Sergey Karaganov: usando le armi nucleari la Russia potrebbe salvare l’umanità da una catastrofe globale

Una decisione dura ma necessaria costringerebbe probabilmente l'Occidente a fare marcia indietro e metterebbe fine alla crisi ucraina, impedendone l'espansione ad altri Stati.

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Sergey Karaganov
rt.com

Questo articolo ha suscitato un acceso dibattito tra gli esperti russi sulle armi nucleari, sul loro ruolo e sulle condizioni del loro utilizzo.

Questo è particolarmente significativo se si considera che Sergey Karaganov è un ex consigliere presidenziale sia di Boris Eltsin che di Vladimir Putin e che è a capo del Consiglio per la politica estera e di difesa, un noto think tank di Mosca.

Alcune figure di spicco hanno reagito con sgomento, mentre altre sono state meno critiche.

RT ha deciso che sarebbe stato utile leggerlo per intero. Il pezzo che segue è stato tradotto e leggermente modificato.

Il nostro Paese e la sua leadership mi sembra si trovino di fronte ad una scelta difficile. Sta diventando sempre più chiaro che il nostro scontro con l’Occidente non finirà nemmeno se in Ucraina otterremo una vittoria parziale, per non dire schiacciante.

Anche se libereremo completamente le regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporozhye e Kherson, sarà una vittoria minima. Un successo leggermente maggiore sarebbe quello di liberare l’intera Ucraina orientale e meridionale entro un anno o due. Ma lascerebbe comunque una parte del Paese con una popolazione ultranazionalista ancora più amareggiata e armata fino ai denti – una ferita sanguinante foriera di inevitabili complicazioni, come una nuova guerra.

La situazione potrebbe essere peggiore se liberassimo l’intera Ucraina a costo di mostruosi sacrifici e ci ritrovassimo con un Paese in rovina e una popolazione che per lo più ci odia. Per “rieducarli” ci vorrebbe più di un decennio.

Ognuna di queste opzioni, soprattutto l’ultima, distrarrebbe la Russia dal tanto necessario spostamento del suo centro spirituale, economico, militare e politico verso l’Est dell’Eurasia. Rimarremo bloccati da una dispendiosa attrazione verso l’Occidente. E i territori dell’attuale Ucraina, soprattutto quelli centrali e occidentali, distoglierebbero risorse – sia umane che finanziarie. Queste regioni erano fortemente sovvenzionate anche in epoca sovietica.

Nel frattempo, l’ostilità dell’Occidente continuerà, sostenendo una guerriglia civile a bassa intesità.

Un’opzione più attraente sarebbe la liberazione e la riunificazione dell’est e del sud, con la capitolazione e la completa smilitarizzazione di ciò che resta dell’Ucraina; questo permetterebbe la creazione di uno Stato cuscinetto e amico. Ma un tale risultato sarà possibile solo se saremo in grado di spezzare la volontà dell’Occidente di sostenere la giunta di Kiev e di usarla contro di noi, costringendo il blocco guidato dagli Stati Uniti ad una ritirata strategica.

qui arrivo ad una questione cruciale ma assai poco discussa. La causa principale della crisi ucraina, così come di molti altri conflitti nel mondo, e dell’aumento in generale delle minacce militari, è l’accelerazione del fallimento delle attuali élite dirigenti occidentali.

Questa crisi è accompagnata da uno spostamento mai visto dell’equilibrio di potere nel mondo a favore della maggioranza globale guidata economicamente dalla Cina e, in parte, dall’India, con la Russia come perno militare e strategico. Questo indebolimento non solo fa infuriare le élite imperial-cosmopolite (il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden e i suoi accoliti), ma spaventa anche le élite imperial-nazionali (come il suo predecessore Donald Trump). L’Occidente sta perdendo il vantaggio di cui aveva goduto negli ultimi cinque secoli di sottrarre le ricchezze del mondo intero e di imporre il proprio ordine politico, economico e culturale, principalmente con la forza bruta. Non esiste quindi una fine rapida del confronto difensivo, ma aggressivo, scatenato dall’Occidente.

