Home / Ambiente / Il Business della macellazione

Il Business della macellazione

 

PAUL TRITSCHLER

counterpunch.org

Li vedevamo sbirciare fuori tra le assi di legno delle casse dei camion, rinchiusi bene, che passavano per la città. Spesso quando i camion rallentavano agli incroci, gruppi di bambini – io tra loro – si afferravano alla parte posteriore per fare un giro gratuito (un gioco rischioso che chiamavamo “andare aggrappati”), ma l’idea di stare aggrappati al camion che andava al macello ci riempiva di disgusto. Come bambini di città, la nostra idea sugli animali della fattoria veniva filtrata attraverso una visione annebbiata tipo Disney, ma nessuno riusciva a vedere che la corsa al macello aveva qualcosa di sbagliato. Avendone la possibilità, avremmo sicuramente liberato i nostri nobili amici per farli gironzolare per le strade e nella nostra immaginazione: mucche, maiali, polli – tutti.

Erano terrorizzati in quei veicoli con pareti alte; le madri separate dai loro figli, e alcune avevano partorito nel camion, in quelle condizioni anguste. Capitava spesso per una cucciolata di nascere e che i cuccioli venissero calpestati durante il viaggio, e per alcuni anche scivolare fuori attraverso le assi come un bolo e carne flaccida; una volta vedemmo un maialino appena nato scivolare fuori e finire sull’asfalto a Saltmarket, ma non fummo capaci di andare a vedere se fosse vivo prima che il traffico lo schiacciasse.

C’erano tre posti coinvolti nel macello degli animali vicino a dove siamo cresciuti, Glasgow Cross, e io ci passavo abitualmente per andare a scuola. Ogni mattina, dopo aver scavalcato i cumuli di residui di pesce in decomposizione nel mercato del pesce di Briggait, passavo per le piante che venivano processate per diventare mangime ed ero testimone della rude macellazione di pollame che sembrava non avesse fine. Quelli che non erano stati sgozzati ancora vivi, venivano presi per il collo e messi su un nastro trasportatore. La puzza era terribile, tanto da trattenere il respiro quando ci passavo.

I bovini venivano uccisi a Calton, il macello dal quale passavo quando andavo alle scuole medie. Non ci entrai mai, ma una volta, quando mio fratello più grande era nei vigili del fuoco, la sua unità fu chiamata in piena notte per andare in questo posto tetro. Scoppiò un incendio, isolato, in uno degli uffici ma il fumo riempì l’edificio, e mio fratello fu costretto a sciropparselo tutto a pieni polmoni. Il fumo era illuminato ad intermittenza da due grandi fari rossi lungo quel pavimento mortale che erano seguiti dal lungo e pulsante suono dell’allarme. Attentamente camminò tra loro, aggrappandosi alla ringhiera di metallo come supporto. In quei momenti di surreale visibilità rossa vedeva carcasse, tagliate, fatte a pezzi, pozze di sangue sul pavimento di pietra. Ha dovuto camminare attraverso quelle pozze di sangue. Trovando corpi carbonizzati vicino le uscite antincendio del magazzino, e nelle sovraffollate catapecchie, spesso intravedeva l’inferno – Glasgow Est era la stazione più indaffarata d’Europa – ma l’aver camminato sul pavimento mortale poteva essere davvero la porta d’ingresso di quell’inferno. Era una camminata che l’avrebbe poi perseguitato.

Non ho mai visto l’interno del macello di Calton se non attraverso gli occhi di mio fratello – comprensibilmente, i manager erano di solito abbastanza scrupolosi nel nascondere la carneficina al grande pubblico – ma dalle persone del vicinato ho guadagnato una visione del massacro umano che avveniva oltre quei minacciosi cancelli curvi. Ho imparato cos’è la morte, distribuire su scala industriale e non avere compassione dell’agonia degli animali, sofferenza che è parte della routine della macellazione, e della banale brutalità con la quale li portano via per ovviare alla noia di quel pavimento – una gamma di indicibili crudeltà ideate unicamente con finalità d’intrattenimento.

C’è stata un’occasione, ricordo, un bue barricato all’entrata del macello lungo Gallowgate. Meccanicamente le persone iniziarono ad accalcarsi portandosi birre prese nei pub, spettatori divertiti da quello che sembrava uno sport, uno schiavo che cercava di scappare dalla sua vita. Ridevano quando l’animale disperatamente si muoveva a zig zag nel traffico, prendevano in giro i poliziotti in divisa e gli operai del macello che l’inseguivano a piedi. Guardavo lo sguardo sui volti di quella folla, apparentemente insensibili del panico in cui si trovava l’animale e dei suoi frenetici sforzi di scappare. Un giornale locale riportò la storia con una sorta di sollievo, descrivendo che dopo qualche ora, e molte miglia, era stata portata una mucca per indurre il bue a salire su una rampa e farlo entrare in un camion per trasporto bestiame. Lontani dal trasmettere il raccapricciante orrore che accade in quel magazzino, l’articolo voleva sottolinearne il lieto fine. In verità, una volta diventato “gestibile” – o meglio, scioccato – il bue sarebbe stato issato in aria da una catena attaccata a una delle caviglie posteriori e sarebbe stato aperto tagliandogli la gola, al che il suo corpo cominciò a contorcersi violentemente e mentre esalava gli ultimi sospiri il cuore pompò tutto il sangue fuori finendo su quel pavimento omicida. È anche probabile che la mucca e il toro furono macellati uno di fronte all’altro – una caratteristica comune di quel pavimento, e dati inquietanti della ricerca di de Waal and Preston ci accomunano che quello che subiscono gli animali “da cucina” è una caratteristica più importante di tutte le altre che definisce la nostra umanità: empatia.

