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Di Fabrizio Bertolami per comedonchisciotte.org

A partire dagli anni 90 si è andato progressivamente affermando un nuovo approccio alla geopolitica che prende le distanze nettamente dalla concezione classica di questa disciplina che vedeva nel Problem-solving la spinta principale alla concezione geografica del potere.La geopolitica critica, nasce con i primi lavori di Routledge , Dalby e O’Tuathail, come nuova prospettiva di indagine della geopolitica, nell’ambito del post-strutturalismo.

La Geopolitica Critica

La Critical Geopolitics, che può essere distinta nelle sue fondamentali prospettive dette “popular geopolitics” , “formal geopolitics” , “structural geopolitics” , e “practical geopolitics” , rivolge il suo sguardo al “come” vengano prodotti gli eventi geopolitici analizzando appunto le modalità attraverso le quali le forze in campo modificano o cercano di modificare le relazioni internazionali secondo i propri progetti e come questa operazione costituisca una “costruzione di senso” per i cittadini e gli stessi attori geopolitici.

Quanto avvenuto con la Guerra nei Balcani o l’invasione dell’Iraq del 2003 o dell’Afghanistan esemplificano bene quanto detto poc’anzi: le opinioni pubbliche dei paesi che hanno aderito o meno a questi avvenimenti hanno maturato la propria posizione grazie alla massiccia dose di informazioni fornite dai Mass Media messe in atto nelle rispettive Nazioni.

Ciò introduce una definizione particolare di Geopolitica messa in luce, tra gli altri, da Joanne Sharpe che va sotto il nome di “Popular Geopolitics” ovvero l’effetto che i discorsi prodotti dalle Elite dominanti producono sulle persone comuni attraverso l’uso che le prime fanno dei mezzi di comunicazione di massa , di cui dispongono , per influenzare le seconde.

Sharpe afferma che:

i discorsi “Formali” o “Pratici” di stampo Geopolitico altro non sono che le ricadute a livello alto o basso delle decisioni prese dalle Elites dominanti ed è perciò importante non tanto l’analisi di questi stessi discorsi ma delle cause e degli effetti che questi discorsi creano nella realtà.

Autori come O Tuathail, Routledge o Dalby , per la scuola di stampo Anglosassone , focalizzano la loro attenzione sulle pratiche messe in atto dai detentori del potere per descrivere la realtà ad una opinione pubblica ormai divenuta anch’essa Globale oltre che agli altri attori sulla scena Mondiale.

Dalby , ad esempio , sostiene che il compito della Geopolitica Critica debba essere non solo l’analisi dei discorsi Geopolitici dominanti ma anche di quelli alternativi e che ad essi si contrappongono poiché entrambi concorrono alla formazione della realtà Sociale notando però che ogni discorso che si afferma sopprime necessariamente altri discorsi non necessariamente in virtù di una maggiore forza esplicativa o inattaccabilità logica ma , spesso, per la maggior forza con la quale viene reiterato e sostenuto.

L’apporto di O Tuathail alla riflessione post-moderna di stampo Geopolitico è , tra gli altri , che:

l’analisi dei discorsi di questa natura debba essere fatta tenendo sempre a mente il quadro storico più ampio e le sue contingenze sociali e politiche.

Egli inoltre afferma che sia necessario decostruire i discorsi Geopolitici dominanti che tendono surrettiziamente a tralasciare alcuni aspetti delle questioni in esame per metterne in luce altri più funzionali alle esigenze delle Elite dominanti e fare anzi della Critical Geopoliticsil” nuovo discorso Geopolitico dominante.

Centrali sono quindi la nozione di “discorso” già messa in luce dal francese Michel Focault , inteso come quell’insieme di pratiche che permettono la “produzione di senso” che rende “reale”quanto avviene ed in definitiva lo legittima e quella data da Gramsci di “senso comune” prodotto dall’Egemonia che i poteri dominanti applicano culturalmente. Il concetto di potere espresso da Foucault è straordinariamente attuale: esso è prima di tutto un discorso , ovvero una proliferazione di discorsi, guidato verso una direzione di senso piuttosto che un altra.

Citando il famoso saggio di Berger e Luckmann , ”La Realtà come costruzione Sociale” possiamo affermare che:

“(…) nessun pensiero umano è immune dalle influenze ideologizzanti del proprio contesto sociale (…)” e ciò è tanto più vero per quanto riguarda la conoscenza delle questioni inerenti “l’altro” , ciò che è “Straniero” , ciò che è diverso da Noi , argomenti , questi , centrali nei discorsi Geopolitici.

