Nel frattempo due applausi per lo Stato Nazione

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DI ROSANNA SPADINI

comedonchisciotte.org

Il sistema capitalistico imperialista ha dominato il mondo per almeno due secoli e mezzo, oggi si  è ulteriormente trasformato da industriale in finanziario, un  sistema molto volatile e dinamico, che si adatta continuamente rispetto all’evolversi economico in maniera camaleontica, per cambiare pelle, rafforzarsi e impedire ai nemici di colpirlo.

L’imperialismo del ‘900 infatti era espressione dei conflitti esistenti tra le diverse potenze occidentali, che sfociavano in una serie di guerre altamente distruttive. Però il periodo di rivalità violenta inter-imperialistica si è praticamente concluso nel 1945, dopo la nascita dell’URSS, con la supremazia degli Stati Uniti, la creazione di accordi di Bretton Woods sulla politica del commercio mondiale e la nascita della NATO. Gli scontri diretti tra le due superpotenze, USA e URSS, furono sostituiti da scontri ai confini dell’impero, nelle periferie del globo (Guerra Fredda).

Da questo momento in poi l’imperialismo occidentale ha assunto contorni diversi. Con la fine della seconda guerra mondiale poi gli Stati Uniti hanno preso il controllo dell’Europa occidentale proprio attraverso la NATO, forza di occupazione insediatasi negli stati vassalli europei. La posizione europea subalterna è stata ulteriormente cementificata con l’inserimento dei singoli stati nelle istituzioni economiche istituite durante la conferenza di Bretton Woods, vale a dire, il FMI, la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (IBRD o Banca mondiale) e il GATT (ora WTO). C’è stata solo una decisa resistenza a questo processo d’integrazione da parte della Francia durante il periodo gollista, ma poi è scomparso con l’ascesa di Sarkozy, Hollande e ora Macron.

Questo nuovo imperialismo assomiglia ad una struttura a più livelli, in cui la potenza egemone – gli Stati Uniti – è stata il leader indiscusso in vetta alla piramide, poi viene l’Europa occidentale, poi Giappone e Corea del Sud (entrambi semi-colonie virtuali degli Stati Uniti) e poi il mondo in via di sviluppo. Restano fuori gli stati satelliti dell’URSS e altri, come la Cina, la Corea del Nord e Cuba. Tuttavia, dopo la caduta del Muro di Berlino, quasi tutta l’Europa orientale, al di fuori della Russia, è stata assorbita nell’impero unipolare degli Stati Uniti, entrando sia nella UE che nella NATO (a parte l’Ucraina e la Georgia).

L’impero ci governa in ambito politico, economico, militare e culturale, tutto è stato americanizzato, anche grazie all’hollywoodismo dei costumi e dei valori, somministrato a dosi massicce attraverso la cultura di Netflix. E come ogni impero che si rispetti, pretende tributi dai suoi vassalli, e comunque, a parte il dominio militare, la regola chiave è rappresentata dal possesso della valuta di riserva mondiale, il dollaro-USA.

Gli accordi di Bretton Woods imposero che il dollaro fosse l’unica moneta obbligatoria delle transazioni internazionali, bilaterali o multilaterali (una Borsa Valori), commerciali (acquisto di materie prime e/o prodotti finiti) e finanziarie. Ciò ha consentito agli USA di comprare beni ad un tasso marginalmente più basso rispetto alle altre nazioni, costrette a pagare ad ogni scambio commerciale i costi del cambio. Ciò consente inoltre agli USA di prendere a prestito somme di denaro ad un tasso d’interesse più conveniente, grazie alla capillare presenza della valuta stessa su più mercati finanziari.

Inoltre nel 1973 Henry Kissinger stringeva un accordo con i sauditi (al momento il più grande esportatore di petrolio al mondo e leader de facto dell’Opec), ed otteneva che il petrolio fosse valutato esclusivamente in dollari USA. Questo, naturalmente, aumentò il valore del dollaro, che tenne sotto controllo l’inflazione e potenziando il dominio economico e finanziario degli Stati Uniti, ridusse necessariamente il costo delle merci straniere per i consumatori.

