Migranti: il disastro dell’emergenza permanente (1)

Michela Murgia, sul La Stampa, ha commentato da par suo e con onestà il fallimento della manifestazione convocata a Roma, con tanto di Bonino, Saviano, Manconi e altri nomi illustri, per chiedere la dismissione degli accordi con il Governo della Libia e l’apertura di canali umanitari per i migranti. Duecentocinquanta manifestanti al più, scrive la Murgia, che aggiunge: “Non c’è più Matteo Salvini a fare il ministro degli Interni… sulla sedia del Viminale siede una donna (Luciana Lamorgese, perché non nominarla?, n.d.A.) le cui decisioni non sono in nulla diverse da quelle che prendeva Salvini”. In sostanza, pare pensare la Murgia, sparito Salvini sparita l’indignazione. Dei migranti, alla fin fine, non frega nulla a nessuno.

Poi, però, il pezzo della Murgia si appiattisce sul tran tran che contraddistingue quasi tutti gli interventi sul tema migranti che abbiamo letto in queste settimane. Omelie ripetitive, piene di sdegno e reprimende, con le solite accuse alla casta dei politici, di volta in volta dipinti come stupidi, incapaci o crudeli. La colpa sarebbe della cattiveria umana, insomma. Nessuno che ipotizzi una cosa assai semplice: che le soluzioni proposte non sono valide e, prima ancora, che l’analisi del problema è deficitaria.

Da anni tutti scrivono che il problema delle migrazioni è cronico, non acuto. E che ci accompagnerà per lungo tempo in futuro, se non per sempre. Anche perché diventa sempre più difficile distinguere le ragioni e i diritti di chi migra per sfuggire alla guerra, per non soffrire la fame o per scampare a qualche catastrofe ambientale. Giusto, giustissimo. Ma allora perché le proposte per rimediare hanno questo carattere emergenziale, momentaneo, di cortissimo respiro?

Non è questione di essere più o meno generosi. L’Operazione “Mare Nostrum” (2013-2014) fu una straordinaria campagna di salvataggi in mare. D’emergenza perché l’emergenza era innegabile (il 3 ottobre 2013 un naufragio aveva provocato 368 morti al largo di Lampedusa), ma in ogni caso l’intervento italiano fu presto sostituito dalla missione Frontex per il controllo delle frontiere Ue. La politica dei “porti chiusi” varata da Matteo Salvini (giugno 2018-agosto 2019) fu un’altra risposta emergenziale che infatti, al di là delle pur decisive considerazioni legali e umanitarie, non ebbe successo: in quel periodo sbarcarono 15.095 persone e tutte le imbarcazioni che volevano approdare in Italia riuscirono a farlo. Semplicemente, era impossibile chiudere davvero i porti.

Ancor più frammentaria la politica del successivo Governo, il Conte 2. Ha ereditato gli accordi per il “supporto al Governo di Accordo Nazionale” (quello che, con ragione ma un pò troppo sbrigativamente viene definito ” finanziamento della guardia costiera libica”) stipulati dal Governo Gentiloni e li ha rinnovati, a dispetto di tutto quel che si sa sull’impotenza del Governo di Al Sarraj (quello di Accordo Nzionale, appunto), sul traffico di esseri umani e sulle condizioni terribili in cui i migranti vengono tenuti nei campi in Libia. Ha speso molte buone parole, varando però una strategia (ispezioni a raffica sulle navi-soccorso delle Ong per bloccarle nei porti e un accordo di fatto con Malta per ignorare il più possibile le richieste di aiuto in mare) non meno crudele di quella di Salvini. E ha buttato in pasto all’opinione pubblica un accordo internazionale (quello siglato a Malta nel settembre del 2019 con Francia, Germania e Malta, e con l’adesione di Irlanda, Portogallo e Lussemburgo) che avrebbe dovuto assicurare il ricollocamento dei migranti sbarcati in Italia e che ha dato finora scarsissimi risultati: sbarcati da allora almeno 15 mila migranti ma ricollocati poco più di 600. Un tirare a campare senza idee e senza prospettive.

Come uscirne? Non certo con quanto viene di solito proposto. Da un lato, diciamo “da destra”, si replica  l’idea ossessiva della “chiusura” che è già fallita negli anni scorsi. “Da sinistra”, invece, si propone di interrompere i rapporti con il Governo del leader libico Al Farraj (questo avrebbe significato il mancato rifinanziamento della missione italiana in Libia) e, con voci autorevoli come quella dell’ex ministro Riccardi, si esalta il ruolo dei corridoi umanitari. Occupiamoci prima della seconda questione. I corridoi umanitari sono un’iniziativa fantastica, da proseguire e potenziare. Ma non sono la soluzione. Dal 2015 (cioè da quando Comunità di Sant’Egidio, Tavola Valdese e Federazione delle Chiese evangeliche in Italia  fu firmato il protocollo d’intesa con il Governo italiano) a oggi, i corridoi hanno portato al sicuro da noi più di 3 mila persone. Tante in assoluto, poche se pensiamo alle dimensioni del fenomeno: i nostri Servizi segreti hanno fatto filtrare la notizia che ora, nella sola Libia, sarebbero pronte a partire tra 20 e 30 mila persone.

Così si è pensato non più a un corridoio ma a un’autostrada umanitaria. Portare in salvo tutti i migranti ammassati nei campi di raccolta della Libia. Ovvero, trasferire in Europa oltre 50 mila persone. Chi può opporsi all’idea di salvare così tante persone da violenze e soprusi di ogni genere? Nessuno, ovvio. Oltre a sperare che l’impresa si realizzi al più presto, però, bisogna anche farsi qualche domanda. Nell’Europa che, ministro Salvini o ministra Lamorgese, in pratica rifiuta di collocare anche poche migliaia di migranti, quante possibilità ci sono di distribuirne 50 mila? Abbiamo già dimenticato quel che è successo in Grecia nel febbraio scorso, con la Turchia che spingeva i profughi siriani verso l’Europa e la presidentessa della Commissione Europea, Ursula von Der Leyen, che esaltava i respingimenti dei greci? Ma soprattutto: e poi?

Sappiamo che i trafficanti di essere umani gestiscono un’industria spietata ma ben regolata, efficiente, lucida anche nell’analisi sociale e politica. Basta osservare quel che succede in queste settimane: appena è calato l’allarme Covid sono aumentati gli sbarchi. Quindi: noi portiamo via 50 mila persone. E loro, in qualche settimana, ne ammassano altre 50 mila. Porteremo via anche quelle, e magari le successive 50 mila, o le abbandoneremo al loro destino? Non si innesterebbe, in quel modo, un “effetto trazione” che, sulla costa Sud del Mediterraneo, renderebbe il problema ancor più drammatico? Può sembrare privo di carità umana e cristiana ma è un ragionamento che va fatto. Perché se pensiamo anche solo in termini di Africa del Nord (che è poi il terminale delle rotte dei migranti che partono dalla fascia del Sahel), le stime vanno fatte almeno in centinaia di migliaia di persone, se non in milioni.

(1 – continua)

 

CDC