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Serge Latouche: consumatori perfetti, cioè infelici. Serviamo così

FONTE: LIBREIDEE.ORG

L’espressione “decrescita felice” suscita ancora oggi molta perplessità. E’ un equivoco tutto italiano. Io non ho mai usato questa espressione. La decrescita ha un significato preciso e parte dall’assunto che noi viviamo in un mondo finito e con risorse finite. La seconda legge della termodinamica ci dice che se bruciamo 10 litri di benzina essa “non si distrugge”, ma non la possiamo nemmeno più riutilizzare come forma di energia. Come forma di energia la benzina se n’è andata per sempre. E la benzina, che è un derivato del petrolio, è un combustibile limitato, cioè finito. Queste sono cose che capirebbe anche un bambino, ma gli economisti no, si rifiutano di includere nell’economia questo aspetto determinante per il nostro futuro. Pertanto, io ritengo che siamo giunti ad un punto cruciale, che impone il non-sviluppo. Purtroppo la stragrande maggioranza dei mass media e delle persone è indotta a pensare il contrario, e cioè che sia necessario produrre sempre di più. Per farlo, tuttavia, è necessario che le persone siano infelici. Le persone felici, infatti, non hanno interesse a consumare, nel senso che consumano solo ciò che è strettamente necessario, e non acquistano cose per noia e frustrazione, come accade oggi. Ma il mercato è proprio di questa frustrazione che ha bisogno, se vuole crescere.

Dunque, io vedo la felicità come una cosa lontana dalla crescita e, sotto molti punti di vista, in antitesi allo sviluppo. Più cresciamo senza che ce ne sia bisogno, più siamo infelici. Il concetto di felicità inteso come accumulo e consumo, comunque, è piuttosto recente, e risale agli ultimi tre secoli, che  non a caso sono i secoli dell’industrializzazione. Prima, il concetto di beatitudine prevaleva su quello di felicità che, per certi punti di vista, nemmeno esisteva. Quando le risorse erano scarse, la frugalità era un valore. Ora che le risorse sono ritenute abbondanti il consumo, invece, è diventato il valore per eccellenza. Io propongo di tornare ad un modello frugale, è vero, ma non può essere questa una mera nostalgia per una mitica età bucolica. Al tempo stesso, però, è molto stupido e bugiardo ritenere che non ci sia mai stata nella storia dell’umanità un’era della frugalità conforme alla natura umana, ai suoi ritmi e ai suoi bisogni. Anzi! Per centinaia di migliaia di anni, cioè per la maggior parte del tempo della nostra storia, l’uomo è stato cacciatore-raccoglitore, e lavorava 2-3 ore al giorno. Il resto del tempo si interessava alle relazioni sociali e al gioco.

Dunque, noi oggi lavoriamo quasi il triplo dei nostri predecessori per motivi legati alla crescita fine a se stessa, ma non perché ciò sia necessario alla nostra sopravvivenza, e tanto meno per la nostra felicità. Se la produzione agricola diminuisce secondo un modello di decrescita, com’è possibile mantenere alti standard di quantità e qualità alimentare? L’agricoltura è stata industrializzata a partire dal Settecento. Prima della rivoluzione agricola e industriale c’erano dei terreni comuni, cioè terreni di tutti, dove si pascolava il bestiame (openfield). Poi, in Inghilterra sono arrivate le recinzioni (enclosures) che hanno responsabilizzato i coltivatori, hanno aumentato la superficie coltivabile e implementato l’ambizione del proprietario della terra. Ciò ha determinato una grave crisi per quel modello contadino, basato sull’economia di villaggio, il dono e la solidarietà. Si può recuperare qualcosa del modello “openfiled” senza però gettare vie le conquiste fatte in questi secoli in termini di progresso? Ci sono molte proposte, ma la più credibile e percorribile è quella dell’agricoltura biologica, perchè riduce al minimo gli sprechi e consente anche di salvare i beni comuni dalla privatizzazione.

