Tolkien e la lotta dell’uomo per il bene. Significati e attualizzazioni de Il Signore degli anelli

The Lord od the Rings: The Two Towers

Introduzione di Valentina Bennati per ComeDonChisciotte.org

L'articolo che segue - che per una curiosa serie di coincidenze, senza che io lo abbia cercato, più volte mi è balzato sotto gli occhi negli ultimi due giorni, richiamato da pagine di siti diversi - alla fine si è imposto necessariamente alla mia attenzione.
Ho scoperto essere tratto dal libro "Voglio una vita manipolata. Fecondazione, aborto, droga, eutanasia", scritto nel 2005 da Francesco Agnoli, docente di storia e filosofia e, dal titolo, sembrerebbe non avere nulla a che fare con Tolkien e Il Signore degli anelli.
In realtà, il professor Agnoli ha modo e ragione di citare Tolkien sottolineando con maestria quanto antichi, e sempre attuali, siano i temi del bene e del male, della volontà e della libertà.
Il cuore dell'uomo può essere nobile, ma anche farsi corrompere facilmente perché i sentimenti umani sono manipolabili molto agevolmente da chi non ha interesse a tutelare la Vita quanto, piuttosto, a distruggerla.
È un articolo che induce riflessioni sulle dimensioni più profonde della nostra umanità e che merita di essere letto, proprio per il dissesto etico che ci stiamo trovando a vivere in questi anni.

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TOLKIEN E LA LOTTA DELL’UOMO PER IL BENE. SIGNIFICATI E ATTUALIZZAZIONI DE IL SIGNORE DEGLI ANELLI

di Francesco Agnoli libertaepersona.org

Nell’Inghilterra contemporanea, patria, spesso, delle più incredibili sperimentazioni sulla vita e sull’uomo, si distinguono però, per la loro tenace ed efficace battaglia in difesa dei valori più alti, alcuni personaggi, in particolare due grandi scrittori cattolici, Gilbert Chesterton, l’inventore della figura di padre Brown, e J.R.R.Tolkien, il celebre autore de “Il Signore degli anelli“.

John R. Tolkien nasce nel 1892 in sud Africa, ma ben presto si trasferisce in Inghilterra. Rimane precocemente orfano del padre e nel 1900 sua madre, Mabel, si converte dall’anglicanesimo al cattolicesimo. Non è una scelta facile in Inghilterra, perché comporta l’emarginazione e la riprovazione sociale. Dall’epoca di Enrico VIII infatti, quando venivano squartati e i loro corpi disseminati agli angoli delle strade perché fungessero da monito, i cattolici sono considerati come stranieri, anche se sul finire dell”800 la loro condizione è in parte mutata.

Presto Tolkien rimane orfano anche della madre e, pur essendo molto povero, con l’aiuto di un prete riesce ad entrare all’università di Oxford, dove studiano i rampolli dell’aristocrazia inglese. Nel 1915 viene chiamato in guerra, la I guerra mondiale, e non potendo sopportare la separazione dalla fidanzata Edith Bratt, si unisce a lei in matrimonio (nasceranno negli anni, quattro figli, uno dei quali diverrà sacerdote).

Nella I guerra mondiale l’uomo scopre per la prima volta la sua piccolezza di fronte alle macchine di morte e alla tecnologia che lui stesso ha creato. Crolla così l’illusione illuminista-positivista, l’idea di un uomo capace con le sue forze, grazie alla scienza, di dominare il mondo e la realtà, totalmente, divenendo Dio a se stesso. Affonda, con lo stesso fragore e dolore del Titanic, l’idea di poter procurare la felicità e l’immortalità, qui, su questa terra.

LA SOCIETÀ INEBETITA

Lo scrittore Domenico Giuliotti scrive:Era il 1913…i cervelli, finchè non si smontavano nella pazzia, funzionavano automaticamente come gli stantuffi delle macchine che avevano inventate e delle quali stavano divenendo, senza saperlo, accessori. Il mondo avvolto giorno e notte nel fumo, nel fragore e nella polvere, puzzava di morchia, di benzina, di bruciaticcio e di bestemmia. E in mezzo a questo ciclo di lordure, l’oro rotolava sulla libidine e la libidine sull’oro, in avvinghiamenti spasmodici. Sembrava che, dopo aver rifiutato il cristianesimo, alla società inebetita fosse caduta la testa e si fosse posta in adorazione, così decapitata, dinnanzi alla materia, mentre questa, divenuta, per un prodigio infernale, micidialmente intelligente, si preparava ad annientarla“.

