L’uomo artificiale

 

FONTE: ILPEDANTE.ORG

Non passa giorno senza che ci si imbatta nell’annuncio di nuove e vieppiù audaci applicazioni dell’intelligenza artificiale: quella all’indicativo futuro che guiderà le automobili, diagnosticherà le malattie, gestirà i risparmi, scriverà libri, dirimerà contenziosi, dimostrerà teoremi irrisolti. Che farà di tutto e lo farà meglio, sicché chi ne scrive immagina tempi prossimi in cui l’uomo diventerà «obsoleto» e sarà progressivamente sostituito dalle macchine, fino a proclamare con dissimulato orgasmo l’avvento di un apocalittico «governo dei robot». Questo parlare di cose nuove non è però nuovo. La proiezione fantatecnica incanta il pubblico da circa due secoli, da quando cioè «la religione della tecnicità» ha fatto sì che «ogni progresso tecnico [apparisse alle masse dell’Occidente industrializzato] come un perfezionamento dell’essere umano stesso» (Carl Schmitt, Die Einheit der Welt) e, nell’ancorare questo perfezionamento a ciò che umano non è, gli ha conferito l’illusione di un moto inarrestabile e glorioso. Come tutte le religioni, anche quella della «tecnicità» produce a corollario dei «testi sacri» degli officianti-tecnici un controcanto apocrifo di leggende popolari in cui si trasfigurano le speranze e le paure dell’assemblea dei devoti. Delle leggende non serve indagare la plausibilità, ma il significato.

Per intelligenza artificiale (IA) si intendono le tecnologie in grado di simulare le abilità, il ragionamento e il comportamento degli esseri umani. Risulta dunque difficile capire da che punto in poi l’IA si distingua, ad esempio, da una piccola calcolatrice che svolge un’attività propria della mente umana (il calcolo, appunto), o da un personal computer che già simula molte abilità dell’uomo per via riduzionistica, scomponendole cioè in enti numerabili. Il concetto di IA sembra perciò essere più ottativo che tecnico. Non introduce alcuna rivoluzione ma identifica piuttosto, sotto un’etichetta accattivante e di dubbia solidità epistemica, lo sforzo e l’auspicio di sviluppare tecniche informatiche sempre più sofisticate e potenti. Che poi queste tecniche finiscano sempre per replicare, potenziandole, alcune funzioni della mente umana è ovvio in definizione, essendo state concepite e create proprio da quella mente e proprio con quell’obiettivo, fin dall’inizio.

Ciò che appassiona delle più recenti applicazioni dell’IA (cioè del computer) è la crescente capacità di elaborare input non rigidamente formalizzati, come ad esempio le riprese fotografiche, i tratti somatici, le basi di dati incoerenti e – soprattutto – il linguaggio. Quest’ultimo, espressione libera e creativa che si rigenera in continuazione (Noam Chomsky), rappresenta in effetti il banco di prova più importante. Per essere compiutamente decifrato esige non solo la corretta comprensione delle pur complesse norme sintattiche, ma anche quella dei sottotesti e contesti culturali, simbolici, emotivi (comprensione semantica). Ben più che uno strumento, il linguaggio è l’incarnazione dell’intelligenza che nel linguaggio si (ri)crea, traduce gli infiniti rivoli dell’esperienza individuale e sociale e si comunica agli altri. L’assalto cibernetico a questo impervio monte, che tanto ricorda l’impresa babelica finita proprio nel caos delle lingue, è solo ai suoi timidi inizi e sinora ha prodotto metafore matematiche più o meno promettenti per avvicinarsi ai misteri della mente. Ma per quanta strada si possa percorrere in questa direzione, resteremmo comunque ontologicamente lontani dall’obiettivo.

