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United Colors of Benetton

DI ROSANNA SPADINI

comedonchisciotte.org

C’è effettivamente qualcosa di osceno nell’arroganza con cui Autostrade per l’Italia si è preoccupata di contratti e penali prima di chiedere scusa per il disastro annunciato. Ma vista la tragedia di cui è responsabile, forse avrebbe dovuto preoccuparsi della propria sopravvivenza, cercando di trovare un accordo con il nuovo governo, che ha deciso di toglierle la concessione statale con cui era stata miracolata. Oppure potrebbe farsi una ragione della necessaria revoca, pretesa anche dal popolo italiano, che ha pagato col sangue quel contratto schifoso.

Molto spesso le storie vergognose della famiglia Benetton sono sparite dai radar dei media, perché troppo potenti e ricchi i concessionari dello Stato e troppo importanti i loro investimenti pubblicitari. Nemmeno i patetici tentativi di prendersela con i No gronda (contrari a un’opera progettata per il 2030, che quindi non avrebbe portato alla chiusura del ponte), hanno potuto esorcizzare lo sdegno nazionale che si è levato dagli increduli spettatori della vergognosa tragedia. Basti dire che era dal 2015 che dal ponte cascavano pezzi di ferro e calcinacci, che le segnalazioni ad Autostrade erano rimaste senza seguito, che le interrogazioni parlamentari all’ex ministro Delrio erano rimaste senza risposta, e che solo pochi mesi fa, con procedura d’urgenza, era stata indetta una gara per le riparazioni di piloni e tiranti. Questo basta per far comprendere chi sono i responsabili per le morti di Genova.

A fine 2017 il 30,25% di #Atlantia, la società che controlla Autostrade per l’Italia con una partecipazione dell’88,06%, rappresentava più della metà del patrimonio di #Edizione, la cassaforte che custodisce l’impero della famiglia Benetton. Che, oltre alle infrastrutture (aeroportuali oltre che stradali, sia in Italia che all’estero), ha interessi di ogni genere: storico abbigliamento dei maglioncini, concessione della ristorazione negli Autogrill, agricoltura, mattone e investimenti finanziari.

Certo è che Atlantia macina utili semplicemente abnormi e al di fuori di qualsiasi parametro. Però l’entità degli investimenti per la manutenzione di strade e ponti decresce a favore di utili, capitale e redditività. Un Servizio Pubblico Essenziale Costituzionalmente garantito (articolo 43 della Costituzione) è sottoposto al più bieco interesse economico.

La Privatizzazione delle Autostrade (governo D’Alema, al Tesoro Draghi), è stata concepita come un enorme generatore di tangenti e mazzette, visto che i politici hanno regalato un’enorme  rendita di tipo feudale ai Benetton, principi di quel capitalismo finanziario, che si ciba di diritti lavorativi, giustizia sindacale, rispetto per i diritti umani, con il consenso di tutti i compagni di sinistra.  Manca lo ius primae nonctis, ma c’è quello della pena di morte per i prolet, che non hanno alcun potere né privilegio, se non quello di morire casualmente in un giorno d’agosto, mentre stanno andando al mare.

Per anni ci siamo sentiti dire sulle tv di B. e della Rai che “privato” è bello mentre “pubblico” è brutto, dove sono tutti fannulloni, furbetti del cartellino etc etc… Ed ora ci ritroviamo le autostrade più care d’Europa, con ponti che crollano e provocano decine di vittime.  Inoltre in Europa non c’è nessun segreto di Stato sulle concessioni, la Francia ad esempio pubblica online i contratti.

Ma la tragica vicenda del ponte Morandi non è che l’ultima in serie di tempo, perché la storia del gruppo è costellata di numerosi episodi di questo tipo. Infatti Benetton Group ha sistematicamente sfruttato la vita degli esseri umani, trattandoli come sudditi o peggio schiavi veri e propri. Per esempio derivando parte dei suoi prodotti da terzisti localizzati in Cina, paese che vieta ogni libertà sindacale. Inoltre ha sfruttato collegamenti produttivi con Argentina, India, Lituania, Turchia, Ucraina, Ungheria, paesi che ostacolano fortemente le libertà sindacali.

Proprio il 16 aprile 2003 si era concluso il processo promosso da Benetton contro Riccardo Orizio, giornalista del “Corriere della Sera” che nell’ottobre 1998 aveva pubblicato un servizio sulla presenza di lavoro minorile alla Bermuda e alla Gorkem Spor Giyim, due fabbriche turche che producevano abbigliamento a marchio Benetton. Di professione terziste, non lavoravano direttamente per Benetton Group, ma per il suo referente turco Bogazici Hazir Giyim.