La morte del bue, sottoposta a revisione rispetto alla misura di riferimento dei principali indicatori di efficienza, sarebbe un criterio per valutare le prestazioni nei sistemi di gestione della qualità utilizzato oggi nei macelli. Soprattutto, questo tipo di omicidio (l’eufemismo preferito dall’industria è “elaborazione”), sarebbe considerato umano – un concetto che, per definizione, significa mostrare compassione. Molte persone arrivano ad accettare la legittimità delle parole “umano” e “uccisione” nella stessa frase: il diritto di morire con dignità, di porre fine a sofferenze incessanti, di autorizzare organi per trapianti da qualcuno in uno stato vegetativo permanente. Morte su qualsiasi altro motivo. Eppure le domande sulla compassione vengono raramente sollevate contro la domanda di carne e dell’industria casearia – un insieme di imprese guidata dal desiderio di massimizzare i profitti dall’ “elaborazione” della cura, della vita, del pensiero di cose che hanno la capacità di soffrire e sono desiderosi di vivere.

Ad eccezione dell’India, dove il 30% della popolazione è vegetariana, la grande maggioranza delle persone – 90 % – in quasi tutti i paesi del mondo, mangia carne e latticini. Da questo è deducibile che le persone credono effettivamente che sia accettabile per le imprese possedere, allevare, castrare, mettere all’ingrasso e uccidere gli animali a scopo di lucro. La maggioranza, ovviamente, non la rende una cosa giusta – basta prendere in considerazione un diffuso sostegno alla schiavitù, alla pulizia etnica o alla pena capitale. C’è però qualcosa di incoraggiante, come i segnali di un cambiamento nell’opinione pubblica, con un numero crescente di persone che chiedono che gli animali vengano uccisi nel modo più umano possibile. Da qui però si solleva la questione sul tracciamento del confine tra umano e disumano. Considerati gli strumenti di questo commercio – coltelli, seghe, martelli, elettricità, catene e ganci – potrebbe essere più umano gettarli nei camion in cui vengono trasportati da una fattoria all’altra? In tal caso potrebbe esserci preoccupazione per il deterioramento delle carcasse in transito – sia per il cibo che per i prodotti a base di pelle – potrebbe quindi essere più efficiente portarli direttamente in massa in camere a gas? Il pensiero paragonato alle atrocità umane può essere inquietante, ma è ragionevole chiedersi se la razionalità alla base della macellazione selettiva degli animali – sia quelli domestici che quelli alimentari – sia diversa dalla razionalità che sta alla base dello sterminio delle popolazioni umane nei campi. (È forse degno di nota che il gas è sempre più, e in qualche modo orripilante, usato per uccidere i maiali, come mostrato al seguente link (Attenzione: è inquietante).

La morale è il centro della questione. Da bambino, ho trovato difficile distinguere tra santi martiri e animali assassinati. La mia insegnante era desiderosa di trasmettere la dolorosa storia di Sant’Andrea, il santo patrono del nostro paese, che fu smembrato con un’accetta – le mani e i piedi per primo – mentre era ancora cosciente su una croce a forma di X. È stato ugualmente sconvolgente apprendere che lo smembramento degli animali ancora coscienti era un evento normale nel mattatoio di Calton. Se gli animali fossero sopravvissuti a quel viaggio sovraffollato dalla fattoria al macello – in condizioni di stress, disidratazione, calore o congelamento – sarebbero poi stati maltrattati, tagliati, bruciati, spellati e smembrati. Questo è quello che succede nell’industria della carne e dei latticini oggi, ma su scala molto più rapida, intensa e inumana.

Per quanto riguarda la sofferenza degli animali da fattoria, l’unico riferimento che ricordo di quegli anni era legato alla loro sfortunata capacità di percepire l’avvicinarsi alla morte. Era risaputo che gli animali potevano improvvisamente cambiare comportamento dopo essere stati scaricati dai camion nel macello – presi dal terrore, diventavano frenetici durante gli ultimi minuti della loro vita – e non era insolito che le persone si interrogassero su come potevano percepire che stavano per essere uccisi. La spiegazione che girava era che il loro istinto di morte veniva stimolato. Questa conveniente giustificazione, una forma di negazione, distoglieva l’attenzione dal caos di sangue schizzato sul pavimento mortale a quello di una stranezza evolutiva: un difetto genetico che in qualche modo permetteva agli animali di percepire la loro morte imminente.

Gli animali potrebbero avere una sorta di antenna psichica, misteriosi mezzi per trascendere la sostanza conosciuta di questo mondo, ma sembra più probabile che la loro isteria scaturita dall’approccio al macello abbia la sua fonte nelle viscere e nelle richieste di aiuto dei compagni poco prima di essere mutilati e smembrati. Questa nozione del profondo istinto di morte maschera la realtà e attenua di conseguenza la colpa: permette alle persone di riconoscere una forma discreta di sofferenza animale e allo stesso tempo di dissociarsi dalle terribili disavventure dell’animale – in breve, la responsabilità viene spostata dagli umani alla sofferenza dell’animale stesso. Visto da questa prospettiva, il problema non è tanto il nostro desiderio di consumare animali, quanto invece il loro desiderio di vivere.

