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Giustizia ad orologeria?

DI CARLO BERTANI

carlobertani.blogspot.com

Spesso, il funzionamento della giustizia viene considerato una forma di lotta politica: molti, a Destra, credono senza dubbio in questo concetto. Il vero problema, però, è un altro: ogni volta che si mette mano alla giustizia, un governo inizia a traballare ed iniziano estenuanti confronti per cambiare, in fin dei conti, il nulla che consente a Tomasi di Lampedusa d’esser sempre lo scrittore più ricordato dagli italiani. Dalle arringhe di Cicerone agli svolazzi gattopardeschi, nulla deve cambiare: ed inizia il conteggio ad orologeria per il governo.

Ci si mette anche l’Europa, con una sentenza che richiama i nobili principi della filosofia del Diritto, e ci presenta il conto del nostro vagare senza costrutto fra claudicanti sentenze e dubbie riforme. Il tutto, viene presentato dalla classe politica – all’unisono – come l’ennesimo attacco all’Italia, che non potrebbe più combattere la Mafia se dovesse applicare ciò che la CEDU ci ha consigliato. Il che, è proprio la classica “cippa” mediatica ad usum stultorum.

La CEDU ha posto l’indice sul nostro “strano” (a dir poco) metodo di valutare la “redenzione” del condannato, ossia proprio il “metro” che viene applicato per la valutazione: mentre in quasi tutti i sistemi giuridici occidentali (latini ed anglosassoni) – non prendo in esame altri diritti, altrimenti la questione sarebbe troppo complicata – la valutazione è quella di stabilire se il condannato ha realmente realizzato la consapevolezza della gravità dell’atto commesso, oppure se rimangono zone d’ombra in questa presa di coscienza. Meno che mai, però, il “premio” della libertà può essere valutato soltanto su una rozza base di “do ut des”, come avviene per il fenomeno – tutto italiano – del pentitismo.

Fino agli anni ’70 una forma primordiale del fenomeno la possiamo ritrovare nell’uso – che sempre è esistito ed è perfettamente logico – della maggiore o minor dilatazione del concetto di attenuante, che il giudice valuta secondo la situazione.

Dagli anni ’70 in poi, il fenomeno del pentitismo prese piede per sconfiggere, nel minor tempo possibile, il fenomeno del terrorismo. Fai dei nomi, dicci quel che sai e sarai “premiato”: un fenomeno relegato ad un’emergenza, perché salta immediatamente agli occhi la contiguità di tale concetto con la legislazione di guerra quando – per contrastare il lavoro delle spie – si giunge a compromessi, a volte assai pesanti, sul fronte delle garanzie costituzionali.

L’Italia degli anni ’70, però, non era formalmente in guerra, a meno che non si desideri estendere “a piacere” il concetto di emergenza giuridica a tutto tondo: come ci pare, ci serve o ci conviene. Qui, a mio avviso, giunse il primo vulnus.

Il secondo, più grave, fu quando si meditò d’estendere il principio alla lotta alle Mafie, e per due motivi.

Mentre sul fronte del terrorismo, grazie al pentitismo – se non sincero, era più il pentimento del prigioniero di guerra, dello sconfitto di quello interiorizzato – i risultati furono confortanti, nel senso che i pentiti si distanziarono realmente dalla lotta armata, sul fronte delle mafie le cose andarono in tutt’altro modo.

Non starò a perder tempo ad illustrare i tanti fenomeni che abbiamo osservato nel corso di queste vicende: pentiti che si “spentivano”, che appena fuori dal carcere riprendevano le attività criminali, che utilizzavano i soldi ricevuti dallo Stato per nuove attività criminali, ecc. A fronte di qualche risultato, la correlazione fra reato e pena è stato distrutta: questo è il danno peggiore.

Il secondo motivo è più sottile, meno evidente, e riguarda le attività investigative. Divenuta un’abitudine che qualcuno “cantasse” (il vero o il falso, poi tutto da vedere) le attività investigative divennero più fiacche, il pensiero analitico di correlazione degli eventi di un Maigret o di un Montalbano rimase confinato al mondo degli scrittori che, quando scrivono libri gialli, in fin dei conti, giocano a fare il commissario. L’abitudine divenne: con le buone o con le cattive, fatelo cantare. A ben vedere, un metodo che riportava indietro le lancette della Storia della criminologia e dei metodi investigativi ai tempi dell’Inquisizione.

