Qui [Netanyahu] non solo invoca la profezia di Isaia, ma inquadra il conflitto come quello della ‘luce’ contro quello delle ‘tenebre’ e del bene contro il male, dipingendo i palestinesi come i figli delle tenebre che devono essere sconfitti dagli Eletti: ‘Il Signore ordinò al re Saul di distruggere il nemico e tutto il suo popolo: ora va’, sconfiggi Amalek e distruggi tutto ciò che possiede; non avere pietà, ma metti a morte marito e moglie, dal giovane al bambino, dal bue alla pecora, dal cammello all’asino’ (15:3)”.

Potremmo definirla “escatologia calda” – una modalità che si sta diffondendo tra i giovani quadri militari israeliani, al punto che l’alto comando israeliano sta perdendo il controllo sul campo (dal momento che manca una classe di sottufficiali (Non-Commissioned Officer) di medio livello).

D’altra parte –

L’insurrezione partita da Gaza non si chiama “Al-Aqsa Flood” per niente. Al-Aqsa è sia il simbolo di una storica civiltà islamica, sia il baluardo contro la costruzione del Terzo Tempio, per il quale sono in corso i preparativi. Il punto è che Al-Aqsa rappresenta l’Islam in generale, non solo quello sciita o quello sunnita e neppure quello ideologico.

Poi, ad un altro livello, abbiamo, per così dire, una “escatologia spassionata“: quando Yahyah Sinwar scrive di “vittoria o martirio” per il suo popolo a Gaza, quando Hizbullah parla di sacrificio e quando la Guida Suprema iraniana parla di Hussain bin Ali (il nipote del Profeta) e dei suoi 70 compagni che nel 680 d.C. erano andati al massacro contro un esercito forte di 1.000 uomini in nome della giustizia, questi sentimenti sono semplicemente al di là della portata della comprensione utilitaristica occidentale.

Non possiamo razionalizzare facilmente quest’ultimo “modo di essere” secondo le modalità del pensiero occidentale. Tuttavia, come osserva Hubert Védrine, ex ministro degli Esteri francese, l’Occidente, pur essendo laico, è “consumato dallo spirito del proselitismo“. Che l'”andate ad evangelizzare tutte le nazioni” di San Paolo è diventato “andate a diffondere i diritti umani in tutto il mondo“… E che questo proselitismo è estremamente radicato nel [DNA occidentale]: “Anche le persone meno religiose, totalmente atee, lo hanno nella testa, [anche se] non sanno da dove proviene“.

Potremmo definirla escatologia laica, per così dire. È certamente consequenziale.

Una rivoluzione militare: ora siamo pronti

L’Iran, nonostante l’Occidente abbia cercato di logorarlo, ha perseguito la sua astuta strategia della “pazienza strategica”, tenendo i conflitti lontani dai suoi confini. Una strategia che ha puntato molto sulla diplomazia e sul commercio, nonché sul soft power per impegnarsi positivamente sia con i Paesi vicini che con quelli lontani.

Dietro questa facciata quietista, tuttavia, si nasconde l’evoluzione verso la “deterrenza attiva”, che richiede una lunga preparazione militare e il mantenimento di alleati.

La nostra comprensione del mondo è diventata antiquata

Solo occasionalmente, molto occasionalmente, una rivoluzione militare può rovesciare il paradigma strategico prevalente. Questa è stata l’intuizione chiave di Qasem Suleimani. Questo è ciò che implica la “deterrenza attiva”. Il passaggio ad una strategia in grado di rovesciare i paradigmi prevalenti.

Sia Israele che gli Stati Uniti hanno eserciti convenzionalmente molto più potenti dei loro avversari, composti per lo più da piccole formazioni di ribelli o di rivoluzionari non statali. Questi ultimi, nel quadro coloniale tradizionalista, sono trattati per lo più come ammutinati, per i quali un minimo di potenza di fuoco è generalmente considerato sufficiente.

L’Occidente, tuttavia, non ha assimilato appieno le rivoluzioni militari in corso. Si è verificato uno spostamento radicale dell’equilibrio di potere tra l’improvvisazione a bassa tecnologia e le costose piattaforme di armi complesse (e meno robuste).

Gli ingredienti aggiuntivi

A rendere davvero trasformativo il nuovo approccio militare iraniano sono stati due fattori aggiuntivi: il primo è stata la comparsa di un eccezionale stratega militare (ora assassinato) e, in secondo luogo, la sua capacità di mescolare e applicare questi nuovi strumenti in una matrice del tutto nuova. La fusione di questi due fattori – insieme a droni e missili da crociera a bassa tecnologia – ha completato la rivoluzione.

La filosofia che guida questa strategia militare è chiara: l’Occidente ha investito troppo nel dominio aereo e nella possibilità di bombardare a tappeto. Privilegia le spinte “shock and awe”, ma si esaurisce rapidamente nelle prime fasi dello scontro. Questo raramente può essere mantenuto a lungo. L’obiettivo della Resistenza è esaurire il nemico.

Il secondo principio chiave che guida questo nuovo approccio militare riguarda l’attenta calibrazione dell’intensità del conflitto, alzando e abbassando le fiamme a seconda dei casi e, allo stesso tempo, mantenendo il dominio dell’escalation sotto il controllo della Resistenza.

