Smart City Italia: l’urbanistica della sorveglianza e della schiavitù digitale

Avanzano le Smart Cities in tutta Italia architettando la riprogettazione digitale del territorio e la rifondazione delle città sulle fondamenta del capitalismo della sorveglianza, della società del controllo e del disciplinamento sociale.

di Sonia Milone per ComeDonChisciotte.org

 

Prima Venezia, poi Trento e dopo Firenze, Roma, Milano, Palermo. Avanzano le Smart Cities in tutta Italia architettando la riprogettazione digitale del territorio e la rifondazione delle città sulle fondamenta del capitalismo della sorveglianza, della società del controllo e del disciplinamento sociale.

Avanzano nel silenzio generale, espugnando, una dopo l’altra, le nostre città. Non ci sono soldati a difenderne le antiche mura, non sono bastati secoli di storia, di cultura, di monumenti, di diritti e di conquiste.

Dalle videocamere ai sensori, dalle smart control room alle ZTL, dal 5G all’IoT (Internet of things), dalla profilazione individuale alla premialità del diritto e dei servizi, il grande cantiere dello spazio panottico è aperto in tutta la Penisola.

Secondo l’Osservatorio Smart City del Politecnico di Milano un Comune italiano su tre (il 28%) ha avviato almeno un progetto relativo alla città intelligente nell’ultimo triennio. La percentuale sale al 50% nei Comuni più grandi, con oltre 15 mila abitanti, ed è destinata a crescere ancora nel prossimo triennio, con il 33% dei Comuni che vuole investire nelle città intelligenti entro il 2024 grazie anche alla spinta del PNRR che prevede oltre 10 miliardi di finanziamenti dedicati alle diverse missioni.

Le città più digitali d’Italia sono Milano, Firenze e Bologna, seguite da Bergamo, Torino, Trento, Venezia, Parma, Modena e Reggio Emilia, come ha rilevato l’ultimo rapporto ICity Rank 2023 che stila, ogni anno, la classifica.

Già, ma cosa è una Smart City? È un progetto di rivoluzione urbana che, dietro la retorica della sicurezza, dell’ecologia, dell’innovazione e della crescita economica, persegue uno sviluppo “intelligente” (“smart“) allo scopo di rispondere alle nuove sfide della contemporaneità.

Le città sono una bomba di emissioni di CO2 che causano il riscaldamento globale e la concentrazione è destinata ad aumentare. L’ONU prevede, infatti, che, nel 2050, il 70% della popolazione mondiale (data in forte crescita demografica) vivrà in aree urbanizzate che corrispondono solo al 3% della superficie terrestre, mentre l’OMS stima che, ogni anno, 8 milioni di persone (lo 0,1% della popolazione mondiale) perdono la vita per cause correlabili all’inquinamento atmosferico.

La pandemia Covid-19 avrebbe evidenziato, una volta per tutte guarda caso, la scarsa sostenibilità del modello di vita urbano tradizionale obbligando a pensare a forme di sviluppo più “sostenibili, efficienti ed inclusive” che, naturalmente, passano attraverso i processi di digitalizzazione anche in ambito urbano e di implementazione delle nuove tecnologie. Per il Bene della vita dei cittadini.

Inizia il Grande Reset del territorio, letteralmente una tabula rasa. L’intelligenza artificiale entra nella gestione e nel controllo delle città portando alla completa automazione e tecnicizzazione dello spazio, imponendo un nuovo paradigma nel rapporto fra cittadino, territorio e pubblica amministrazione. Già, perchè la Smart City, prima di qualsiasi altra cosa (tecnologia inclusa), implica “un nuovo patto di cittadinanza”, come affermato da Mario Monti che, nel 2012, ne importò l’idea in Italia dalla Silicon Valley.

La città come luogo della politica viene completamente stravolta, istituzionalizzando forme rivoluzionarie di partenariato pubblico-privato. Le Smart Cities sono una nuova frontiera per l’elaborazione delle politiche pubbliche con ricadute enormi sulla società intera senza che siano mai state discusse in Parlamento o sottoposte all’attenzione dei cittadini nel dibattito pubblico. Anzi, l”utopia di urbanisti come Carlos Moreno e di tecnofili inginocchiati al mito del progresso, concorre ad occultare il carattere autoritario, antidemocratico e tecnocratico della Smart City, accelerando la corsa verso la realizzazione di una inquietante distopia urbana.