In origine il termine «riserva» si riferiva al fatto che la valuta poteva essere riscattata in cambio di una merce, di solito l’oro, ad un rapporto di cambio fisso. La prima valuta di riserva globale fu la sterlina britannica, e poiché la sterlina era «buona come l’oro», molti Paesi trovarono più conveniente detenere sterline piuttosto che l’oro stesso durante l’era del Gold Standard. Poi verso la fine della seconda guerra mondiale, il dollaro USA acquisì questo status attraverso l’accordo di Bretton Woods. Gli Stati Uniti facevano la parte del leone in quanto a possedimenti d’oro, diventando «l’arsenale della democrazia» ancor prima dell’entrata in guerra degli alleati.

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) venne poi istituito con il preciso scopo di monitorare le azioni della Federal Reserve, garantendo che non avrebbe inflazionato il dollaro e che sarebbe sempre stata pronta a scambiare dollari in oro a $35 l’oncia. I dollari erano dunque diventati tanto «buoni come l’oro», come lo era stata la sterlina inglese tempo prima. Durante gli anni ’60 gli Stati Uniti finanziarono la guerra in Vietnam e la guerra alla povertà con denaro stampato. Il volume di dollari in circolazione superò la capacità degli Stati Uniti di rimborsarli a $35 l’oncia. La FED venne chiamata a renderne conto alla fine degli anni ’60, dapprima dalla Banca di Francia e poi anche da altre.

Sta di fatto che l’economia degli USA ha vissuto come un parassita verso i suoi partner, praticamente senza alcuna preoccupazione di risparmio delle proprie risorse. Il mondo produce, mentre il Nord America consuma. Gli Stati Uniti sono il velociraptor il cui deficit è garantito dagli altri, insomma la maggior parte dei deficit americani (di bilancio e di commercio) è coperto da input di capitale provenienti da Europa e Giappone, Cina e Sud del mondo, tra cui i più poveri del terzo  mondo, ai quali si aggiunge il prelievo degli interessi sul debito che viene imposto a tutti i paesi della periferia. La super-potenza americana si alimenta perciò del flusso di capitali che sostengono il parassitismo della sua economia e della sua società,  quindi è anche più vulnerabile di quanto non appaia.

L’egemonia della moneta di riserva spiega così perfettamente la distruzione sia della Libia che dell’Iraq. Sembra che Gheddafi avesse voluto uscire dal dollaro USA e introdurre una nuova moneta autonoma per l’Africa, il dinaro d’oro, finché Nicolas Sarkozy, per interessi colonialistici, arrivò a definire la Libia una «minaccia per la sicurezza finanziaria del mondo».

Da parte sua, Saddam Hussein tentava di fatturare il petrolio iracheno in euro anziché in dollari USA.  Politiche che hanno segnato a tutti gli effetti una condanna a morte per i due leaders e per le loro rispettive nazioni. Gli Stati Uniti non avrebbero tollerato alcuna ingerenza sulla loro moneta, che avrebbe potuto falcidiare per sempre l’abbuffata liberal americana.

Nel secondo dopoguerra poi è emerso un imperialismo collettivo sotto l’egida e la leadership degli Stati Uniti, quindi la sovranità nazionale di cui gli stati vassalli godevano è stata strettamente subordinata all’autorizzazione e al controllo degli USA. Tanto che i leaders del blocco euro sembrano oggi fin troppo ansiosi di rispettare sia  l’occupazione degli Stati Uniti che la loro egemonia, e le  miserabili classi dirigenti dell’Eurozona, collaborazioniste fino al midollo, rappresentano un modello di classi mondialiste e neoliberiste.

Quindi i famigerati Stati Uniti d’Europa, se mai si faranno, saranno un ulteriore strumento per meglio controllare i dissensi e le possibili defezioni dei dissidenti.  Ne è testimonianza la posizione centrale della NATO, un’alleanza militare capeggiata da un paese al di fuori dell’UE, che naturalmente ha avuto grande interesse imperialistico nella costruzione dell’Unione stessa.

Dice Samir Amin che «Il XX secolo non è stato solo il secolo delle guerre più violente che abbiamo conosciuto, prodotte in gran parte dal conflitto degli imperialismi (allora declinati al plurale). È stato anche il secolo di immensi movimenti rivoluzionari delle nazioni e dei popoli delle periferie del capitalismo del tempo. Queste rivoluzioni hanno trasformato a un ritmo accelerato la Russia, l’Asia, l’Africa e l’America Latina e grazie a ciò sono state il fattore più dinamico della trasformazione del mondo. Ma l’eco che esse hanno avuto nei centri del sistema imperialista è rimasto molto limitato.

