È tempo di rivendicare le strade per la ricostruzione della Siria

Pepe Escobar
asitimes.com

Recep Tayyip Erdogan, il campione del neo-Ottomanesimo, non è affatto pronto a fare seppuku, la forma giapponese di suicidio rituale.

Ma in che modo, se non attraverso la prospettiva del neo-Ottomanesimo, si potrebbe spiegare il fatto che, in pratica, sta sostenendo quello che resta di al-Qaeda in Siria e che si trova di fronte a due sgradevoli opzioni: un ritiro umiliante o una guerra totale contro l’esercito arabo siriano?

Tutto ciò che riguarda il confuso e stagnante quadro strategico di Idlib dipende dalle autostrade: l’imperativo, per il governo di Damasco, è quello di riconquistare sia l’autostrada M5, tra Damasco e Aleppo, che la M4, tra Latakia ed Aleppo. Il controllo completo di queste due cruciali vie di comunicazione consentirà poi di far ripartire la debole economia siriana.

Assai pochi degli attori odierni ricordano l’importantissimo memorandum d’intesa di Sochi, firmato tra Russia e Turchia nel settembre 2018.

L’Occidente si era sempre chiesto se Damasco avrebbe rispettato i patti. Stupidaggini. Nel memorandum, Ankara avrebbe dovuto garantire la sicurezza del traffico civile su entrambe le autostrade. È Ankara che non sta rispettando i patti, non solo nel garantire che i “gruppi terroristici radicali” restino fuori dalla zona smilitarizzata, ma soprattutto per quel che riguarda il punto n° 8: “Per garantire la libera circolazione dei residenti e delle merci, nonché per il ripristino dei legami commerciali ed economici, il traffico lungo le vie di comunicazione M4 (Aleppo-Latakia) e M5 (Aleppo-Hama) sarà ripristinato entro la fine del 2018.”

Gran parte del territorio di Idlib è infatti sotto il giogo di Hayat Tahrir al Shams (HTS), alias al-Qaeda in Siria. O anche “ribelli moderati“, come sono conosciuti all’interno della Beltway, anche se lo stesso governo degli Stati Uniti li definisce un’organizzazione terroristica.

A tutti gli effetti pratici, la politica Erdogan sostiene ed arma i gruppi HTS di Idlib. Quando l’Esercito Arabo Siriano risponde agli attacchi di HTS, Erdogan va su tutte le furie e minaccia di scendere in guerra.

L’Occidente accetta la propaganda di Ankara senza fiatare. Come osa il “regime di Assad” riprendersi la M5, che “è sotto il controllo dei ribelli dal 2012“? Erdogan viene lodato per aver ammonito “l’Iran e la Russia a porre fine al sostegno al regime di Assad.” La NATO condanna invariabilmente gli “attacchi alle truppe turche.”

La giustificazione ufficiale di Ankara per la presenza turca ad Idlib è quella di dover far arrivare rinforzi ai “posti di osservazione.” Stupidaggini. Queste postazioni sono destinate a sparire. Inoltre, Ankara chiede che l’esercito siriano si ritiri sulle posizioni che occupava mesi fa, ben lontano da Idlib.

In nessun modo Damasco “accetterà,” perché quelle turche sono, di fatto, truppe di occupazione che proteggono quei “ribelli moderati” in lotta per la “democrazia” che erano stati completamente esclusi da Mosca, e persino da Ankara, dal memorandum di Sochi. Della serie la realtà supera la fantasia.

Controllo lo spazio aereo, quindi viaggio

Ora diamo un’occhiata alla situazione sul terreno, e nei cieli. Mosca e Damasco controllano lo spazio aereo su Idlib. I jet Su-34 pattugliano tutto il territorio siriano nord-occidentale. Mosca dispone di navi da guerra, stipate di missili da crociera, schierate nel Mediterraneo Orientale.

L’intera offensiva degli ultimi mesi dell’esercito siriano per la liberazione del territorio nazionale è stata una perfetta dimostrazione del meglio dell’intelligence, della pianificazione, dell’esecuzione e della logistica russa.

Quello che si sta preparando è un classico calderone: una replica mediorientale del calderone nella guerra del Donbass del 2014, dove era stato distrutto l’esercito di Kiev. L’esercito siriano circonda i Turchi da nord, da est e da sud. Per i Turchi ci sarà solo una via d’uscita: l’attraversamento del confine a Bab al-Hawa. Il ritorno in Turchia.

