Migranti: rinunciare a far politica non paga (2)

Ho cercato, in un precedente articolo, di sottolineare il perenne equivoco che impedisce, in Italia, un efficace approccio alla questione dei flussi migratori: ovvero, affrontare con provvedimenti d’emergenza un problema che ha fasi più o meno acute ma che, di per sé, è cronico e non emergenziale.

Da quell’equivoco discende un altro elemento di confusione: confondere l’aspetto umanitario con quello politico. In molti casi, immaginare (o meglio: illudersi) che l’umanitario possa sostituire il politico. Si tratta, per la verità, di un’idea più generale, che circola nell’opinione pubblica italiana. Ovvero, che la grande politica internazionale si possa condurre tenendo il punto dei diritti, della giustizia, dello spirito democratico. È ovvio che questo dev’essere il nostro spirito guida, il nostro orientamento. Ma con giudizio e senza perdere il senso della realtà. Contano solo i diritti? Allora sciogliamo le Nazioni Unite, consesso di 193 Stati di cui oltre il 60% non è democratico e dei diritti ha una considerazione affatto diversa dalla nostra. Mentre è chiaro a tutti che quel discutibile forum internazionale, dove le grandi democrazie siedono accanto alle grandi dittature e dialogano con loro, ha comunque un senso e uno scopo.

L’Italia dovrebbe ben sapere come vanno le cose. Prendiamo il “caso Regeni”. Tutti sappiamo come sono andate le cose (Giulio Regeni torturato e ucciso da una squadraccia dei servizi segreti egiziani), tutti abbiamo capito che il presidente egiziano Al-Sisi, ex capo dei servizi segreti egiziani e ora Presidente, non vuole consegnare i colpevoli. È un dramma, oltre che una schifezza politica. Ma al netto del dolore della famiglia Regeni, ammirevole nella sua battaglia e legittimata a qualunque opinione, chi propone “rappresaglie” come il ritiro dell’ambasciatore dal Cairo ha scarsa idea di come funzionano le cose. L’Egitto è un Paese fondamentale per la stabilità del Medio Oriente (vogliamo parlare della Libia?) e da quando, nel 1979, ha firmato il Trattato di pace con Israele, è anche un alleato imprescindibile dei Paesi occidentali. Per questo, oltre che per il denaro, gli vendiamo tante armi. L’Italia, inoltre, è il primo partner commerciale dell’Egitto. E abbiamo un interesse strategico, oltre che economico, negli enormi giacimenti di gas (pensiamo alla Tap, alla “battaglia” tra Usa, Russia e Germania per le forniture di gas…) rinvenuti nelle acque territoriali egiziane del Mediterraneo (2015) e del Golfo di Suez (2019), la cui esplorazione in vista dello sfruttamento è stata affidata all’Eni.

Vogliamo ritirare l’ambasciatore per dare una lezione morale ad Al-Sisi? Facciamolo. L’abbiamo già fatto nel 2016, dopo la morte di Giulio Regeni. Una settimana dopo arrivò al Cairo Francois Hollande, presidente di quella Francia che con armi e prestiti era già pronta a prendere il nostro posto. E certo poco interessato a far luce sull’assassinio del giovane italiano.

Tornando al tema dei migranti, questo atteggiamento si traduce in una perenne sottavalutazione dell’azione politica, considerata cinica, poco interessata al destino delle persone, incline ad azioni immorali. E in una sopravvalutazione dell’azione umanitari, per le ragioni opposte. È ovvio che le persone in pericolo vanno salvate e quelle nel bisogno aiutate. Ma se anche riempissimo il Mediterraneo di navi delle Ong, faremmo un’opera magnifica di soccorso senza però incidere minimamente sulla natura, le cause e le origini del problema.

La recente discussione sul rifinanziamento della missione militare italiana in Libia (sbrigativamente descritta come “soldi alla guardia costiera libica” e aiuto ai suoi traffici illeciti e persecutori nei confronti dei migranti) rientra in questo più generale equivoco. Chiudere l’operazione in Libia avrebbe voluto dire interrompere, di fatto, le relazioni con il Governo di Tripoli, quello diretto da Al-Sarraj, l’unico riconosciuto a livello internazionale. E come si fa a influire su un Governo con cui non si hanno rapporti?