Le forze reazionarie pro-imperialiste hanno mantenuto il controllo della gestione politica delle società in quella che è diventata la triade dell’imperialismo collettivo contemporaneo, consentendo loro in tal modo di continuare la loro politica di “containment”, poi di “rolling back” di questa prima ondata di lotte vittoriose per l’emancipazione della maggior parte dell’umanità. È questa mancanza di internazionalismo dei lavoratori e dei popoli che è all’origine del duplice dramma del XX secolo: il soffocamento delle avanzate avviate nelle periferie (le prime esperienze di orientamento socialista, il passaggio dalla liberazione antimperialista alla liberazione sociale), da un lato e, dall’altro, il riallineamento dei socialismi europei nel campo del capitalismo/imperialismo e la deriva della socialdemocrazia divenuta social-liberista». (L’implosione del capitalismo – Samir Amin)

Firma dei Trattati di Roma CEE 1957

Un tempo i paesi europei sovrani potevano decidere se  andare o non andare in guerra unilateralmente, difendere i loro confini, stampare la propria moneta e fare commercio con i paesi che volevano, questo ora non è più possibile. Queste politiche sono decise dagli Stati Uniti via Bruxelles, e tramite le istituzioni sia europee che globali, del resto gli Stati Uniti sono ancora uno Stato sovrano, mentre i suoi vassalli membri dell’area dell’euro non lo sono più.

Ci sono anche i famigerati populismi che decisamente remano contro, ma in Francia il FN di Marine Le Pen è stato sconfitto dall’astro massonico nascente di Emmanuel Macron, e la Germania, tradizionalmente uno stato iper-atlantista, grazie a Frau Merkel, recentemente cerca di difendere la propria supremazia in Europa,  con le sue frecciate maldestre diretto alla NATO, definita obsoleta, decisamente poco apprezzate da Donald Trump, che al contrario ha imposto finanziamenti più consistenti ai paesi membri.

Nel suo libro «Per una democrazia globale» Takis Fotopoulos sostiene tesi molto interessanti, ma difficilmente realizzabili, rimarcando la nascita di una nuova versione d’imperialismo e il modo in cui il sistema dello stato-nazione è stato soffocato da una globalizzazione sistemica, abilitata dalle Elites transnazionali e favorita dallo sviluppo tecnologico. Il dominio del capitale si è decentrato e sostituito da un sistema orizzontale di capitali sovranazionali.

Il collasso del «socialismo reale» avrebbe poi confermato la sua incapacità di trovare una sintesi tra libertà e uguaglianza, per di più è stato travolto da un processo di globalizzazione capitalistica selvaggia, fonte di crisi economiche e sociali devastanti.  All’inizio del nuovo millennio è evidente l’esigenza di rielaborare un diverso progetto di liberazione sociale, e la proposta di una democrazia reale, diretta, non virtuale come quella in cui viviamo, che includa la dimensione politica, ma anche quella economica, insieme a tutti gli aspetti del sociale, questa sembra essere l’unica uscita di sicurezza da una crisi sempre più radicata.

Senza dubbio, nonostante la retorica iper-globalista, gli stati nazionali rimangono la forza più importante nel plasmare l’economia mondiale, inoltre, gli stati più potenti hanno usato la globalizzazione come un mezzo per aumentare il loro potere nazionale (vedi Germania).

Dice Maria Gritsch, «Gli Stati capitalisti avanzati hanno favorito la globalizzazione e l’hanno usata per acquisire maggiore potere sulle loro economie nazionali. Gli Stati Uniti e gli altri Paesi vassalli non si sono dimenticati di progettare e creare gli accordi commerciali transnazionali, le reti di produzione, e la penetrazione dei mercati costitutivi della globalizzazione economica contemporanea. Gli stati capitalisti usano questi strumenti politici per modellare il processo decisionale economico internazionale e la politica sui loro interessi».  (Maria Gritsch, Lo Stato nazione e la globalizzazione economica)

Ma secondo Ernesto Screpanti (L’imperialismo globale e la grande crisi), è stata proprio la globalizzazione contemporanea a favorire la nascita di un nuovo tipo d’imperialismo che è fondamentalmente diverso da quello del Novecento.