Nel 1916 Tolkien combatte sulla Somme, in una battaglia epocale, fra le più disastrose della storia. La vita in trincea è segnata dall’ansia dell’attesa e del logoramento, dall’esposizione continua al fuoco di sbarramento, dalle nubi di gas stagnanti nell’aria, dal fango e dalla terra bruciata dalle granate e desertificata. Si diffondono, per la prima volta nella storia, una grande quantità di nuove nevrosi, figlie della guerra industrializzata: la “nevrosi del sepolto vivo”, la “simpatia isterica per il nemico”, isterie che si verificano dopo un trauma da esplosione, con i sintomi di paralisi, spasmi, mutismo, cecità e analoghi.

I medici osservano come un grosso calibro caduto vicino, o un fuoco di sbarramento prolungato danneggino il sistema nervoso del soldato ed il suo autocontrollo, generando scatti improvvisi, pianti isterici, sordità, rifiuto di avanzare, desiderio di suicidio…

Somme: vita in trincea

UN MONDO MASSIFICATO, OMOLOGATO, GLOBALIZZATO

Sono scenari, quelli della Somme, che torneranno neIl Signore degli anelli“, per la descrizione della terra di Mordor, la terra dell’Oscuro Signore; così come torneranno il nemico lontano e senza volto, il coraggio, il sacrificio e il cameratismo dei soldati semplici, i tommies, i Frodo di tutti i giorni, di contro alla viltà e all’inettitudine degli ufficiali. A tale riguardo lo scrittore francese Bernanos, anche lui combattente, afferma: “Dio non ci ha lasciato che il sentimento profondo della sua assenza“; e ancora: “La maggior parte dei soldati ignorava perfino il nome di grazia…Voglio dire soltanto che forse erano stati talvolta degni di questa grazia, di questo sorriso di Dio. Infatti vivevano senza saperlo, in fondo a quelle tane fangose, una vita fraterna“, una vita fraterna, e, tante volte, eroica, alla faccia di chi la guerra la aveva voluta, per lo più meschinamente e segretamente, come nel caso dell’Italia.

Rientrato dalla guerra Tolkien crea un sodalizio di amici con Lewis, Belloc e Chesterton. I quattro si trovano ogni martedì sera in un pub per parlare di letteratura, di fede, di vicende personali. Riguardo all’amicizia Tolkien scrive: “La vita, la vita terrena, non ha dono più grande da offrirci“; e altrove, all’incirca: “quando due divengono amici si allontanano insieme dal gregge“.

Diviene poi professore all’università di Oxford, dove insegna letteratura inglese, studia i miti nordici, si reca ogni giorno a messa e fa i conti con il problema del male.

Dopo la I guerra già un’altra si prepara: la dittatura comunista asservisce duramente 180 milioni di persone, quella nazista 60 milioni di tedeschi. Ma anche la sua Inghilterra, che si ritiene al di sopra di ogni critica, esercita una forte oppressione sull’Irlanda cattolica e sulle sue colonie.

E’ nella sua patria che inizia a provare “dispiacere e disgusto” di fronte all’imperialismo inglese, e a divenire, insieme a Chesterton, un amante delle “piccole patrie”, delle specificità e delle tradizioni locali, contro ogni tentativo di unificare, forzatamente o subdolamente.

Il mondo non bello che lo circonda nasce dall’orgoglio, dal desiderio di potere, sugli uomini e sulla vita, che, a livello poetico, viene raffigurato nell’anello. Sauron, colui che lo ha forgiato, il Nemico, il menzognero, tende ad unificare il mondo sotto di sé, ad appiattire, a livellare le diversità, gli uomini, i nani, e gli elfi, la Contea, Gran burrone, Gondor e Rohan…

Un po’ come fanno, con metodi diversi o analoghi, la Germania, la Russia, l’Inghilterra e l’America: Tolkien non risparmia nessuno. Nel suo poema Sauron vuole imporre a tutti anche la stessa lingua, il Linguaggio Nero, soppiantando così tutti gli idiomi preesistenti: Tolkien, che ama profondamente la parola e i linguaggi, come espressione della diversità multiforme delle culture, ha paura che questo possa veramente avvenire.