L’intelligenza non è solo funzionale, non si limita cioè a risolvere i problemi ma li pone, li formula e li dispone secondo gerarchie. In ciò è insieme condizionata e finalizzata dal soggetto che la esprime, ne è definita anche etimologicamente perché espressione indissolubile e diretta dei suoi fines, dei limiti che ne tracciano l’irripetibile e indivisibile identità: desideri, preferenze, paure, affetti, educazione, empatia e relazioni sociali, fede nella trascendenza, corporeità, morte e molto altro. Se la competenza logico-matematica è terreno comune a tutti gli uomini e a tutte le macchine, il suo esercizio è invece asservito alle gradazioni e alla mutevolezza della condizione di ciascuno. Una macchina non può ragionare come un uomo semplicemente perché non è un uomo, proprio come un bambino non ragiona come un adulto, un ricco come un povero, un sano come un ammalato, un ateo come un cristiano, un aborigeno come un europeo ecc. Occorre allora chiedersi il perché di questa finzione, di negare il naturale rapporto di complementarietà tra i due domini con la pretesa che possano, per qualcuno anzi debbano, sovrapporsi fino a confondersi e sostituirsi.

***

Qui azzardo due risposte. Se il soggetto intelligente guarda dentro (intŭs lĕgit) la propria condizione nel mondo per formulare gli obiettivi da sottoporre ai processi logici e computazionali eventualmente delegabili a un algoritmo, se opera cioè una «scelta preanalitica» (Mario Giampietro) che antecede e informa quei processi, resta scoperto il problema di chi detterebbe ex multis gli obiettivi alle macchine affinché le si possa chiamare «intelligenti». Come il «pilota automatico» di Mario Draghi, l’IA guiderà da sola e supererà brillantemente ogni ostacolo, ma verso quale meta? Escludendo l’ipotesi apocalittica (quella in cui se la darebbe da sola), sarà inevitabilmente la meta iscritta nel codice dai suoi committenti, che governando il codice godranno del privilegio di imporre i propri modelli etici, politici ed esistenziali a tutti, ovunque esista un processore e una scheda di rete. Dal groviglio delle sofisticazioni tecniche emergerebbe allora una più lineare dinamica di dominio dell’uomo sull’uomo, dove la citata finzione non sarebbe altro che una variante della pretesa tecnocratica, di incapsulare gli interessi e i moventi di una classe in una procedura sedicente asettica, inalterabile e necessaria, sottraendoli così alle resistenze delle altre forze sociali. Per chi si è lasciato mettere in ceppi dalle «ferree leggi» dell’economia (cioè dalle priorità di qualcuno, secondo le sue premesse e la sua visione del mondo) e da «lo dice la scienza» (idem), non sarà difficile accettare che la soluzione migliore sia quella partorita dai ventriloqui della marionetta cibernetica e «intelligente».

La seconda ipotesi chiama in causa il limite dell’uomo, cioè la sua definizione. Numerosi indizi fanno temere che, nel sentire comune, la riduzione del corredo soggettivo e plurale delle intelligenze umane in un sottogruppo acefalo di procedure erga omnes sia intesa non già come un impoverimento, ma come un salutare superamento della brulicante e imprevedibile complessità di pensieri, comportamenti e moventi del formicaio umano, e quindi dei «pericoli» che vi si anniderebbero. La macchina (si pensa) non «tiene famiglia» e non ha nulla da perdere né da guadagnare e quindi (si pensa) non può che fare «la cosa giusta» per tutti. Dalla tentazione così squisitamente adamitica e gnostica di separare anzitempo la zizzania dal grano scaturisce l’illusione di distillare processi cognitivi e decisionali infallibili – o comunque i migliori possibili – disattivando tutto ciò che può generare l’«errore»: fragilità, affetti, inclinazioni, dolo, ma anche e in ultima istanza l’incomputabile libero arbitrio, la libertà di ciascuno. Si è però visto che l’unità indissolubile di intelligenza e soggetto rende vana questa illusione, il cui solo risultato può essere quello di spostare l’arbitrio in poche mani potenti, omologando il resto. Ma poco importa. Più forte è il disgusto e la paura dell’indisciplinabile incognita uomo, il desiderio di spuntarle le armi incatenandola e negandola nella sua essenza distintiva, quella pensante. Questa brama del non vivente, di spegnere il coro dissonante delle intelligenze per ridurli alla monodia degli zombie, non si misura solo dai sogni – assurdi anche tecnicamente – di dare scacco matto a truffa e corruzione grazie alle transazioni elettroniche certificate, di «eliminare (sic) le mafie» con il denaro virtuale o i brogli con le macchinette per votare, ma in modo ancora più diretto dall’eugenetica morale di chi vorrebbe espungere «l’odio», «la paura» e altri sentimenti «cattivi» (partendo, ça va sans dire, dalla più tenerà età, nei casi estremi fino al sequestro ideologico o fisico dell’infanzia), ridurre al silenzio agli specialisti della salute, del clima e dell’economia che non ripetono a pappagallo una tesi o mettere in cima ai valori politici «l’onestà», cioè l’esecuzione demente, sicut ac machina, di una legge scritta, immaginando così di programmare gli umani.