Il presidente Biden parla al nuovo Fort Liberty in North Carolina © Getty Images

Questo collasso morale, politico ed economico si era manifestato già a partire dalla metà degli anni Sessanta, era stato interrotto dal crollo dell’URSS, ma era ripreso con rinnovato vigore negli anni Duemila (le sconfitte degli americani e dei loro alleati in Iraq e Afghanistan e la crisi del modello economico occidentale nel 2008 ne erano state le pietre miliari).

Per rallentare questo cambiamento tettonico, l’Occidente si è temporaneamente consolidato. Gli Stati Uniti hanno trasformato l’Ucraina in un punching ball per legare le mani alla Russia, il perno politico-militare di un mondo non occidentale liberato dalle catene del neocolonialismo. Naturalmente, gli americani vorrebbero semplicemente distruggere il nostro Paese e così indebolire radicalmente l’emergente superpotenza alternativa, la Cina. Noi, sia perché non ci siamo resi conto dell’inevitabilità dello scontro o per aver voluto risparmiare le forze, abbiamo tardato ad agire preventivamente. Inoltre, in linea con il pensiero politico e militare moderno, prevalentemente occidentale, siamo stati avventati nell’innalzare la soglia per l’uso delle armi nucleari, imprecisi nel valutare la situazione in Ucraina e abbiamo lanciato un’operazione speciale non del tutto riuscita.

Con il loro fallimento interno, le élite occidentali hanno attivamente alimentato le erbacce che avevano messo radici nel terreno di 70 anni di prosperità, sazietà e pace. Si tratta delle ideologie anti-umane: la negazione della famiglia, della patria, della storia, dell’amore tra uomini e donne, della fede, del servizio a ideali superiori, di tutto ciò che è umano. La loro filosofia consiste nell’eliminare coloro che resistono. L’obiettivo è quello di castrare le persone per ridurre la loro capacità di resistere al moderno capitalismo “globalista”, che sta diventando sempre più palesemente ingiusto e dannoso per l’uomo e l’umanità.

Nel frattempo, gli Stati Uniti, sempre più deboli, stanno distruggendo l’Europa occidentale e gli altri Paesi che dipendono da loro, cercando di spingerli al confronto che verrà dopo quello in Ucraina. Le élite della maggior parte di questi Paesi hanno perso la bussola e, prese dal panico per la crisi delle loro posizioni in patria e all’estero, stanno doverosamente portando i loro Paesi al massacro. Allo stesso tempo, a causa di un fallimento sempre maggiore, di un senso di impotenza, di secoli di russofobia e di degrado intellettuale e di una perdita di cultura strategica, il loro odio [per la Russia] è quasi più intenso di quello degli Stati Uniti.

Così, la traiettoria della maggior parte dei Paesi occidentali punta chiaramente verso un nuovo fascismo, che potrebbe essere chiamato totalitarismo “liberale”.

In futuro, e questa è la cosa più importante, la situazione non potrà che peggiorare. Le tregue sono possibili, ma la riconciliazione no. La rabbia e la disperazione continueranno a crescere a ondate successive. Questo vettore del movimento occidentale è un chiaro segno della deriva verso lo scoppio della Terza Guerra Mondiale. È già iniziata e potrebbe esplodere in una vera e propria conflagrazione, sia per caso, sia per la crescente incompetenza e irresponsabilità dei circoli dirigenti dell’Occidente.

L’introduzione dell’intelligenza artificiale e la robotizzazione bellica aumentano il rischio di un’escalation involontaria. Le macchine possono agire al di fuori del controllo di élite confuse.

Bassa Sassonia, Munster: Un granatiere e il cane robot della Bundeswehr Wolfgang 001 durante un’esercitazione. © Getty Images

La situazione è aggravata dal “parassitismo strategico”: in 75 anni di relativa pace, la gente ha dimenticato gli orrori della guerra, ha smesso di temere persino le armi nucleari. Ovunque, ma soprattutto in Occidente, l’istinto di autoconservazione si è affievolito.

Ho trascorso molti anni a studiare la storia della strategia nucleare e sono giunto ad una conclusione inequivocabile, anche se non scientifica. L’avvento delle armi nucleari è stato il risultato dell’intervento dell’Onnipotente che, inorridito dal fatto che, nel giro di una generazione, l’umanità avesse scatenato due guerre mondiali costate decine di milioni di vite, ci ha dato le armi dell’Armageddon per dimostrare a coloro che avevano perso la paura dell’inferno che esso esiste. Su quella paura si è appoggiata la relativa pace degli ultimi tre quarti di secolo.