La parola cittadino deriva, infatti, da civitas perchè la struttura sociale di appartenenza primaria in Italia è la città e non la gens, il clan o la tribù. L’urbs, la città romana fondata col tracciamento del solco sul terreno su cui vengono poi erette le mura della città, è il modello fondativo della nostra civitas che, a sua volta, deriva dalla polis greca, la città quale spazio della politeia (letteralmente molti, pluralità), della democrazia e della politica in senso nobile quale “prendersi cura del bene comune” (Aristotele).

Con le Smart Cities, le frontiere fisiche che un tempo delimitavano le città vengono trasformate in frontiere tecnologiche che selezionano il passaggio in base alla capacità di accesso che è una delle forme più selettive di controllo del dominio tecno-burocratico. La smaterializzazione digitale della città porta nuovi meccanismi identitari che confluiscono nella comunità virtuale e non più nell’appartenenza a una città, una cultura, una tradizione.

La prima città intelligente è stata Venezia, implementata da una “smart control room” – la centrale operativa della Smart City – per monitorare in tempo reale tutto il territorio. Qui confluiscono i dati raccolti dalle videocamere e dai sensori posizionati capillarmente ovunque che vengono poi trasmessi al “datalake”, un magazzino virtuale accessibile al Comune, alla Polizia e ad altri soggetti pubblico-privati. I dati sono interpretati da algoritmi intelligenti che sarebbero in grado di “realizzare analisi predittive”.

Dopo Venezia, è toccato a Caorle, Comune a pochi chilometri di distanza, dove nel maggio del 2021 è partita una singolare sperimentazione: la pre-crimine o polizia predittiva. Il Comune è ricorso a un software (“Pelta Suite”) che interseca big data e informazioni inserite dalla polizia allo scopo di prevedere episodi di microcriminalità, assembramenti non autorizzati, condotte che potenzialmente osteggiano la sicurezza pubblica. E poiché l’esperimento è riuscito, il 5 giugno è stato introdotto “Giove”, uno strumento più avanzato di previsione e prevenzione dei reati destinato alle questure italiane e gestito dalla Polizia di Stato.

Il terzo Comune a collaudare l’applicazione dell’intelligenza artificiale alla sicurezza urbana è Trento che ne diventa presto città capofila in tutta Europa (infatti, ospiterà il prossimo G7 sull’Intelligenza artificiale). “Occhi e orecchie elettroniche” sono in funzione nelle piazze, nelle strade e nei punti sensibili, trasmettendo incessantemente immagini e voci agli algoritmi. Qui inizia anche la sperimentazione italiana dell’E-Wallet, “il portafoglio digitale che consentirà a cittadini, residenti e imprese dell’Unione europea di certificare la propria identità in sicurezza accedendo ai servizi pubblici e privati in tutti gli Stati membri”. Una tessera virtuale, comprensiva di tutte le informazioni personali, che inter-medierà l’accesso alla città, ai suoi spazi e ai servizi della pubblica amministrazione, con potenzialità spaventose in termini di profilazione, di tracciamento, di controllo e di disciplinamento tramite dinamiche di consenso-dissenso che diventano immediatamente dinamiche di inclusione-esclusione dallo spazio pubblico della città.

Intanto a Firenze l’11 aprile la polizia municipale ha sperimentato l’uso dei droni per il controllo del territorio, che vanno ad aggiungersi all’armamentario di videocamere, sensori, microfoni, celle telefoniche e agli altri strumenti tipici della sorveglianza urbana. La città toscana punta a diventare “elettrica, a volumi zero, green, sostenibile, resiliente, in una parola smart”, come ha dichiarato Giacomo Parenti, direttore generale del Comune presentando un piano di riduzione delle emissioni di CO2 del 40% entro il 2030 e del 70% nel 2050.