Il problema dell’Italia in Libia, cioè in uno snodo decisivo per la sorte dei migranti, è stato ed è di avere non troppa ma troppo poca politica. Quando lo scontro tra il generale Haftar (sostenuto da Egitto, Francia, Russia, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita) e Al-Sarraj (appoggiato, si fa per dire, da Onu, Ue, Italia, e più concretamente da Qatar, Algeria e soprattutto Turchia) si è surriscaldato, noi siamo scomparsi. Al-Sarraj rischiava di essere travolto e ci chiedeva aiuto politico e militare. Noi, come l’Onu e la Ue, gli abbiamo offerto parole. Così alla fine Al-Sarraj si è buttato tra le braccia di Erdogan e della Turchia.

A cascata sono arrivate le conseguenze. Patti tra Libia e Turchia per lo sfruttamento dei giacimenti marini di gas e petrolio, patti tra Libia e Malta per la gestione (a colpi di respingimenti) dei migranti nel Mediterraneo. L’Italia, in evidente difficoltà, ha risposto in modo ambiguo. A dispetto delle promesse, il Governo Conte-2 non ha modificato né cancellato i “decreti sicurezza” approvati dal Conte-1 sulla spinta di Salvini e della Lega. Nello stesso tempo, con il riprendere degli sbarchi sulle nostre coste, ha avviato un’azione di boicottaggio delle navi-soccorso delle Ong, sempre più spesso trattenute in porto con pretestuosi provvedimenti amministrativi. Nel frattempo, subendo la strategia di respingimenti mascherati messa in opera da Malta e Libia, si è rassegnata a lasciar fare alla tanto deprecata e deprecabile guardia costiera libica. Per non parlare del fatto che nessuna maggioranza di Governo ha messo mano all’assurda legge Bossi-Fini, che è in vigore dal 2002 e di fatto impedisce ogni forma di immigrazione legale verso l’Italia.  La timidezza politica, che nel contempo ha messo a rischio numerosi altri interessi dell’Italia in Libia, a partire dal petrolio, è stata un disastro per i migranti, non un vantaggio.

Eppure la lezione, pesantissima, continua a essere ignorata. Come tutti ormai sanno, le radici dei flussi migratori africani verso l’Italia e l’Europa affondano in Africa, nelle aree nell’area sub-sahariana tormentata dalla povertà, dalla corruzione e dalla minaccia jihadista: Ciad e Mali in primo luogo, poi anche Niger, Nuova Guinea e Burkina Faso. Oltre alle ben note Somalia e Nigeria, ora affiancate anche da Congo e Mozambico. È lì che dovremmo essere presenti, per avviare rapporti di collaborazione economica e di supporto allo sviluppo che rafforzino le strutture di quegli Stati. È lì, dove comincia il fenomeno migratorio e dove si organizza la tratta degli esseri umani, che dovremmo avere un occhio attento e una rappresentanza capace di lanciare i giusti avvertimenti. Perché quando si presenta alle coste del Mediterraneo, il fenomeno migratorio è già incontrollato. A quel punto è impossibile governarlo, l’unica cosa possibile è salvare il maggior numero di persone.

Non è un caso se in quell’area enorme sono presenti missioni militari di tutti i Paesi meno “timidi” di noi in politica estera. Germania, Francia, Regno Unito e Usa hanno basi e installazioni che fanno da supporto all’azione diplomatica. Pare ovvio che debba essere presente anche l’Italia, che un interesse primario verso Paesi che, a causa di tutti i problemi prima elencati, sono i grandi incubatori del fenomeno migratorio. E invece anche lì manchiamo di coraggio e strategia. L’Italia, per fare un esempio, non ha nemmeno partecipato al recente summit dei Paesi del Sahel (Mali, Burkina, Niger, Ciad e Mauritania). E in questa pigrizia i politici sfruttano abilmente i sentimenti e le preoccupazioni dell’opinione pubblica progressista, che vorrebbe appunto portare in prima linea ciò che all’inizio chiamavamo diritti, spiriti umanitario, democrazia. Quando si è trattato di organizzare una missione militare in Niger (2019), subito si è parlato di neo-colonialismo e di affari sporchi. E qualcuno si è scandalizzato perché i nostri militari (poco meno di 500 uomini), oltre a una serie di interventi umanitari, avranno anche il compito di addestrare i militari locali alle tattiche anti-terrorismo e anti-traffico di esseri umani. La stessa cosa per l’annunciata missione in Mali (200 uomini).

Le accuse sono sempre quelle: andremo a vendere armi, il problema non si risolve per via militare, aiutiamo regimi a dir poco imbarazzanti… È tutto giusto. Ancor più giusto è tenere alta la guardia, controllare, non fidarsi. Tenendo però presente un assioma di base: nella politica internazionale, come in molte altre cose, gli assenti hanno sempre torto. E i cocci sono loro.

(2. fine)

Fulvio Scaglione