Osserviamo la realtà. Nella pratica, quasi tutto ciò che oggi si fregia sui rotocalchi e nei parlamenti dell’etichetta di IA – cioè la digitalizzazione, in qualunque modo o misura la si applichi – è molto lontano dal requisito di portare la macchina nel modus cogitandi et operandi degli esseri umani per mettersi al loro servizio. All’opposto, le sue applicazioni implicano la necessità o persino l’obbligo che siano invece gli uomini ad adeguarsi alle procedure della macchina e a servirla. Ad esempio, se davvero avessimo a che fare con un’intelligenza umanoide di silicio che si integra con discrezione nella nostra struttura mentale, che bisogno avremmo di lamentarci della mancanza di «cultura digitale»? Non dovrebbe toccare al calcolatore l’onere di assorbire la nostra cultura? E a che pro insegnare il «coding», la lingua dei computer, a tutti i bambini? Di salutarlo (boom!) come «il nuovo latino»? Non dovevano essere i robot a parlare la nostra lingua? E perché addannarci con procedure telematiche, moduli online, assistenti telefonici, PEC, app, PIN, SPID, registri elettronici ecc. e stravolgere il nostro modo di lavorare e di pensare per servire al calcolatore la «pappa pronta» da digerire? Perché faticare il doppio per trasmettergli le nostre fatture nell’unico formato che riesce a comprendere, quando un mediocre studente di ragioneria sarebbe stato in grado di decifrarle in ogni variante formale? E perché spendere tempo, quattrini e salute nervosa per imparare tutte queste cose? Il «deep learning» non doveva essere una prerogativa dei nuovi algoritmi? Insomma, si ha l’impressione che la celebrata umanizzazione della macchina si stia risolvendo proprio nel suo contrario: in una macchinizzazione dell’uomo. Che l’impossibilità – lo ripetiamo: ontologica – di portare i circuiti nei nostri ranghi stia producendo il risultato inverso di fletterci, costi quel che costi, alla rigida cecità della loro legge.

Certo, possiamo raccontarci che questi sono solo paradossi transitori che servono a perfezionare e a istruire l’IA affinché spicchi presto il volo promesso. Ma la verità è un’altra ed è sotto gli occhi di tutti. È che l’IA è la nostra intelligenza, l’IA siamo noi. Non ci parla dei progressi dell’ingegneria e della scienza, ma di un auspicato progresso dell’uomo chiamato a spogliarsi dei suoi difetti – cioè di se stesso – per rivestirsi della stolta obbedienza, della prevedibilità e della governabilità dei dispositivi elettronici. Se nella prima fase questa transizione si è imposta con la seduzione dei suoi vantaggi, dal personal computer in ogni casa ai servizi internet gratuiti fino alla connettività mobile, in quella successiva deve forzare la mano magnificando i suoi benefici e rendendoli in ogni caso obbligatori con qualche pretesto penoso: la semplificazione, il risparmio, il progresso-che-non-si-può-fermare. È la fase in cui ci troviamno oggi: quella del 5G, degli elettrodomestici e delle automobili in rete, dei telefoni che non si spengono mai, della telematizzazione kafkiana dei servizi pubblici e, insieme, dei mal di pancia di chi si preoccupa, resiste e dubita, anche perché le promesse di miglioramento sociale che hanno accompagnato la precedente ondata sono state tutte miseramente disattese (che si parli di crisi proprio da quando si parla di «rivoluzione digitale» è un dettaglio che non tutti hanno trascurato di notare). Nel frattempo qualcuno, reso audace dallo Stato innovatore-coercitore, scopre le carte e prepara la terza e ultima fase in cui gli esseri umani dovranno accogliere le macchine anche nel proprio corpo e non più solo nei pensieri, con l’impianto di circuiti e processori collegati agli organi o direttamente al cervello. Con tanti saluti ai computer che diventano intelligenti, l’intelligenza diventerà un computer e l’uomo «sarà allora bardato di protesi prima di diventare egli stesso un artefatto, venduto in serie a consumatori diventati a loro volta artefatti. Poi, divenuto ormai inutile alle proprie creazioni, scomparirà» (Jacques Attali, Une brève histoire de l’avenir).

