Lo scorpione israeliano pungerà la rana statunitense?

Netanyahu sta preparando la scena per intrappolare l'amministrazione Biden, facendo in modo che gli Stati Uniti abbiano poca scelta se non quella di unirsi a Israele.

Alastair Crooke
strategic-culture.su

L’allegoria è quella dello scorpione che ha bisogno della rana per poter attraversare un fiume in piena, facendosi trasportare sulla schiena della rana. La rana diffida dello scorpione, ma accetta con riluttanza. Durante la traversata, lo scorpione punge fatalmente la rana mentre nuota con lui sulla schiena. Entrambi muoiono.

Si tratta di un racconto dell’antichità che intende illustrare la natura della tragedia. La tragedia greca è quella in cui la crisi al centro di ogni “tragedia” non nasce per puro caso. In senso greco, la tragedia è quella in cui qualcosa accade perché deve accadere, per la natura stessa dei partecipanti, perché gli attori coinvolti lo fanno accadere. E non hanno altra scelta se non quella di farlo accadere, perché questa è la loro natura.

È una storia che è stata raccontata da un ex diplomatico israeliano di alto livello, esperto di politica statunitense. La sua versione della favola della rana vede i leader israeliani impegnati a scrollarsi disperatamente di dosso la responsabilità per la disfatta del 7 ottobre, con un Gabinetto che tenta in tutti i modi di trasformare (psicologicamente) la crisi da disastro colpevolizzabile a epica opportunità da presentare al pubblico israeliano.

La chimera che viene presentata è che, tornando indietro alla vecchia ideologia sionista, Israele possa trasformare la catastrofe di Gaza – come ha sostenuto a lungo il ministro delle Finanze Smotrich – in una soluzione che, una volta, per tutte “risolva unilateralmente la contraddizione intrinseca tra le aspirazioni ebraiche e palestinesi – ponendo fine all’illusione che sia possibile qualsiasi tipo di compromesso, riconciliazione o spartizione“.

Questo è il potenziale pungiglione dello scorpione: il gabinetto israeliano scommette tutto su una strategia estremamente rischiosa – una nuova Nakba – che potrebbe trascinare Israele in un grande conflitto, ma che, in questo caso, affosserebbe anche ciò che resta del prestigio occidentale.

Naturalmente, come sottolinea l’ex diplomatico israeliano, questo stratagemma è essenzialmente costruito intorno all’ambizione personale di Netanyahu, che farebbe di tutto per sfuggire alle critiche e rimanere al potere il più a lungo possibile. Soprattutto, spera che questo gli consenta di distribuire le colpe, liberandosi da ogni responsabilità. [Meglio ancora], “avrà modo di inserire Gaza in un contesto storico ed epico, come un evento che potrebbe rendere il premier un leader bellico che si copre di grandezza e di gloria“.

Inverosimile? Non necessariamente.

Netanyahu potrà anche contorcersi politicamente per cercare di sopravvivere, ma è anche un vero “credente”. Nel suo libro “Going to the Wars“, lo storico Max Hastings scrive che, negli anni ’70, Netanyahu gli aveva detto: “Nella prossima guerra, se faremo le cose per bene, avremo la possibilità di far uscire tutti gli arabi… Potremo liberare la Cisgiordania, sistemare Gerusalemme“.

E cosa pensa il gabinetto israeliano della “prossima guerra”? Pensa a “Hizbullah”. Come ha osservato recentemente un ministro, “dopo Hamas, ci occuperemo di Hizbullah”.

Secondo l’ex diplomatico israeliano, è proprio la confluenza di una lunga guerra a Gaza (secondo le linee stabilite nel 2006) e di una leadership israeliana apparentemente intenzionata a provocare Hizbullah e a far salire l’escalation a far lampeggiare le luci rosse all’interno della Casa Bianca.

Nella guerra del 2006 con Hizbullah, Dahiya, l’intero sobborgo urbano di Beirut, era stato raso al suolo. Il generale Eizenkot (al comando delle forze israeliane durante quella guerra ed ora membro del “Gabinetto di guerra” di Netanyahu) aveva dichiarato nel 2008: “Quello che è successo nel quartiere Dahiya di Beirut nel 2006 accadrà in ogni villaggio da cui si spara contro Israele… Dal nostro punto di vista, questi non sono villaggi civili, sono basi militari… Questa non è una raccomandazione. È un piano. Ed è stato approvato“.

Da qui il trattamento fatto a Gaza.

È improbabile che il Gabinetto di guerra israeliano voglia provocare un’invasione su larga scala di Israele da parte di Hizbullah (che rappresenterebbe una minaccia esistenziale); ma Netanyahu e il Gabinetto potrebbero desiderare che l’attuale scambio di colpi sul confine settentrionale si intensifichi fino al punto in cui gli Stati Uniti si sentano costretti a far arrivare qualche bordata di avvertimento sulle infrastrutture militari di Hizbullah.