Il servizio però era ben fornito di documentazione (nomi, cognomi e foto), quindi si meritava una querela da parte del gruppo, che doveva difendere il proprio onore di rispettabilità nella difesa dei diritti umani. Al tempo l’articolo di Orizio aveva imbarazzato fortemente i Benetton, anche perché aveva riportato una dichiarazione sconcertante dell’imprenditore della Bermuda: “I rapporti tra noi e l’azienda italiana sono amichevoli e di intensa collaborazione. Loro sono i miei principali clienti.

L’articolo affermava inoltre che i capi di vestiario prodotti alla Gorkem recavano l’etichetta “Made in Italy”. Per difendere la propria immagine, Benetton querelò Riccardo Orizio per diffamazione. In base alla documentazione presentata dal Corsera e a dichiarazioni rese dai testimoni, il Tribunale poi sentenziò che: “L’utilizzo, nelle aziende subfornitrici del licenziatario turco di Benetton, di lavoratori-bambíni” è “circostanza risultata sostanzialmente provata“. Tuttavia ha condannato Orizio a 800 euro di multa, perché avrebbe sbagliato nell’”affermare in modo perentorio che in una di queste aziende venissero prodotti capi con il marchio made in Italy per conto dell’azienda italiana“. Un colpo al cerchio e uno alla botte quindi.

Altro tragico crollo fu quello della periferia di Dhaka, in Bangladesh, nell’aprile 2013, dove un palazzo di otto piani si sbriciolò e morirono almeno 381 operai, che lavoravano in assenza delle più elementari condizioni di sicurezza e producevano capi per conto di multinazionali tra cui anche l’azienda di Treviso.

Dalle macerie del Rana Plaza una camicia di colore scuro, sporca di polvere, fu fotografata tra le macerie, con l’inconfondibile etichetta verde acceso: United Colors of Benetton. Le fabbriche tessili che avevano sede nel palazzo, e i cui dipendenti lavoravano in assenza delle più elementari condizioni di sicurezza, producevano capi di abbigliamento per conto di multinazionali occidentali.

Inoltre l’agenzia France Press aveva comunicato che aveva ricevuto dalla Federazione operai tessili del Bangladesh documenti contenenti un ordine da circa 30mila pezzi fatto nel settembre 2012 da Benetton alla New Wave Bottoms Ltd, una delle manifatture ingoiate dal crollo. La dicitura “Benetton” appariva anche sul sito internet dell’azienda, all’indirizzo   www.newwavebd.com, ma fin dalle ore successive al crollo la pagina non fu più accessibile e in rete ne rimase solo una copia cache. “Main buyers” (clienti principali), si legge in alto a sinistra, più in basso, sotto la dicitura “Camicie uomo-donna”, l’elenco degli acquirenti: tra questi, numero 16 della lista, figura “Benetton Asia Pacific Ltd, Honk Kong”.

 

In un primo momento l’azienda veneta aveva negato legami con i laboratori venuti giù nel crollo, ma poi dopo la pubblicazione delle foto, su Twitter era arrivata una prima ammissione: “Per quanto riguarda il tragico incidente a Dhaka, in Bangladesh, desideriamo confermare che nessuna delle società coinvolte è un fornitore di nessuno dei nostri marchi. Oltre a questo, un ordine di una volta è stato completato e spedito da uno dei produttori coinvolti diverse settimane prima dell’incidente. Da allora, questo subappaltatore è stato rimosso dalla nostra lista dei fornitori.”

E ancora, sempre nel 2013, ai media italiani sfuggì completamente la notizia delle violenze subite  in Patagonia dalla Comunità Mapuche. Ma il perché i media dovrebbero occuparsi dei Mapuche, una popolazione indigena che attualmente vive divisa fra Cile e Argentina, di cui non interessa una mazza a nessuno, è questione raffinata. Quelli non facevano male a nessuno, se ne stavano tranquilli nelle loro tane finché non arrivarono prima gli occidentali (specie spagnoli) a massacrarli, a costruire dighe, autostrade e realizzare piantagioni invasive.  Poi nel 1991 il capitalismo arrivò sotto gli united colors della famiglia Benetton, che acquistò per 50 milioni di dollari 900.000 ettari di terre dalla compagnia Tierras De Sur Argentino, principale proprietaria della Patagonia argentina. Quindi acquisite le terre, la Benetton procedette allo sfollamento dei Mapuche, per allevare capi di bestiame, tra pecore e montoni, utili alla produzione della lana che serviva per la lavorazione dei maglioni.