Per beni comuni intendo realtà materiali come ovviamente l’aria e l’acqua, ma anche beni non legati alla natura, come i trasporti, l’istruzione e la salute. La decrescita prende atto che lo sviluppo per lo sviluppo non ha senso. Lo sviluppo ha senso solo se soddisfa determinati bisogni, altrimenti diventa una religione: la religione dell’economia. Se guardo alla mia personale biografia devo ammettere che anch’io ero caduto nell’errore di pensare che la crescita produttiva fosse sempre e comunque positiva. Ho lavorato in Africa, ad esempio, e anche da quell’esperienza mi sono reso conto che nel tentativo di industrializzare l’Africa stavamo facendo lo stesso errore fatto in Unione Sovietica, che infatti si è rivelato un errore grave perché quel tipo di comunismo ha cercato di combattere il capitalismo sul suo stesso terreno, e cioè quello della produttività fine a se stessa. Tra le dottrine economiche elaborate negli ultimi secoli, marxismo e Keynes rappresentano senza dubbio alternative che mi piacciono, se non altro perché mirano a risolvere la disoccupazione, che è l’arma attraverso la quale il capitale alimenta se stesso producendo precarietà, e dunque ricatto (e il consumismo, che come detto si basa sull’infelicità e l’insoddisfazione).

Detto questo, tuttavia, è più corretto pensare alla decrescita più come ad una “mentalità”, ad un salto culturale, che non come ad un’alternativa qualsiasi al modo di produzione. Il pensiero liberale si è imposto come cambio di paradigma ed è basato su un’autoregolazione del mercato che esiste solo nella fantasia, come quella di una “mano” che non si vede. Concetti come “decrescita” e “frugalità” hanno a che fare con il concetto di limite, un concetto che aveva un grande valore nell’antica Grecia e che oggi è stato sostituito dal suo opposto: l’illimitato. Per recuperare il limite come valore è necessario tornare alle poleis greche, cioè al comunitarismo? Io sono un fiero avversario dell’universalismo, cioè di quella ideologia secondo la quale ci sono valori assoluti determinatisi in Occidente ed esportabili in tutto il mondo. Pertanto, credo che le comunità locali siano una valida risposta alla globalizzazione del mercato, che è la nuova veste assunta dall’imperialismo, seppur più subdola e pericolosa di altre ideologie del passato.

La Terra è un pianeta con un ecosistema finito, ma l’universo ci vene raccontato come infinito, o perlomeno in espansione. Si può sostenere che il concetto di limite sia dato da limiti umani che verranno a breve superati, oppure anche l’universo ha dei limiti? La fisica non sostiene affatto che l’universo sia infinito, ma a prescindere da questo non è stato ancora detto come trasportare gli esseri umani, probabilmente tutti, e cioè 7 miliardi, nel pianeta vivibile più vicino. Secondo alcuni, il pianeta vivibile più vicino si trova a decenni di anni luce dalla Terra, e non è nemmeno sicuro che sia idoneo alla nostra sopravvivenza. Inoltre, nessuno è ancora in grado di dirci con quale tipologia di carburante si potrà inaugurare una simile Arca della salvezza. L’ipotesi transumanista non è percorribile al momento e, direi, non è nemmeno auspicabile. Qual è lo stato dell’arte del progetto sulla decrescita? Ad alti livelli il dibattito – anche in Francia – è zero, nel senso che non se ne parla e non se ne vuol parlare tra istituzioni e politici, e stessa cosa dicasi per il mondo accademico. Diverso il discorso per l’ambito culturale, tra le associazioni e tra le persone comuni. Temo però che a prescindere dal dibattito, il collasso del sistema sia dietro l’angolo e che quindi poi il cestino, a cose fatte, ci farà esclamare: “Troppo tardi, coglioni!”.

(Serge Latouche, dichiarazioni rilasciate in una recente conferenza a Sernaglia della Battaglia, Treviso, moderata e condotta da Massimo Bordin, che ha riportato il testo integrale della conversazione del suo blog, “Micidial”, il 9 novembre 2018).

 

Fonte: /www.libreidee.org

Link:http://www.libreidee.org/2018/11/latouche-consumatori-perfetti-cioe-infelici-serviamo-cosi/

17.11.2018

Pubblicato da Davide

7 Commenti

  1. Chapeau, Serge

  2. “Quando le risorse erano scarse, la frugalità era un valore. Ora che le
    risorse sono ritenute abbondanti il consumo, invece, è diventato il
    valore per eccellenza.”

