Il politico che ha difeso l’interesse dei lavoratori: Giorgio La Pira

Il salvataggio dell’azienda Pignone con l’aiuto di Enrico Mattei è uno degli episodi che hanno contraddistinto l’azione dell’allora sindaco democristiano di Firenze. Qui di seguito lo sfogo commosso in una lettera che ne riassume il sentimento umano e la grandezza politica.

Di Katia Migliore per ComeDonChisciotte.org

Il 17 settembre 1953 trapela la notizia dell’imminente chiusura dell’azienda Pignone. Il 19 ottobre la Snia comunica di voler mettere in liquidazione lo stabilimento. Il 28 ottobre La Pira scrive al Papa comunicando che: «l’atto temuto si è verificato: 1.750 licenziamenti alla Pignone (totalità dei lavoratori) e chiusura dell’azienda». Il 17 novembre gli operai occupano lo stabilimento, e la domenica successiva  si riuniscono nel piazzale interno della Pignone per ascoltare la Messa. Giunge anche la Pira, che si intrattiene con i membri della Commissione interna, per esaminare i problemi più urgenti dell’assistenza agli operai e alle loro famiglie.

Ma il sindaco di Firenze non si arrende e pensa a una soluzione: La Pira mette in moto il suo progetto premendo sul presidente dell’Eni Enrico Mattei affinché acquisti l’azienda. Con Mattei La Pira parla personalmente, non solo per telefono. I suoi sforzi avranno buon fine dopo Natale: Mattei si convince della positività dell’acquisto dell’azienda messa in liquidazione.

La sera del 13 gennaio 1954 al ministero del Lavoro verrà raggiunto l’accordo con i rappresentanti sindacali dei lavoratori e l’Eni finalmente comunicherà l’acquisto del pacchetto azionario della Pignone. Enrico Mattei, nel discorso alla Nuova Pignone, così si pronuncia: «Abbiamo cominciato insieme, Direzione e Maestranze, partendo quasi da zero e superando considerevoli difficoltà. Ma in noi vi era una atmosfera di reciproca fiducia, vi era la consapevolezza di esserci accinti ad una impresa comune, la quale non poteva che procedere sicura e alla quale non poteva non arridere il successo».[1]

Qui di seguito alcuni passaggi della lettera di dieci pagine che La Pira invia a Pio XII nel Natale del 1953.[2]

 

“Voi lo sapete, Beatissimo Padre: io Ve lo scrissi in quattro mie lettere: il caso della Pignone era un caso limite, un caso unico, un caso che includeva, a mio avviso – e non solo mio ma ora anche della Magistratura – violazioni gravi del diritto positivo, del diritto naturale, delle norme più elementari della morale, della vita politica e sociale. Mi ero tanto interessato per la Pignone: avevo fatto procurare otto miliardi e 120 milioni di commesse (come da allegato): avevo interessato ministri, uomini politici, operatori economici stranieri ed italiani (come da allegati): avevo interessato Voi, Padre di tutti: avevo telegrafato, pregato, scongiurato: mi ero raccomandato a tutti: avevo scritto due lettere a Marinotti (come da allegati): tutto fu vano.

L’azienda, avente larghe commesse di lavoro, fu liquidata e tutto il personale fu licenziato: anzi, Beatissimo Padre, non fu neanche licenziato secondo quanto prescrive l’accordo interconfederale: non fu neanche osservata la legge. I tutori ed i difensori della legge: quelli che dicono a me: ha violato la legge! Io? Sono essi che per commettere più rapidamente un atto di sostanziale iniquità non si sono dati cura di seguire l’iter formale che la legge loro imponeva! Voi lo vedete, Beatissimo Padre: la Magistratura fiorentina ha dovuto riconoscere che non esiste reato: ha dovuto archiviare la denuncia perché la permanenza delle maestranze nella fabbrica, abbandonata dalla direzione, non era che la continuazione del rapporto di lavoro non ancora estinto a causa del vizio di nullità che affrettava i licenziamenti: le maestranze continuavano l’esercizio del loro rapporto di lavoro.