Ma i Mapuche sono una popolazione piuttosto cocciuta, così riuscirono a ri-occupare una parte delle terre loro sottratte, finché intervenne la gendarmeria argentina, che usò metodi brutali per sedare la resistenza di quel popolo fiero. Amnesty International Argentina ed altre ong denunciarono con forza l’ennesima violazione dei diritti umani.

Oggi l’impero della famiglia possiede in Argentina 280.000 pecore, che producono 1.300.000 chili di lana all’anno. Lo sfruttamento delle terre della Compagnia si è aggiunto a quello minerario di giacimenti situati nella provincia di San Juan, attraverso di Min Sud (Minera Sud Argentina S.A.), che ha sede centrale in Canada.

Per molti anni i Benetton hanno portato via le risorse nazionali senza pagare tasse e senza registrare i lussuosi edifici che realizzavano sulle loro terre.

Ma i Benetton non erano quelli della United Colors, dei bimbi di ogni razza che sorridevano felici dalle vetrine del franchising, della globalizzazione multicolor del vestiario, della pubblicistica spregiudicata di Oliviero Toscani che voleva denunciare la discriminazione contro i diversi e i diseredati del mondo? «Il conformismo è il peggior nemico della creatività. Chiunque sia incapace di prendersi dei rischi non può essere creativo» diceva il compagno, che ultimamente ha manifestato contro il governo fasciorazzista, indossando una maglietta rossa.

Perché allora qualcuno dovrebbe morire per colpa di questa “multinazionale della felicità” globalizzata? Perché i Benetton, con il loro seguito di zerbinaggio politico, dovrebbero trattare gli italiani alla pari dei poveri Mapuche? Ma soprattutto perché nel nuovo mondo dei prolet, la condizione degli sfruttati del terzo mondo sta diventando comune agli abitanti del primo mondo, che credevano di avere ancora qualche diritto, sociale e civile, in particolare quello di vivere serenamente la propria vita?

Ce lo chiede la globalizzazione, direbbero quelli della sedicente sinistra, quelli che difendono i Benetton e le privatizzazioni.

#sciacalli #fateschifo

 

Rosanna Spadini

Fonte: www.comedonchisciotte.org

18.08.2018

 

 

 

 

Pubblicato da Rosanna

Ho insegnato italiano, latino e storia in un Liceo Classico, la mia insolita passione è quella di andare a caccia della "verità" nelle vicende contemporanee, attraverso gli interstizi dell'informazione, il mio vizio assurdo invece consiste nell'amare l'anonimato più della notorietà, la responsabilità più del narcisismo, l'impegno sociale più del letargo intellettuale. Allergica al pelo di capra e alle fake news.

19 Commenti

  1. Ottimo articolo. Non compravo BENETTON prima, invito tutti a non farlo per il futuro. Spero che nazionalizzino tutto il possibile. NOn moriranno certo di fame, loro, Blackrock, il fondo di Singapore e altri azionisti di Atlantia.

  2. La questione se si può è persino più brutale, perchè in realtà i benetton sono solo dei manovali ben remunerati per conto dei soliti fondi cosmopoliti, di proprietà delle solite banke che pezzo dopo pezzo si stanno appropriando del mondo intero, se si va a vedere l’azionariato di atlantia si vedrà che con quote minori ci sono vari fondi, e così che funziona oggi il capitalismo cosmopolita, si nasconde dietro una serie di sigle che però messe insieme formano un potere economico ed una ricchezza spropositata, questo accade in ogni ambito dalle banche alle corporation, la famiglia benetton probabilmente sarebbe fallita, perchè i magliari hanno fatto il loro tempo e non sono particolarmente remunerati dai mercati, così si sono prestati a fornire l’ingresso, quasi incognito, dei soliti fondi che nessuno chiamerà in ballo perchè l’accordo prevede che oltre alla ricchezza tocchi ai prestanome farsi carico dei rischi, così opera la nota cupola, silente e irresponsabile, tanto personaggi in cerca di autore come nobilastri o industriali del secolo sorso falliti ne troveranno sempre a disposizione per portare avanti la vera e propria macchinazione.