La parzialità o meno della rappresentazione mediatica “mainstream” rispecchia l’atteggiamento della politica del paese, dell’opinione pubblica , delle necessità dettate dalle alleanze , o è frutto di una misurata equidistanza?

Le Fonti Informative

Un recente studio dell’ISTAT ha messo in luce come la consistente maggior parte della popolazione italiana si rivolga quasi esclusivamente alla televisione per ottenere le informazioni riguardanti la sfera della Politica Nazionale quella Internazionale.
Una scarsa percentuale legge i giornali quotidianamente e ,di questi, molti fruiscono esclusivamente della “free press” sbocciata negli ultimi anni.

Aggiungiamo inoltre che spesso la fruizione delle notizie è fugace, basata sui titoli più che sul reale contenuto, compressa dai tempi veloci della quotidianità. Nel caso della Free Press , diffusissima nelle grandi città, le notizie di politica estera non appaiono neanche o sono soffocate da servizi di gossip e di cronaca nera.

Ogni giorno, i cittadini italiani sono immersi in un “brodo informativo”, somministrato tramite un continuo “info mix” , ovvero l’equivalente del “marketing mix” , tradizionale strumento del Marketing pubblicitario.

Una volta che le agenzie di stampa “battono” una notizia, la radio la lancia, la TV la amplifica , la stampa la spiega il giorno dopo ed internet la approfondisce. Questa è la sequenza con cui i media gestiscono il flusso informativo.

Difficilmente,  però, quella che gli statistici chiamerebbero “la maggioranza degli italiani” , verifica le fonti, la loro esattezza, il reale alternarsi degli eventi e della catena causa/effetto delle informazioni che riceve , a maggior ragione se vengono dall’estero o ad esso si riferiscono.

Il Gatekeeping Informativo

Fondamentale , nell’ambito della comunicazione , è l’opera di “gatekeeping” (letteralmente “portieraggio”), rappresentata dalla concentrazione della proprietà dei mezzi di informazione in pochi gruppi che determina quali delle tante notizie lanciate dalle agenzie ogni giorno meritino di essere diffuse e approfondite. Il Gatekeeper decide appunto a quale delle varie notizie aprire le porte dell’informazione verso il pubblico. Chiaramente il processo è guidato dai valori e dagli obiettivi di chi le diffonde e dalla necessità o meno che certe informazioni vengano diffuse.

Al contrario di quanto accade all’estero, dove la politica estera trova sempre un discreto spazio sulle pagine dei quotidiani, in Italia certi argomenti sono meno presenti; un caso particolare è rappresentato da Limes che è l’unica rivista esclusivamente dedicata alla Geopolitica e alla politica estera diffusa quasi capillarmente nelle edicole italiane. Se si aggiunge poi che, come detto, i media tradizionali hanno proprietari certi , il cui coinvolgimento con il potere è evidente o presumibile, si può immaginare come le opinioni da essi veicolate non possano non essere influenzate dagli scopi del potere stesso. La molteplicità dei siti sull’argomento reperibili in rete, fatti salvi i siti ufficiali dei quotidiani esteri, rende invece difficile l’attribuzione della paternità dell’informazione e gli eventuali interessi che si celano dietro di essa.

Il “collages informativo” composto da porzioni di informazione prelevate da questo e da quel sito o blog e confermate tramite triangolazione (la verifica contemporanea di una informazione dubbia su più fonti:siti ufficiali , agenzie e quotidiani on-line, il sito in questione ed altri siti in rete) delinea una situazione del tutto nuova.

Potremmo dire che aumentando e differenziando il numero delle fonti informative e diminuendo in esse la quota di condizionamento patente o latente esercitato dal potere di riferimento si arriva a “scrivere” la propria visione dell’argomento. Non è ovviamente possibile accedere a tutte le fonti disponibili sull’argomento ma una sola visita su un motore di ricerca rende bene l’idea di quanto sia popolato il dibattito su ogni argomento, lontano dalle telecamere o dalle prime pagine, che invece propongono una sola immagine polarizzata.