***

Questa riflessione non sarebbe completa senza chiedersi: perché? Qual è il senso di questo processo e del suo essere salutato come una mano santa, o almeno come una sfida a cui non ci si deve sottrarre? Indubbiamente a qualcuno non dispiacerà l’idea di tracciare, controllare e condizionare ogni azione o pensiero di ogni singolo individuo, ovunque e in qualunque momento. Né di assoggettare i popoli a processi e processori automatici che non lasciano scampo, privi di riflessione e di empatia e perciò inesorabilmente fedeli al mandato, fosse anche il più atroce. Ma anche questo sogno o incubo non sarebbe nuovo. La psicopatologia dell’onnipotenza e la volontà di dominio sono sempre esistite. Più triste è invece l’assenso delle cavie che si prestano a un siffatto esperimento di subumanesimo: dai politici che assecondano beoti le mode globali e le impongono ai cittadini, ai cittadini stessi che si immaginano pionieri di un’ubertosa età del silicio. C’è, evidentemente, un problema di percezione che non può essere solo effetto della propaganda. Una civiltà che desidera superare l’umano non può che essere profondamente scontenta di sé. È una civiltà delusa e intrappolata, incapace di raggiungere gli obiettivi che si è imposta ma altrettanto incapace di respingerli e di riconoscerli come ostili al proprio bisogno di prosperità e giustizia. Non riesce a immaginare un’alternativa e immagina allora che l’anello marcio della catena siano proprio i suoi membri: gli uomini deboli e irrazionali, indegni della meta. Umso schlimmer für die Menschen! Nasce da qui, dalla percezione strisciante di un fallimento epocale, l’illusione di salvarsi incatenando i passeggeri ai sedili e di sopprimerne le salvaguardie per espiare la «vergogna prometeica» (Günther Anders) di non essere all’altezza delle proprie creature, anche politiche. Per comprendere le radici di questa disperazione è quindi inutile interrogare gli ingegneri. Le tecnologie, intelligenti o meno, sono solo il pretesto di una fuga da sé che andrebbe affrontata almeno abbandonando la tentazione puerile di soluzioni «perfette» e perciò estranee al mistero irriducibile di un’umanità in cui «si mescolano polvere e divinità» (Fritjof Schuon), che vive nella quantità mentre aspira all’innumerabile e dissemina le sue verità provvisorie in miliardi di anime. Rimarrà il compromesso di una vita non certo geometrica e rassicurante come un videogioco, ma proprio per questo possibile, forse anche degna di essere vissuta.

 

Fonte: http://ilpedante.org

Link: http://ilpedante.org/post/l-uomo-artificiale

5.01.2020


19 Comments
  1. Holodoc says

    Direi che l’analisi del Pedante è di sicuro sensata, soprattutto per le conclusioni finali.

    Io sono un entusiasta delle tecnologie ma è chiaro che oggi queste stiano diventando più un peso che un ausilio perché non ci vengono proposte ma imposte.
    Così come ci viene imposta la mentalità del pensiero unico, clima, gender, accoglienza, competizione, etc. così ci vengono imposti l’uso del cellulare per accedere ai conti correnti, l’obbligo di accettare il bancomat, etc.

