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L’Occidente odia la pace in Siria: dalla de-escalation a sfiorare la Terza Guerra Mondiale in appena due ore

FEDERICO PIERACCINI
strategic-culture.org

Il 17 settembre, a Sochi c’è stato un importante incontro fra Erdogan e Putin, che ha avuto come argomento la Siria, in modo particolare Idlib. Dopo poche ore dal raggiungimento di un accordo fra i due leaders, si è verificato un attacco franco-israeliano nella zona costiera siriana di Latakia, che ha causato la perdita di un IL-20 dell’aviazione russa e ha portato il mondo sull’orlo di una guerra termonucleare.

L’accordo fra Erdogan e Putin riguardante la provincia di Idlib era stato raggiunto dopo cinque ore di discussioni e proposte. Alla fine, come riportato da RT, l’intesa prevedeva l’istituzione di una zona smilitarizzata di 15-20 km., l’identificazione dei gruppi terroristici da combattere, il pattugliamento dei confini della provincia di Idlib da parte di truppe miste russo-turche per il controllo della situazione e l’apertura, nei prossimi mesi, delle principali vie di comunicazione fra Hama, Damasco e Aleppo.

RT specifica: “Noi (Erdogan e Putin) siamo d’accordo nel creare, prima del 15 ottobre, una zona smilitarizzata fra le truppe governative e gli insorti. La zona avrà un’ampiezza di 15-20 km., da essa dovranno ritirarsi gli insorti integralisti, compresa Jabhat Al-Nusra. Come condizione necessaria per lo sblocco della situazione, tutto l’armamento pesante, anche carri armati ed artiglieria, sarà ritirato dalla zona prima del 10 ottobre. L’area verrà pattugliata da unità russe e turche. Prima della fine dell’anno, le vie di comunicazione fra Aleppo ed Hama e fra Aleppo e Latakia dovranno essere riaperte al traffico. L’accordo ha ricevuto il totale appoggio da parte del governo siriano.”

I colloqui fra Erdogan e Putin vertevano su numerose questioni. Per il Kremlino c’erano moltissimi punti da chiarire e tensioni da ammorbidire. Una delle ragioni per cui Russia e Turchia avevano deciso di sedersi attorno ad un tavolo e discutere dell’imminente offensiva su Idlib era stata la preoccupazione comune sulle possibili reazioni da parte dell’Occidente. Mosca voleva evitare di offrire a Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti il pretesto per colpire le forze siriane come risposta all’ennesimo attacco chimico false-flag. Una cosa del genere avrebbe nuovamente alzato la tensione, rischiando un confronto diretto fra le forze armate russe e quelle occidentali. Nello sfortunato evento di uno scambio di colpi fra la Russia e gli aggressori occidentali, le relazioni fra Mosca e le capitali europee sarebbero state ulteriormente danneggiate, questa volta, probabilmente, in modo irreparabile.

Mosca sarebbe quindi stata riluttante a fare pressioni su Damasco per un’offensiva su Idlib. E’ anche probabile che Putin e Xi Jinping, nel loro recente incontro, abbiano discusso la soluzione migliore per Idlib, forse immaginando già un accordo con la Turchia, in modo da evitare una escalation delle tensioni mondiali, in un periodo in cui le sanzioni economiche e i dazi doganali hanno già compromesso gli scambi commerciali e le relazioni internazionali. Putin e Xi Jinping devono prendere in considerazione altri fattori, al di là del problema siriano, per trovare soluzioni utili al contenimento del caos che l’egemone statunitense sta creando in tutto il mondo.

Damasco, naturalmente, non sarebbe affatto contraria alla prospettiva di un’offensiva contro Idlib, ma capisce le necessità dei suoi alleati. Inoltre, sa bene che potrà trarre vantaggio da questa pausa rifornendo e facendo riposare le proprie truppe, e sarà anche in grado di pianificare nuove offensive in zone diverse del paese, magari ad Al-Tanf.