L’idea di un istinto di morte da parte di forme di vita inferiori, chiamate anche animali da cibo, ricorda l’idea prevalente tra molti psichiatri a metà del diciannovesimo secolo – uomini come il dottor Samuel Cartwright, che osservarono l’esplosione di una condizione curiosa tra gli schiavi di colore: l’impulso di essere liberi. Avendo inventato una diagnosi (soprannominata ‘drapetomania’), per questa malattia mentale – una malattia con caratteristiche cliniche che includeva un persistente desiderio di libertà, un’infelicità crescente o persino malumore occasionale – Cartwright inventò una cura: il dolore. Raccomandò che lo schiavo afflitto fosse frustato fino a che sulla sua schiena non si vedesse la carne viva, seguito poi dall’applicazione sulle ferite di una sostanza irritante per intensificare l’agonia. Ha portato il risultato desiderato: questo legame mentale non ha curato la condizione, ma ha aiutato a controllare quest’ondata, riducendo notevolmente l’impulso da parte degli schiavi a separarsi dai loro padroni.

Come rivelato da ricercatori come Gail Eisnitz, una sorta di logica simile predomina nei macelli, dove bastoni o martelli sono usati per rompere le gambe o la spina dorsale agli animali irrequieti per farli calmare, e vengono versate lacrime di agonia poiché gli vengono tagliate le corde vocali – specialmente quando vengono catturati nel cancello e sono costretti, da vivi, a farsi tagliare le gambe o la testa per accelerare la lavorazione. E l’accelerazione è oggi il meccanismo del macello, dato che sono stati compiuti sforzi maggiori per soddisfare l’aumento del tutto irrealistico e non necessario nella domanda globale di carne – un aumento che richiede un’intensificazione di risorse, nonché dannoso per l’ambiente e uno dei maggiori contribuenti del cambiamento climatico. Se non per motivi di salute personale, etica o semplicemente disgusto, le prove suggeriscono che diventare vegani è uno dei modi più immediati ed efficaci per un individuo di ridurre le emissioni nocive che influenzano il cambiamento climatico. La ricerca di Peter Scarborough presso l’Università di Oxford ha scoperto che il passaggio a una dieta vegana – a seconda delle scelte fatte per la sostituzione della carne – era un’opzione più realistica per la maggior parte delle persone al fine di ridurre le emissioni di carbonio, rispetto ai tentativi di riduzione delle stesse nell’area dei trasporti, come l’utilizzo di auto o di aerei. La dieta vegana, secondo la ricerca, riduce del 60% l’impatto di carbonio legato al cibo, risparmiando l’equivalente di 1,5 tonnellate di biossido di carbonio all’anno.

La macellazione degli animali ha un impatto negativo sul clima, sulla qualità della vita nella società e sulla nostra identità. La misura in cui siamo disposti ad accettare lo sfruttamento degli animali e a tollerarne le crudeltà su di essi – che è vista sempre di più come chiave della macellazione a ritmo industriale – ha una certa influenza su come vediamo noi stessi e gli altri. Ad esempio, a un certo punto, vi sono chiare indicazioni per la quale la crudeltà sugli animali sia da considerare un presagio della violenza e della criminalità umana. I pericoli a questo riguardo sono stati sollevati sul Counterpunch Magazine dalla giornalista investigativa della sanità, Martha Rosenberg, che ha scoperto che i criminologi e le forze dell’ordine stavano finalmente iniziando a riconoscere ciò che l’antropologa, Margaret Mead, aveva dichiarato nel 1964: “Una delle cose più pericolose che possa accadere a un bambino è uccidere o torturare un animale e farla franca”.

Rosenberg menziona prove che mostrano la relazione tra crudeltà verso gli animali e modelli di comportamento violento, che vanno dalla violenza domestica, agli omicidi e alle uccisioni di massa. Secondo Rosenberg, cosa hanno in comune Ted Bundy, John Wayne Gacy, Jeffrey Dahmer, Devin Kelley (l’assassino della chiesa del Texas), Anders Breivik (che ha ucciso 77 persone in Norvegia nel 2011) e una schiera di altri è quella di aver torturato animali e erano felici del dolore inflitto. Ci si potrebbe ragionevolmente chiedere se la nostra tacita accettazione della crudeltà nei confronti degli animali, del massacro che serve semplicemente a soddisfare i nostri gusti, alla fine ci desensibilizza – anche se in misura diversa – alla sofferenza degli altri.

Molti ritengono che semplicemente prendere la vita di un animale sia un atto di crudeltà, e che anche questo non sia privo di conseguenze per la natura delle relazioni sociali – sia a livello sociale che individuale. La preferenza per il consumo di carne è stata di per sé oggetto di studio per quanto riguarda le conseguenze sociali, in cui sono stati stabiliti legami tra consumo di carne e nozioni di prestigio, potere, gerarchia e patriarcato, e di forza, superiorità, dominio e oppressione. In The Sexual Politics of Meat, tesi di Carol J. Adams, il focus centrale è sulla connessione tra il consumo di carne e l’oppressione delle donne. Per oltre quattro decenni il suo lavoro ha ispirato la ricerca internazionale che mira ad accertare empiricamente il legame tra consumo di carne, virilità e violenza e ad esplorare il funzionamento di un’industria che promuove il degrado di donne e animali.

Adams sviluppa il concetto di “referente assente”, l’idea che ci sia un’assenza dietro ogni pasto a base di carne – vale a dire, la carne che prende il posto della morte dell’animale. Questo separa il mangiatore di carne dal referente e quindi consente l’abbandono morale dell’essere vivente. Inoltre, il referente assente fa sì che venga mascherata la violenza utilizzata per uccidere: l’animale è venduto a pezzi, proteggendo così il mangiatore di carne da qualsiasi difficoltà morale che potrebbe derivare dal collegare una forma di vita al prodotto finale. Se il modo in cui la carne viene presentata desensibilizzasse il mangiatore di carne per l’uccisione di un essere vivente, qualcosa di simile avverrebbe per via della desensibilizzazione verso le donne per come viene pubblicizzata la carne. Le pubblicità del prodotto carne sono spesso femminilizzati e sessualizzati usando parti del corpo femminili, con conseguente oggettivazione e degradazione degli animali sia umani che non umani. Come dice Adams, consumiamo letteralmente gli animali e visivamente le donne. Alla fine, entrambi hanno poco o nessun significato oltre la loro funzione a livello puramente fisico. Il fatto che alcuni uomini abbiano fatto sesso con le mucche nel mattatoio di Calton – una depravazione non sconosciuta in altri macelli – forse non è del tutto lontano dal tipo di abuso di potere e di degrado a cui allude Adams.