    Con ciò non voglio togliere nulla all’articolo, la storia ai danni dei Mapuche è criminale, e lo è in misura maggiore per il fatto che uno come il noto fotografo cerca di vendere un’immagine totalmente mistificante, però tolti i personaggi da copertina il vero crimine bankario e finanziario organizzato troverà dei sostituti altrettanto vendibili e continuerà ad operare as usual.

    Rimane però per l’Italia e per il Governo un’occasione storica da non perdere assolutamente, perchè oggi siamo nelle condizioni di incalzare questo tipo di esproprio ai danni dei cittadini, per ritornare alla forma sociale originale inscritta nella Costituzione.

    • Hai ragione johnny rotten, il vero crimine è quello bancario finanziario, tant’è che “Atlantia“ è una società è quotata in borsa e l’azionariato di Atlantia è diversificato, per il 45,46% è diffuso, flottante in borsa, l’8,14% appartiene al fondo sovrano di Singapore GIC e il 5,12 al fondo americano BlackRock. A detenere la quota di controllo (30,25%) poi è “Sintonia“, un fondo di diritto lussemburghese interamente di proprietà della “Edizione” della famiglia Benetton. Quindi ha pienamente ragione Di Maio quando asserisce che parte delle tasse che spetterebbero all’Italia vanno, in realtà, in paradisi fiscali quali Singapore e Lussemburgo. Le tasse che la famiglia Benetton dovrebbe pagare in Italia passano sicuramente dal Lussemburgo. Occorre, però, aver chiaro fin da subito che alla resa dei conti il “gestore” del tratto interessato dal crollo del ponte Morandi è la famiglia Benetton, e dei politici che hanno permesso contratti così compiacenti… vedi Prodi, D’Alema, Draghi, e tutta la casta neoliberista al seguito.

  3. Coloro che sperano sempre nella figura dell’imprenditore illuminato, nel capitano di industria lungimirante e risolutore, in grado di garantire lavoro e ricchezza per il popolo, dovrebbero trarre discreti insegnamenti da questa storia, ma naturalmente è difficile che accadrà. Anche se i piccoli imprenditori, quelli che si sporcano le mani a diretto contatto con i loro collaboratori nel lavoro quotidiano della loro modesta impresa, possono considerarsi in alcuni casi estranei a questa logica mortifera di profitto, è il concetto stesso di privato che porta a considerare ammissibile la superiorità dei propri diritti anche rispetto alla vita altrui. Il discorso è lungo, e naturalmente non è che non si possa concepire un giusto equilibrio tra diritti “privati” e pubbliche funzioni, strategiche e determinanti per la collettività, ma è evidente che delegare ad una impresa, come anche ad un uomo forte (ancorché illuminato anche questo) in politica, la responsabilità degli interessi comuni, porta a queste conseguenze, ormai si dovrebbe essere capito. Per quanto riguarda i Benetton, per essere un gruppo che ha fatto la propria fortuna anche con una discreta capacità di comunicazione, la cosa curiosa è che hanno gestito malissimo la questione proprio a livello di comunicazione. Evidentemente mettersi alla cassa e riscuotere semplicemente i contanti che il bancomat autostradale ha garantito loro, senza dover più preoccuparsi della concorrenza per vendere maglie e straccetti colorati, con le relative beghe sindacali operaie, li ha resi pigri ed incapaci di comunicare. Bene ha fatto questo governo ad annunciare la revoca della concessione, prima ancora di verificare la sua fattibilità e convenienza a livello legale: ci sono molti morti, la gente deve realizzare di cosa si sta discutendo, poi verranno le eventuali diatribe legali (sempre che non convenga agli stessi Benetton trovare un accordo per uscire mestamente da questa storia).

