La trasformazione europea digitale, smart e verde: un imbroglio nero come il carbone

Di Franco Maloberti per ComeDonChisciotte.org

 

Allegria! L’Europa diventa digitale, e saremo tutti meglio serviti. Mica è uno scherzo, la Commissione è decisa a fare di questo spicchio di millennio il decennio digitale europeo. “L’Europa deve ora rafforzare la propria sovranità digitale e fissare norme, anziché seguire quelle di altri Paesi, incentrandosi chiaramente sui dati, la tecnologia e le infrastrutture“. Tutto grazie anche all’intelligenza artificiale. L’ha detto anche Ursula nel suo discorso sullo stato dell’unione del 13 settembre 2023; infatti “ha affermato che la prima priorità dell’UE è garantire che l’intelligenza artificiale abbia uno sviluppo antropocentrico, trasparente e responsabile“. Antropocentrico, perbacco! Con l’uomo al centro, mica pissi-pissi bau-bau. E non ha detto solo questo. Ha anche detto che “È il momento di mostrare ai giovani che possiamo costruire un continente in cui ognuno può essere ciò che è, amare chi desidera e cercare di realizzare le sue ambizioni. Un continente riconciliato con la natura e che funga da guida nel settore delle nuove tecnologie. Un continente unito nella libertà e nella pace. Ancora una volta, per l’Europa è giunta l’ora di farsi trovare pronta all’appuntamento con la Storia“. Mecojoni! Continente unito nella libertà? Si fa per dire!…Nella pace? Beh, quella c’è davvero. Basta fare un giro in Ucraina o a Gaza e…ecco la pace. Macché Ucraina e Gaza? Loro non sono continente europeo, loro non contano. Poi, chissenefrega se tanti bambini muoiono ammazzati e anche scuoiati, mica sono nostri i bambini, i loro (i sette, grandicelli, di Ursula – ‘membro di Classe I dell’ordine di Jaroslav il Saggio‘ (Ucraina)) e la bambina di Giorgia, sono ben al sicuro. Le mamme di quei bambini che vengono ammazzati da bombe amiche, graziosamente fornite dal pacifico e avanzato Occidente, se ne faranno bene una ragione (se non sono già morte anche loro)…

Boh, lasciamo perdere, che di cose di questa portata ci capisco proprio un bel nulla! Torniamo al digitale. Lasciamo anche perdere i piccoli intoppi che il cittadino medio incontra. Il passaporto? È bello, ha un chip incorporato con tutti i tuoi dati, e puoi passare la dogana in modo ‘digitale’ attraverso un e-gate. Non devi soffrire davanti a un poliziotto che ti guarda un po’ storto. C’è una macchina fotografica che si arrabbia se non ti fai inquadrare per bene, ma dopo un po’ di elaborazione intelligente (e digitale) ti lascia passare. Fa esattamente come il poliziotto che può chiacchierare con i colleghi, ma è intelligente. Beh, se lo vuoi quel bel passaporto, porta pazienza, aspetta sei mesi,…se ti va bene.

Lasciamo anche perdere la fatica che si deve fare per prenotare una visita medica. Se telefoni, senti una musica per almeno mezz’ora, altrimenti,…fatti ‘digitale’, e usa lo spid che ti identifica digitalmente e ti collega in un battibaleno a tutta l’amministrazione. Devi solo avere un computer, un telefono intelligente e un po’ di pratica. Poi, la prenotazione della visita è dopo sei mesi o anche più. Come e peggio di prima! Sì, ma è ‘digitale’, vuoi mettere? Poi quando hai la risposta all’esame, basta che ti colleghi al sistema e digiti una ‘password’ fatta da una serie di 24 caratteri alfanumerici con intramezzati astrusi caratteri speciali…È la protezione dei tuoi dati, della tua ‘privacy’ (parola in inglese che ti riempie d’orgoglio), capisci somaro! Devi chiamare il compagno o la compagna (si chiamano così, in attesa di una definizione più onnicomprensiva) e controllare due o tre volte la ‘password’ prima del fatidico ‘enter‘ (istruzione in inglese, ovvio, non nella tua lingua buzzurra). Poi, ecco il risultato. Mica devi andare dal dottore. Quello succedeva nella preistoria: andavi, e il dottore ti guardava la faccia e faceva la diagnosi senza che tu aprissi bocca. Ora col dottore ci parli in chat o con un messaggino. Le rare volte che ci vai, non ti guarda per nulla, perché è intento a digitare e interagire con il suo capoccia digitale (e intelligente) che già conosce i risultati delle tue analisi e fornisce prognosi, diagnosi e decide anche le medicine. Le ricette le hai comodamente e automaticamente a casa. A casa? No! Nel tuo sito personale informatico e devi solo andare dal farmacista con il codice a barre sul telefonino. Come prima o, forse, peggio di prima perché il farmacista deve leggere il codice sul tuo ‘display‘ a cristalli liquidi e l’aggeggio che legge con un lampo di luce rossa non lo vede; ma tu devi avere comunque il telefonino con e-mail e le app incorporati. Oppure, devi stamparti le ricette con la stampante collegata wireless al telefonino (pratica fortemente sconsigliata per il bene dell’ambiente).