L’idea di esseri viventi come referenti assenti e il legame tra virilità e consumo di carne è presente in molti testi, dai libri per bambini e letteratura classica, alle campagne pubblicitarie – quelli che Adams chiama “i testi di carne” – e tutti servono l’imperativo di fondo della massimizzazione del profitto e del potere patriarcale. Per Adams, sia il corpo femminile che quello animale sono mercificati come mezzo di produzione e riproduzione, o schiavitù riproduttiva; sono entrambi visti come disponibili e controllabili, nonché entrambi considerati bestiame. Adams fornisce numerosi esempi in tutto il suo lavoro per illustrare i modi in cui il linguaggio oggettivante della misoginia, le immagini o le associazioni delle parti del corpo e la desensibilizzazione verso gli animali e le donne, sono utilizzati all’interno della pubblicità della carne: “sei un uomo che preferisce il petto o le cosce? ‘- e conclude che è così radicato nella nostra cultura da non essere notato. Di conseguenza, sostiene Adams, il veganismo rappresenta di per sé una sfida al patriarcato, perché il patriarcato è un sistema di genere implicito nelle relazioni umane e non umane.

Gli studi sulle caratteristiche della personalità mostrano che i principi alla base dei “testi di carne” possono servire a rafforzare i pregiudizi esistenti. La ricerca degli psicologi, Dhont e Hodson, ha rilevato che coloro che considerano naturale e inevitabile la disuguaglianza e il dominio sociale, e che attribuiscono grande importanza al potere e all’autorità, sono più propensi a mangiare carne e ad essere sopra la media in termini di consumo di carne. Il loro studio ha trovato forti correlazioni tra alti livelli di consumo di carne e concetto di esagerata mascolinità, una forte convinzione nel determinismo evolutivo e l’autoritarismo di destra.

È quasi corretto dire che la maggior parte delle persone non si propone di essere crudele con gli animali, e che pochi apprezzerebbero l’opportunità di ucciderli. A giudicare dall’elevato tasso di proprietà degli animali domestici nella maggior parte della società, sembrerebbe che le persone amino gli animali, ma amano anche la carne – una relazione contraddittoria da parte di molti onnivori che gli psicologi Steve Loughnan, Brock Bastian e Nick Haslam, tra gli altri, lo intendono come “il paradosso della carne” – un fenomeno spiegato in parte dal concetto di dissonanza cognitiva. Negli anni ’50, Festinger descrisse la dissonanza cognitiva come lo stress mentale che le persone subiscono quando hanno idee o valori contraddittori e affermano che cercano di ridurre o risolvere il conflitto scegliendo una credenza che gli si addice. Nel caso degli onnivori, alcuni gruppi di animali sono classificati come intelligenti, emotivi e adatti come animali domestici, mentre altri sono classificati come privi di queste capacità e quindi adatti al cibo. Numerosi esperimenti di psicologia sociale hanno dimostrato che per ridurre le preoccupazioni sul loro benessere e per resistere al desiderio di entrare in empatia con loro, le persone in genere negano che gli animali abbiano una mente: capacità di ragionamento, emozioni e qualità morali.

La domanda posta per sapere se si crede che gli animali abbiano una mente e emozioni, non è nuova. In The Emotional Lives of Animals, Marc Bekoff attribuisce a Charles Darwin il ruolo di primo scienziato che prestò seria attenzione allo studio delle emozioni degli animali e alla convinzione che vi sia continuità tra gli umani e gli altri animali – sia emotivamente che cognitivamente. In linea con l’esperienza di Jane Goodall – che ha scritto su Flint, uno scimpanzé morto di dolore – la ricerca di Bekoff ha rivelato una serie di emozioni da parte degli animali: amore, dolore, disperazione, paura, gioia, gelosia, imbarazzo e vergogna. È probabile che la maggior parte delle persone sappia questo istintivamente, ma per ridurre la loro dissonanza cognitiva e quindi superare il paradosso della carne, la maggioranza interrompe mentalmente il legame tra carne e animali. L’industria della carne e dei latticini aiutano molto in questo: l’uccisione è ingannevolmente formulata come elaborata, i maiali diventano maiale, le mucche diventano carne di manzo o lombata, gli animali sfruttati sono descritti come animali da cibo e la crudele realtà del macello e del processo di pre-imballaggio è mantenuta nascosta. Siamo educati alla supremazia della carne, non alle sue alternative.

