Il male che Israele fa è il male che Israele ottiene

Il progetto coloniale israeliano perpetua il ciclo di violenza contro gli abitanti originari della Palestina storica. I palestinesi sono stati costretti a rispondere con la stessa lingua parlata da Israele.

Chris Hedges
scheerpost.com

Avevo conosciuto il dottor Abdel Aziz al-Rantisi, cofondatore di Hamas, insieme allo sceicco Ahmed Ismail Yassin. La famiglia di Al-Rantisi era stata espulsa dalla Palestina storica nella Striscia di Gaza dalle milizie sioniste durante la guerra arabo-israeliana del 1948. La sua personalità non corrispondeva all’immagine diabolica di un leader di Hamas. Era un tranquillo pediatra, istruito e con un buon eloquio, che si era laureato con il massimo dei voti all’Università di Alessandria d’Egitto.

All’età di nove anni, era stato testimone dell’esecuzione di 275 uomini e ragazzi palestinesi, compreso suo zio, a Khan Younis, quando, nel 1956, Israele aveva occupato per un breve periodo la Striscia di Gaza, come descritto nel magistrale libro di Joe Sacco “Footnotes in Gaza”. Decine di palestinesi erano stati giustiziati dai soldati israeliani anche nella vicina città di Rafah, dove decine di migliaia di palestinesi sono attualmente costretti a fuggire, ora che anche Khan Younis è stata attaccata

“Ricordo ancora i lamenti e le lacrime di mio padre per suo fratello”, aveva detto al-Rantisi a me e a Sacco mentre lo intervistavamo a casa sua. “Non ero riuscito a dormire per molti mesi a venire… Ha lasciato una ferita nel mio cuore che non potrà mai guarire. Ti racconto una storia e mi viene quasi da piangere. Questo tipo di azione non potrà mai essere dimenticato… Hanno seminato l’odio nei nostri cuori”.

Sapeva che non avrebbe mai potuto fidarsi degli israeliani. Sapeva che l’obiettivo dello stato sionista era l’occupazione di tutta la Palestina storica – Israele si era impadronito di Gaza e della Cisgiordania nel 1967 insieme alle alture del Golan in Siria e alla penisola del Sinai in Egitto – e l’eterna sottomissione o sterminio del popolo palestinese. Sapeva che avrebbe vendicato gli omicidi.

Al-Rantisi e Yassin erano stati assassinati nel 2004 da Israele. La vedova di Al-Rantisi, Jamila Abdallah Taha al-Shanti, aveva un dottorato in inglese e insegnava all’Università islamica di Gaza. La coppia aveva sei figli, uno dei quali era stato ucciso insieme al padre. La casa della famiglia era stata bombardata e distrutta durante l’assalto israeliano a Gaza del 2014, noto come Operazione Margine Protettivo. Jamila è stata uccisa da Israele il 19 ottobre di quest’anno.

Il genocidio di Israele a Gaza sta allevando una nuova generazione di palestinesi infuriati, traumatizzati e privati di tutto, che hanno perso familiari, amici, case, comunità e ogni speranza di vivere una vita normale. Anche loro cercheranno la vendetta. I loro piccoli atti di terrorismo contrasteranno il continuo terrore di stato di Israele. Odieranno in quanto sono stati odiati. Questa sete di vendetta è universale. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, un’unità clandestina di Ebrei che avevano prestato servizio nella Brigata Ebraica dell’esercito britannico chiamata “Gmul”, – in ebraico “ricompensa” – aveva dato la caccia agli ex nazisti e li aveva giustiziati.

“Tutti quanti sappiamo/Ciò che tutti gli scolari imparano”, aveva scritto W.H. Auden. “Coloro a cui viene fatto il male/ricambiano facendo il male”.

Chaim Engel, che aveva preso parte alla rivolta nel campo di sterminio nazista di Sobibor in Polonia, aveva ricordato come, armato di coltello, avesse attaccato una guardia nel campo.

“Non è una decisione”, aveva detto Engel. “Reagisci e basta, istintivamente reagisci a quello, e ho pensato: ‘Facciamolo e basta.’ E sono andato. Sono entrato con un compagno in un ufficio e abbiamo ucciso quel tedesco. Ad ogni pugnalata dicevo: ‘Questa è per mio padre, per mia madre, per tutte queste persone, tutti gli Ebrei che hai ucciso’”.