E la PEC, la posta certificata, ce l’hai? Sennò sei un primitivo. Con la posta certificata sei in una botte di ferro. Mica è una casella di posta elettronica normale, quelle gratis. La PEC, che le rare volte che serve vale come lettera RR, fa le stesse cose della posta, ahimè elettronica e normale, ma paghi. Poi, se vuoi proprio essere un figo digitale, procurati la chiavetta per la firma digitale, anche detta “firma elettronica qualificata” (vuoi mettere?). È una pensata spaziale dell’Agenzia per l’Italia Digitale che serve per “lo scambio in rete di documenti con piena validità legale“. Ovvero, “è il risultato di una procedura informatica, detta validazione, che garantisce l’autenticità, l’integrità e il non ripudio dei documenti informatici“. Quindi, per non essere ripudiati basta rivolgersi ai prestatori di servizi fiduciari qualificati pagare un obolo e zac, sei dei nostri. Se vuoi essere all’ultima moda, puoi usare la suite Acrobat (americana) ma…mi raccomando, l’ultima versione della suite.

Ovviamente, per essere digitale devi avere il collegamento internet. Uno scatolotto con un po’ di lucine che fan festa e ti collegano al resto del mondo. È ancora meglio se hai la fibra portata fin dentro casa. La fibra sì che è una grande figata! Puoi ricevere dati a tera-bit al secondo e scaricare un bel film hollywoodiano in dieci nanosecondi. Per entrambe le soluzioni devi pagare un tot alla modernità, e puoi fare te stesso, da casa, quello che altri, casomai più capaci e in carne ed ossa, facevano per te, allo stesso costo o un po’ meno.

Un grande vantaggio della trasformazione digitale è lo ‘smart working’ (in inglese, … fa vera modernità). Puoi far finta di lavorare in remoto e, invece di quelle noiose pause caffè alla macchinetta con colleghi antipatici, ti fai il caffè da solo (come un cane) nella cucina di casa, con giacca e cravatta (in previsione di un qualche zoom-meeting), ma dalla cintola in giù sei aggeggiato come un barbone con un paio di ciabatte sdrucite. Se poi se il fornitore di energia elettrica (che hai scelto con una semplice procedura digitale) ti lascia a piedi, allora sei giustificato e puoi riposarti con un videogioco, dato che il telefonino è ancora carico.

Come illustrato, le applicazioni digitali sono affascinanti, pur lasciandoti relegato e un pochino asociale. Determinano, però, a prima vista, benefici inesistenti. Serviranno ben a qualcosa?

Vediamo di capire. L’Europa dice che vuole rafforzare la propria sovranità digitale, che secondo Thierry Breton, commissario europeo, si basa su tre pilastri: potenza computazionale, controllo sui dati e connettività sicura. In parole povere si tratta di dati, mica servizi.