Divenuta famosa per il “paziente uno” durante la pandemia, a Codogno è stata introdotta da settembre del 2022 l’app EcoAttivi che permette di certificare i comportamenti virtuosi (come, ad esempio, andare al lavoro in bici) a cui il sistema attribuisce punti, gestisce classifiche, badge e indicatori di performance, utilizzando tecniche di gamification (sfide, missioni, classifiche). In pratica, un sistema di credito sociale vero e proprio con profilazione delle abitudini, tracciamento degli spostamenti, logiche premiali e disciplinari a rinforzo positivo (per ora) per incoraggiare i comportamenti ritenuti virtuosi secondo la nuova morale stabilita dall’Agenda 2030. La vita ridotta ad un videogioco, trascorsa ad inseguire bonus in costante competizione con il vicino di casa. Il sistema è già applicato in oltre cento città italiane, come attesta il portale del “Club dei Comuni EcoAttivi – cittadinanza attiva, Smart City e sostenibilità”.

Ma arriviamo a Milano una delle città più esemplificative nella corsa verso il futuro, grazie all’incessante lavoro di Giuseppe Sala, membro di C40, l’influente network di sindaci creato e finanziato nel 2005 dalla Fondazione Clinton. Ai primi posti tra le città italiane per “smartness”, come certificato dal rapporto annuale iCity Rank e dal Booklet Smart City, il capoluogo lombardo è in linea anche con le più moderne città europee come Berlino, Monaco, Amsterdam, Barcellona e Parigi per le infrastrutture di rete digitali e per la capillarità del wifi e della copertura broadband.

Ma Milano è all’avanguardia perchè inaugura la sperimentazione della “Città dei 15 minuti” nel quartiere Loreto con il progetto “LOC, Loreto 15 Minuti” che vede l’intervento di N-Hood, società immobiliare responsabile del progetto. Palazzo Marino punta a ridisegnare la metropoli ispirandosi a Carlos Moreno, l’ideatore del nuovo modello urbano e consulente del sindaco di Parigi Anne Hidalgo, che ne ha adottato la formula fin dalla campagna elettorale del 2019. L”idea è suddividere la città in quartieri autosufficienti, dotati di tutti i servizi essenziali (negozi, scuole, ospedali, parchi, impianti sportivi e ricreativi, ecc.) prossimi alla residenza dei cittadini: tutto deve essere raggiungibile in 15 minuti a piedi, in monopattino o in bicicletta, allo scopo di disincentivare l’uso dell’automobile, riducendo l’inquinamento, la CO2 e la congestione del traffico.

Dietro la retorica di abitare la prossimità riscoprendo i valori comunitari di quartiere si nasconde, in realtà, una concezione riduttivamente distanziometrica dell’idea di città che porta alla creazione di una vera e propria crono-gabbia con cui ridurre la libertà di movimento delle persone. L’esempio di Oxford, il laboratorio vivente dove il progetto è più avanzato, è illuminante: i residenti hanno a disposizione 100 permessi all’anno per uscire in auto dal loro quartiere superati i quali ogni infrazione viene pesantemente sanzionata. Dopo le numerose contestazioni, il Comune inglese ha chiarito che non sono previste barriere fisiche per l’uscita delle auto ma “solo” telecamere in grado di leggere le targhe per applicare le multe. Resta comunque l’idea pericolosissima del “recinto” in cui rinchiudere i cittadini, un vero e proprio carcere a cielo aperto, e lo sdoganamento del concetto di limitare la libertà di movimento sul suolo pubblico, garantita, in Italia, dalla Costituzione.

Peraltro, da un punto di vista prettamente urbanistico, l’idea di un simile modello non è nemmeno nuova e ha sempre portato solo a dei disastri, come dimostrano gli esempi delle “neighborhood unit”, ideate negli Stati Uniti nel 1923, o, più vicini a noi, il Corviale a Roma, Le Vele a Napoli, lo Zen a Palermo, il Rozzol Melara a Trieste: tutti tentativi di applicare modelli semplicistici, fondamentalmente rigidi e non curanti delle complessità sociali, culturali ed economiche tipiche della vita urbana.

A fine ottobre, la “città dei 15 minuti” è stata dichiarata “movimento globale” e pilastro per la lotta al cambiamento climatico durante il C40 Summit, tenutosi in Argentina, l’evento annuale del Cities Climate Leadership Group, una rete formata da 97 metropoli internazionali dove – insieme a Londra, Parigi, Barcellona, Copenaghen, Stoccolma, Bogotá, Rio, Los Angeles, New York, Tokyo, Seul, Cape Town, tanto per citarne alcune – compaiono Milano e Roma.