Visto che l’IDF ha già colpito alcuni civili a 40 km al di là del confine libanese (un’auto con una nonna e le sue tre nipoti è stata incenerita la scorsa settimana da un missile dell’IDF), la preoccupazione degli Stati Uniti per un’escalation è reale.

È questo che preoccupa la Casa Bianca, dice il diplomatico. L’Iran conferma di aver ricevuto in una singola giornata non meno di tre messaggi statunitensi in cui si diceva a Teheran che gli Stati Uniti non vogliono una guerra con l’Iran. E un inviato americano, Amos Hochstein, è andato Beirut a insistere sul fatto che Hizbullah non dovrebbe cercare l’escalation in risposta agli attacchi transfrontalieri israeliani.

“La riluttanza di Netanyahu ad enunciare un qualsiasi proposito sul ‘day after’ a Gaza – e gli importanti e minacciosi sviluppi dell’escalation in Libano – stanno creando una spaccatura tra la politica statunitense e quella israeliana, al punto che alcuni nell’amministrazione Biden e nel Congresso cominciano a pensare che Netanyahu stia cercando di trascinare gli americani in una guerra con l’Iran”.

“Netanyahu non è interessato ad un secondo fronte a nord con Hezbollah”, ha dichiarato l’ex funzionario, aggiungendo però che [alla Casa Bianca] credono che un attacco statunitense contro le provocazioni dell’Iran potrebbe trasformare l’abissale debacle di Netanyahu in una sorta di trionfo strategico”.

“Questa è la stessa logica contorta che lo aveva guidato quando aveva incoraggiato la sua anima gemella, l’allora presidente Donald Trump, a ritirarsi unilateralmente dall’accordo nucleare iraniano, nel maggio 2018. Questa era anche la logica alla base della sua audizione al Congresso del 2002, quella in cui aveva incoraggiato gli americani ad invadere l’Iraq, perché [l’invasione] avrebbe “stabilizzato la regione” e “si sarebbe ripercossa” sull’Iran”.

Queste paure sono alla base della “tragedia” che “deve accadere”: la rana, anche se molto cautamente, aveva accettato di portare lo scorpione oltre il fiume, ma voleva la garanzia che, data la sua natura, lo scorpione non avrebbe punto la sua benefattrice.

Il team Biden, allo stesso modo, non si fida di Netanyahu. Non vuole “essere punto” ed essere trascinato in una guerra impossibile con l’Iran.

La puntura è molto vicina: il gabinetto Netanyahu sta gradualmente e deliberatamente preparando la scena per intrappolare l’amministrazione Biden, manovrando in modo che Washington abbia poca scelta se non quella di unirsi a Israele, se la guerra dovesse allargarsi.

Come in tutte le tragedie classiche, l’esito avviene perché gli attori coinvolti lo fanno accadere; non hanno altra scelta se non quella farlo accadere, perché questa è la loro natura. “Non solo il premier israeliano respinge qualsiasi idea o richiesta proveniente da Washington; Netanyahu vuole esplicitamente che la guerra di Gaza vada avanti all’infinito senza alcun corollario politico“, sostiene l’ex funzionario.

Si consideri anche l’esplicita definizione di Jake Sullivan delle linee rosse statunitensi: nessuna rioccupazione di Gaza; nessun trasferimento della sua popolazione; nessuna riduzione del suo territorio; nessuna disconnessione politica con le autorità della Cisgiordania; nessun processo decisionale alternativo, se non quello palestinese – e nessun ritorno allo status quo ante.

Netanyahu respinge tutte queste “linee” in una sola frase: Israele, ha detto, supervisionerà e manterrà “la responsabilità generale della sicurezza” per un periodo di tempo indefinito. In un colpo solo, ha minato lo scopo finale desiderato dagli Stati Uniti, lasciandolo penzolare al vento freddo di un sentimento globale e interno sempre più indifferente, mentre la sabbia nella clessidra si sta esaurendo.

Il “gioco finale” di Smotrich è evidente: Netanyahu sta costruendosi il sostegno popolare interno per un nuovo e silenzioso ultimatum a Gaza: “emigrazione o annientamento”. Questo è un anatema per il Team Biden. I decenni di diplomazia americana in Medio Oriente “sono finiti giù per il lavandino”.

Washington osserva con crescente disagio l'”escalation militare trasversale” nella regione e si chiede se Israele sopravviverà a questo cappio sempre più stretto. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno solo mezzi e tempo limitati per porre un freno a Israele.

L’immediato sostegno di Biden a Israele sta creando scompiglio in patria e comporta un prezzo politico che – a un anno dalle elezioni – avrà delle conseguenze. Forse era “nella natura” di Biden credere di poter “abbracciare” Israele e fargli rispettare gli interessi degli Stati Uniti. Tuttavia, la cosa non sta funzionando, ed è rimasto bloccato con uno scorpione sulla schiena.

Alcuni sostengono che la soluzione è semplice: minacciare di tagliare le forniture di munizioni o i finanziamenti che arrivano a Israele. Sembra semplice. Sarebbe una “minaccia” potente, ma, perché ciò avvenga, Biden dovrebbe confrontarsi con l’onnipotente “Lobby” e il suo stretto controllo sul Congresso. E questa non è una gara che potrebbe vincere. Il Congresso è saldamente al fianco di Israele.