L’unico Reale possibile

Per molti versi infatti la diffusione di notizie geopolitiche si inscrive in quelle che la moderna strategia militare chiama “psy-ops” o “psychological warfare” ovvero operazioni di “conquista delle menti”:

in assenza di una idea specifica su un argomento si presume che un cittadino sia più incline a sposare le idee ripetute più spesso e su più canali informativi meglio se ritenuti “autorevoli”.

La ripetizione di clichè e stereotipi, poi, determina la plausibilità delle continue informazioni sul tema e le inscrive in un panorama cognitivo e simbolico che si rafforza ad ogni successiva nuova notizia.

Ciò che viene “raccontato” diviene , per dirla con O’Thuathail , “l’unico reale possibile” e su questo vengono costruite le motivazioni che legittimano l’agire, se necessario anche con la forza.
Se oltre a questo aggiungiamo che l’informazione “altra” da quella ufficiale, viene bollata come “complottista” se non addirittura di appoggio o di matrice filo-terrorista , il quadro si completa con la demonizzazione non solo dell’avversario ma anche dei suoi difensori e alleati.

Infatti , come Ó Tuathail and Dalby (1998) hanno già affermato :

”… la Geopolitica satura la vita di ogni giorno di Stati e Nazioni. I luoghi della sua produzione sono multipli e pervasivi,sia in “alto” (come un memorandum di sicurezza nazionale) che in “basso” (come le pagine di un giornaletto popolare) , sia “visuali” (come le immagini che muovono gli stati ad agire) che “discorsivi” (come i discorsi che giustificano le azioni militari)…”

I media sono perciò il veicolo fondamentale,in una società moderna, per trasmettere ed istituzionalizzare idee, immagini e propositi di stampo Geopolitico.La pubblicistica geopolitica è intrisa del concetto di “Language Engineering” ovvero dell’utilizzo del linguaggio e delle sue sfumature per veicolare concetti a proprio favore facendo leva su elementi già condivisi con l’uditorio o creandone di nuovi utilizzando espressioni accuratamente studiate dagli esperti del settore ,i cosiddetti “spin doctors”.

In questo processo, i media trasferiscono ed amplificano concetti preconfezionati verso l’opinione pubblica che li rende propri e familiari. ma in una maniera tale per cui, vista la continua produzione di nuovo lessico sui diversi argomenti da parte delle relative fonti, i giornalisti si ritrovano ad essere meri trascrittori di concetti anziché reporter di notizie.

Neologismi quali “guerra umanitaria” , “danni collaterali” o “missione di pace” hanno riempito pagine di giornali e sono diventati comuni nel lessico quotidiano ma attorno ad essi continuano a svolgersi aspri dibattiti non solo di carattere semantico, ma anche di stampo politico e filosofico. Battezzati spesso come propaganda , svolgono il loro specifico ruolo nel permettere alle istituzioni che li creano e li propagano di dissimulare concetti complessi e di ardua trattazione in regimi di stampo democratico, con termini , o associazioni non aggressive di termini , che richiamino immagini legate ad una moralità giusta o perlomeno attenta ai valori umani.
Il che sembra quasi ricalcare le affermazioni Dalby e O’thuathail, ma anche di funzione manipolatoria veicolando una realtà mediale che rappresenta per molti cittadini l’unica esperienza attualmente disponibile.

Nuovi argomenti e nuove immagini, reali e mentali , verranno diffuse e create ma sottotraccia resterà sempre chiaro quale sarà la parte dei “buoni” e quella dei “cattivi” (è la tecnica detta “Framing“).

Le due categorie polarizzanti del “Noi” e del “Loro” risiedono in questa opposizione e vi si integrano nella rappresentazione da parte dei media Nazionali, Europei e Mondiali a seconda che ci si schieri tra i sostenitori dell’una o dell’altra parte.

La Geopolitica e la Storia ci hanno insegnato che queste due insopprimibili categorie mentali possono cambiare assetto in processi, in cui alcuni soggetti passano da una parte all’altra dello schieramento o mutamenti politici, sociali ed economici portano Nazioni considerate strette alleate a diventare ostili, o nemici recenti a scoprirsi Fratelli.

Di Fabrizio Bertolami per comedonchisciotte.org

19.09.2023

NOTE

G. O’Tuathail, Critical Geopolitics, University of Minnessota press, Minneapolis, 1996,

M. Conoscenti, Language Engineering and media management strategies in recent wars, Bulzoni Editori, Roma, 1994.

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