Ma ora quella paura è scomparsa. Sta accadendo l’impensabile in termini di precedenti nozioni di deterrenza nucleare: un gruppo di élite al potere, in un impeto di rabbia disperata, ha scatenato una guerra su larga scala nel ventre di una superpotenza nucleare.

La paura dell’escalation atomica deve essere ripristinata. Altrimenti l’umanità è condannata.

Non è solo, e neanche tanto, l’aspetto del futuro ordine mondiale che si sta decidendo in questi giorni nei campi dell’Ucraina. Piuttosto se il mondo a cui siamo abituati sarà conservato o se rimarranno solo rovine radioattive ad avvelenare i resti dell’umanità.

Spezzando la volontà dell’Occidente di imporre la sua aggressione, non solo salveremo noi stessi e libereremo finalmente il mondo da cinque secoli di giogo occidentale, salveremo anche l’intera umanità. Spingendo l’Occidente verso la catarsi e la fine dell’egemonia delle sue élite, lo costringeremo a ritirarsi prima di una catastrofe globale. L’umanità avrà una nuova possibilità di sviluppo.

La soluzione proposta

Naturalmente la strada da percorrere è in salita. È necessario anche risolvere i nostri problemi interni per liberarci finalmente della mentalità occidentale e dei funzionari filo-occidentali nella classe amministrativa. Soprattutto i comprador e il loro particolare modo di pensare. Naturalmente, in questo campo, il blocco NATO ci sta aiutando, inconsapevolmente.

Il nostro viaggio di 300 anni in Europa ci ha dato molte lezioni utili e ci ha aiutato a formare la nostra grande cultura. Abbiamo a cuore il nostro patrimonio europeo. Ma è tempo di ritornare a casa, a noi stessi. Cominciamo, con il bagaglio che abbiamo accumulato, a vivere a modo nostro. I nostri amici del Ministero degli Esteri nel loro concetto di politica estera hanno recentemente compiuto una vera e propria svolta riferendosi alla Russia come ad uno Stato di civiltà. Aggiungerei: una civiltà di civiltà, aperta al Nord come al Sud, all’Occidente come all’Oriente. Ora però la direzione principale dello sviluppo è verso sud, verso nord e, soprattutto, verso est.

Il confronto con l’Occidente in Ucraina, comunque finisca, non deve distrarci dal movimento strategico interno – spirituale, culturale, economico, politico e militare – verso gli Urali, la Siberia e l’Oceano Pacifico. È necessaria una nuova strategia per gli Urali e la Siberia, che includa diversi potenti progetti di elevazione spirituale, tra cui, naturalmente, la creazione di una terza capitale in Siberia. Questo movimento dovrebbe diventare parte della necessaria formulazione del “Sogno russo”, l’immagine della Russia e del mondo a cui si aspira.

Il presidente russo Vladimir Putin trascorre il fine settimana in una foresta della Siberia, Russia © Getty Images

Ho scritto spesso, e non sono il solo, che i grandi Stati senza una grande idea cessano di essere tali o, semplicemente, scompaiono nel nulla. La storia è disseminata di tombe di potenze che si sono perse per strada. Questa idea deve essere creata dall’alto e non affidarsi, come fanno gli sciocchi o i pigri, a ciò che viene dal basso. Deve corrispondere ai valori e alle aspirazioni più profonde del popolo e, soprattutto, deve spingerci tutti in avanti. Ma è responsabilità dell’élite e della leadership del Paese formularla. Il ritardo nella presentazione di tale visione è inaccettabile.

Ma perché il futuro si realizzi, è necessario superare la resistenza delle forze del passato, cioè dell’Occidente. Se ciò non avverrà, ci sarà quasi certamente una guerra mondiale su larga scala. Che probabilmente sarà l’ultima del suo genere.