  4. Se passate per la Marca trevigiana dopo essere passati per le terre confinanti, noterete sicuramente la differenza del tenore di vita:se nel circondario abbondano casette poco appariscenti, nella Marca è una sfilata di ville da capogiro. Beh, i Benetton sono della Marca trevigiana. Hanno fatto fortuna con le piccole industrie in subappalto del circondario, finchè è convenuto loro. Poi hanno delocalizzato, mettendo in ginocchio quell’economia che fino a ieri li aveva sostenuto e li aveva arricchiti. La lista delle infamie made in Benetton è lunga,e recentemente è passata per il passante di Mestre, opera magari necessaria per snellire il traffico della tangenziale (gratuita) ma alla fine uno dei tanti pozzi senza fine in cui versare i soldi del contribuente. Mai rispettati i tempi di realizzazione, ma sempre rispettati i relativi costi (lievitati, ovviamente) a carico degli utenti. Al punto che la direzione chiamava “furbetti” i poveracci che per risparmiare l’euro del sovrapprezzo per la nuova bretella uscivano al Dolo per poi ripartire verso la destinazione scelta (o dovuta, erano quasi tutti pendolari). Furbetti…..poi hanno risolto brillantemente la questione: si paga sempre tutto, e la clausola che voleva il tratto Dolo-Mestre gratuito è misteriosamente sparita. Già, furbetti. La narrazione vuole il privato efficiente ed il pubblico farraginoso e poco conveniente. Ringrazio Rossana per averlo messo nell’articolo, questo abominio che ha causato 41 morti. E’ la fotocopia dei disastri ferroviari a causa della privatizzazione delle ferrovie inglesi. Si sapeva, e si è sempre saputo: il privato ha attenzioni solo per il guadagno, lo Stato (nella miglior delle ipotesi) per il benessere della cittadinanza. Oggi finalmente ho visto uno Stato (era dai tempi di Sigonella che non vedevo cose di questo tipo) che si mette di traverso per bloccare gli interessi del privato e sostenere gli interessi dei cittadini. Bisogna battere il chiodo finchè è caldo: il privato fa schifo, il pubblico non sarà l’Eden, ma è decisamente meglio.

  5. Nell’attesa di togliere il segreto di stato, io gli fare provare un po’ di fascismo e di populismo, ai Benetton. Per prima cosa li farei arrestare, poi farei arrestare pure i loro avvocati, se si mettono di mezzo. E, infine, si indaga, con calma per capire bene responsabilità e colpe, mentre loro aspettano in galera. 20 miliardi di penale. Ma che vadano…

  6. Concordo, sopratutto sul fatto che cerchino rendite di tipo feudale. Pochi rischi e tantissimo guadagno in barba ai diritti calpestati e all’ etica. La cultura è quella. Spero che il governo riesca a liberarci da questo tumore… con qualsiasi mezzo!

  7. La cosa più disgustosa di tutte è che questa dinastia di straccivendoli che ha costruito la propria fortuna sullo sfruttamento spietato del lavoro dei popoli del Terzo Mondo e sulla corruzione politica della “sinistra” nostrana, abbia avuto l’astuzia luciferina di riuscire a veicolare l’immagine della “United Colors of Benetton” come di una “icona dell’antirazzismo”! La dimostrazione clamorosa del fatto che i peggiori razzisti sono proprio gente come i Benetton che, mentre ingrassano sul sangue della povera gente, non perdono occasione per strillare al razzismo attraverso la pletora dei loro servi, da Toscani a Saviano e da Gad Lerner alla Boldrina, i quali, da cani rabbiosi quali sono, fanno a gara per essere ancora più miserabili e spregevoli dei loro padroni !!!

  8. Rosso (sangue)?

  9. Bellissimo e scritto bene come sempre

  10. Meglio un fascio povero che un comunista imprenditore.

    Per esperienza mi è capitato di lavorare per più e più persone e sempre per esperienza ho potuto constatare che quelle con idee di sinistra erano le più marce dentro, erano quelle che avevano più pretese e che sul piatto di contrattazione mettevano meno come salario, parlavano di diritti e non erano poi quasi mai d’accordo sul darli, in compenso quando i diritti erano loro, erano disposti a pagare fior di avvocati purché non andassero persi, creandosi cosi poi scuse quando a fine mese rinviavano il giorno di paga, col risultato che erano poi gli operai a pagare loro con i ritardi sui stipendi gli avvocati.

    Comunisti? Merde allo stato puro che credono di se di essere profumo…

  11. Se i giornalai facessero il loro mestiere anzichè riecheggiare gli slogan di Castellucci, Autostrade/Atlantia, dovrebbero dire che quel mezzo miliardo (definito da qualcuno, non troppo arditamente, elemosina) sono semplicemente soldi nostri. Potevano metterne anche quattro o otto. Sono sempre soldi nostri. Pagati dal 1992/1993 a oggi dal popolo italiano.