Di fronte ad un disastro assicurato, non stupisce che Erdogan, martedi scorso, abbia dovuto parlare di “escalation” con Putin. Le linee rosse, da parte di Mosca, non cambiano: le autostrade saranno liberate (secondo l’accordo di Sochi). Il sultano neo-ottomano non può permettersi una guerra con la Russia. Quindi, sì, sta bluffando.

Ma perché sta bluffando? Esistono tre possibilità principali. 1) Washington lo sta appoggiando, dando pieno sostegno “al nostro alleato della NATO.” 2) Le forze armate turche non possono permettersi di perdere la faccia. 3) Ai “ribelli moderati” non gliene frega niente di Ankara.

L’opzione 1 sembra la più plausibile, anche se Erdogan è ora costretto a confrontarsi direttamente con una Mosca con la quale aveva firmato contratti economico-energetici estremamente importanti. Erdogan potrebbe anche non essere il generale Zhukov, ma sa che una banda di Jihadisti e solo 6.000 soldati turchi demoralizzati non hanno alcuna possibilità contro l’esercito siriano e la potenza aerea russa.

È illuminante confrontare l’attuale situazione turca con l’alleanza fra i Turchi e le bande dell’Esercito Siriano Libero (FSA) quando stavano combattendo contro i Curdi ad Afrin.

Ankara, all’epoca, controllava lo spazio aereo e aveva un enorme vantaggio di artiglieria, potendola utilizzare dalla propria parte del confine. Ora Siria e Russia dominano il cielo e l’artiglieria turca non può neanche avvicinarsi ad Idlib. Per non parlare del fatto che le linee di rifornimento sono un incubo logistico.

Neo-Ottomanesimo, rivisitato

A che gioco sta giocando Erdogan? Quello che sta succedendo è che, attualmente, è la rete dei Fratelli Musulmani di Erdogan ad occuparsi della gestione di Idlib sul terreno, un affascinante mossa di riposizionamento che permetterà ad Erdogan di rimanere l’uomo forte della situazione, quello con cui Bashar al-Assad dovrà trattare quando arriverà il momento giusto.

Una parte della mossa finale di Erdogan sarà quella di “vendere” ad Assad il fatto che, alla fine, era stato lui a sbarazzarsi delle costellazioni jihadiste HTS/FSA. Nel frattempo, continua il circo, o meglio, la pessima operetta, con Erdogan che, ancora una volta, si diverte ad interpretare il ruolo del cattivo. Sa che Damasco è sul punto di vincere una feroce guerra per procura che va avanti da nove anni e sta riconquistando tutto il proprio territorio. Non si torna indietro.

E questo ci porta alla complessa dinamica del puzzle turco-iraniano. Bisogna sempre ricordare che entrambe le nazioni partecipano al processo di pace di Astana, insieme alla Russia. In Siria, Teheran ha supportato Damasco sin dall’inizio, mentre Ankara ha sostenuto (e armato) le varie formazioni jihadiste dei “combattenti democratici per la libertà.”

Dal 16° al 19° secolo, l’Iran sciita e l’Impero Ottomano sunnita si erano continuamente impegnati in un contenimento reciproco. E, sotto lo stendardo dell’Islam, la Turchia, di fatto, aveva governato il mondo arabo.

Torniamo al 21° secolo, al Ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu, il teorico del neo-Ottomanesimo. Davutoglu aveva avuto la bella idea che l’Anatolia orientale non terminasse al confine con l’Armenia e l’Iran ma si estendesse fino alla costa occidentale del Mar Caspio. E aveva anche pensato che l’Anatolia orientale non terminasse al confine con l’Iraq e la Siria, ma si estendesse fino a Mosul.

In sostanza, Davutoglu sosteneva che il Medio Oriente dovesse essere il cortile della Turchia. E la Siria sarebbe stata la porta d’oro, attraverso la quale la Turchia “avrebbe recuperato” il Medio Oriente.

Tutti questi  piani complicati ora giacciono nella polvere. Il quadro generale, ovviamente, resta: gli Stati Uniti sono sempre determinati ad impedire con ogni mezzo necessario l’unità eurasiatica e l’accesso alle rotte marittime da parte del parternariato strategico Russia-Cina, in particolare nel Mediterraneo Orientale attraverso la Siria e l’Iran.

Il quadro particolare è molto più prosaico. Dipende da Erdogan fare in modo che le sue truppe di occupazione non vengano bastonate dall’esercito di Assad. Come sono caduti in basso i potenti (neo-Ottomani).

Pepe Escobar

Fonte: asiatimes.com
Link: https://asiatimes.com/2020/02/its-time-to-reclaim-syrias-road-to-recovery/
13.02.2020

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