Si potrebbe immaginare una condanna diffusa della carne e dei prodotti caseari se più persone assistessero al massacro di maiali, mucche e polli – un brutale sistema di uccisione industrializzato, descritto un po’ meno duramente come il processo di pre-confezionamento per pancetta, hamburger e petto. Se il proprio cane o gatto venisse portato da un veterinario per essere soppresso, ci si spaventerebbe nel sapere che venga inviato al macello – cosa che è considerata umana per un qualsiasi “animale da cibo” – ma del tutto impensabile nell’accostamento all’uomo o all’animale domestico. Ignorare la crudeltà di routine verso gli animali ha la sua equivalenza nella tolleranza della tortura, della tratta di esseri umani e della selezione etnica – una follia morale. Il veganismo offre un’alternativa immediata e logica alla realtà del macello, ma ha anche un ruolo chiave da svolgere nel porre fine alla fame nel mondo, nel miglioramento della salute umana e nella riduzione dei cambiamenti climatici. Il veganismo, secondo Carol Adams, è una condizione del femminismo, e semplicemente diventando vegano si gioca una parte fondamentale nella campagna contro il patriarcato. Questa impollinazione incrociata libera alla consapevolezza della tendenza psicologica verso la disumanizzazione e verso la desensibilizzazione alla sofferenza di tutti gli esseri viventi. Di conseguenza, il veganismo è anche una condizione della moralità socialista, poiché il socialismo è l’antitesi dello sfruttamento, fondato sui principi fondamentali di equità e gentilezza. Dopo tutto, cos’altro potrebbe essere?

Ripercorrendo parallelamente il massacro in quei luoghi oscuri durante la mia infanzia, ci fu il massacro della guerra del Vietnam, e prestai particolare attenzione al suo sviluppo perché mio cugino di New York, un capitano della US Air Force, era lì. Una volta in congedo, venne a farci visita nella nostra casa a Glasgow Cross – un appartamento in affitto che ha definito un “appartamento di acqua fredda” – e durante una delle nostre numerose conversazioni ho sollevato la questione del massacro di My Lai, che aveva fatto da poco notizia. Rispose in modo tagliente e caloroso, dichiarando che tutti erano nemici in Vietnam, anche se avevano sei anni: “Quei bastardi hanno messo il vetro a brandelli nella tua Coca-Cola.” Il nemico, anche i bambini, divennero “musi gialli”: esseri inferiori – animali. In linea con le razionalizzazioni dei mangiatori di carne, che consideravano gli animali da cibo privi di mente e capacità morali, la disumanizzazione divenne una strategia di difesa psicologica, un mezzo di disimpegno morale.

Durante una delle nostre escursioni nei dintorni di Glasgow, abbiamo camminato lungo Argyll Street oltrepassando un’enorme quantità di lavori verso la Kelvingrove Art Gallery. “Proprio come New York”, ha detto, “sempre strappando le cose e scavando le cose”. Non ho scavato le cose, non gli ho chiesto cosa ha visto o cosa ha fatto, ma nel profondo ho temuto il peggio. Le persone erano sempre più consapevoli di quello che stava succedendo in guerra: le notizie trasmesse costantemente riguardavano il bombardamento a tappeto e la guerra chimica in Vietnam, Laos e Cambogia, e occasionalmente qualche eccesso di brutalità veniva rivelata o accennata. Mi è sembrato allora, come ora, che non c’è niente che gli esseri umani non facciano l’un l’altro finché riusciamo a trovare gli interruttori giusti per disattivare i protocolli di moralità. È la stessa razionalità che sta alla base degli orrori dei campi di sterminio e le brutalità dei campi di tortura carceraria come Abu Ghraib, la stessa base di quello che facciamo agli animali semplicemente per mettere la carne nei nostri piatti.

Uccidere è sempre stato il modo naturale delle cose, rappresentando una sorta di progresso e l’eliminazione della speranza. Uccidiamo per conto degli altri, per le cosiddette cause giuste e per amore. Nella misura in cui abbiamo una scelta – e molti direbbero che abbiamo sempre una scelta – uccidere, e tutta la responsabilità morale che ne consegue, è personale. È qui che inizia e finisce. Il cambiamento deve iniziare in se stessi: viene guidato dal basso verso l’alto e dalla strategia del rifiuto. Questo rifiuto può iniziare con ciò che scegliamo di mangiare, cambiando il mondo a piccoli morsi.

 

Fonte: https://www.counterpunch.org

Link: https://www.counterpunch.org/2018/01/15/killing-floor-the-business-of-animal-slaughter/

15.01.2018

 

Traduzione per  comedonchisciotte.org a cura di MARIARITA MORI

Pubblicato da Davide

25 Commenti

  1. A parte l’esagerata lunghezza di un articolo che ci vuole dire sostanzialmente “mangiate vegano”, vorrei riprendere questo punto:
    [cito]
    “Martha Rosenberg, che ha scoperto che i criminologi e le forze
    dell’ordine stavano finalmente iniziando a riconoscere ciò che
    l’antropologa, Margaret Mead, aveva dichiarato nel 1964: “Una delle cose
    più pericolose che possa accadere a un bambino è uccidere o torturare
    un animale e farla franca”

    [fine citazione]

    Allora. Mi va bene associare le tendenze violente con la violenza, cioè un sadico non ha problemi a fare del male anche agli animali, ma rovesciare i termini e dire che se mangi carne sei un sadico, mi dispiace ma è grottesco.

    Quand’ero bambino “fare del male agli animali” o alle piante, era parte normale del comportamento infantile, basilarmente accettato come modalità comune di relazione perchè da quando esiste l’Uomo è sempre stato così: se siamo animali predatori (e lo siamo) dobbiamo anche avere bene in mente che siamo capaci di essere violenti. Non a caso quando è nato qualcuno che non tollerava nessuna forma si violenza verso gli animali l’abbiamo fatto santo (San Francesco). Cosa che (sempre non a caso) non ha cambiato di molto la realtà.

    Però, un conto è parlare in modo così straordinariamente becero di violenza, sostanzialmente con l’obbiettivo (non si sa quanto cosciente) di ottenere imbecilli o ritardati, cioè figure vicine a quelle del buon Mr. Hide del film “Dottor Jekyll e gentile signora” (regia di Steno con Paolo Villaggio) ben altro è capire che la violenza è una componente inscindibile della natura (tutta e a partire da quella cellulare) per ciò separarla crea conseguenze ben più abomevoli che conoscerla e costruire un armonia che la comprenda.