    Verissimo, specie quando si analizza il senso ed il valore di enclosures vs openfield, che permetteva anche ai più poveri di cercare tra i rimasugli della mietitura (qualcosa si rimediava sempre prima delle enclosures e della raccolta meccanizzata).

    “quel tipo di comunismo ha cercato di combattere il capitalismo sul suo
    stesso terreno, e cioè quello della produttività fine a se stessa.”
    Purtroppo la situazione internazionale non era favorevole al comunismo. Anzi non lo è mai stata. Anche oggi che non c’è più Breznev ma Putin non è cambiato molto: gli USA non gradiscono il mondo multipolare. Stalin (che io assolutamente non ammiro) riuscì a trasformare la Russia in un avversario internazionale solo grazie alla crescita, quella crescita che Latouche detesta. Questo è un punto molto importante da capire: la competizione si basa tutta sulla sfida tecnologica. E la tecnologia deve sempre crescere se si vogliono mantenere certi privilegi. Pensate forse che in Siria le cose senza gli S300 sarebbero uguali, dato che la frugalità è un valore assoluto e gli S300 sono tutto tranne che frugali? O pensate che la decisione tutta frugale di abbandonare ogni tipo di arma che fosse invisa al duopolio USA-ONU da parte di Gheddafi gli abbia fatto bene?
    Capisco l’universo privato di Latouche, condivido anche le sue posizioni su certi valori che dovrebbero tornare a essere tali, ma la situazione da qualche secolo a questa parte è molto semplice: invade l’inconscio e lo spazio collettivo chi sa manipolare la tecnologia nel migliore dei modi. La frugalità non c’entra un bel niente, purtroppo.

  3. Per quanto riguarda i combustibili fossili, è ancora tutto da dimostrare che siano limitati secondo la scala di consumo che intendiamo noi, limite peraltro superato ormai più volte, rispetto alle previsioni di qualche decennio fa. Non è nemmeno detto con certezza che il petrolio abbia origine biologica, come del resto affermato da coloro che sostengono invece, ormai da un po’, la teoria dell’origine minerale dello stesso, secondo la quale peraltro i giacimenti tendono a riempirsi anche con il consumo in corso. Ma la verità probabilmente è che non abbiamo ancora imparato a sfruttare forme di energia apparentemente illimitate, come ad esempio la luce e il calore solare (o altre che magarti non ci vengono rivelate, vedi Tesla), quantomeno in forma conveniente, e sempre ammesso che qualcuno non lo voglia impedire. A monte di tutto però è particolarmente giusto quello che dice Latouche, quando parla di comunità locali contro l’inutile sarabanda del globalismo, specie quello consumistico fine a se stesso. Non si tratta di limitare il proprio orizzonte con una esaltazione della filosofia della rinuncia e della privazione (peraltro oggi anacronistica), semplicemente ritornare al buonsenso di prendere prima di tutto quello che offre l’orizzonte vicino a noi.

  4. Condivido in linea di massima il pensiero di Serge Latouche da lungo tempo. Vorrei tuttavia soffermarmi sui concetti di frugalità e abbondanza. In cosa consisterebbe la cosiddetta attuale abbondanza? Perlopiù in merci di scarsa qualità dannose per la salute di chi le consuma, di chi materialmente le produce e per l’ambiente. Triste a dirsi , ma il circuito internet che adesso sta soppiantando la larga distribuzione commerciale , già problema sociale economico e ambientale, esprime ed espande il pazzesco paradigma liberista del massimo profitto con il minimo impegno, per cui l’ unica abbondanza per la maggior parte dei popoli ch’io intravvedo oggi, è rappresentata dalla altissima qualità e quantità di manipolazione sociale, vero oggetto di studio e sperimentazione costante. Per quanto riguarda la frugalità, oggi è propria di quanti in qualche modo riescono a fuggire dai centri abitati e autoprodurre. In tali condizioni non esiste spreco né rifiuto, questo fino a quando il potere finanziario lo permetterà. Senza praticarla in prima persona, infatti, le élites , non l’hanno mai abbandonata , come non hanno abbandonato la coesione familiare e di gruppo allargato. L’azione dei governi mondiali e nazionali dovrebbe essere quindi quella di tutelare le comunità locali e familiari , tutelare e ripristinare i beni comuni, responsabilizzare con il risarcimento personale esponenziale quanti palesemente e occultamente decidono le sorti del pianeta. Questo per un primo livello salvaguardia sociale.