Nel 1945, lui che apprezzava profondamente il latino liturgico, lingua solenne, maestosa, sacra, e nello stesso tempo universale, cattolica, ha paura che una lingua non della preghiera ma del commercio e del denaro, non che unifica ma che colonizza, l’inglese, il suo inglese, si affermi sulle altre lingue. Nel 1945 prospetta inoltre un mondo post-bellico massificato, omologato, globalizzato, nella lingua, l’inglese, nei gusti, in ogni cosa.

Quando scrive la sua opera più famosa Tolkien ha in mente questo mondo, il nostro, ma lo trasporta in uno mitico, metatemporale, perché sa che il problema del bene e del male è antico come l’uomo. Discende infatti dalla Caduta, termine con cui definisce il peccato originale: c’è in noi, fin da bambini, una tendenza al male che lotta con una tendenza di segno contrario. Si esprime nell’egoismo, nella superbia, nella volontà di dominio, sulle cose, talora nei rapporti con gli altri…

DIO HA CREATO OGNI COSA BUONA, MA HA LASCIATO LA LIBERTÀ

Gollum

Per Tolkien non esiste, però, una contrapposizione manichea: non ci sono un Dio del bene e un Dio del male. Il suo riferimento filosofico è quello cristiano, da S.Agostino a S.Tommaso: Dio ha creato ogni cosa buona, omnia bona, ma ha lasciato la libertà di scegliere. Gollum, ad esempio, non è originariamente cattivo, anzi è una specie di hobbit: è l’anello a pervertirlo, rendendolo omicida e menzognero. Così Melkor e il suo servo Sauron sono semplicemente, come il Lucifero cristiano, degli angeli (Ainur) decaduti, che hanno deciso di opporsi al loro creatore, di cantare non più la sua musica armoniosa, creatrice, ma una musica propria, stridente e stonata, distruttrice. Melkor, divenuto il Nemico, assume gli attributi tipici di Satana, del diavolo: desideroso di potere, di gloria, menzognero, è, etimologicamente, “colui che è separato e che separa“, che non ama, che cerca di guastare l’opera bella, armoniosa del creatore. Abita in una terra desolata, impervia, in cui pullulano macchinari e rifiuti industriali. Non ha amici o collaboratori, ma solo servi, come Sauron, o sciocchi servitori che sperano di essere un giorno padroni, come Saruman. Del male si può infatti divenire solo servi, perché abbracciando la menzogna e il vizio si perde la propria libertà. Ciò che cerca e ciò che vuole, Sauron, è l’anello: chi lo porta assume poteri immensi ma si lascia a poco a poco soggiogare. Non è il portatore, alla lunga, che decide, ma l’anello che decide per lui. Anche dell’anello si può essere solo servi, e non è lecito usarlo, usare un mezzo cattivo per fini buoni, come vorrebbe Sauron. In una sua lettera ad un figlio, dopo lo sganciamento della bomba atomica, che aveva permesso agli americani, e quindi anche agli inglesi, di essere totalmente vincitori, Tolkien afferma: “abbiamo usato l’anello!“.

Ma se in questo tempo così “feroce” Sauron si è risvegliato, se la sua ombra si allunga da est verso le terre ancora libere e il mistero d’iniquità sembra totalmente dominante, non manca la speranza: l’ “arbitro” della storia non è Melkor, ma Dio, che appare nel libro come una sorta di Provvidenza nascosta, che affida ai suoi il compito immenso di contrastare il male, di caricarsi del “fardello”. “quando le cose sono in pericolo, qualcuno vi deve rinunciare, perderle, affinchè altri possano goderle”.

A caricarsi del fardello, come un novello Cristo portatore della croce, è il piccolo Frodo, un mezzouomo, apparentemente il meno adatto di tutti. Eppure è in lui che si realizza il detto secondo cui Dio ha scelto ciò che è debole in questo mondo per confondere i forti. Frodo è una creatura mite, semplice, attaccata alla sua terra, ma capace di sacrificio: questa è la sua grande virtù! Non è chiamato, come nelle cerche dei miti e delle storie passate, dall’Iliade alla Gerusalemme liberata, a conquistare qualcosa, ma a rinunciare, a sacrificarsi: “E’ l’eroismo dell’obbedienza e dell’amore- scrive Tolkien-, non quello dell’orgoglio e dell’ostinazione, a essere il più alto e commovente“.