Alcuni suggeriscono che una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite potrebbe imporre “la fine dell’incubo a Gaza”. Ma Israele ha sempre ignorato tali risoluzioni (dal 1967 al 1989, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva adottato 131 risoluzioni che riguardavano direttamente il conflitto arabo-israeliano, la maggior parte delle quali aveva avuto effetti minimi o nulli). Mercoledì di questa settimana, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che chiede una pausa umanitaria. Gli Stati Uniti si sono astenuti e, molto probabilmente, la risoluzione sarà ignorata.

Potrebbe quindi avere più successo un appello mondiale per una soluzione a due Stati? Finora non è successo. Sì, in teoria il Consiglio di Sicurezza dell’ONU potrebbe imporre una risoluzione, ma il Congresso degli Stati Uniti “impazzirebbe” e minaccerebbe di usare la forza contro chiunque tentasse di farla rispettare.

Tuttavia, a ben vedere, la retorica dei due Stati non coglie il punto: non è solo il mondo islamico a subire una rabbiosa trasformazione popolare, ma anche Israele. Gli israeliani sono arrabbiati ed entusiasti e, a stragrande maggioranza, approvano l’annientamento di Gaza.

La contestualizzazione della guerra di Gaza da parte di Netanyahu in termini assolutamente manichei – luce contro oscurità; civiltà contro barbarie, Gaza come sede del male, tutti i gazesi complici del male di Hamas, palestinesi come non-umani – tutto questo in Israele suscita emozioni e ricordi di un’ideologia del 1948.

E questo non è limitato alla destra: il sentimento popolare in Israele si sta spostando dal liberal-secolare al biblico-escatologico.

La presidentessa del Comitato esecutivo di B’Tselem, Orly Noy, ha scritto un articoloThe Israeli Public has Embraced the Smotrich Doctrine – che sottolinea come l’interiorizzazione del “Piano decisivo” di Smotrich si manifesti nel sostegno popolare alla politica israeliana di “emigrazione o annientamento” di Gaza:

“Sei anni fa, Bezalel Smotrich, allora giovane membro della Knesset al suo primo mandato, aveva pubblicato la sua idea di risoluzione del conflitto israelo-palestinese… Invece di mantenere l’illusione della possibilità di un accordo politico, sosteneva, la questione deve essere risolta unilateralmente una volta per tutte.

[La soluzione proposta da Smotrich era quella di offrire] ai 3 milioni di residenti palestinesi una scelta: rinunciare alle loro aspirazioni nazionali e continuare a vivere sulla loro terra in uno status inferiore, oppure emigrare all’estero. Se avessero scelto di imbracciare le armi contro Israele sarebbero stati considerati terroristi e l’esercito israeliano avrebbe iniziato a ‘uccidere coloro che devono essere uccisi’. Quando, durante un incontro in cui aveva presentato il suo piano a personalità religiose-sioniste, gli era stato chiesto se intendeva uccidere anche famiglie, donne e bambini, Smotrich aveva risposto: ‘In guerra, come in guerra’”.

Orly Noy sostiene che questo pensiero non è semplicemente confinato al Gabinetto o alla destra israeliana, ma è diventato mainstream. I media e i discorsi politici israeliani dimostrano che, quando si tratta dell’attuale assalto dell’IDF a Gaza, gran parte dell’opinione pubblica israeliana ha completamente interiorizzato la logica del pensiero di Smotrich.

“In effetti, l’opinione pubblica israeliana riguardo a Gaza, dove il piano di Smotrich viene attuato con una crudeltà che forse nemmeno lui aveva previsto, è ora ancora più estrema di quanto previsto dal piano stesso. Questo perché, in pratica, Israele sta eliminando dall’agenda la prima possibilità offerta – un’esistenza inferiore, de-palestinizzata – che, fino al 7, ottobre era l’opzione di scelta per la maggior parte degli israeliani”.

L’implicazione di questa “smotrizzazione” del pubblico è che Israele – nel suo complesso – sta diventando radicalmente allergico a qualsiasi forma di Stato palestinese. L’opinione pubblica, osserva l’autrice, è arrivata a vedere il rifiuto dei palestinesi di sottomettersi alla potenza dell’esercito israeliano come una minaccia esistenziale in sé, e una ragione sufficiente per il loro allontanamento.

Alastair Crooke

Fonte: strategic-culture.su
Link: https://strategic-culture.su/news/2023/11/20/will-scorpion-sting-us-frog/
20.11.2023
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Alastair Crooke CMG, ex diplomatico britannico, è fondatore e direttore del Conflicts Forum di Beirut, un’organizzazione che sostiene l’impegno tra l’Islam politico e l’Occidente. In precedenza è stato una figura di spicco dell’intelligence britannica (MI6) e della diplomazia dell’Unione Europea.

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