  5. Sono molti anni che sento parlare di “decrescita felice” e si, effettivamente, appellativo piuttosto infelice, che si presta a facili ironie. Mi trovo comunque in sintonia con gran parte delle idee qui espresse, credo che a livello di informazione di massa il grosso malinteso nasca dal fatto che non si riesce a far passare il concetto, che, per decrescita, non si intende una particolare preferenza per una vita povera, frugale e di sofferenza, ma l’inevitabilità di trovare un modo di vivere più sostenibile e più equo, infine che questo risulterà anche più accettabile, non voglio esagerare dicendo “piacevole”, dell’attuale modello consumistico, competitivo,arrivista ed egocentrico, imposto dai modelli in voga. Detto questo però, siccome vivo nel mondo reale, mi rendo perfettamente conto delle indicibili difficoltà di realizzazione di un simile cambiamento, in un mondo dove; la stragrande maggioranza della popolazione si informa poco, e solo da fonti tradizionali e manipolate (non perché mentono, ma soprattutto perché impongono modelli di vita incompatibili con un benessere generalizzato) dove tutti, politici, economisti, giornalisti, ecc. ,tendono a dividere e creare fazioni inconciliabili fra loro, qui si continua a sottilizzare su quello che ha detto il tal politico o il tal giornale o sito, e se poi è vero, e con quale scopo recondito è stato detto ecc!! ….insomma c’è tanto da lavorare è la vedo dura!!! Qualcuno dice, abbattiamo il sistema, poi si vedrà, purtroppo temo che si finirebbe solo col sostituirlo con un nuovo sistema, magari, perché no, con gli stessi che hanno fomentato la rivoluzione (a volte credo che nella storia sia successo proprio così).
    Quindi alla fine aggiungerei solo,che si, posso essere d’accordo ad iniziare da, istruzione, sanità, e servizi essenziali come priorità assolute! Ma ci vuole tanto tanto tempo!…E ma poi i modelli attuali ci impongono rapidità ,dinamismo, risultati immediati (ci sono le prossime elezioni da vincere) e siamo sempre al punto di partenza.

  6. Un anno fa circa, fui invitato a presentare Latouche in una sua conferenza. Non che chi presenta sia così importante…si dicono quattro parole per chiarire chi è l’invitato e di cosa parlerà. Serge, però, volle conoscermi meglio: così, passeggiammo in campagna per un intero pomeriggio.
    Forse conta la generazione, la differenza d’età…però Serge aveva un idealismo convinto, gioioso, sincero per la decrescita (da lui stesso definita, come definizione, piuttosto “infelice”) e neppure osservava lo sfacelo della società contadina che ci circondava.
    Qui è il problema. Chi abita in città ricorda, magari, una civiltà contadina collaborativa ed empatica. Che era anche molto crudele e litigiosa. Quella società, non esiste più.
    L’agricoltura biodinamica è oramai cosa per medie/grandi aziende agricole, con tanto d’immigrati per costare meno, ed è il business del futuro: almeno, speriamo che lo sia, altrimenti ci toccherà morire avvelenati dalla Monsanto. Comunque, la vedo dura: i ragazzi, appena fuori dalla scuola, pensano già ad andarsene. 200.000 l’anno lasciano l’Italia: perché l’Italia non è stata in grado di capire il disastro del sentirsi come “testimoni muti” di un futuro che scorre lontano dalla tua cascina, ed il richiamo è invincibile

    Il problema è sociale ed è soltanto marginalmente toccato dalla locazione, poiché il veleno dell’informazione giunge ovunque, ma non c’è problema: fra qualche decennio, non esisteranno più i piccoli borghi rurali, e potremo così avere quella natura “selvaggia” che tanti vagheggiano, come il mito del “buon selvaggio”.
    Con tanto di cappello per quelli come Serge, testimoni ritti come rocce in un oceano in tempesta: la loro testimonianza è sì preziosa, ma noi non riusciamo a vedere, all’orizzonte, quella speranza.

  7. Ma si certo come no, i contadini stavano alla grande. Magari una nuova visione de “L’Albero Degli Zoccoli” non sarebbe male per molti. Certo il bergamasco è ostico da capire, e il film è un po’ una palla, ma può essere utile.