Nella Capitale, infatti, il sindaco Roberto Gualtieri ha annunciato che uno dei suoi obiettivi principali è realizzare la “Città dei 15 minuti”, vagheggiando interconnessioni e corsie stradali per macchine a guida autonoma, mentre continuano ad aprirsi voragini nell’asfalto, con una città che affonda nel degrado, nell’incuria, nella sporcizia, nel mal funzionamento dei mezzi di trasporto pubblico. Dalla grande bellezza analogica all’immensa distesa di algoritmi, dall’Urbe alla City, tutte le strade portano al digitale e al capitalismo della sorveglianza che, nella Capitale, impianta le sue fondamenta con la ZTL più grande d’Italia, dotata di 51 varchi, inaccessibile a tutte le auto che non corrispondono a certi parametri. Ufficialmente per criteri ecologisti di riduzione del riscaldamento globale, di fatto per rivoluzionare la conformazione urbana, lo spazio di movimento sul suolo pubblico, l’accesso alle strutture e ai servizi principali della pubblica amministrazione, la vita di tutti gli abitanti.

Le “zone a traffico limitato” attuali non hanno nulla a che vedere con quelle applicate a partire dagli anni ’60 in seguito allo sviluppo di massa della mobilità automobilistica, a protezione dei nostri centri storici di origine medioevale –  spesso sotto la tutela dell’Unesco o delle Belle Arti – caratterizzati da un dedalo di viuzze nate per il transito di persone e cavalli.

La ZTL Smart, invece, ispirata all’ideologia green del fantomatico riscaldamento globale, del tutto inutile anche per ridurre l’inquinamento, nasce per erigere nuovi confini invisibili e invalicabili per tutti tranne per chi, come a Milano ad esempio, può permettersi di pagare 7,50 euro per l’ingresso portando ad una gerarchizzazione del territorio con zone di inclusione ed esclusione basate sulle fasce di reddito. Il capoluogo lombardo è stato, infatti, il primo ad introdurre nel 2011 l'”Area C” per motivi ecologisti  sotto la giunta di Letizia Moratti – ispiratasi, come ha dichiarato, direttamente a Londra – e del tutto inutile nel ridurre lo smog dato che viene applicata nel centro della città a scapito del fatto che le punte del traffico automobilistico avvengono sulla cintura esterna delle circonvallazioni e delle tangenziali.

La Smart City dilaga anche nel Sud Italia con Messina città sperimentale del progetto MesM@RT, finanziato direttamente dall’Unione europea con il fondo PON GOV. La retorica della transizione digitale, ecologica ed energetica qui assume una coloritura particolare: la lotta all’abbandono dei rifiuti. Centinaia di telecamere dotate di AI sorveglieranno capillarmente tutte le strade e segnaleranno, in tempo reale, atti illeciti alle forze dell’ordine raccogliendo dati sulle targhe delle auto. Nelle video-trappole anti zozzoni sono stati installati anche algoritmi di riconoscimento facciale allo scopo di tracciare tutti gli spostamenti dei cittadini.

La mappatura delle Smart Cities italiane mostra l’espansione dei nuovi meccanismi di controllo sempre più pervasivi e invasivi  che mettono a rischio i diritti costituzionali e le libertà fondamentali dei cittadini.

Nei prossimi articoli ripercorreremo l’origine e lo sviluppo della città intelligente, per passare poi ad analizzarne alcune caratteristiche cruciali quali la normalizzazione dello spazio panottico della sorveglianza e la legalizzazione del credito sociale alla cinese; l’avanzata sempre più aggressiva delle tecno-politiche della deterritorializzazione che mortificano la storia e la cultura dei luoghi; le narrative e le campagne mediatiche che ne occultano l’utopia distopica; gli esempi esteri, da Oxford fino al progetto “The Line”, lanciato nel 2021 in Arabia Saudita; per concludere, infine, con un approfondimento dedicato al caso simbolico di Milano.

di Sonia Milone per ComeDonChisciotte.org

FONTI
Osservatorio Smart City del Politecnico di Milano
FPA – Innovazione nella Pubblica Amministrazione e FORUM PA
ICity Rank 2023: scopri le città italiane ad alto livello digitale – Agenda Digitale
Ecoattivi
S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, 2019
P. Levy, Cybercultura, 1998
J. Rykwert, L’idea di città, 1976
L. Mumford, La città nella storia, 1994

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