    Il sogno dell’umanità di migliorarsi non è nuovo. È conseguenza della morale cristiana secondo la quale la carne è fallace, generatrice del Peccato, e inferiore all’anima immacolata. L’illuminismo ha sostituito l’anima con la mente ma il corpo è rimasto un infimo e mortale fardello di cui sarebbe un bene disfarsi. Il Transumanesimo ne è solo la naturale conseguenza.

  2. Primadellesabbie says

    Leggo:

    “Una macchina non può ragionare come un uomo”

    Sarebbe vero se l’uomo desse fondo alle sue potenzialità.

    Ma l’uomo occidentale contemporaneo sembra averle limitate le sue potenzialità, ed in particolare essersi affidato allo sviluppo della sola intelligenza logico matematica, ed averci costruito attorno ogni aspetto dell’esistenza, risolvendola (!) (anche l’autore riduce a questo ricorrendo alla dimensione emotiva come fonte di complessità: semplificazione madornale), e a causa di questa scelta potrà essere brillantemente sostituito dall’intelligenza artificiale…e reso inutile.

    In fondo la finalità di tutto “il sistema” sembra essere (é) quella di smobilitare sul nascere, dissolvere, l’enorme potenzialità della creatività umana, compito che l’IA può benissimo assolvere, riducendo i danni collaterali.

  3. Tonguessy says

    La “macchinizzazione dell’uomo” è solo la realizzazione di un sistema basato sul dominio, ovvero sulla disparità di accesso alle risorse garantito per legge (Nomos). E’ la prassi per realizzare l’affannoso miglioramento che butta sempre un po’ più in là il traguardo che diventa così irrealizzabile. Si innesca un meccanismo circolare dove ogni miglioramento è solo momentaneo e genera solo ulteriore obblighi di miglioramenti. Il che è esattamente l’epistemologia di Popper (falsificazionismo) che dice “Science does not rest upon solid bedrock. The bold structure of its theories rises, as it were, above a swamp” (La scienza non è costruita su di una solida base rocciosa. Le strutture teoriche cui fa riferimento si erigono da una palude). Cioè tutto cambia (migliorando, ovviamente) affinché tutto deva cambiare (e continuare a migliorare). Questa affannosa ricerca è molto peggio di un girone dantesco se si tiene presente la massima secondo cui “Meglio è nemico del Bene”.

  4. Rossi Mario says

    Chi ha scritto l’articolo è un pedante uomo artificiale.

  5. PietroGE says

    Articolo molto interessante e condivisibile nella sua critica all’accettazione sic et simpliciter dell’adattamento dell’uomo alla ‘macchina’. Anche le motivazioni di questo scivolamento verso la “macchinizzazione dell’uomo” sono abbastanza convincenti. Aggiungerei che il primo passo verso questa disumanizzazione è stato la chiusura del ‘discorso’ l’accettazione di un modo ‘corretto’ di pensare e ragionare, un ‘pensiero unico’ che elimina l’alternativa e che a volte la criminalizza, e, paradossalmente, la accompagna con la presunzione di creare un ambiente ‘multiculturale’ aperto. Le conseguenze della tendenza alla società individualistica sfociano poi nell’esatto opposto quando si vede la gente che corre a schedarsi nei programmi ‘social’ per far parte di un gruppo. La secolarizzazione e il tramonto del cristianesimo (almeno in occidente) contribuisce inoltre a favorire la disumanizzazione, togliendo dall’orizzonte umano la trascendenza. O si riesce a gestire e dominare la tecnologia oppure si diventa ‘tecnologia’, questo mi sembra essere la tesi, condivisibile, di questa analisi.