Il motivo per cui la Turchia ha accettato l’accordo di Idlib è dovuto alla fragilità della posizione di Erdogan. Dopo essersi scontrato con i suoi alleati europei ed americani, (il premier turco) può solo fare affidamento, come ultima ancora di salvezza, sulla Russia e sull’Iran (ed anche sul Qatar). La difesa di Idlib e dei suoi terroristi avrebbe portato Erdogan in rotta di collisione con la Russia e l’Iran, privandolo degli ultimi appoggi politici di cui dispone.

Se non si fosse raggiunto un accordo su Idlib fra Ankara e Mosca, sarebbe diventato reale il rischio di una guerra fra la Russia e la Siria contro la Turchia, o contro Israele, Francia, Regno Unito e Stati Uniti, anche se, vista la posta in gioco, si potrebbe sempre sperare che avrebbero finito con il prevalere i realisti con la testa sulle spalle. Con Trump in carica e con le elezioni di medio termine il 4 novembre 2018, è meglio non correre rischi eccessivi, specie quando la politica estera americana si svolge secondo il copione di “wag-the-dog.

Per la Turchia, un mancato accordo avrebbe avuto conseguenze disastrose, con milioni di possibili profughi in fuga da Idlib verso la Turchia e il rischio di una guerra civile. Inoltre, Siria e Russia avrebbero liberato il territorio, eliminando l’influenza turca in Siria. Le probabilità di una scontro fra Mosca ed Ankara, anche oltre la sfera militare, sarebbero state altissime, con enormi ripercussioni per la stabilità della Turchia e le sue ambizioni di paese-guida della regione. Una guerra avrebbe cancellato tre anni di riavvicinamenti con Mosca, le buone relazioni economiche e politiche con l’Iran e una potenziale fonte di diversificazione economica a Pechino. Sarebbe stato un disastro senza precedenti, che avrebbe potuto benissimo portare ad un colpo di stato da parte delle migliaia di Jihadisti in fuga dalla Siria, infuriati con la Turchia per la mancata protezione dall’avanzata dell’Esercito Arabo Siriano.

Se ci fossero stati dubbi che qualche fazione in Occidente non vedesse di buon occhio l’accordo fra Turchia e Russia, sono bastate poche ore dall’incontro fra Putin ed Erdogan per vedere all’opera l’instancabile macchina da guerra occidentale. Quattro caccia israeliani F-16 e una fregata francese (con la possibile presenza in zona degli Stati Uniti) hanno lanciato un attacco missilistico contro la Siria.

Questa volta, a differenza delle precedenti, non è stata neanche fornita una giustificazione, tipo un presunto utilizzo di armi chimiche. E’ stata, in realtà, una implicita protesta contro l’accordo appena raggiunto fra Russia e Turchia, che dovrebbe garantire ad Assad il controllo di tutto il territorio siriano, una cosa assolutamente inaccettabile per tutti i nemici della Siria.

E’ anche possibile che, su indicazione degli Stati Uniti, Francia ed Israele sperassero di ottenere con l’attacco ad un aereo russo una reazione scomposta da parte di Mosca, reazione che avrebbe peggiorato lo scontro, fornendo agli Stati Uniti e ai loro alleati l’opportunità di inserirsi direttamente nel conflitto siriano. L’abbattimento dell’IL-20 russo sarebbe quindi stato una provocazione pianificata in precedenza. Fortunatamente per il resto del mondo, Mosca in quel momento ha mantenuto la calma e, insieme ai sistemi di difesa antiarea siriani, ha praticamente abbattuto o deviato tutti i missili lanciati. Israele ha usato la forte impronta radar dell’IL-20 russo per coprire i suoi F-16, ingannando i sistemi antiaerei S-200 siriani, favorendo così il suo abbattimento. Come riportato dalla TASS, Israele non ha rispettato gli accordi con Mosca riguardanti le regole di ingaggio. Tel Aviv aveva avvisato Mosca solo un minuto prima dell’attacco, lasciando troppo poco tempo all’IL-20 per una manovra evasiva e l’atterraggio a Latakia. Nello specifico, la dichiarazione ufficiale delle autorità russe lascia poco spazio alle interpretazioni:

“Gli aerei israeliani si sono avvicinati a bassa quota, creando una situazione di pericolo per gli altri velivoli e il naviglio presente in zona. I piloti israeliani hanno usato l’aereo russo come copertura e hanno fatto in modo che venisse colpito dalle forze della difesa aerea siriana. Come conseguenza, l’IL-20, che ha una segnatura radar molto più intensa di quella di un F-16, è stato abbattuto da un missile del tipo S-200. Questo ha causato la morte di 15 militari russi. Gli Israeliani dovevano essere a conoscenza della presenza in zona dell’aereo russo, ma questo non li ha fatti desistere dalla provocazione. Israele ha anche mancato di avvisare in anticipo la Russia dell’operazione pianificata. L’avvertimento è arrivato solo un minuto prima dell’attacco, e non c’è stato il tempo di indirizzare l’aereo verso una zona sicura. Noi consideriamo questi atti provocatori di Israele come ostili. Quindici militari russi sono morti a causa delle azioni irresponsabili dell’esercito israeliano. Questo è assolutamente contrario allo spirito della collaborazione russo-israeliana. Ci riserviamo il diritto di una risposta adeguata.”

La reazione russa sarà misurata e strategicamente efficace. E’ anche possibile che, in conseguenza di questo attacco, Mosca possa modificare la propria politica riguardante la vendita di armamenti a paesi stranieri. Lo scenario peggiore per Tel Aviv e i suoi alleati sarebbe quello di una Siria armata con gli S-300 e un Iran con gli S-400. Come accade spesso, una meditata risposta da parte di Mosca potrebbe alla fine migliorare lo scenario globale in cui si trovano a dover operare la Russia e i suoi alleati. La Federazione Russa non si preclude nessuna possibilità e ha tutto il diritto politico di equipaggiare i suoi alleati più stretti con lo stato dell’arte della tecnologia, in modo da evitare, in futuro, possibili conflitti.

Gli Stati Uniti e i loro alleati speravano in un’avanzata russo-siriana su Idlib, cosa che avrebbe permesso la messa in opera della loro ben sperimentata routine. Ci sarebbe stato un attacco chimico false-flag, apparentemente scatenato dalle truppe di Assad, che avrebbe fornito il pretesto per un massiccio attacco destinato a degradare l’efficienza delle difese aeree siriane in vista di azioni belliche future. Venendo meno l’avanzata russo-siriana su Idlib, non è stato più possibile inscenare un finto attacco chimico, e con esso (è caduto anche) il pretesto per attaccare la nazione. Questo ha aumentato la frustrazione dei paesi occidentali, che hanno perso un’occasione ‘legittima’ per lanciare i loro missili. Le azioni militari al largo di Latakia da parte dei Francesi e degli Israeliani vanno perciò considerate come una reazione scomposta nei confronti di quegli sviluppi inattesi che avevano mandato a monte i loro piani.

Come ha mostrato questo ultimo attacco, le azioni degli Occidentali sono uno sfogo, senza nessuna possibilità, per loro, di cambiare lo stato delle cose sul terreno o di raggiungere in Siria gli obbiettivi prefissati. I missili sono stati lanciati contro l’accordo siglato da Putin ed Erdogan.

Per quanto riguarda la Turchia, i prossimi passi dipendono molto dalla presenza americana nel nord-est della Siria (unitamente alle forze dello SDF) e dagli attacchi valutari e finanziari dell’America nei confronti del paese. Stati Uniti e Turchia sono chiaramente in rotta di collisione. Putin e Assad hanno usato questo stratagemma per evitare un attacco su Idlib, costringendo così Erdogan a cercare un accordo con gli Stati Uniti. Ma, stando così le cose, una intesa fra Trump ed Erdogan rimane impossibile, dal momento che Ankara non si può riconciliare con Washington. Erdogan non può graziare e rilasciare il Pastore Bronson, e questo pastore è per Trump un‘ottima scusa per guadagnare consensi fra l’elettorato evangelico, importantissimo per le elezioni di medio termine di novembre. Inoltre, Ankara considera illegale la presenza americana sul confine fra Siria e Turchia, questo perche gli USA appoggiano lo SDF, considerato dalla Turchia una formazione terroristica che minaccia l’integrità territoriale della Siria e della Turchia.