E qui arrivo alla parte più difficile di questo articolo. Possiamo continuare a combattere per un altro anno o due, o anche tre, sacrificando migliaia e migliaia dei nostri uomini migliori e macinando altre centinaia di migliaia di persone che avranno avuto la sfortuna di cadere nella tragica trappola storica di quella che oggi si chiama Ucraina. Ma questa operazione militare non può concludersi con una vittoria decisiva senza costringere l’Occidente ad una ritirata strategica o addirittura alla capitolazione. Dobbiamo costringere l’Occidente ad abbandonare i suoi tentativi di tornare indietro nella storia, ad abbandonare i suoi tentativi di dominio globale, e obbligarlo ad affrontare i propri problemi, a gestire la sua attuale crisi multiforme. Per dirla in modo crudo, è necessario che l’Occidente si “levi dalle palle” e metta fine alle sue interferenze verso la Russia e il resto del mondo.

Tuttavia, affinché ciò accada, le élite occidentali devono riscoprire il senso di autoconservazione perduto, comprendendo che i tentativi di logorare la Russia mettendo gli ucraini contro di lei sono controproducenti per l’Occidente stesso.

La credibilità della deterrenza nucleare deve essere ripristinata abbassando una soglia inaccettabilmente alta per l’uso delle armi atomiche e muovendosi con cautela, ma rapidamente, lungo la scala della deterrenza-escalation. I primi passi sono già stati compiuti attraverso le dichiarazioni in tal senso del Presidente, che ha iniziato a dispiegare le armi nucleari e i loro vettori in Bielorussia e aumentato l’efficacia di combattimento delle forze di deterrenza strategica. I gradini di questa scala sono tanti. Ne conto almeno due dozzine. Si potrebbe anche arrivare ad avvertire i nostri connazionali e tutte le persone di buona volontà della necessità di lasciare le loro case vicino ai bersagli di possibili attacchi nucleari nei Paesi che sostengono direttamente il regime di Kiev. Il nemico deve sapere che siamo pronti a lanciare una rappresaglia preventiva in risposta alle sue aggressioni attuali e passate, per evitare di scivolare in una guerra termonucleare globale.

Ho spesso detto e scritto che, con la giusta strategia di deterrenza e persino di utilizzo, il rischio di un attacco nucleare o di altro tipo “di rappresaglia” sul nostro territorio può essere ridotto al minimo. Solo se alla Casa Bianca ci fosse un pazzo che odia anche il proprio Paese gli Stati Uniti potrebbero decidere di usare l’atomica in “difesa” degli europei, esponendosi ad una ritorsione e sacrificando un’ipotetica Boston per un’ipotetica Poznan. Gli americani e gli europei occidentali ne sono ben consapevoli, ma preferiscono non pensarci. Anche noi abbiamo contribuito a questa imprudenza con i nostri pronunciamenti pacifisti. Avendo studiato la storia della strategia nucleare statunitense, so che, dopo l’acquisizione da parte dell’URSS di una credibile capacità di ritorsione nucleare, Washington non aveva mai preso seriamente in considerazione l’uso di armi nucleari sul territorio sovietico, anche se pubblicamente aveva sempre bluffato. Quando le armi nucleari erano state prese in considerazione, era stato solo contro le forze sovietiche “in avanzata” in Europa occidentale. So che i defunti cancellieri Helmut Kohl e Helmut Schmidt erano usciti dai loro bunker non appena la questione di tale uso era stata sollevata durante un’esercitazione.

Sagoma di missili sullo sfondo della bandiera russa e del sole. Rappresentazione concettuale dell’armamento nucleare. – foto stock © Getty Images

Il contenimento dell’escalation [occidentale] dovrebbe essere abbastanza rapido. Data l’attuale direzione dell’Occidente – e il degrado della maggior parte delle sue élite – ogni loro decisione è sempre più errata e ideologicamente falsata della precedente. E, al momento, non possiamo aspettarci che queste élite vengano sostituite da altre più responsabili e ragionevoli. Ciò avverrà solo dopo una catarsi che porterà all’abbandono di molte ambizioni.

Non possiamo ripetere lo “scenario ucraino”. Per un quarto di secolo abbiamo continuato ad avvertire che l’allargamento della NATO avrebbe portato alla guerra, e non siamo stati ascoltati; abbiamo cercato di ritardare, di “negoziare”. Come conseguenza ci ritroviamo in un grave conflitto armato. Ora il prezzo dell’indecisione è di un ordine di grandezza superiore a quello che sarebbe stato prima.

Ma cosa succederebbe se gli attuali leader occidentali si rifiutassero di fare marcia indietro? Forse hanno perso il senso dell’autoconservazione? In questo caso dovremmo colpire un gruppo di obiettivi in diversi Paesi per far tornare in sé coloro che hanno perso il senno.