  6. fuffolo says

    Ci potrebbe essere anche un problema di “materiali”.
    Nel senso che per realizzare un uomo artificiale, oltre agli interventi sull’intelligenza dovrebbero essere previsti anche interventi sul supporto fisico dell’essere umano.
    Inizialmente infatti l’approccio per “migliorarci” è stato focalizzato sui pezzi di ricambio dell’hardware e cioè le varie tipologie di protesi (denti, valvole cardiache, ossa ed articolazioni, tette, addome e culi in silicone…).
    Tale possibilità ha reso questi interventi molto diffusi convincendoci della bontà e delle capacità del progresso tecnico.
    I materiali utilizzati (anche in buona fede) stanno però creando molti più problemi di quanto previsto

    Sindrome dell’Asia
    https://prothesemammairedanger.fr/sindrome-dellasia-sindrome-autoimmune-indotta-da-adiuvante-di-silicone/?lang=it

    Sindrome infiammatoria autoimmune indotta da adiuvanti (ASIA) 2013 : Svelati
    gli aspetti patogenetici , clinici e diagnostici
    http://www.assis.it/wp-content/uploads/2014/12/ASIAita.pdf

  7. Vincenzo Siesto da Pomigliano says

    E’ solo aberrazione mentale di gente paranoica che sta al potere, frutto di una limiata e distorta ragione….. Prima “eliminiamo” questa gente prima il mondo potrà continuare e “vivere”. Ciò che ha costruito la Natura (o il Creatore per chi crede) non è perfezionabile dalla limitata e contaminata mente umana: è gia di per se stesso perfetto!
    Gli “ominicchi” (scienziati, politici o chiunque altro che crede di sapere) sappiano che non si può “perfezionare la perfezione”, ma solo degradarla. Gli Uomini invece cercano solo di godersi le bellezze del Creato e vivere in armonia con tutto ciò che li circonda!!!!!!!

  8. Predator says

    Dopo anni di riflessione sulla tecnologia sono arrivato alla conclusione che il limite della tecnologia è l’assenza del genere umano.

    Quando ci lavori in un modo o nell’altro alla fine il dunque arriva e pensi che più conosci il digitale e più ami la natura.

    L’attuale limite dell’AI è l’hardware, se si passerà a quello quantistico, il 99% del fabbisogno di elaborazione cerebrale umana sarà delegato alle macchine, è inevitabile.

    I padroni del vapore non hanno necessità di avere miliardi di esseri umani che possono sostituire con qualcosa di artificiale.

    Il progresso tecnologico porterà il genere umano verso un’idiozia sempre più diffusa attraverso il degrado dei sistemi di istruzione della popolazione e questa di fatto la volontà che c’è dietro.

    L’abuso della tecnologia porta ad una progressiva riduzione delle capacità cognitive.

    Noi stiamo pagando per farci distruggere.

    1. Lupis Tana says

      che dire, hai detto tutto tu. sei proprio un predator… bella la sintesi. saluti

  9. ton1957 says

    “(che si parli di crisi proprio da quando si parla di «rivoluzione digitale» è un dettaglio che non tutti hanno trascurato di notare)”
    Veramente io, da ex imprenditore, ho notato che si parla di crisi da quando si sono introdotti i dettami dell’ iso9.000, la fantasia, l’intraprendenza tutta italiana è stata sostituita dalla inflessibilità delle procedure standardizzate. Gli algoritmi vanno bene per alcuni nati inquadrati (come i tedeschi) ma non per gli italiani vecchio stampo ( quelli nuovi ormai cominciano ad essere inquadrati).
    Certamente, non ci avevo mai fatto caso, ma anche la rivoluzione digitale ha contribuito all’inquadramento, alle procedure standardizzate ed all’uso di algoritmi anche quando si và in bagno.
    A mio avviso, comunque, non è un problema nuovo, al più i computer lo hanno messo in evidenza, l’uomo è stato costruito per essere schiavo e tutto ciò che lo rende schiavo lo fà sentire più intelligente (ama le sue catene e quando non ne ha se le inventa pure (religioni)).
    Questione nuova, a mio avviso, legata alla rivoluzione digitale, che si nota ovunque anche su queste pagine è l’ormai consolidato linguaggio informatico, il sistema binario, basato sullo zero e sull’uno, ormai non è solo linguaggio delle macchine ma è linguaggio universale, tutto è zero o uno…tutto è bianco o nero……le I.A. ci hanno inquadrato, hanno modificato il nostro modo di pensare e pure quello di operare (algoritmizzante).
    Sistema standar che và bene per “tutti” ad alto rendimento ma a discapito della qualità.