Le potenti multinazionali sono riuscite a rompere l’involucro spaziale entro cui si muovevano  durante l’epoca dei grandi imperi coloniali. Oggi il capitale vive nell’interregno sovranazionale, e ha superato il limes territoriale, quindi il suo interesse predominante consiste nell’abbattimento di ogni ostacolo statuale per l’accumulo sistematico di nuovi profitti, e l’espansione commerciale.  Di conseguenza non può sopportare nessuna barriera protezionistica, ma al contrario incentiva il libero scambio e la globalizzazione finanziaria (TTIP, CETA).

Inoltre nell’impero delle multinazionali cambia la natura relazionale tra Stato e capitale, sta crollando quel rapporto simbiotico basato sulla convergenza di interessi, perché il capitale non ha più bisogno di industrie e quadri dirigenziali, visto che trae profitto dalle rendite e non più dalla produzione. Oggi il grande capitale si pone al di sopra dello stato nazionale, nei confronti del quale tende ad assumere una relazione strumentale e conflittuale ad un tempo. Strumentale, in quanto cerca di piegarlo ai propri interessi, sia con l’azione diretta delle lobby sia con la disciplina dei «mercati».

A differenza dei proprietari assenteisti dell’età moderna, il potere dei capitalisti di oggi, grazie alla nuova liquidità delle loro risorse, non conosce limiti sufficientemente forti da non poter essere violati.

Nei regimi imperiali otto-novecenteschi lo stato garantiva una ridistribuzione del plusvalore tra le varie classi sociali, di conseguenza rendeva possibile la formazione di partiti riformisti che miravano a servire gli interessi immediati del proletariato conciliandoli con quelli della nazione.

La turbo-globalizzazione invece, sostenuta dal fondamentalismo mercantile, si è imposta in un mondo privo di confini, in cui la combinazione di tecnologie rivoluzionarie di trasporto e di comunicazione hanno aumentato la potenza delle Trans Nazionali Corporations (TNC). In questo modo il potere è uscito dagli Stati nazionali e si è riversato nel mercato, sostenuto quindi dalle teorie neoliberiste di Milton Friedman degli anni ’80, e successivamente divulgato dai suoi fedeli apostoli, Ronald Reagan e Margaret Thatcher.

Un tempo insomma lo Stato acquisiva i mezzi di produzione per finalità strategiche, e talvolta entrava anche in competizione con il capitale privato, oggi invece è diventato succube del privato, infatti nel caso di sofferenze bancarie compra a prezzi più alti dei valori di mercato, assorbe le parti «malate» del capitale e poi rivende le parti «sane», in modo da dispensare delle perdite i privati e predisporli a ulteriori guadagni. Vedi le ultime vicende italiane di MPS e Banche venete.

Lo Stato alla fine è diventato «ancella» del capitale privato, nel senso che asseconda i movimenti speculativi dei grandi proprietari, li soccorre quando necessario e ne assorbe le perdite, con la scusa di garantire la ripresa e la stabilizzazione dei profitti nel tempo della crisi sistemica, rivestendo un ruolo di vassallaggio ormai apertamente riconosciuto da tutta la narrativa economica mondiale. Nella grande maggioranza dei casi un tale intervento privatistico dello Stato implica naturalmente aumenti significativi del debito pubblico, che saranno poi fronteggiati tramite nuovi tagli al welfare.

Ecco perché lo Stato Nazione è in coma profondo, quindi la più efficace lotta politica dovrebbe essere quella di recuperare la sovranità nazionale e l’indipendenza, obiettivo non facile da perseguire nei confronti dell’impero anglo-sionista delle TNC, una sfida pari a quella di Davide contro Golia, perché al momento il servilismo nei confronti del vero padrone delle ferriere riduce gli Stati a semplici satrapie economico finanziarie.

Ma tutto può succedere nel prossimo futuro, perché la corda è ormai troppo tesa e noi tifiamo perché si spezzi molto presto … dato che come disse il grande Marcus Cato «multa inter os atque offam», molte gocce possono scivolare tra le labbra e l’orlo della tazza …

Nel frattempo due applausi per lo Stato Nazione

 

 

Rosanna Spadini

Liberamente tratto da: https://off-guardian.org/2017/06/16/two-cheers-for-the-nation-state/

21.07.2017

 

 

 

 

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