Fake news, social e neonazi: una storia ucraina che ci riguarda tutti

Nel silenzio totale dei nostri media (ma va?), si dipana in Ucraina una storia che invece meriterebbe attenzione, perché ci riguarda tutti. Si tratta di questo. Un più che rispettabile sito di giornalismo d’inchiesta, Zaborona, ai primi di giugno  pubblica un articolo su Denis Nikitin, un neonazista russo che da qualche anno si è trasferito in Ucraina. Nikitin, che in origine si era segnalato come un hooligan del calcio, è oggi considerato una delle figure più pericolose dell’ultradestra in Europa. Non solo un agitatore ma un organizzatore di gruppi violenti e un istruttore nel combattimento corpo a corpo.

A Kiev, Nikitin si è accasato presso i miliziani del battaglione Azov, anche loro molto espliciti nell’ostentare, con la compiacenza delle autorità, simpatie neonazi. Un ambiente che i media degli altri Paesi occidentali hanno già provato a esplorare e che ha richiamato estremisti da ogni parte d’Europa. Nikitin, per esempio, si accompagna spesso a Sergej Korotkikh, un bielorusso che ha a lungo combattuto nel Battaglione Azov e che per questo ebbe dall’ex presidente Petro Poroshenko il passaporto ucraino.

Insomma, Zaborona pubblica il suo pezzo su Nikitin e per qualche ora tutto fila liscio. I lettori cliccano (pagando, perché il contenuto non è gratuito) e il rilancio sulla pagina Facebook va alla grande. Poi, di colpo, l’articolo sembra sparito da Facebook. Meno rilanci, meno visite sul sito, meno incassi per la testata indipendente. Quelli di Zaborona si chiedono che cosa sia successo. Finché spunta un’idea: non è che c’entrano i nuovi collaboratori di Facebook? All’inizio del 2020, infatti, il grande social americano ha fatto un accordo con due organizzazioni ucraine che si occupano di fake news: VoxCheck e StopFake. Sta a loro verificare la veridicità dei contenuti relativi all’Ucraina, sanzionando quelli dubbi o mendaci.

StopFake è un caso particolare: fondata nel 2014, tra l’insurrezione di Maidan e l’inizio della guerra nel Donbass, da professori e studenti della scuola di giornalismo di Kiev-Mogilev, è specializzata nel disvelamento della propaganda russa. Non che l’obiettività sia mai stata proprio il suo forte: chiunque non fosse un fan di Maidan veniva messo all’indice e proscritto. Persino il sottoscritto, un tempo, è finito su una qualche lista nera di presunti “nemici dell’Ucraina”. Ma è indubbio che qualche buon colpo StopFake ucraina l’abbia messo a segno. Per esempio: quando il Primo canale della Tv russa mostrò immagini satellitari di un ipotetico attacco dell’aviazione ucraina contro il Boeing MN17 delle linee aeree malesi, fu StopFake a dimostrare che quelle immagini erano artefatte.

StopFake, in ogni caso, è molto coccolata dalle cancellerie occidentali. È finanziata dal ministero degli Esteri della Repubblica Ceca, dall’ambasciata in Ucraina del Regno Unito, da organizzazioni statali americane. Peccato che i giornalisti di Zaborona, sospettando che l’organizzazione avesse messo mano alla scomparsa del loro pezzo, abbiano scoperto che i dirigenti di StopFake ormai intrattengono relazioni frequenti e cordiali con i leader della destra neo-nazista in Ucraina, compresi gruppi responsabili dell’intimidazione di giornalisti e individui accusati di atti violenti e addirittura di omicidio. Non solo: alcuni dei capi di StopFake hanno pubblicamente espresso idee e posizioni che paiono davvero inconciliabili con il ruolo di difensori del libero pensiero e della democrazia.

Per esaminare nel dettaglio il lavoro di Zaborona, e ragionarci sopra, basta seguire questo link. I giornalisti del sito, tra l’altro, hanno intervistato molti analisti politici ucraini e altrettanti esperti dei movimenti della destra estrema, e le loro conclusioni sembrano unanimi nel certificare la decadenza e l’ormai conclamata partigianeria di StopFake.

Quel che a noi interessa di più, però, è altro. Perché, per esempio, i Paesi occidentali insistono nel finanziare organizzazioni così sbilanciate e persino sospette? E che cosa si nasconde, davvero, dietro questa incessante campagna contro le fake news? Quale diritto hanno organizzazioni private come Facebook e Twitter di decidere dove stia la verità? Qualche tempo fa Twitter censurò un paio di post di Donald Trump (il tema era il voto per posta, discusso anche dai costituzionalisti Usa) ma non volle rivelare nemmeno se il “bollo” era stato apposto da un essere umano (nel qual caso chi? Con quali qualifiche?) o era stato generato dall’algoritmo. Adesso Facebook si appoggia, in Ucraina, a giornalisti che simpatizzano per la destra neonazi. Che credibilità ha, questa campagna contro le fake news?

A meno che non si tratti di un grande patteggiamento politico-economico. I grandi social appoggiano una delle parti in causa (sono anti-Trump negli Usa, anti-Russia in Europa dell’Est) per continuare a godere del regime che li fa ricchi. Perché delle due l’una. O i social sono piattaforme, nel qual caso devono essere liberi per tutti e non devono censurare le (legittime e legali) opinioni di nessuno. Oppure sono editori, nel qual caso possono certo decidere che cosa vogliono pubblicare (come fanno i giornali e le Tv) ma devono pagare i diritti d’autore a chi fornisce loro i contenuti. Cioè a tutti noi. Finora sono riusciti a tenere i piedi in due scarpe, macinando profitti ed evadendo le tasse. Ma non può durare in eterno.

Fulvio Scaglione

 

 

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