NON TOCCA A NOI DOMINARE TUTTE LE MAREE DEL MONDO

Eppure Frodo non è l’eroe senza macchia, un superuomo, ma è il mezzouomo, l’uomo di tutti i giorni, il soldato semplice inglese della I guerra, il Tolkien qualsiasi chiamato a vivere in un’epoca spaventosa, ma ciononostante, a vivere con dignità e grandezza interiore. Ha le stesse paure di tutti: “Avrei tanto desiderato che tutto ciò non accadesse ai miei giorni!“, esclama di fronte a Gandalf, che gli risponde: “Anch’io, come d’altronde tutti coloro che vivono questi avvenimenti. Ma non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato“.

E altrove: “Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo, il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo“.

Di fronte al compito immenso che gli è proposto Frodo acconsente e parte; porta l’anello fino a Gran Burrone, ma qui una alleanza di elfi, gnomi, uomini e hobbit, la Compagnia, è chiamata a decidere: cosa fare e a chi affidare l’anello per il viaggio finale. Nessuno sembra adatto, e allora Frodo afferma: “Prenderò io l’anello, ma non conosco la strada“. C’è, in questa affermazione, tutto il concetto che Tolkien ha di eroismo: la generosità, il non arretrare di fronte alle responsabilità (“Prenderò io l’anello”), e nello stesso tempo l’umiltà, la necessità di un aiuto di una compagnia (“ma non conosco la strada”). Se guardiamo alla vita di Tolkien, tramite le sue lettere, la Compagnia diventano la Chiesa, gli amici, e la figura di Gandalf assume i contorni dell’angelo custode.

Eppure, lungo il cammino, Frodo dovrà fare i conti con sé stesso: il male, e questo è uno dei concetti più anti-moderni espressi da Tolkien, non è solo fuori, negli altri, nei sistemi politici ecc., ma in ognuno di noi, e va combattuto con coraggio e strenua lotta interiore. Anche Frodo è preso, talora, dal desiderio dell’anello, gli viene da pensare che in fondo se lo è meritato, oppure viene tentato di non vivere fino in fondo il compito che gli è affidato: devo stare, afferma, “in guardia contro i ritardi, contro la via che pare più agevole, contro lo scrollarmi di dosso il peso che grava sulle mie spalle”.

Lotta con i nemici e lotta con se stesso. La sua forza sta nella disposizione d’animo che risulta, non senza difficoltà, vincente: il sostanziale desiderio di distruggere l’anello. La sua saggezza, ancora una volta come quella di Cristo, è una saggezza che il nemico considera “follia”. Tolkien ha certo in mente questo concetto, la “croce scandalo e follia” per le genti, quando fa dire a Gandalf: “Ebbene, che la follia sia il nostro manto, un velo dinnanzi agli occhi del nemico! Egli è molto sapiente, e soppesa ogni cosa con estrema accuratezza sulla bilancia della sua malvagità. Ma l’unica misura che conosce è il desiderio, desiderio di potere, egli giudica tutti i cuori alla sua stregua. La sua mente non accetterebbe mai il pensiero che qualcuno possa rifiutare il tanto bramato potere, o che, possedendo l’anello, voglia distruggerlo: questa deve essere la nostra mira, se vogliamo confondere i suoi calcoli“.

Ancora una volta il concetto che l’eroismo, in questo caso la saggezza, consiste nella rinuncia, e non nel possesso. E’, in fondo, un concetto che vale per ogni cosa: basti pensare che ogni vero amore umano, di marito, di moglie, di madre e di padre, di amico, passa dalla rinuncia, cioè dal riconoscere la presenza dell’altro, senza trasformare la persona amata in oggetto di possesso, senza volerlo stringere tra le mani, fino a soffocarlo.

GLI UOMINI DI SCIENZA

Saruman e Gandalf

La saggezza fasulla di Sauron, contrapposta alla follia di Frodo, richiama un’altra contrapposizione essenziale: quella tra Gandalf e Saruman.