Nel breve termine, la situazione per gli Stati Uniti rimane immutata. Non c’è nessuna intenzione di abbandonare il nord-est della Siria, dal momento che questa presenza è considerata strategica, in una nazione dove gli Stati Uniti non hanno contatti diretti con il governo centrale, e viene utilizzata non per il controllo della nazione, ma per il mantenimento del caos il più a lungo possibile. In quest’ottica, lo SDF è essenziale per giustificare la presenza americana sul territorio siriano. La proposta ufficiosa di Erdogan, di rimpiazzare nell’area sotto il controllo degli Stati Uniti a nord dell’Eufrate lo SDF con il maggiormente gradito (per lui) FSA, non verrà presa in considerazione. Anche se gli USA, per adesso, non intendono tradire i Curdi, è comunque chiaro che alcuni settori dello SDF sono in contatto con Damasco per gettare le basi di una Siria senza Stati Uniti. Si potrebbe dire che, nel breve termine, gli interessi dei Curdi coincidono con quelli americani, ma, nel medio e lungo periodo, non c’è nessuna possibilità per una presenza prolungata degli USA in Siria, e i Curdi questo lo sanno benissimo. Non sorprende perciò che colloqui preliminari fra lo SDF e le autorità del governo centrale di Damasco siano già in corso.

Indubbiamente, l’accordo fra Erdogan e Putin mette in difficoltà gli Stati Uniti, dal momento che Damasco può pensare di avanzare verso Al-Tanf o verso le altre zone occupate illegalmente dalle truppe americane. L’offensiva contro Idlib, fra le altre cose, avrebbe concesso più tempo agli Stati Uniti e ai loro alleati per rafforzare la loro presenza in Siria.

Alla fine, Siriani e Russi hanno tutto il tempo che vogliono per procedere alla liberazione di Idlib e del resto del paese. Erdogan è sempre più isolato e senza alleati, sotto assedio da più direzioni e nei modi più diversi, finaziari, economici, politici e diplomatici. Russi e Siriani potranno pattugliare la fascia smilitarizzata, raccogliere informazioni, colpire i terroristi, e ad Erdogan rimarrà solo la possibilità di far mettere agli atti le sue proteste, ma nulla di più.

Questa volta l’accordo permetterà alla Russia e alla Siria la raccolta di tutte le informazioni necessarie per gli attacchi di precisione, con l’obbiettivo primario di distruggere i centri di comando jihadisti. Vale la pena di ricordare, come esempio, l’accordo precedente fra Turchia, Russia ed Iran.

Il cessate il fuoco di più di un anno fa, con la creazione di zone di deconfigurazione, era stato visto con scetticismo da molti amici della Siria. Si pensava, allora, che la Siria sarebbe stata partizionata. Ma, un anno e mezzo dopo, la realtà è completamente diversa. Le aree di deconfigurazione non esistono più, l’unica rimasta è proprio quella di Idlib.

Con l’astuzia e le risorse economiche, militari e politiche di Cina, Russia, Iran e Siria, anche Idlib sarà liberata dalla peste jihadista, nonostante gli interventi occidentali ed israeliani per proteggere i propri mercenari presenti nel paese.

Federico Pieraccini

Link: strategic-culture.org
Fonte: https://www.strategic-culture.org/news/2018/09/19/west-hates-peace-syria-from-de-escalation-almost-world-war-iii-just-two-hours.html
19.09.2018
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Pubblicato da Markus

Un biologo, appassionato di montagna e di fotografia, che cerca, come può, di combattere contro i mulini a vento.