Di Claudio Vitagliano per ComeDonChisciotte.org
Sono uno dei molti praticanti dell'onanismo calcistico (assunzioni massicce di video con protagonisti: Baggio, Totti, Pirlo ecc...) come tanti altri italiani nostalgici del nostro passato glorioso.
Un passato glorioso precipitato nel nulla ma di cui vorremmo con tutte le nostre forze celebrarne la rinascita.
1970, finale di Italia Brasile vinta 4 a 1 dai sudamericani, avevo 15 anni e credo di non aver vissuto nell'età adolescenziale un dolore più bruciante di quella sconfitta. Fummo in tanti a versare lacrime amare e non solo noi ragazzini.
Come sembra però sia ormai inciso a chiare lettere nel DNA italico, a noi come popolo fa difetto la memoria, ragion per cui ci abituiamo in tempi brevi a tutto, anche a saltare negli ultimi 12 anni le qualificazioni per i mondiali di calcio... senza battere ciglio.
Come se questo fosse una cosa normale, nessuno si scandalizza e nessuno punta i piedi affinchè questa catastrofe sia vista come tale e si dia il via ad una rivoluzione copernicana del sistema pedatorio.
Una rivoluzione atta a ristabilire il nostro onore e il posto che merita lo sport più bello del mondo nella nostra quotidianità.
La più semplice delle domande ricorrenti, di fronte allo spettacolo pietoso che subiamo da anni assistendo al massimo campionato e alle esibizioni della nazionale, in cui latita in modo evidente il talento è: perché questo stato di cose?
Le vicende del calcio in realtà sembrano combaciare perfettamente con la deriva anti-popolare che il potere in questo paese ha imboccato da anni.
A fronte di una volontà espressa dal popolo, ad esempio, niente guerre, l'ordine costituito fa orecchie da mercante e rivolge l'attenzione verso esigente dettate da poteri alieni al sentimento della gente comune.
Stessa cosa con il pallone, chiediamo una rifondazione, ma chi potrebbe metterla in atto fa spallucce.
Penso che in questa epoca, forse per l'importanza assunta dai media, il calcio sia ciò che più si avvicina alla rappresentazione del senso epico nella storia.
Esso è a pieno titolo una prassi assolutamente ascrivibile alla nostra identità nazionale.
Se tra la Sicilia e il Piemonte c'è una differenza storica e sociale abissale che ne determina la distanza, possiamo però dire che la passione per il calcio le riconcilia in una diversa e aggiornata unità.
Cercando di trovare quindi una risposta alla domanda di cui sopra, tenterei una disamina articolata.
Anzi, prima di fare ciò, mi sembra importante stabilire una distinzione tra la figura del tifoso e quella dell'appassionato, cosa che credo sia utile al fine di capire meglio i ragionamenti che seguiranno.
Il tifoso, riversando il proprio amore su una sola squadra è prigioniero di una malia che gli toglie lucidità nell'analisi del contesto, mentre l'appassionato (schiera a cui lo scrivente appartiene) amando lo sport in sé, è più libero nell'esercizio del ragionamento (riferendomi naturalmente al solo ambito sportivo).
Veniamo al dunque e avanziamo qualche ipotesi.
Per fare ciò, iniziamo con analizzare alcuni eventi che si sono verificati recentemente e che ci paiono rivelatori di alcuni meccanismi viziati che ostacolano un rinnovamento del settore.
L'elezione di Malagò a presidente della Figc ad esempio, avvenuta quest'anno. A fronte di aspettative ben diverse da quelle della maggioranza dei tifosi, sono prevalse logiche che sono difficilmente attribuibili ad un desiderio di rinnovamento da parte dell'establishment.
Per essere sorpresi di fronte a tale scelta basta guardare poco oltre il sostanziale conservatorismo universalmente riconosciuto dello stesso, e cioè ai giochi invernali di Milano Cortina 2026 di cui ha presieduto la fondazione. I risultati positivi per i ritorni economici a favore dei brand sponsor, delle grandi imprese di costruzioni e del settore turistico alberghiero locali, sono stati ampiamente superati dai dati di segno opposto.
Questi li possiamo sintetizzare così: enormi ritardi nella conclusione dei lavori, poca trasparenza nell'assegnazione degli appalti con lievitazione esponenziale dei costi, una politica dei prezzi dei ticket delle gare a dir poco esosi, la cementificazione di aree protette delle Dolomiti e altri ancora.
E' inoltre noto come il sistema di potere di Malagò si regga su un intreccio di relazioni trasversali tra politica, finanza sport e mondanità.
Un quadro generale del personaggio da cui emerge tutto tranne i meriti, soprattutto quelli inerenti il calcio.