Entrambi rappresentano gli uomini di scienza, che sanno molto, che conoscono molto. Eppure non è dato a loro, non è dato a Gandalf, il compito più alto, quello di portare l’anello: l’intelligenza ed il sapere devono essere al servizio, e non strumento di potere. Inoltre ciò che distingue la nobiltà dei cuori non è la maggior o minor conoscenza, ma la disposizione della volontà, della libertà, al bene. La volontà, la libertà, è l’unica cosa totalmente nostra, mentre l’intelligenza ci è data. Il sapere, dicevo, è cosa buona, originariamente, come tutte, perché nasce dal desiderio naturale dell’uomo di aderire alla realtà, di leggervi dentro (intus legere). Ma come ogni cosa, anche il conoscere, la scienza, può essere usata negativamente, quando diviene orgoglio intellettuale, volontà di dominio, superbia. Saruman si illude di poter collaborare con Sauron e rimanere libero, si illude che egli voglia dividere il potere, si illude che “i saggi come noi potrebbero infine riuscire a dirigerne il corso, a controllarlo” in attesa, pur lungo un cammino di male, di plaudire “all’alta meta prefissa: Sapienza, Governo, Ordine”.

Saruman, come Sauron, come il diavolo Melkor, hanno un loro superbo disegno di mondo, che definiscono sapiente e ordinato, e nelle loro “fucine” plasmano mostri e manipolano creature. Non sono capaci di creare, perché questa è una prerogativa solo di Dio. Secondo la filosofia tomista infatti l’amore è diffusivo di se stesso, o, con una espressione più celebre, solo l’amore crea. I nemici del Creatore, allora, sono solo pallidi imitatori, scimmie di Dio, come Melkor, che cerca di suonare una melodia più bella di quella di Dio, e finisce solo per creare una disarmonia di suoni. Così Saruman, Sauron, Melkor, coloro che fanno cose per se stessi, per esserne i loro Signori, non creano ma manipolano, modificano, alterano, corrompono, determinando creature mostruose, ibridi, chimere come gli Orchetti. Il loro peccato è “il più grande che abbia(no) potuto commettere, l’abuso del (loro) più alto privilegio” .

LE DOTTRINE EUGENETICHE

E’ evidente che nel dire questo Tolkien ha presente la realtà storica del suo tempo, come noi potremmo avere la nostra: conosce le teorie di Aldous Huxley; sa che nella Germania nazional-socialista e nella Russia comunista, gli esperimenti sugli uomini si sprecano. Nelle loro “fucine” diaboliche, nelle loro moderne cliniche, medici manipolatori si accaniscono sulla vita per esserne padroni, in un’ottica di “progresso” futuro e di benessere. Si parla di esperimenti “positivi”, che porteranno al miglioramento della razza umana (eugenetica), al miglioramento della vita degli uomini futuri… Come con la bomba atomica si vuole usare l’anello a fin di bene, ma non è possibile! Così i nazisti fanno nascere circa 80.000 bambini nati tramite accoppiamenti stabiliti dall’alto; Himmler fonda una associazione, chiamata Lebensborn, che sceglie donne non sposate da accoppiare a riproduttori ariani; si introducono sterilizzazioni forzate ed eutanasia; si sperimenta sulle donne incinte, per conoscere la vita del feto, la sua resistenza; si scarterebbero gli embrioni con la diagnosi pre-impianto, se fosse una tecnica già conosciuta, per selezionare i “migliori”, o per decidere il sesso, o l’altezza, come avviene oggi.

Dottrine eugenetiche attraversano anche tutta la storia del socialismo: dalla “Repubblica” di Platone, in cui accanto alla comunanza di beni e di donne, si parla della necessità che lo Stato imponga chi debba accoppiarsi con chi; a “La Città del Sole” di Campanella, in cui il ministro dell’Amore è chiamato a scegliere i tempi e i soggetti dell’accoppiamento sessuale, al fine di garantire una certa purezza razziale; fino alle più recenti affermazioni dello staliniano Preobrazenskij: “Dal punto di vista socialista non ha senso che un membro della società consideri il proprio corpo come una sua proprietà privata inoppugnabile, perché l’individuo non è che un punto di passaggio tra il passato e il futuro“, tanto che alla società spetta “il diritto totale e incondizionato di intervenire con le sue regole fin nella vita sessuale, per migliorare la razza con la selezione naturale”. Del resto un’eugenetica de facto verrà attuata nei regimi comunisti asiatici, in Cina, Cambogia e Corea del Nord, tramite l’eliminazione di handicappati, invalidi, malati mentali e barboni, di coloro cioè ritenuti incapaci dell’unica attività cui il materialismo riconosce importanza: il lavoro (in Corea gli handicappati vengono ancor oggi deportati in località remote, in montagna o nelle isole del mar Giallo, mentre i nani vengono sistematicamente braccati e isolati: “La razza dei nani deve sparire” ha ordinato Kim Jong II in persona).