  12. Per comprendere quello è successo in Italia negli ultimi decenni ritengo sia utile risalire alle teorie economiche che si sono avvicendate nei favori dei governanti.
    Per semplificare, riporto solo il seguente brano di un articolo che ho trovato su Internet:

    “Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ……………., molti eminenti sostenitori del libero mercato si erano avvicinati al modo di pensare di Keynes, riconoscendo che il governo aveva un ruolo da svolgere nella gestione di un’economia moderna. L’eccitazione iniziale su Hayek si era dissipata. La sua peculiare idea che non fare niente avrebbe potuto curare una depressione economica era stata screditata in teoria e nella pratica. Più tardi, lo stesso Hayek ammise addirittura di aver sperato che il suo lavoro di critica a Keynes venisse semplicemente dimenticato. Nel 1936 era un accademico senza pubblicazioni e senza un futuro scontato. «Adesso viviamo nel mondo di Hayek, come abbiamo vissuto una volta in quello di Keynes».”

    Tratto da:

    http://www.libreidee.org/2017/11/ha-inghiottito-il-mondo-e-il-mostro-chiamato-neoliberismo/

  13. Di cosa ci stiamo supendo?
    E’ il feudalesimo, baby!
    Hanno diritto su vita e morte dei loro sudditi, finchè questi non si ribellano.
    Anzi: finchè non vengono sterminati.
    O loro, o i sudditi.
    Stanno facendo qui esattamente quelo che hanno sempre fatto gli sciacalli par loro.
    Arricchirsi distruggendo tutti quelli che stanno sotto.

    Credo che andrebbe resa obbligatoria la letture nelle scuole di alcuni testi.

    “Shock Economy” di Naomi Klein

    “Confessioni di un sicario dell’economia” di John Perkins

    “Un Paese pericoloso” e “Vecchi trucchi” di John Kleeves.

    Solo che, dopo aver studiato queste cose, come si potranno convincere milioni di persone a lavorare per quattro spicci, senza garanzie, sapendo che sarebbe possibile vivere “meglio” ?

    I Benetton sono predatori, al pari di tutti quelli che li hanno favoriti, ed andrebbero resi inoffensivi.
    Ma la colpa maggiore non ce l’hanno loro.
    Ce l’hanno tutti quelli che potendo intervenire non l’hanno fatto.
    Sono decenni che si sa come si comportano.

  14. Al fine di dare un piccolo contributo al dibattito vorrei segnalare questo articolo di Gianfranco Carpeoro che fa alcune ipotesi sugli sviluppi che potrebbero esserci nella vicenda “ritiro della concessione” ad Autostrade.
    http://www.libreidee.org/2018/08/vedrete-che-i-benetton-three-eyes-si-terranno-autostrade/

  15. Penso che la Lega debba ben drizzare le antenne e comprendere che deve lasciare molta gente. Gente che ha fatto il suo tempo ,e che nel tempo che ha avuto a disposizione, ha dato veramente poco e sottratto alla comunità veramente molto.

  16. Possibile che nessuno parli della ” A7 ” ? Mi riferisco a quella che resta, oltre al dolore e allo sconforto di molti, purtroppo.
    Resta un collegamento della citta’ col piu’ grande porto d’Italia. con il nord, autostrada A7. Genova – Serravalle. Qualcuno ha notizie confortanti spero.

  17. “Aiutiamoli a casa loro” spesso, per quasi tutti, soprattutto per chi lo proclama e fa finta di non sapere, significa proprio questo: sfruttiamoli a casa loro, così non abbiamo gli oneri ma solo i profitti e dei diritti umani ce ne freghiamo, tanto quei selvaggi sono soggetti alle leggi dei loro paesi d’origine. Ma nella testa della gente comune tutto questo non esiste e ci si accorge che i Benetton esistono solo quando succedono tragedie come queste. E poi ci si stupisce perché un sacco di gente non vuole più stare in quei lontani paesi ma venire in Europa. Li si chiama migranti economici con disprezzo, senza neanche sapere di che cosa si tratta in realtà, ignorando tutto questo mondo di soprusi, di stravolgimento ambientale e sociale, di sfruttamento minorile, di condizioni disumane, di paghe ridicole e di totale assenza di sicurezza da cui coloro scappano. E li si condanna due volte, dicendo che sbagliano pure a fuggire e pagare migliaia di euro per un posto in crociera, perché è una “pacchia”. Nel frattempo si compra senza alcun problema i capi d’abbigliamento di Benetton o qualsiasi cosa prodotta in lontani paesi senza assicurarsi di come e da chi venga prodotta.
    L’inconsapevolezza, madre di tutte le disgrazie, è anche questo, la distrazione dalle realtà scomode.