Dati, ovvero informazioni su persone, finanze e aziende che sono messe in bella mostra sulle nuvole (i cloud) che un qualsiasi ragazzino ‘smart‘ legge agevolmente. Le nuvole sono controllate e costruite da ‘amici’: Microsoft, Amazon e Google, le tre sorelle tecnologiche, più altre realtà americane che detengono una percentuale di dati europei del ‘solo’ 92% (secondo uno studio del World Economic Forum). Questi ‘amici’ possono, se vogliono, accedere senza alcun controllo, facendosi beffa dei 24 caratteri alfanumerici con intramezzati astrusi caratteri speciali. Altri ‘amici’ tengono d’occhio i tuoi dati quando vanno a spasso per il mondo. Poi, ancora, altri ‘amici’ guadagnano con i microprocessori, le memorie e quant’altro hardware che serve per elaborare e immagazzinare i dati. Tanto per informazione, dato che per avere circuiti europei avanzati, tipo il chip-set del 5G, serve almeno un decennio usando casomai una spaziale tecnologia quantistica, si può fare beneficienza transnazionale comprandoli negli USA (Qualcom), in Corea (Samsung), a Taiwan (Mediatek) o, anche risparmiando un tantino in Cina (HiSilicon e Umsoc). In definitiva, il progetto di trasformazione digitale è come chiudere la stalla dopo che sono scappati i buoi e pagare la stalla con tanti soldi digitali e sonanti. In ogni modo, quella roba li sembra essere un’altra cosa rispetto ai servizi, un po’ precari, ma digitali, intelligenti e interconnessi, quelli che il comune cittadino sopporta.

Quanto l’Europa vorrebbe fare, dopo essersi svegliata come la principessa della favola dei fratelli Grimm baciata anche dal venticello della crescita in oriente, è di scrollarsi di dosso l’egemonia tecnologica USA che è del solo 92% nel controllo dei nostri dati. Per questo servirebbe comprare microprocessori a go-go e/o data center, chiavi in mano, fatti dalle solite tre sorelle; pagarli uno sproposito e consumare mille kWh per metro quadro di queste nuove cattedrali tecnologiche e digitali. Ops, questa non dovevo scriverla, gli scagnozzi di Ursula dicono che “La strategia digitale dell’UE mira a far sì che questa trasformazione avvenga per le persone e le imprese, contribuendo al contempo a raggiungere l’obiettivo di un’Europa a impatto climatico zero entro il 2050“. L’Europa deve diventare verde e avere anche ‘sovranità digitale’ (un ossimoro)! Supponiamo, infatti, di raggiungere la potenza dei data center che avevano gli Usa nel 2017. Questi consumavano ‘solo’ 90 miliardi di kWh, ovvero quanto producono circa 34 mega centrali a carbone da 500 megawatt l’una. Carbone? Ohibò, vogliamo l’impatto zero. Dobbiamo essere verdi! Allora facciamo l’energia con il solare. Due conti? Servirebbero tra i 450 e i 600 Km quadrati di pannelli. E questo solo per i data center. Ma questo Thierry Breton, che è anche ingegnere, le moltipliche le sa fare?

La digitalizzazione deve usare una adeguata infrastruttura digitale per una connettività a gigabit. Per farci cosa? Lo spiega il Digital Service Act dell’UE. Adesso ci siamo! Ecco i servizi nominati prima! Ma … mica robette qualsiasi. Ci saranno a quattro livelli; intermedi, cloud e siti web, piattaforme on-line e grosse piattaforme on-line. Per le ultime due l’UE si arroga il diritto di stabilire le regole, facendo anche da poliziotta, ovviamente per mitigare i rischi sistemici. Beh, un po’ di posti da burocrate, con stipendi da favola, sono il vero progresso! Ma mica basta, c’è anche il Digital Market Act (DMA) per “garantire mercati digitali equi e aperti e che stabilisce una serie di criteri oggettivi strettamente definiti per qualificare una grande piattaforma online come cosiddetto “gatekeeper”. Ciò consente alla DMA di rimanere ben mirata al problema che intende affrontare per quanto riguarda le grandi piattaforme online sistemiche“. Toh, ciàpa e porta a ca’. Questi gatekeeper (guardiani) avranno “tutte le opportunità per innovare e offrire nuovi servizi. Semplicemente non saranno autorizzati a utilizzare pratiche sleali nei confronti degli utenti aziendali e dei clienti che dipendono da loro per ottenere un vantaggio indebito“. Ma tu pensa, i guardiani non possono essere manigoldi!