Tolkien aveva già visto tutto questo, insieme a tante bruttezze del mondo moderno, e aveva indicato gli antidoti: il coraggio e la purezza di Frodo, l’amicizia dei membri della Compagnia, l’utilizzo della sapienza nei limiti della giustizia, la consapevolezza che, al di là dei “muri di questo mondo“, esiste un Dio che dirige la storia, nonostante la presunzione di Saruman e le sue melodie disarmoniche.

di Francesco Agnoli libertaepersona.org

(tratto da: Francesco Agnoli, “Voglio una vita manipolata”, Ares)

FONTE: Libertà e Persona, 17 gennaio 2018 https://www.libertaepersona.org/wordpress/2018/01/tolkien-e-il-signore-degli-anelli-la-lotta-delluomo-per-il-bene/

Scelto e pubblicato da Valentina Bennati per comedonchisciotte.org

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Valentina Bennati ComeDonChisciotte.Org

Commenti (27)

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    1. BrunoWald 27 agosto 2023

      "Dio ha creato ogni cosa buona, omnia bona, ma ha lasciato la libertà di scegliere."

      Comoda, come scappatoia: Lui è buonissimo, se il mondo lascia a desiderare non è mica colpa sua che l'ha creato, la colpa è nostra, malvagi che non siamo altro! (Ma non ci ha fatti a sua immagine e somiglianza?)

      La "libertà di scegliere" è uno scherzo: la prima volta che l'uomo esercita il libero arbitrio viene cacciato dall'Eden e condannato a un'eternità di tormenti. Per quale delitto? L'aver mangiato il frutto dell'Albero della Conoscenza! Guarda caso...

      Non lo dico io, lo dice la Genesi, 3:22:
      "Il Signore Dio disse allora: «Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre!»"

      Morale: obbedite senza porvi domande, niente grilli per la testa! Lo stesso a ben vedere succede anche a Melkor, Lucifero (il cattivo consigliere), espulso dal Cielo perché voleva suonare la sua musica, anziché quella di un altro. Bisogna attenersi strettamente alle disposizioni ricevute: Schwab e l'OMS sarebbero senz'altro d'accordo!

      Se imparassimo a leggere attentamente i miti, senza farci imbeccare da intermediari e senza dare troppe cose per scontate, forse cominceremmo a capire che hanno lavorato per millenni per trasformarci in un gregge di pecore.

    2. BrunoWald 27 agosto 2023

      Giusto per capirci: le mie parole non sono rivolte contro il Divino, ma contro i falsari che pretendono di parlare in Suo nome.

    3. sim 28 agosto 2023

      È proprio perché l'uomo ha scelto la via della conoscenza che Dio è costretto a cacciarlo dall'Eden e a fargli conoscere la morte. L'aveva messo in guardia: gli aveva detto che sarebbe morto se avesse mangiato il frutto proibito. "Adamo, Eva: avete voluto la bicicletta... e mo pedalate!" La libertà significa responsabilità. Prima a tutto provvedeva Dio e la vita era facile, ma se Adamo ed Eva vogliono diventare come Dio, la prima cosa che devono imparare è quella di badare a se stessi, anche se le circostanze non sono più così favorevoli... proprio perché han voluto conoscere il male. Ma non è che Dio li ha 'bannati' per sempre, anzi. Il 'figliol prodigo' (se vuole) può ristabilire un legame con il Padre. Quando poi ne avrà avuto abbastanza di girovagare per il mondo e giocare con il 'lato oscuro', quando sentirà una forte nostalgia di casa, Dio sarà pronto ad accoglierlo (prima però dovrà darsi una bella ripulita). Dio gli manderà suo Figlio, il Messia, il Maestro, che gli farà comprendere che cosa significa amare veramente e gli mostrerà la Via, la Verità e la Vita. Se vorrà il paradiso sarà sufficiente fare un po' di bene e rinunciare a fare il male per tornarci; se invece vorrà tornare come Figlio dovrà santificarsi e seguire la via del Maestro fino in fondo. Anche in questo caso la scelta è la sua: ora è libero