Ciò che Engel aveva fatto alla guardia nazista non era stato meno selvaggio di quello che i combattenti di Hamas avevano fatto agli israeliani il 7 ottobre, dopo essere fuggiti dalla loro stessa prigione. Preso fuori contesto, è inspiegabile. Ma, se messo sullo sfondo del campo di sterminio, o dei 17 anni di prigionia nel campo di concentramento di Gaza, ha senso. Questo non è per giustificarlo. Comprendere non equivale a condonare. Ma bisogna comprendere a fondo, se si vuole fermare questo ciclo di violenza. Nessuno è immune dalla sete di vendetta. Israele e gli Stati Uniti stanno scioccamente orchestrando l’ennesimo capitolo di questo incubo.

J. Glenn Gray, un ufficiale combattente della Seconda Guerra Mondiale, aveva scritto sulla peculiare natura della vendetta in “The Warriors: Reflections on Men in Battle”:

Quando un soldato perde un compagno per mano del nemico o la sua famiglia è stata distrutta dai bombardamenti o da atrocità politiche, come accadeva spesso durante Seconda Guerra Mondiale, la sua rabbia e il suo risentimento si trasformano in odio. Allora la guerra per lui assume il carattere di una vendetta. Fino a quando non avrà distrutto il maggior numero possibile di nemici, la sua sete di vendetta difficilmente potrà essere placata. Ho conosciuto soldati ansiosi di sterminare fino all’ultimo nemico, tanto era feroce il loro odio. Quei soldati provavano grande piacere nell’ascoltare o leggere delle distruzioni causate dai bombardamenti. Chiunque abbia conosciuto o sia stato un soldato di questo genere è consapevole di come l’odio penetri in ogni fibra del suo essere. La sua ragione di vita è cercare vendetta; non occhio per occhio e dente per dente, ma una ritorsione dieci volte superiore.

Chi subisce atti di violenza, chi è intorpidito dai traumi e sconvolto dalla rabbia, non vede come esseri umani quelli che lo attaccano e lo umiliano in continuazione. Sono l’incarnazione del male. La sete di vendetta, di ritorsione, decuplicata, genera fiumi di sangue.

Gli attacchi palestinesi del 7 ottobre, che hanno provocato la morte di circa 1.200 israeliani, alimentano questa brama in Israele, proprio come la distruzione di Gaza da parte di Israele alimenta questa brama tra i palestinesi. La bandiera nazionale blu e bianca di Israele con la Stella di David adorna case e automobili. La folla si riunisce per sostenere le famiglie i cui membri sono tra gli ostaggi a Gaza. Agli incroci stradali gli israeliani distribuiscono cibo ai soldati che vanno a combattere a Gaza. Striscioni con slogan come “Israele in guerra” e “Insieme vinceremo” compaiono nelle trasmissioni televisive e nei siti di notizie. Nei media israeliani si parla poco del massacro di Gaza o della sofferenza dei palestinesi – 1,7 milioni dei quali sono stati cacciati dalle loro case – ma si raccontano costantemente le storie di sofferenza, morte ed eroismo avvenute il 7 ottobre. Contano solo le nostre vittime.

Pochi di noi sanno fino a che punto la paura e la violenza possono trasformarci in persone pericolose, pronte a ricorrere alla violenza“, aveva scritto Gray. “Se la guerra mi ha insegnato qualcosa, è che le persone non sono ciò che sembrano o pensano di essere”.

Marguerite Duras nel suo libro “The War: A Memoir” scrive di come lei e altri membri della Resistenza francese avessero torturato un francese di 50 anni accusato di collaborazionismo con i nazisti. Due uomini che erano stati torturati [dai tedeschi] nel carcere di Montluc, a Lione, avevano spogliato il presunto informatore. “Lo avevano picchiato mentre il gruppo gridava: ‘Bastardo. Traditore. Feccia.’ Presto sangue e muco gli colano dal naso. Il suo occhio è danneggiato. Geme: ‘Ow, ow, oh, oh. …’ Si accascia sul pavimento.” La Duras scrive che “è diventato qualcuno senza nulla in comune con gli altri uomini. E, ogni minuto che passa, la differenza diventa sempre più grande e consolidata”. Osserva passivamente il pestaggio. “Più colpiscono e più sanguina, più è chiaro che colpire è necessario, giusto, giusto.” E continua: “Bisogna colpire. Non ci sarà mai giustizia nel mondo a meno che tu, tu stesso non sia giustizia adesso. I giudici, le aule dei tribunali, recitano, non fanno giustizia”. Nota: “Ogni colpo risuona nella stanza silenziosa. Stanno colpendo tutti i traditori, le donne che se ne sono andate, tutti quelli a cui non è piaciuto quello che hanno visto da dietro le finestre”.