  10. Nightwhisperer says

    Tutto l’articolo è notevole. La conclusione invece a mio avviso è tautologica perché riduce tutto a una risposta razionale e cioè trovare una ragione al desiderio di superamento della condizione umana, una fuga da sé, del fallimento prometeico del miglioramento, del progresso, della modernità, di non essere all’altezza, che sono in verità le stesse cose che nell’articolo vengono evidenziate come la causa del successo delle protesi tecnologiche che ci assediano . . . mentre invece la conclusione avrebbe dovuto provare almeno a dare una speranza di futuro umano.
    Direi che la storia volge al termine, cioè quel lungo periodo che la rivoluzione femminile ha prodotto nel passaggio dalla preistoria alla storia, quando Dio è stato mascolinizzato. Non dimentichiamo che in origine le divinità erano tutte femminili e solo quando il maschio si è appropriato con la violenza della sua natura, del privilegio divino, l’uomo sulla Terra ha cominciato a declinare in senso morale, non certo numerico.
    La speranza perciò deve provenire da una nuova rivoluzione post-storica femminile (sia chiaro non gli scarti mascolinizzati di Boldrini, Bonino, Killary, e altri 4 miliardi di femmine oggi abitanti la terra) della quale non ho cognizione.

  11. lady Dodi says

    Visto il TG 1 ieri sera? di mezz’ora almeno 15 minuti a magnificare il robottino che ti viene incontro la sera e che ti coccola o si fa coccolare. Questo sarà la fine di cani e gatti e delle “coccole” con loro, almeno! Detto questo, per come la intendo io, se perdi un braccio e te lo fanno, bene, artificiale, ben venga . O comunque cose simili. Tutto il resto non mi interessa.

    “Una civiltà che desidera superare l’umano non può che essere profondamente scontenta di sé”. Così dice l’Autore e allora si vede che io sono contenta di me . Ma guarda un po’ cosa scopro! Non lo sapevo.

    1. Lupis Tana says

      lady, tutto finirà appena distruggeremo la televisione… di stato.

  12. XL says

    Articolo ottimo e bene fatto.
    Ha dimenticato di citare il bug del sistema, che è un limite software e non hardware.
    Spiego: tutti danno per scontata la congettura (indimostrata e indimostrabile) che quando saremo in grado di costruire un hardware complesso e funzionale come il cervello umano, la macchina esprimerà un’intelligenza di pari grado a quella umana.
    Ma al tempo stesso tutti sanno (e si dimenticano di sapere) che senza un programma, il puro harware non fa nulla.
    Ora, i programmi funzionano su dei presupposti logici e questi hanno dei limiti precisi e abbondantemente esplorati a partire dal teorema di Goedel e conseguenze successive.
    L’idea che un impianto software, che si basa su regole formali, trascenda le regole formali è ridicola.
    L’altra idea, di matrice evolutiva, che un sistema aperto interagendo con l’ambiente sviluppi un’intelligenza pari a quella umana è utopistica (e ci vorrebbe un discorso troppo lungo per un commento per dimostrarlo), ma tralasciando l’utopia, intelligenze umane, interagendo con l’ambiente, hanno prodotto scemi del villaggio, ubriaconi, gangsters, nabucodonosor, nerone, hitler, stalin, mao e altri milioni di esempi negativi.
    perché mai una macchina dovrebbe fare meglio?