È una scelta moralmente spaventosa: useremmo l’arma di Dio e ci condanneremmo ad una grande perdita spirituale. Ma, se non lo facciamo, non solo la Russia potrebbe perire, ma molto probabilmente l’intera civiltà umana finirà.

Dovremo fare questa scelta da soli. Anche gli amici e i simpatizzanti all’inizio non la sosterranno. Se fossi cinese, non vorrei una fine brusca e decisiva del conflitto, perché allontanerebbe le forze statunitensi e permetterebbe loro di riorganizzarsi per una battaglia decisiva – direttamente o, nella migliore tradizione di Sun Tzu, costringendo il nemico a ritirarsi senza combattere. Come cinese, mi opporrei anche all’uso di armi nucleari, perché portare il confronto al livello nucleare significa spostarsi in un’area in cui il mio Paese è ancora debole.

Inoltre, un’azione decisa non è in linea con la filosofia della politica estera cinese, che enfatizza i fattori economici (con l’accumulo di potenza militare) ed evita il confronto diretto. Sosterrei un alleato coprendogli le spalle, ma mi defilerei e non entrerei nella mischia. (In questo caso, forse non ho compreso abbastanza bene questa filosofia e sto attribuendo ai miei amici cinesi motivazioni che non sono le loro). Se la Russia usasse armi nucleari, Pechino la condannerebbe. Ma i cuori cinesi si rallegrerebbero anche nel sapere che la reputazione e la posizione degli Stati Uniti hanno subito un duro colpo.

Come reagiremmo se (Dio non voglia!) il Pakistan attaccasse l’India o viceversa? Saremmo inorriditi. Sconvolti dal fatto che il tabù nucleare è stato infranto. Allora aiutiamo le vittime e cambiamo di conseguenza la nostra dottrina nucleare.

Per l’India e altri Paesi della maggioranza mondiale, compresi gli Stati dotati di armi nucleari (Pakistan, Israele), l’uso di armi nucleari è inaccettabile, sia per ragioni morali che geostrategiche. Se venissero usate “con successo”, il tabù nucleare – l’idea che tali armi non dovrebbero mai essere usate e che il loro uso è una via diretta verso l’Armageddon nucleare – ne uscirebbe sminuito. È improbabile che potremmo ottenere un rapido sostegno, anche se molti nel Sud globale proverebbero soddisfazione per la sconfitta dei loro ex oppressori che li hanno saccheggiati, hanno compiuto genocidi e hanno imposto una cultura aliena.

Ma, alla fine, sono i vincitori a non essere giudicati. E i salvatori vengono ringraziati. La cultura politica dell’Europa occidentale non ricorda, ma il resto del mondo sì (e con gratitudine), come abbiamo aiutato i cinesi a liberarsi dalla brutale occupazione giapponese e molte colonie occidentali a uscire dal giogo coloniale.

Naturalmente, se all’inizio non dovessero capirci, avrebbero un incentivo in più per educarsi. Tuttavia, è molto probabile che riusciremo a vincere e a focalizzare le menti degli Stati nemici senza ricorrere a misure estreme, costringendoli a ritirarsi. E, dopo qualche anno, prenderemo posizione come retrovia della Cina, come sta facendo ora per noi, sostenendola nella sua lotta contro gli Stati Uniti. Allora questo scontro potrà essere evitato senza una grande guerra. E insieme vinceremo per il bene di tutti, compresi i popoli dei Paesi occidentali.

A quel punto, la Russia e il resto dell’umanità saranno passati attraverso tutte le spine e i traumi verso un futuro, che vedo luminoso – multipolare, multiculturale, multicolore – e che darà ai Paesi e ai popoli l’opportunità di costruire i propri destini, oltre a quello comune che dovrebbe unire tutto il mondo.

Sergey Karaganov

Fonte: rt.com
Link: https://www.rt.com/russia/578042-russia-nuclear-weapons/
14.06.2023
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Il professor Sergey Karaganov è presidente onorario del Consiglio russo per la politica estera e di difesa e supervisore accademico presso la Scuola di economia internazionale e affari esteri della Scuola superiore di economia (HSE) di Mosca.

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