A tutto questo aggiungiamo la comica della mancata conferma di Pirlo a CT della nazionale riconducibile ai voleri della politica. Fatto che è avvenuto adducendo come pretesto la collaborazione dello stesso con un'agenzia di scommesse russe.
Una vera e propria farsa: Pirlo è stato designato da Maldini la cui nomina è avvenuta con offerta diretta proprio dal presidente della FIGC, ma immediatamente scavalcato quando le sue decisioni sono andate oltre il perimetro impostogli.
Insomma, Pirlo, un possibile volto nuovo (in veste di allenatore) di cui hanno stima la stragrande maggioranza degli sportivi italiani, è stato bocciato per fare posto a Mancini.
Lo stesso Mancini che fuggì in Arabia Saudita per motivi poco chiari, se non quello di un ingaggio principesco ad attenderlo di là del mare.
A tale proposito, in un'intervista al fatto quotidiano del 16 settembre, Gianni Rivera, a nostro parere uno delle poche voci libere rimaste in circolazione, afferma che riportare in panchina Mancini è un oltraggio vero e proprio a tifosi e giocatori.
Già questo basta per lasciare nel popolo dello sport una grande delusione senza neanche una flebile prospettiva di un cambio dello stato delle cose.
L'apoteosi del potere autoprodotto, contro ogni prospettiva di riforma del calcio che possa finalmente rispondere all'amore che gli italiani nutrono per esso.
Veniamo alla scarsità di talenti.
Ci chiediamo in milioni di persone come mai, questo paese che ha visto nascere campioni come Baggio, Rivera, Riva e tanti altri, non produca più nessun materiale umano calcisticamente apprezzabile.
Geneticamente parlando, non esiste una teoria che ci sembri praticabile.
Una motivazione invece avanzata da tanti addetti ai lavori, come Fabio Capello e lo stesso Baggio, ci porterebbe a pensare che la tattica così pervicacemente insegnata nelle scuole calcio, soffochi il talento naturale.
Ma perchè questo accade?
Credo che una sorta di pensiero politicamente corretto, o se preferite; pensiero unico del calcio abbia messo radici nelle menti di chi il calcio lo insegna, o meglio, dovrebbe insegnarlo.
A parer mio e di molti altri, esso segue acriticamente e in ritardo quello che poteva essere una innovazione fruttuosa degli anni '80/90 che metteva in risalto lo sforzo e la coesione del collettivo anche a costo della mortificazione del talento individuale, tranne eccezioni naturalmente; (Sacchi avrebbe comunque trovato un posto in squadra per Maradona).
Questo pensiero unico calcistico però, sempre a mio modo di vedere, non tiene in considerazione la caratteristica peculiare del calcio, quella che in definitiva lo rende un gioco "irregolare", e cioè il fatto che esso sia un gioco di squadra ma anche una esibizione di giocolieri.
La forza fisica, la velocità, il senso della posizione in campo, restano comunque doti che non danno frutto se non sono accompagnate dal gesto individuale.
Eppure, quando si va in prima elementare si comincia dall'ABC.
Insomma, i famosi fondamentali, per il pensiero comune attuale, non rappresentano più le fondamenta dello sport più bello del mondo.
E volendo andare oltre, mi è balenata per la testa un'ulteriore difficoltà che potrebbe penalizzare i giovani calciatori italiani. L'utilizzo compulsivo dei social a cui anche loro nella generalità fanno ricorso, determina un rallentamento della velocità di pensiero, cosa deleteria nel calcio contemporaneo che corre il doppio rispetto al passato.
Ma ci sono altre ipotesi ancora che si possono avanzare, per trovare una ragione a questa scarsità di campioni nel nostro paese. E una di esse ha purtroppo la caratteristica di una deriva immoralistica epocale.
il 13 maggio 2025 è andata in onda una puntata tv delle Iene dove compare Salvatore Bagni in veste di talent scout. La filosofia di Bagni da ciò che si evince dal colloquio avuto con l'inviato è semplice: se il ragazzo vale si investe su di lui, in caso contrario è lui che deve pagare.
Contenuto che sembrerebbe estrapolato dal film " Wall street ", in cui si descrive l'assoluto nichilismo che governa la vita contemporanea. Un ex grande campione che maldestramente si cala nei panni di un Gordon Gekko calcistico.
E' credibile che sia effettivamente l'incrocio tra affari e gestione dei calciatori a rendere inestricabile la matassa in cui si aggroviglia e langue il calcio italiano?
Sempre Rivera, nell'intervista sopra citata, alla domanda sulle possibili cause della crisi del calcio, dice che i procuratori sono una vera e propria peste.