Anche la Magistratura, perciò, sempre rigorosa, ha espresso il parere che nessuno, nel caso presente, ha violato la legge: anzi, che solo gli industriali – vestali della legge! – la hanno realmente violata!

Beatissimo Padre, quante cose avrei da dirvi.

Ho parlato, ho gridato, perché avevo ed ho il cuore gonfio per tanta cecità e per tanta ingiustizia di cui sono spettatore: che posso fare di più? lo sono in trincea, Beatissimo Padre: sono in prima linea: vedo coi miei occhi, sperimento con le mie mani, coi miei sensi, con la mia azione, la realtà circostante: vedo che il fiume del malessere provocato dalla disoccupazione e dalla miseria, cresce a vista d’occhio: vedo la fragilità delle dighe: vedo l’egoismo crescente: conosco le reali possibilità del nostro sistema economico: posso tacere? E poi, come posso stare a capo di una città ove viene abbattuto – si tentò almeno di abbattere – l’intiero sistema industriale (le 3 fondamentali industrie cittadine)?

La marea dei licenziati e delle rispettive famiglie viene da me, a Palazzo Vecchio; da me Sindaco di parte governativa; sindaco democristiano, credono; viene da me e mi chiede lavoro e assistenza! Ed io che potrei fare? Cosa dire?

 

Congiuntura economica”: Beatissimo Padre, quanta dolorosa menzogna sotto queste parole raffinate! “Ridimensionamento”! Io, che conosco le reali possibilità di lavoro delle aziende: che conosco il tessuto di immoralità e di nequizia che si nasconde spesso sotto queste parole che sembrano così pudiche: sepolcri imbiancati!

Intanto, Beatissimo Padre, una cosa è certa: agendo con sdegno – questo sì! – come ho agito ho impedito i seguenti licenziamenti:

a) ho impedito 1200 licenziamenti alla Galileo che ora – Dio ha benedetto! – è in piena ripresa produttiva

b) ho fermato altri 1000 licenziamenti di altra ditta che già li aveva programmati

c) ed ho risolto favorevolmente – pare, oggi – la crisi della Pignone facendo riassorbire grandissima parte delle maestranze ed aprendo larghe prospettive di occupazione per un avvenire molto prossimo.

Non ho mire politiche di nessun tipo: non sono iscritto a nessun partito.

Quando vollero che fossi sindaco io dissi chiaramente a tutti: ricordatevi che non posso vedere, senza interventi decisi, né gente senza lavoro, né gente senza casa: lo dissi subito: mi promisero mari e monti: poi mi hanno abbandonato: e hanno cominciato serenamente la triste politica dei licenziamenti.

Io lo ho ripetuto a tutti: Signori, mandatemi via: accettate le dimissioni (che ho dato da due mesi): io non posso assistere impassibile davanti alla ingiustizia così sfacciata.

È meglio per tutti che io me ne vada.

Sono professore ordinario di Diritto Romano: ho, per grazia del Signore, il gusto del silenzio, della solitudine, della preghiera! amo la meditazione e lo studio: amo la scuola e provo gioia a stare coi giovani: restituitemi alla mia vocazione vera.

Io non posso avallare, mai, l’iniquità: non conosco la tecnica del “complesso politico e diplomatico”: ho parlato chiaro ai fascisti; ho parlato chiaro, anzi più chiaro ancora, ai comunisti; parlo chiaro anche ai proprietari che non sono consapevoli delle gravi responsabilità connesse coi talenti che Dio loro affida.

Non posso assistere impotente alle ingiustizie che si commettono sotto l’apparenza della legge.

Un uomo così fatto, Beatissimo Padre, non può stare nel sistema politico attuale è bene che ne esca: che rientri nel suo silenzio, nel suo studio, nella sua scuola: pel regno della grazia il profitto è maggiore: non in commotione Dominus.”

Di Katia Migliore per ComeDonChisciotte.org

NOTE

[1] Nuovo Pignone, pubblicazione aziendale conservata presso il Museo Fisogni, 1964.

[2] Giovanni Spinoso, Claudio Turrini, Giorgio La Pira: i capitoli di una vita, 2022, Firenze University Press, pp. 875-878

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