    4. Darkman 28 agosto 2023

      Quindi un Dio proibisce alla prima coppia umana di mangiare il frutto che avrebbe dato loro la conoscenza del bene e del male; essi disubbidiscono, e vengono puniti. Ma che colpa potevano averne dal momento che prima di mangiare quel frutto non erano ancora in grado di distinguere il bene dal male (e quindi non potevano avere coscienza di star peccando)? E questo Dio permaloso non si limita a punire gli autori del fatto, non coscientemente responsabili di per sé, ma punisce anche tutti i loro discendenti, che al fatto non avevano nemmeno partecipato.
      Difficile conciliare teismo e libertà: un Dio ci crea a sua immagine per poi punirci per l'eternità se non siamo riusciti come lui voleva. E' come se fossi un programmatore perfetto e onnipotente e sbagliassi di proposito a scriptare un software per poi accusare il software medesimo di essere buggato anziché vedere in me stesso il responsabile.

    5. sim 28 agosto 2023

      'Proibisce' ma non impedisce. La cacciata dall'Eden non è una 'punizione', è il destino che Adamo ed Eva si sono scelti. La punizione sarebbe (al contrario) impedirgli di seguire il loro desiderio, ossia tenerli sempre bambini, protetti ma ignoranti. È anche il destino che tutti noi, loro 'discendenti', ci siamo scelti, anche se non ce ne ricordiamo (anche questa amnesia fa parte del grande gioco cosmico a cui abbiamo preso parte). Se siamo qui è perché abbiamo deciso di conoscere Dio, di conoscere il bene e il male e diventare (o meglio riconoscerci) come Dio. Nessuno ci ha obbligato a fare questa scelta, ma dato che Dio ci ha fatto a sua immagine e somiglianza, prima o poi doveva succedere che mangiassimo quella mela con il verme dentro... Il serpente tentatore è stato creato proprio per permettere alla creatura di conoscere la sua Sorgente divina. Conoscendola diventa Figlio di Dio a pieno titolo. Prima era un figlio di Dio ma non lo sapeva... è come un ricco che mendica perché non sa di avere molti soldi (o non sa dove sono finiti): questa è la condizione umana. Il Maestro ci informa che siamo ricchi e ci invita a seguirLo, per riprenderci ciò che è sempre stato nostro, ma in piena consapevolezza

    1. mazzam 27 agosto 2023

      il Signore degli anelli è nella modernità la saga simbolo della contro rivoluzione.
      negli anni '70 i capannari de ziniztra et vomitevole similia han stacciato montagne di stracci contro il signore degli anelli saga fascistissima, reazionaria, vandeana.

      su Bennati! ancora uno sforzo che la strada è giusta!

      ... reazionario è bello!

    2. warheit 27 agosto 2023

      difatti esiste anche un gruppo musicale, gli hobbit appunto,
      facenti parte dell'area del rock identitario, solitamente nella fine degli anni '70 e primi anni '80 erano artisti e gruppi della musica alternativa di destra o neo-fascista, c'erano anche 'la compagnia dell'anello', gli hobbit sono nati negli anni '90, li ho visti alcune volte dal vivo anche se loro non mi piacciono molto, musicalmente preferisco altro.

    1. maghi 27 agosto 2023

      il Bene è solo Dio, tutto il resto è noia. Anzi peggio, è il Male.

    1. ignorans 27 agosto 2023

      La lotta tra bene e male indica che questi due si amano

    1. Martin 27 agosto 2023

      Il Bene Assoluto contro il Male Assoluto di Tolkien rappresenta una logica totalmente infantile e regressiva, per non parlare degli Hobbits come il buon popolo Anglo Sassone. La favoletta del Signore degli Anelli nell'immaginario collettivo ha preso il posto che spetterebbe all' Impero Romano, per chi non l'avesse ancora capito. E' un fenomeno deteriore, e basta.

    2. Darkman 27 agosto 2023

      Il fantasy in generale è un fenomeno culturalmente regressivo. Ha prodotto nelle coscienze solo escapismo ed alienazione dal reale unito a oblio della memoria storica classica in favore di meta-mondi fittizi di matrice anglosassone con cui vogliono sostituire i vari Plutarco, Tacito e Tito Livio. Ma almeno Tolkien ancora aveva una certa capacità prosaica e un eleganza nello stile: ora siamo immersi nell'insulsa volgarità di roba tipo "Il Trono di Spade" che sono tra i pochi a ritenerla una sciocchezza così balorda da far rimpiangere i manicheismi più puerili.