    Questo significa che c’è un abisso tra la pretesa di una assenza violenta e una violenza organica, cioè rimessa nel codice naturale delle cose, così come sono state progettate in milioni di anni. Oppure dovremmo chiederci se un coccodrillo non sia violento, se uno squalo non sia violento, se un leone marino o un delfino non siano violenti e lo sono, molto più di quanto ci piacerebbe credere o sapere. A questo tipo di discorsi le persone tendono a reagire dicendo che “però noi non siamo animali” così scoprendo l’altro lato ripugnante. Da una parte si pretende di rimuovere completamente l’idea di violenza strutturata e organica, con supposizioni azzardate del tipo carnivoro=violento (ma nessuno è andato mai a vedersi com’è violenta la vegetazione di un sottobosco? … un film dell’orrore in confronto è rassicurante) più funzionale al “bravo cane domestico” che a un idea concreta vitale. Dall’altro si disconosce non solo l’impatto devastante che l’uomo ha in generale sul suo territorio (tolto il massacro animale) e che rende di fatto un inferno la vita selvatica ovunque sul pianeta, ma anche la struttura organica stessa del corpo umano e il suo “normale funzionamento molto, molto, molto violento”.

    Detto questo l’unica cosa che andava detta (secondo me) e l’unica cosa che articoli così deprecabili alla fine non dicono mai è che l’abuso e solo l’abuso è intollerabile. Non tanto l’abuso della violenza ma di qualsiasi cosa: agenti chimici, autotrasporti, energia, cibo, vita frenetica, notorietà, denaro, tecnologia … persino svago!!!
    In una vita che spinge unicamente all’abuso nella relazione, come si fa ad accusare chicchessia dell’abuso di carne? Non è solo miope è anche un segno solare di gravissima deficienza cognitiva.
    Poi ovviamente ognuno la pensa come vuole e tutti si può tornare subito a dormire sonni tranquilli. Tanto come sempre il mio è il parere di nessuno e per ciò non conta niente.

    • Hai pienamente ragione. Prolisso l’articolo(secondo te e forse hai ragione),ma soprattutto prolisso il tuo commento. Buon appetito.

    • il suo è un elogio della violenza… mai letto tante stupidaggini tutte in una volta. Voler far passare la violenza nei confronti dei propri simili o degli altri animali del creato come normale, giusta e sacrosanta è davvero ripugnante. La violenza è ignoranza e lei ne ha dato un fulgido esempio.

      • ma mi spieghi una cosa, se vorrà:

        lei sta a leggere comedonchisciotte in perfetto silenzio e spunta fuori ogni volta che si para di veganesimo, alimentazione e cose cosi, oppure è un utente attivo ma cambia abito per l’occasione?

        possibile non abbia mai nulla da dire su nessun altro argomento?
        cordialmente

        • a parte che spunto fuori quando mi pare e piace… commento su vari argomenti quando ritengo che il mio contributo possa essere utile alla discussione altrimenti taccio. Quando si parla di veganismo non lesino a commentare perché è un tema che mi sta molto a cuore da vegano e non solo.

          • “a parte che spunto fuori quando mi pare e piace..”
            ci mancherebbe!

            non era affatto una critica, ma una pura curiosità.

  2. concordo con l’autorel:
    bisognerebbe limitarsi parecchio,nel consumo di carne animale…
    per questioni ambientali,perchè l’allevamento intensivo è antieconomico sul lungo periodo…e danneggia pesantemente l’ambiente,
    per questioni sanitarie,perchè troppa carne fa male….
    e buona ultima,per questioni etiche.
    la questione etica la metto per ultima,perchè al di là della descrizione da film horror che ha postato,
    la realtà è che in occidente si usano già da decenni
    metodi il più possibile indolori,per abbattere le bestie…
    anche se è vero che non riusciamo ad impedire che soffrano.
    ma guardando le cose con realismo,
    una vacca…
    una gallina,
    un maiale in natura come vivrebbero?
    sempre affamati e sempre all’erta contro i predatori…
    spesso ammalati,quasi sempre invasi da parassiti dentro e fuori,
    e certo mai al riparo dentro una stalla durante temporali,inverni
    e neve.
    e la morte che affrontano quando è il loro momento
    non è certo indolore,anzi:
    questo è una cosa che può pensare solo chi non ha mai visto un bufalo mangiato vivo da jene e leoni,che cominciano sempre da genitali
    e visceri,
    pregando che siano affamati…
    se no ci mettono decine di minuti ad ucciderli.

    nel caso qualcuno (anzi,qualcuna)
    sia ignaro al riguardo,consiglio un bel giro su youtube
    con qualche chiave mirata..
    bastano pochi minuti per rendersi conto di quanto è bella…
    quanto è poetica,
    quanto è “etica” una morte naturale in natura:
    è una cosa così dolorosa e raccapricciante che è insopportabile anche solo a vedersi,figurarsi
    come deve essere,a provarlo sulla propria pelle…

    quindi di che parliamo?

    smettiamo di mangiare carne?
    oh,ma certo….
    è profondamente etico.
    a prezzo di una vita molto peggiore per gli animali di allevamento,senz’altro..
    ma etico.