Tutto questo bendidio lo si ottiene a un piccolo costo: dato che siamo scarsi in reti a fibra ottica e collegamenti 5G serviranno almeno 200 miliardi di euro per aggiornare le infrastrutture. Questa baldanzosa voglia di spendere soldi prevede connettività per tutti: “persone che vivono in villaggi, montagne e aree remote, in modo che tutti possano raggiungere opportunità online e partecipare ai benefici della società digitale“. Quindi si pensa di installare un tot di stazioni base 5G che servono, ognuna, circa 10 km quadrati di area rurale. Facciamo un conto approssimato. L’EU è 4,23 milioni di km quadrati e, secondo i documenti comunitari solo il 50% dell’area rurale è servito dal 5G. Stimando l’area rurale il 90% del totale si calcolano circa 190 mila nuove stazioni a cui si devono aggiungere quelle per portare le aree urbane dall’80% al 100%. Almeno lo stesso numero o forse più. Il consumo di potenza dei due tipi di stazione base è molto diverso: con una grossa approssimazione diciamo che le rurali consumano 10 kW e quelle urbane 1 kW al metro quadro. Così, a spanne, la richiesta di energia fa altri 185 miliardi di kWh, ovvero tra i 900 e 1600 km quadrati di pannello solari. Poi, si deve contare anche il consumo aggiuntivo dei telefonini, dei tablet e dei computer portatili, dato che questa enorme disponibilità di bit non incentiverà certo il risparmio. Poi si deve mettere in conto l’aumento energetico delle aziende e altre piacevolezze, tipo il training di sistemi intelligenti (no! L’AI – artificial intelligence) che mangia più energia delle luci di Natale di tutto il mondo (si ricorda che per istruire il famoso chatGTP-4 sono serviti più di 50 milioni di kWh). In sintesi, siamo energeticamente in braghe di tela. Se poi si inizia con l’internet delle cose, siamo spacciati.

Per sicurezza, si può leggere il rapporto Report on the Increasing Energy Consumption of Wireless System and digital Ecosystem, disponibile sul Web, e dedurre che il rapporto 2030 Digital Decade della UE racconta un po’ di balle laddove spiega che la trasformazione digitale aiuta il progetto dell’Europa verde. E balle ben grosse!

Ovviamente i conti che ho fatto sono ben approssimati e io sono pieni di dubbi. Siccome sono perplesso sul verde, ho bisogno di un tantino di aiuto da parte di un esperto in energia. Sono sicuro che la Estone Kadri Simon, commissaria UE per l’energia, laureata in storia a Tartu, potrà consolarmi. Storia? Forse è meglio lasciar perdere. Casomai chiedo al suo capo di gabinetto, Stefano Grassi,…no lui è esperto di economia, avendo lavorato con Monti e la Mogherini. Allora c’è il suo vice, Peeter Kadarik,…no, lui era l’assistente della Kadri al parlamento in Estonia. Chiediamo allora a Barbara Glovacka, no, lei ha un master in legge ad Harward. E cosa dire di Thor-Sten Vertmann? Boh, lui è un altro estone che ha studiato a Tartu, ma non si sa cosa. Forse Ruud Kempener che ha un PhD in Ingegneria Chimica a Sidney? Eventualmente Helena Hinto può dargli una mano. No, lei è una brava cuoca e ha studiato scienze politiche e relazioni internazionali a Tartu (anche lei), ma poi è stata anche in Svezia e in America. E Anna-Kaisa Itkonen? Niente da fare, due master ma uno in legge e l’altro in arte. Forse Jaan Mannik, non credo, bachelor (neanche un misero master) in business a Tallinn, ovviamente, Estonia. E Anne Weidenback? Non sono sicuro, lei ha un master in legge per l’integrazione europea…Avendo finito l’elenco del team di ‘esperti’, non penso che la segreteria, popolata da estoni, possa essere d’aiuto. E alzo le mani.

Nasce allora un ulteriore dubbio che non può, al momento, essere risolto. A Bruxelles, con queste fulgide preparazioni di base, riusciranno a costruire un “continente riconciliato con la natura e che funga da guida nel settore delle nuove tecnologie“?

Di Franco Maloberti per ComeDonChisciotte.org

11.01,2024

Franco MalobertiProfessore Emerito presso il Dipartimento di Ingegneria Elettrica, Informatica e Biomedica dell’Università di Pavia; è Professore Onorario all’Università di Macao, Cina, dove è stato insignito della Laurea Honoris Causa 2023.

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