Israele ha abusato, umiliato, impoverito e ucciso arbitrariamente i palestinesi, provocando un’inevitabile ritorsione violenta. È la causa di un secolo di spargimenti di sangue. Il genocidio di Gaza supera anche i peggiori eccessi della Nakba, o catastrofe, che, nel 1948, aveva visto 750.000 palestinesi cacciati dalle loro terre e da 8.000 a 15.000 uccisi in massacri da parte di milizie terroristiche sioniste come Irgun e Lehi.

La resistenza palestinese ha solo armi leggere e granate con propulsione a razzo per combattere contro uno degli eserciti meglio equipaggiati e tecnologicamente più avanzati del pianeta, il quarto esercito più forte del mondo, dopo quelli di Stati Uniti, Russia e Cina. I combattenti palestinesi, affrontando queste difficoltà schiaccianti, sono diventati eroi leggendari con un enorme seguito popolare non solo tra i palestinesi, ma in tutto il mondo musulmano. Israele potrebbe essere in grado di dare la caccia e uccidere Yahya Sinwar, il leader in seconda di Hamas, ma, in questo caso, lo trasformerebbe nella versione mediorientale di Ernesto “Che” Guevara. I movimenti di resistenza si fondano sul sangue dei martiri. Israele ne garantisce una fornitura continua.

La decisione degli Stati Uniti di difendere, finanziare e partecipare ai bombardamenti a tappeto, ai massacri e alla pulizia etnica di Israele a Gaza è inconcepibile. Il suo sostegno al genocidio ha distrutto ciò che restava della sua credibilità in Medio Oriente, già a brandelli dopo due decenni di guerre, così come nella maggior parte del resto del mondo. Ha perso il diritto di agire come mediatore; quel ruolo sarà assunto dalla Cina o dalla Russia. Il suo rifiuto di condannare l’aggressione e i crimini di guerra israeliani mette in luce la sua ipocrisia riguardo all’invasione russa dell’Ucraina. Flirta con la possibilità di una escalation regionale. Il processo di pace, una farsa che dura da decenni, è irrecuperabile. L’unica lingua rimasta è la lingua della morte. È così che Israele parla ai palestinesi. È così che i palestinesi sono costretti a rispondere.

L’amministrazione Biden ha poco da guadagnare dal livellamento e dallo spopolamento di Gaza, anzi si sta alienando enormi porzioni del Partito Democratico, soprattutto quando attacca i manifestanti che chiedono un cessate il fuoco, definendoli “pro-terroristi”. Durante una manifestazione filo-israeliana il 4 novembre a Washington D.C., il leader della maggioranza al Senato, Chuck Schumer, ha intonato slogan del tipo “Siamo con Israele” e “No al cessate il fuoco”, nonostante un sondaggio Reuters/Ipsos indicasse che, secondo il 68% degli intervistati, Israele avrebbe dovuto aderire ad un cessate il fuoco e negoziate la fine della guerra. Questa cifra sale al 77% tra i Democratici. Biden ha uno sconfortante indice di gradimento del 37%.

Venerdì, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato, 13 contro 1, per un cessate il fuoco immediato a Gaza e per il rilascio incondizionato di tutti gli ostaggi. Gli Stati Uniti hanno votato contro la risoluzione. Il Regno Unito si è astenuto. La risoluzione non è quindi stata adottata a causa del veto statunitense.

La vera base di Biden non sono gli elettori ormai disincantati, ma la classe dei miliardari, le multinazionali, come l’industria delle armi, che sta ricavando enormi profitti dalle guerre a Gaza e in Ucraina, e gruppi come la lobby israeliana. Sono loro a determinare la politica, anche se ciò comporterà la sconfitta di Biden alle prossime elezioni presidenziali. Se Biden perderà, allora gli oligarchi useranno Donald Trump, che servirà i loro interessi con la stessa tenacia di Biden.

Le guerre non finiscono. La sofferenza continua. I palestinesi muoiono a decine di migliaia. Tutto secondo i piani.

Chris Hedges

Fonte: scheerpost.com
Link: https://scheerpost.com/2023/12/08/chris-hedges-the-evil-israel-does-is-the-evil-israel-gets/
08.12.2023
Tradotto da Samuele per comedonchisciotte.org

Chris Hedges è un giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per 15 anni per il New York Times, periodo in cui è stato capo ufficio per il Medio Oriente e capo ufficio per i Balcani. In precedenza aveva lavorato all’estero per il Dallas Morning News, il Christian Science Monitor e la NPR. È il conduttore del programma “The Chris Hedges Report.”

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