Purtroppo, ne abbiamo una prova nel disastroso fenomeno dei femminicidi: ogni due o tre giorni, fateci caso, una donna viene uccisa. Dal marito o dall’amante, dal padre o dall’innamorato respinto ma viene uccisa, ed è un fenomeno sul quale non possiamo invocare scusanti, di nessun tipo. Molto spesso, la donna uccisa s’era rivolta alla Polizia, ai Carabinieri o ad un magistrato, senza nessun risultato.

Certo, la sociologia potrà fornirci degli appigli per spiegare il fenomeno, ma non si può chiedere di cambiare la società altrimenti la disperazione s’incanala lungo la via di un coltello o di una pistola. La società andrebbe cambiata perché ingiusta e violenta nei confronti del cittadino, e questo è auspicabile e bisogna lottare per ottenerlo, ma se una donna smette di essere il calmiere delle angosce sociali – ossia sesso e pastasciutta a piacimento – non si può cancellarla dalla vita, perché le donne soffrono le angosce sociali come gli uomini. Sono, solo, più deboli fisicamente.

Su questo esempio, deraglia il treno delle indagini, perché le donne non “cantano”, le donne si lamentano: solo che nessuno le ascolta, i magistrati archiviano per leggerezza o cattiva volontà, poliziotti e carabinieri “passano” il verbale “a chi di dovere” e si finisce col funerale, che tutto cancella.

Ci sono tanti, altri casi nei quali la capacità investigativa è a dir poco carente: dai mille furti impuniti, dagli spacciatori conosciuti e tollerati in quanto, all’occorrenza, “gole profonde”, ai tanti omicidi mai risolti e ancora senza nome, al “russo” Igor che viene circondato da reparti militari in un quadrato di 20 x 20 Km e scappa come un fringuello, fino ai mille truffatori per i quali si è giunti alla pantomima degli “avvertimenti” di non aprire a nessuno, ecc. Un fallimento totale: nessuno ha più la ragionevole certezza che, sporta una denuncia, si arrivi a qualcosa. Anzi, sono gli stessi inquirenti a sconsigliare: tanto, spenderà solo dei soldi e non arriverà a nulla…

Tutto questo ha nome e cognome: la non certezza della pena.

L’omicidio volontario prevede una pena che va da 21 anni all’ergastolo, a secondo della gravità dell’atto ed è il giudice a decidere questa “forbice”. La pena realmente scontata, in media, è di 12,4 anni. L’omicidio preterintenzionale prevede pene dai 10 ai 28 anni: la media, ci dice 8,8 anni passati in carcere.

Un uomo confessò l’uccisione della moglie 22 anni dopo: prescritto, non un solo giorno di pena. Pietro Maso, che uccise i genitori per avere l’eredità, oramai vive in Spagna tranquillo e sereno. Erika De Nardo ammazzò la madre e il fratellino: fuori dopo 10 anni.

Si potrebbero scrivere pagine e pagine su questi orrori giuridici, ma non voglio abusare del vostro tempo.

Personalmente, io credo che una persona che uccide volontariamente non dovrebbe più disporre della propria vita a piacimento, nemmeno un solo minuto. Però, questa è la mia convinzione personale, perché ho ben presente il concetto di sacralità della vita. Così come sono contrario alla pena di morte, poiché pronunciata da un Magistrato “in nome del popolo”, ed io non voglio sentirmi responsabile della morte di nessuno. Ma sono opinioni personali, discutibilissime.

E non mi dite che dopo “ci tocca mantenerli”, perché il lavoro nelle carceri c’è sempre stato ed è sempre stato vantaggioso, sia per le aziende e sia per i carcerati. Mio padre, un paio di volte l’anno, faceva il “giro” delle carceri dove la sua azienda forniva lavoro retribuito e serio: non le buffonate che si sentono oggi, solo biblioteche, teatri, qualche rara falegnameria…adesso sì che li manteniamo, ma è semplicemente una scelta politica.

Ma torniamo alla sentenza europea.

Quel che la CEDU ha realmente detto in quella sentenza, è che non si può decidere una forma di ergastolo “eterno”, senza prevedere forme di attenuazione o di rescissione della pena: soprattutto – fra le righe – la Corte ha voluto far notare che non si può demandare la pena – quasi un automatismo – al pentimento che preveda l’arresto e la carcerazione di un’altra persona, perché questo metodo non accerta che ci sia stato reale pentimento. Insomma: è una sorta di commercio! Mors tua, vita mea.

E molti fatti, in questo contesto, ci hanno mostrato quanto il pentimento fosse soltanto mirato al deferimento della pena, od alla sua trasformazione in pene accessorie.