    • scempiaggini un tanto al chilo… tu ragioni da specista cioè ragioni partendo dal presupposto che l’uomo abbia il diritto di disporre a proprio piacimento della vita e delle morte di tutte le altre creature del pianeta. In virtù della presunta superiorità intellettuale e morale dell’uomo si arriva a negare il diritto fondamentale alla vita e all’esistenza di miliardi di animali. Davvero c’è gente convinta che il senso di queste infime vite sia solo quello di sollazzare in ogni modo possibile il piacere dell’uomo da quello culinario a quello ludico e via dicendo. Non ci sfiora nemmeno il pensiero che questi animali possano avere una dignità tale da meritare un’esistenza degna di questo nome. Che succederebbe se tutti diventassimo vegani smettendo di nutrirci di carcasse di animali?.. semplice non ci sarebbe più l’allevamento su larga scala di miliardi di animali la cui unica prospettiva sarebbe quella di finire nel nostro piatto… questo permetterebbe di risparmiare molto territorio che oggi viene sfruttato per l’allevamento di bestiame e permetterebbe alle specie selvatiche di riconquistare buona parte dello spazio vitale che gli è stato sottratto… nessun animale selvatico baratterebbe la sua vita con un animale da allevamento .. nessun cinghiale farebbe mai cambio con un maiale da allevamento perché dalle fauci del lupo puoi anche avere la fortuna di salvarti, invece col macellaio non hai scampo. E poi vuoi mettere .. fino al momento in cui il tuo destino sarà compiuto potrai sempre fregiarti di aver avuto una vita che meritava di essere vissuta.

      • no,non penso affatto che noi umani abbiamo il diritto di disporre a piacimento ecc ecc.
        semplicemente mangio quel che mi piace senza farmi troppe menate mentali.
        e siccome sono un uomo pragmatico,
        mi rendo conto che troppa carne fa male,
        mi rendo conto che l’allevamento esasperato danneggia pesantemente l’ambiente,
        e mi rendo anche conto che pur volendo,non è possibile ridurre oltre un certo livello
        il dolore e l’angoscia che gli animali da allevamente sopportano tutt’ora per i nostri fini,
        ma resto della mia opinione:
        il dolore e l’agnoscia da noi causati sono comunque infinitamente inferiori a quelli che derivano dalla vita in natura.
        ho visto con i miei occhi mucche,galline e maiali tenuti allo stato brado sulle montagne…
        senza cancelli e nemmeno recinti,rientrare tranquillamente alla sera nei pollai e nelle stalle
        in attesa della mungitura,del pastone e del becchime…
        nonostante non avessero (specie vacche e galline)
        alcuna difficoltà a cibarsi fuori,e nessuno che li costringesse a rientrare.
        quindi ti ripeto,prima di criticare gli onnivori,
        guardati come è davvero la vita di un animale selvatico,eh?
        cercando di non filtrarla attraverso canoni pelosi e umani di
        “dignità” e “vita che vale la pena vivere”
        che non hanno alcun senso in un mondo spietato come quello naturale.
        perchè sia dal punto di vista
        etico che
        umano,
        mi sa che non fai l’interesse degli animali
        a fare il vegano.

        se invece parli di sostenibilità
        e ambiente,allora sono d’accordo con te:
        non al punto di rinunciare ad un affettato di pregio,certo…
        ma di limitarmi parecchio nel consumo,questo si.

  3. Suvvia, produciamo da soli le proteine di cui abbiamo bisogno.
    Le mucche mangiano l’erba. ma nell’erba non ci sono proteine che gli possano permettere di costruire i loro grandi corpi. Com’e’ possibile questo fatto?L’unica spiegazione plausibile e’ che il corpo da solo trasforma in proteine gli elementi che ha a disposizione. La stessa cosa possiamo farla anche noi.

    • Si sbaglia. Le proteine non le produciamo ma le assumiamo dal cibo.Le mucche mangiano l’erba che contiene proteine in abbondanza, tanto che l’erba non è adatta ad alimentare l’uomo perchè troppo proteica. A seconda del tipo di erba,alimentandoci come le mucche rischieremmo di assumere fino a 1000 calorie da proteine su 2000 di un fabbisogno medio, quindi 250 grammi di proteine,un valore esagerato che l’uomo digerisce e smaltisce a fatica. Quindi ben venga l’insalata in abbondanza,ma per sopravvivere l’uomo deve apportare calorie mangiando frutti dolci,radici e tuberi(patate), e naturalmente legumi e un po’di cereali,volendo. Quanto alla leggenda(o balla o bufala)delle proteine nobili della carne che contengono tutti gli aminoacidi essenziali,vi invito ad analizzare qualunque sito di alimentazione(es. valorialimenti.it)e a trovare un ortaggio che sia privo anche di un solo aminoacido essenziale. Vi accorgereste in breve che non solo tutti i vegetali hanno tutti gli aminoacidi,ma che proporzionalmente sono distribuiti in percentuali simili in ogni alimento esistente. La verità,basta fare due conti, è sorprendente: le proteine in natura sono composte da 20 aminoacidi in proporzione simile indipendentemente dall’alimento in questione. E questa è scienza, non opinione o scelta etica. Se per motivi economici vi viene mistificata potete verificarlo di persona molto facilmente.

      • L’erba dei prati contiene mediamente il 10% di proteine. Il corpo della mucca deve comunque operare una sintesi. I corpi sono laboratori chimici.

        • La devo correggere perchè le foglie verdi hanno tra l’uno per cento e il tre al massimo di proteine,che è tantissimo considerando i pochi carboidrati e i pochissimi grassi di cui sono composte. E’ probabile invece che anche a livello di aminoacidi esista una forma di produzione da parte del corpo umano,anche se più facilmente avviene una trasformazione tra aminoacidi. Rimane il fatto che le proteine animali sono inutili oltre che dannose.