In Libano, nel 2006, Hizbullah era rimasto in profondità nel sottosuolo mentre l’assalto aereo israeliano imperversava dal cielo. I danni fisici in superficie erano stati enormi, ma le loro forze non erano state colpite ed erano emerse dai tunnel profondi solo in seguito. Poi erano arrivati i 33 giorni di bombardamento missilistico di Hizbullah, fino a quando Israele non aveva deciso di smettere.

C’è quindi un senso strategico in una risposta militare israeliana all’Iran?

Gli israeliani sono convinti che senza deterrenza – senza che il mondo abbia paura di loro – non potrebbero sopravvivere. Il 7 ottobre ha scatenato questa paura esistenziale nella società israeliana. La presenza stessa di Hezbollah non fa che esacerbarla – e ora l’Iran ha fatto piovere i suoi missili direttamente su Israele.

Inizialmente, l’apertura del fronte iraniano, in un certo senso, può aver avvantaggiato Netanyahu: la sconfitta dell’IDF nella guerra di Gaza, l’impasse per il rilascio degli ostaggi, il continuo sfollamento degli israeliani dal nord e persino l’omicidio degli operatori umanitari della World Kitchen sono stati tutti temporaneamente dimenticati. L’Occidente ha nuovamente fatto quadrato al fianco di Israele e di Netanyahu. Gli Stati arabi stanno di nuovo collaborando. E l’attenzione si è spostata da Gaza all’Iran.

Fin qui tutto bene (dal punto di vista di Netanyahu, senza dubbio). Sono vent’anni che Netanyahu cerca di coinvolgere gli Stati Uniti in una guerra tra Israele e l’Iran (anche se i vari presidenti degli Stati Uniti hanno sempre rifiutato questa pericolosa prospettiva).

Ma, per ridimensionare l’Iran, sarebbe necessaria l’assistenza militare degli Stati Uniti.

Netanyahu percepisce la debolezza di Biden e ha gli strumenti e le conoscenze per manipolare la politica statunitense: in effetti, lavorando in questo modo, Netanyahu potrebbe costringere Biden a continuare ad armare Israele e persino ad approvare un allargamento della guerra contro Hizbullah, in Libano.

Conclusione

La strategia di Israele degli ultimi decenni continuerà invariata, nella speranza di ottenere una chimerica “de-radicalizzazione” dei palestinesi che renda “Israele sicuro”.

Un ex ambasciatore israeliano negli Stati Uniti sostiene che Israele non può avere pace senza questa “de-radicalizzazione trasformativa“. “Se la faremo nel modo giusto“, afferma Ron Dermer, “renderà Israele più forte – e anche gli Stati Uniti“. È in questo contesto che va compresa l’insistenza del Gabinetto di Guerra per una rappresaglia contro l’Iran.

Le argomentazioni razionali che sostengono la moderazione vengono lette come un invito alla sconfitta.

Tutto questo per dire che gli israeliani sono psicologicamente molto lontani dal poter riconsiderare il contenuto del progetto sionista dei diritti speciali degli Ebrei. Per ora, si trovano su una strada completamente diversa e si affidano ai concetti biblici, che molti israeliani sono arrivati a considerare come ingiunzioni obbligatorie della Legge Halachica.

Hubert Védrine ci pone una domanda supplementare: “Possiamo immaginare un Occidente che riesca a preservare le società che ha generato – e che tuttavia ‘non faccia proselitismo, non sia interventista’? In altre parole, un Occidente che sappia accettare l’alterità, che sappia vivere con gli altri – e accettarli per quello che sono“.

Secondo Védrine questo “non è un problema legato alla diplomazia: deve comportare un profondo esame di coscienza, un profondo cambiamento culturale nella società occidentale“.

È probabile che non si possa evitare una “prova di forza” tra Israele e i fronti di resistenza che gli si oppongono.

Il dado è stato deliberatamente lanciato in questo modo.

Netanyahu sta giocando molto sul futuro di Israele e dell’America. E potrebbe perdere.

Se ci sarà una guerra regionale e Israele subirà una sconfitta, cosa succederà?

Quando la stanchezza (e la sconfitta) si farà finalmente sentire e le parti “frugheranno disperatamente nel cassetto” per trovare nuove soluzioni alle loro difficoltà strategiche, la soluzione veramente trasformativa sarebbe quella di un leader israeliano che pensasse all'”impensabile”: ad un unico Stato tra il fiume e il mare.

E che Israele – con in bocca il sapore amaro delle “cose andate in pezzi” – parli direttamente con l’Iran.

Alastair Crooke

Fonte: strategic-culture.su
Link: https://strategic-culture.su/news/2024/04/22/will-zionism-self-destruct/
22.04.2024
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Alastair Crooke CMG, ex diplomatico britannico, è fondatore e direttore del Conflicts Forum di Beirut, un’organizzazione che sostiene l’impegno tra l’Islam politico e l’Occidente. In precedenza è stato una figura di spicco dell’intelligence britannica (MI6) e della diplomazia dell’Unione Europea.

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