    3. TorreNera 27 agosto 2023

      Parallelismo tra gli Hobbit ed gli anglosassoni? Niente di più lontano

    4. Martin 27 agosto 2023

      perche' non conosci gli anglo sassoni

    5. Martin 27 agosto 2023

      Piu' che Plutarco e Tacito tentano di obliterare Giulio Cesare e Giulio Agricola

    6. TorreNera 27 agosto 2023

      Lasciamo perdere che è meglio

    7. Brule 27 agosto 2023

      Mah, forse si dà troppa importanza alla cosa.
      È un'opera letteraria di stampo mitologico, il cui mito come schema di valori sottintende l'archetipo del bravo cristo innocuo che quando la situazione lo richiede, si sacrifica.
      Ricordo alcune pagine in cui Gandalf stimola, e fa sentire in colpa Frodo, per il conservatorismo contadino e connessa prudenza (non sono affari miei e la mia vita nella contea andava benissimo fino a quando questa rogna dell'anello non è rotolata sui miei piedi, guarda tu la sfiga...).
      Ogni mito è sociocentrico, riflette i valori che la società di quel momento vuole.

    8. Martin 27 agosto 2023

      Gli Inglesi riconoscono al 100% negli Hobbits la loro popolazione rurale

    1. gix 27 agosto 2023

      Dunque l'amore è la salvezza, pare di capire, anche grazie a Tolkien. L'amore, che non sembra sia quella specie di nausea che viene dalle "farfalle nello stomaco" (to have butterflies in one's stomach), che forse i più fortunati di noi hanno avuto il privilegio di provare qualche volta, soprattutto nell'adolescenza. A quanto pare, l'amore è soprattutto rinuncia, ed è forse per questo che riesce bene soprattutto a coloro che non hanno niente o poco da perdere, come Frodo appunto, e non riesce per niente a coloro che hanno tutto. Bisogna farsene una ragione...

    2. emilyever 27 agosto 2023

      Perchè rinuncia? tutt'altro, l'amore dà pienezza di sentire

    3. gix 27 agosto 2023

      Prendevo atto di quanto scrive l'autore "Ancora una volta il concetto che l’eroismo, in questo caso la saggezza, consiste nella rinuncia, e non nel possesso. E’, in fondo, un concetto che vale per ogni cosa: basti pensare che ogni vero amore umano, di marito, di moglie, di madre e di padre, di amico, passa dalla rinuncia, cioè dal riconoscere la presenza dell’altro, senza trasformare la persona amata in oggetto di possesso, senza volerlo stringere tra le mani, fino a soffocarlo". C'è da discuterne, indubbiamente.

    4. lilithdea 27 agosto 2023

      La vedo come te: la forma più alta di Amore passa anche dal considerare il bene di chi amiamo superiore anche alle nostre esigenze. Anche nell'essere disposti a farsi da parte, pensiamo ad un amore non corrisposto allo stesso modo.

    5. sbregaverse 27 agosto 2023

      Tu sei romantica amica delle nuvole....

    6. emilyever 27 agosto 2023

      Preferisco "ama gli altri come te stesso", non di più

    7. lilithdea 28 agosto 2023

      Ma infatti è quello che predicava Gesù Cristo ai suoi discepoli, certo anche l' Amore più grande ha i suoi limiti..ed è anche umano averne. Infatti nella vita raramente si può amare una persona qualcosa in più di sè. E non parlo di innamoramento ovviamente.

    8. lilithdea 28 agosto 2023

      Errore, invece sono molto esclusiva come anima, il romanticismo non c'entra. Guardo una nuvola alla volta.

    1. Kajros 27 agosto 2023

      Bello letto con gusto e partecipazione. Donald will raise and win! Fuck nwo!

    1. TorreNera 27 agosto 2023

      Bell articolo. Mi ha aperto un ricordo, il romanzo lo lessi durante il servizio militare. Mi riempiva le "inutili" ore di guardia notturne.
      Non di facile lettura, a volte noioso e pesante, ma che capolavoro!

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