          • Va bene. Il dato che ho letto io, cioè le proteine al 10% si riferiva al foraggio, quindi all’erba secca. Ma perché le proteine animali sono attraenti? La mia risposta è che inconsciamente la gente sente che mangiando proteine animali si risparmia un lavoro. Questo lavoro è proprio la trasformazione di elementi del mondo vegetale in elementi del mondo animale, cioè le nostre stesse proteine e il nostro stesso sangue. Il punto che mi piace mettere in rilievo è che noi non dobbiamo risparmiarci questo lavoro, non dobbiamo consumare proteine animali “bell’e pronte”. Al contrario, fare questo lavoro di trasformazione ci permette di ottenere “proteine umane” al massimo grado, della miglior qualità, proprio perché utilizziamo, manteniamo attiva una capacità del nostro organismo. Capacità che viene, per così dire, ad atrofizzarsi nel caso di grande consumo di proteine animali.

  4. Sono vegano da molti anni ormai…ritengo quella della scelta vegana una delle più importanti della mia vita che mi ha regalato salute, forza e gioia di vivere. Non tornerei in dietro per nessuna ragione al mondo perché ho scoperto che posso vivere in armonia col creato e le altre creature con cui siamo chiamati a condividere la nostra esistenza. Per me smettere di nutrirmi di prodotti animali è stato come riconnettersi alla essenza più profonda della mia esistenza e riscoprire una pace interiore insperata. Go vegan!!!!!!!!!!

    • Sono contento per lei …. Io continuo a mangiare carne e mi sento in armonia lo stesso

    • Scusami, non ti viene mai da dire che anche le piante possono avere una sensibilità, una soglia del dolore. Se tagli un ramo esce linfa, se raccogli l’ insalata uccidi una pianta.

      • questo è l’alibi più assurdo a cui si aggrappano i carnisti per alleviare la loro coscienza culinaria…. nessuno ha mai provato infatti che le piante provino dolore o paura come fanno invece gli animali superiori. Nessuna zucchina o melanzana si sente minacciata quando ti avvicini impugnando un coltello con cattive intenzioni. E poi che discorso è?? hai sviluppato una particolare sensibilità nei confronti delle lattughe e ti dispiace sacrificarle per averle nel piatto?? Nessuno ti vieta di non mangiarle.. a quel punto sei liberissimo di nutrirti solo di frutta se questo ti può aiutare a stare meglio. Ma utilizzare questo paragone (anche le piante hanno un’anima) per giustificare quello che facciamo a miliardi di animali senzienti che vengono sacrificati per deliziare il nostro palato è francamente inaccettabile. Tutti quelli che possiedono una cane o un gatto sanno quanto questi animali siano in grado di provare emozioni come l gioia, paura, dolore o felicità… gli stessi sentimenti che vengono invece negati agli altri animali da allevamento di cui ci nutriamo (mucche, maiali, polli, pecore etc.). Questa dissonanza cognitiva è perfettamente funzionale a giustificare le proprie perversioni culinarie. Basti pensare che una maiale ha la stessa intelligenza di un bambino di 3 anni ed solo per fatto culturale che a finire nel piatto sia lui invece che una cane o un gatto. Infatti se fossimo cinesi per noi sarebbe del tutto normale pranzare con uno stufato di Labrador .. mentre in quanto italiani ci accontentiamo delle costolette di maiale. Niente può giustificare la sofferenza e la morte inflitta ad esseri senzienti meno che meno le nostre inclinazioni mangerecce.

        • Scusami se ti faccio un’ altra domanda, io sono un agricoltore e capisco i vegetariani ma voi vegani se non volete la carne cosa vieta di mangiare uova e latticini?

          • Se sei un contadino non devo starti a spiegare io come vengono trattate le mucche da latte e che fine fanno i pulcini maschi delle galline ovaiole.

          • La colpa dell’ esasperazione produttiva è di chi consuma: vuole buona qualità e spendere poco così il cibo diventa un normale prodotto di consumo. Noi agricoltori siamo costretti a cercare la compressione dei costi.

        • Non ti viene da pensare che è leggermente presuntuoso pensare di essere superiori alla natura che ha già’ pensato a suddividere i carnivori dagli erbivori e dagli onnivori. Liberi di mangiare cui che vuoi ma pensare di essere superiore a quel creato con il qyle dici di essere in sintonia….

  5. Misura e rispetto sono le cose che mancano, e il profitto privatistico ne è la causa evidente, ma mai discussa in quanto dogma di fede. La fede nel nulla.

  6. “Uccidere è sempre stato il modo naturale delle cose, rappresentando
    una sorta di progresso e l’eliminazione della speranza. Uccidiamo per
    conto degli altri, per le cosiddette cause giuste e per amore. Nella
    misura in cui abbiamo una scelta – e molti direbbero che abbiamo sempre
    una scelta – uccidere, e tutta la responsabilità morale che ne consegue,
    è personale. È qui che inizia e finisce. Il cambiamento deve iniziare
    in se stessi: viene guidato dal basso verso l’alto e dalla strategia del
    rifiuto. Questo rifiuto può iniziare con ciò che scegliamo di mangiare,
    cambiando il mondo a piccoli morsi.”

    E se invece cominciassimo a rifiutarci di uccidere altri esseri umani?

    Dal giorno “X”, tutti (tutti!) gli esseri umani si rifiuteranno di ucciderne altri.

    Fine immediata di tutte le guerre.

    Come dite?

    Non è possibile?
    Allora che parliamo a fare…

    https://ibb.co/dojQTH

  7. Non centra molto ma leggendo mi è sorta una domanda che farebbe rabbrividire i politica core ma che inserita in un sondaggio nazionale darebbe risultati non scontati: teniamo di più ai nostri simili profughi o ai nostri cani e animali vari?