E, tutto questo, disarticola il compito dei magistrati: solo se “canta” sapremo qualcosa, a cosa serve indagare…

Un coro unito, da Destra a Sinistra, si è rivoltato contro questo concetto, compiendo una vera disinformazione giuridica sui fatti: le valutazioni di reale pentimento, in molti Paesi, sono rigidissime, e molto raramente giungono ad un reale beneficio per il carcerato, eppure la nostra Magistratura difende questo anacronistico “diritto di guerra” applicato in tempo di pace.

Nel tempo, la situazione è diventata sempre più scottante: il buonismo permea le Procure, e i colpevoli sono solo persone “che hanno sbagliato” e devono essere redente.

Solo per fare un esempio, Pietro Cavallero, nel 1967 compì una rapina lasciando tre morti a terra. Catturato, fu condannato all’ergastolo. Fu liberato nel 1988, e lavorò presso il Cottolengo di Torino ed altre strutture assistenziali e non diede più nessun problema. Il suo pentimento fu profondo e sincero – che è un percorso aspro per chi è abituato ad imporsi con la forza – ed è proprio quello che chiede la CEDU nella sua sentenza all’Italia: valutare caso per caso, non regalare anni di libertà in cambio di un nome.

Qualcosa non va nel nostro sistema giudiziario e prova ne sia che il ministro Bonafede – che vuole fermare la prescrizione al 1° grado se c’è una sentenza di colpevolezza – prima è stato fermato da Salvini/Berlusconi ed oggi viene, ugualmente, avvisato per tempo da Zingaretti: “Oh sì, accelerare i processi è necessario…ma per la prescrizione ci vuole ancora una pausa di riflessione…” Ben sapendo che gli avvocati sanno benissimo come posticipare e rallentare le udienze, cosicché il concetto di non punibilità s’estende, e con esso la volontà di delinquere. Del resto, il PD aveva bloccato proprio il suo ministro, Orlando, quando aveva proposto la medesima cosa che oggi propone Bonafede.

Così si tira avanti, perché Falcone e Borsellino avevano appoggiato senza riserve il sistema “premiale” del pentimento a fronte delle confessioni non dei propri delitti, bensì su quelli degli altri!

Purtroppo, però, Falcone e Borsellino si sbagliarono su questo concetto: il pentimento dei terroristi giungeva da un percorso d’ideali falliti, quello dei mafiosi è sempre correlato a denaro e potere, che sono due aspetti che non muoiono mai e che hanno sempre molta “presa” nella società mafiosa (e non).

Del resto, in questi lunghi anni di pentitismo, abbiamo notato una vera e reale sconfitta delle Mafie? Il vero capo della Mafia, oggi, è libero come l’aria: si chiama Matteo Messina Denaro, la sua cosca di riferimento è quella trapanese, è coinvolto nel grande affare finanziario dell’eolico siciliano, fu “compagno di merende” di Giovanni Brusca…oh? Cosa vi devo ancora raccontare perché lo prendiate? Ma andiamo…

Le Mafie hanno capito che conveniva loro cambiar pelle, entrare nello Stato piuttosto che starne ai margini – difatti, anche al Nord, sciolgono consigli comunali ogni due per tre – e dunque, a cosa è servito svendere un cardine del Diritto come la certezza della pena, in cambio di nulla?

Adesso vedremo, a Gennaio, se il Governo riuscirà a mantenere le promesse ed a non posticipare alle calende greche un altro cardine del Diritto, ossia la preminenza della verità processuale sulla volontà dell’ignavia, del “mai si saprà” perché è trascorso solo qualche anno.

Se ciò non avverrà, propongo di sostituire la lettura critica de La Divina Commedia con Il Gattopardo, in ogni scuola d’ordine e grado, con la giustificazione – firmata dal Ministro – “perché più confacente alla realtà italiana”.

 

Carlo Bertani

Fonte: http://carlobertani.blogspot.com/

Link: http://carlobertani.blogspot.com/2019/10/giustizia-ad-orologeria.html

13 ottobre 2019

 

Pubblicato da Rosanna

La mia insolita passione è quella di andare a caccia della "verità" nelle vicende contemporanee, attraverso gli interstizi dell'informazione, il mio vizio assurdo invece consiste nell'amare l'anonimato più della notorietà, la responsabilità più del narcisismo, l'impegno sociale più del letargo intellettuale. Allergica al pelo di capra e alle fake news.

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