  13. lady Dodi says

    Io in un ufficio pubblico. Guardi che qui avete sbagliato, considerando questo e questo…..”No, il computer ha detto così”.
    E io: no, guardi che bisogna considerare…
    “No, il computer ha detto così”
    E io, senta, bisogna calcolare anche….
    “No, il computer ha detto così, vuol vedere?”
    E io, ma ha visto che….
    “Mi spiace, ma il computer ha detto così”
    Volete saperlo? Il computer AVEVA RAGIONE.
    Me ne sono resa conto rivedendo tutto ma…….io resto io e l’impiegata-pappagallo resta una cre…..
    Perchè io posso arrivare a capire il computer, lui non può arrivare a capire me.
    Per chi vuol saperlo: avevo sbagliato una data di nascita, che in un sistema pensionistico conta. Mi era stata data sbagliata o era stata trascritta sbagliata. Nient’altro.

  14. oriundo2006 says

    L’uomo E’ artificiale.

  15. Dante Bertello says

    Domanda: chi è che costruisce l’intelligenza artificiale?
    Risposta: l’uomo.

    Un computer “ragiona” in base ai dati che gli vengono immessi, pertanto sarà sempre l’uomo a gestirne l’intelligenza.
    Se gli vengono inseriti dati esatti, le risposte che mi darà saranno corrette, in caso contrario capiamo bene quali saranno i risultati.

    L’intelligenza artificiale serve a dare dei diktat al genere umano, serve a fargli fare quello che le elite vogliono. Con la scusa che un computer non può sbagliare, e tutto quello che ordina risulta essere perfetto, cercheranno di convincerci che quello che un computer ci dice di fare, sarà il meglio per noi, nel mentre ci staranno fregando.

    Per quanto riguarda gli uomini, ve ne sono di diverse tipologie: partiamo dai geni assoluti, per finire con gli idioti, nel mezzo troviamo la massa. Uno dei grossi problemi dell’umanità è che anche l’idiota crede di essere intelligente, anzi vedrà nei suoi simili la genialità e nei suoi opposti la stupidità.

    Quello che dovremmo inventare, è una macchina in grado di misurare l’intelligenza umana, in modo tale da mettere gli idioti davanti al fatto compiuto ed impedire loro di commettere stupidaggini ai nostri danni, e poi di individuare le genialità e quindi di porle al servizio dell’umanità.

  16. christian says

    Tutto vero, anche se il discorso è molto ma molto più complesso ed articolato,
    la questione è che fare? come possiamo, ciascuno di noi uomini liberi, modificare un destino che sembra inesorabile???

  17. Primadellesabbie says

    Così inizia questo articolo di 3 giorni fa:

    “Non passa giorno senza che ci si imbatta nell’annuncio di nuove e vieppiù audaci applicazioni dell’intelligenza artificiale: quella all’indicativo futuro che guiderà le automobili, diagnosticherà le malattie, gestirà i risparmi, scriverà libri, dirimerà contenziosi, dimostrerà teoremi irrisolti.”

    Oggi leggo questo allarmante appello, che non credo sia infondato (appello di dipendente Onu avverso alla tecnologia 5G), su libreidee:

    https://www.libreidee.org/2020/01/edwards-onu-il-wireless-5g-e-una-guerra-contro-lumanita/

    Da quando abbiamo saputo dell’esistenza della bomba nucleare abbiamo concretamente sospettato che la progettualità esistenziale dell’individuo, sfuggito ai diluvi, ai grossi predatori e ai subdoli microorganismi, se mai fosse esistita, era stata messa definitivamente tra grosse parentesi (essere intruppati ed inquadrati in apparati militari destinati a scontrarsi ed annientarsi a vicenda, avrebbe dovuto farcelo sospettare da sempre) dai suoi simili.

    Se questa faccenda del 5G é nei termini descritti, questo sospetto é confermato, e decorato dall’accoglienza con qualche brivido di malcelato orgoglio da parte delle potenziali vittime, da una iniziativa della sempre lodata “libera imprenditoria” che apre la strada a quella selezione cercata instancabilmente da menti demoniache (che altro?), covata più o meno esplicitamente in ogni struttura produttiva nei tempi moderni, invocata apertamente dal nazismo nel passato prossimo, e finalmente intrapresa secondo criteri imprevedibili, per mezzo di invisibili onde che possiamo immaginare ben rappresentate dalla faccia oltraggiosamente ed eloquentemente inespressiva di un Elon Musk.

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