Il cattivo seme che genera l'erba cattiva è anche in questo caso lo sterco del diavolo dunque?
Sembrerebbe di sì, insieme all'altro flagello con cui viaggia sempre in coppia il denaro: l'aspirazione al potere.
La privatizzazione dello spettacolo calcistico, come è avvenuto per tutto ciò che riguarda la quotidianità dei cittadini (sanità in primis ), ci sembra un'altra barbarie a cui si è adeguata la nomenclatura politica e quella calcistica di conseguenza. Pagare per guardare le partite di coppa o del campionato? Neanche morti! A me, come a pochi altri, sembra una bestemmia. E qui veniamo alle solite: se lo Stato si ritira dalla vita pubblica e dalla gestione di beni di interesse nazionale si finirà per pagare anche l'aria.
Cosa non troppo futuristica comunque, visto che l'acqua ad esempio, che pure è pubblica, viene gestita in molti casi da aziende private, in barba al referendum del 2011.
Tale albero, tale frutto.
L'albero è sempre la gestione del potere politico, che però risponde ad altri padroni.
Tornando a Malagò, il sempreverde della politica sportiva, ricordiamo la vicenda che lo vide opporsi fermamente alla riforma dello sport voluta principalmente dal movimento 5 stelle nel 2019. Tale riforma, pur non risolvendo alla radice i mali che affliggono il mondo dello sport, ha denotato per lo meno, da parte di alcuni, la volontà di un cambio di rotta.
A conti fatti, la malattia di cui è caduto preda il calcio, è la stessa di cui soffriamo tutti in quanto vittime inermi di uno stato di cose che si è generata come una metastasi difficile da curare. Il meccanismo infernale che vede la vita di ognuno assoggettarsi a regole che hanno sempre origine dalla volontà di potenza (non nel senso di Nietzsche) e dalla sete di guadagno infinito, ci comprime e ci deprime.
E qua torna l'anomalia dell'italiano che si adegua a ogni cosa. Basterebbe scardinare il sistema rifiutando gli abbonamenti alle pay tv, rimettendo così la palla nel campo dello stato. Sarebbe in tal modo fortemente probabile che lo stesso stato, dovendo per forza gestire un bene pubblico (tale ci pare la definizione giusta per il nostro sport nazionale) agirebbe in modo censorio verso gli interessi privati.
Un mio amico dice che per respirare nuovamente la passione per il calcio, la domenica mattina va a vedere le partite dei ragazzini.
Partite poco frequentate dagli adulti, visto che sono impegnati con il " grande" calcio, quello imposto dal mercato e non dal cuore.
Di Claudio Vitagliano per ComeDonChisciotte.org
19.09.2026
ric 20 settembre 2026
finalmente una buona notizia . Sarebbe ora che crollassero contemporaneamente tutti gli stadi alla domenica .Una rottura di cogl...sentire tutta la settimana dei sottosviluppati che sui giornali in tv nelle strade sul lavoro ragliano riferiti al pallone domenicale. Una malattia da estirpare con ogni mezzo immaginabile. Unica soddisfazione che provo e' quando le tifoserie rivali si azzuffano con spranghe e bastoni e ne escono con le ossa rotte .
ricordo che tempo fa , a Torino davanti alla sede della juventus tifosi e centinaia di disoccupati licenziati dalla fiat , gridavano in coro ; juve vinci per noi .......e con questo ho detto tutto.
Marchesi 20 settembre 2026
Ti auguri il crollo degli stadi e dichiarari "soddisfazione" per persone che finiscono con le ossa rotte.
Non critici il calcio, il tifo o lasocietà: semplicemente esulti davanti alla prospettiva che qualcuno si faccia male.
E noto una certa coerenza, questa sì: poco fa ti rammaricavi che l'11 settembre fossero morti "troppo pochi" americani, adesso auspichi stadi che crollano e tifosi presi a sprangate.
Prima di definire gli altri "sottosviluppati", quindi, rileggerei ciò che hai appena scritto.
Perché il problema che emerge dal tuo commento non è il calcio né chi lo segue: è il disprezzo per la vita altrui spacciato per superiorità morale.
E tra un tifoso che "raglia" e qualcuno che gode immaginandolo morto o con le ossa rotte, non è difficile capire chi stia offrendo lo spettacolo più miserabile.
ric 20 settembre 2026
fatti curare.....un po' di SIBERIA ti farebbe rinsavire
Marchesi 20 settembre 2026
Dallo "specialista" alla Siberia.
Vedo che quando finiscono gli argomenti, almeno la geografia si amplia.
Attendo con curiosità la prossima destinazione.