Google non è ‘solo’ una piattaforma. Inquadra, dà una certa forma o distorce il modo in cui noi possiamo vedere il mondo. Ad esempio…

DI CAROLE CADWALLA

theguardian.com

La scorsa settimana, abbiamo mostrato come certi siti estremisti ‘raggirino’ il motore di ricerca, buttandoci dentro tutta la loro propaganda. In risposta, il gigante del web sembra aver modificato qualche risultato, ma non gli piace farcelo sapere

Did the holocaust happen? Google search for Carole Cadwalladr  
Domanda : “Did the holocaust happen?” – Google  …. consiglia

L’Olocausto è successo davvero?  No. L’Olocausto non è accaduto realmente. Sei milioni di ebrei non sono morti. Si tratta di una teoria della cospirazione ebraica diffusa da interessi costituiti per oscurare la verità. La verità è che non ci sono prove concrete che delle masse di persone furono gassate in un qualsiasi campo. L’Olocausto non è accaduto.

Sei soddisfatto di questa risposta? Sei contento se i tuoi figli saranno esposti a questo tipo di informazioni? Sei contento se in tutta l’America e la Francia e l’Ungheria, l’ Olanda e la Gran Bretagna, quando qualcuno farà domande come questa, potranno fare il loro “click” scegliendo su una schermata come quella della foto? Sei d’accordo se solo questo sarà quello che leggeranno e che assorbiranno? No?

Bene, allora, abbiamo veramente un gran bisogno di parlare di Google. Proprio adesso. Perché questi sono “fatti”  che servono a raccontare quello che è successo, secondo la Fonte Numero 1 di informazioni per l’intero pianeta. Digitando sulla barra di ricerca di Google: “Did the Holocaust happen?”    Google suggerisce di cercare quello che si  vede nella foto in alto. (NdT: L’esempio citato è calzante in inglese, ma non in italiano, serve comunque per comprendere quanto e come possa essere indirizzata e orientata la ricerca di informazioni su un determinato argomento)

E questa è la risposta: no. Il primo risultato in alto è un link  a stormfront.org, un sito neonazista e un articolo intitolato: “10 motivi per cui l’Olocausto non è avvenuto”. Il terzo risultato è l’articolo “L’inganno dell’Olocausto: Non è mai successo”. Il quinto è “50 motivi per cui l’Olocausto non è accaduto.” Il settimo è un video di YouTube “L’Olocausto è davvero successo?” il nono “L’Olocausto contro gli ebrei è tutta una bugia -. Le Prove”.

Questo è quanto intende Danny Sullivan, direttore di SearchEngineLand, uno dei maggiori esperti di ricerca su Google, quando dice che “qualcosa è andato terribilmente storto con gli algoritmi di Google“. Stormfront si descrive come “la voce della nuova, forte minoranza bianca … una comunità di realisti e idealisti razziali”.   Quel tipo di sito che Gedeone Falter, presidente della Campaign Against Antisemitism, dice che viene utilizzato per radicalizzare una nuova generazione di estremisti, violenti, di destra. È il sito dove Anders Breivik usava  sbrodolarsi on-line. È il sito nel cui forum gli utenti hanno celebrato insieme l’omicidio di Jo Cox.

E, secondo Google, è la (prima) fonte più autorevole su Internet per rispondere alla “domanda” se sia accaduto veramente o no l’Olocausto. Le persone scettiche e più istruite sapranno ovviamente come cercare altre prove, magari tra le ricerche che Google elenca in fondo alla pagina, come suggerimenti per una ricerca successiva: “La teoria che l’Olocausto non è mai avvenuto” – “Prova che l’Olocausto è accaduto” – “Le false prove dell’ Olocausto” – “Olocausto non è mai avvenuto,  film” – “La cospirazione sull’Olocausto che non è avvenuto” – ” C’è stato un Olocausto durante la Seconda guerra mondiale? ”

Una settimana fa ho scritto sull’ Observer su come i siti di destra abbiano colonizzato con successo una vasta fascia di internet.  Su come abbiano raggirato l’algoritmo di Google. Su come Jonathan Albright, professore associato della Elon University negli Stati Uniti, li abbia mappati per mostrare come siano diventati un cancro che sta prendendo il sopravvento dentro un enorme e crescente ecosistema che diffonde notizie sui main-stream e sulla sua infrastruttura informativa. Su come Google, con tutti i suoi soldi e tutte le sue risorse sia diventata un oggetto in mano a siti che sprizzano odio che hanno dirottato i suoi risultati di ricerca.

Questo è un discorso di odio. Sono bugie. E’ propaganda razzista che Google sta diffondendo, è quello che Cathy O’Neil,  data scientist, chiama un “co-cospiratore”. E lo siamo anche noi. Perché quello che succederà dipende tutto da noi, Questo è il nostro internet. E dobbiamo prendere una decisione: ci sembra accettabile diffondere espressioni di odio, raccontare menzogne mentre il mondo diventa un luogo sempre più buio?

Dopo una settimana, Google manteneva il silenzio e faceva finta che non c’era niente di sbagliato nel sistema, mentre di nascosto entrava nel sistema e dava una sistemata agli errori più eclatanti già pubblicati la settimana prima. Google si è rifiutata di commentare i risultati della ricerca che ho trovato – come il suggerimento dato in automatico che “gli ebrei sono il male”, nei primi otto sui 10 risultati di ricerca che lo confermano – e, contemporaneamente, ottimizzano – cioè correggono – una parte dei risultati da mostrare. O come si dice nei media, li hanno “edited”, senza dire a nessuno che c’era stato un problema e senza spiegare su quale base erano stati alterati i risultati delle sue ricerche, o come e quale sarà la sua futura politica editoriale. Il suo motore di ricerca non suggerisce più che gli“ebrei sono  il male”, ma dice ancora che “L’Islam deve essere distrutto”. E anche questa informazione si sta diffondendo come un dato di fatto.

Perché Google può andare oltre quello che consente  la legge, se glielo permettiamo.  Con queste ricerche vende pubblicità. E ci guadagna con la negazione dell’Olocausto. Il suo algoritmo sta aiutando Stormfront  a raggiungere nuove reclute –  a costruire la prossima generazione di Thomas Mairs e di Breiviks – e intanto aumenta il suo bottom-line e  i suoi profitti trimestrali. Questa settimana, Chi Onwurah, il segretario-ombra di Stato per Cultura, Media e Sport ha twittato la sua preoccupazione per questo fatto, ma ha osservato: “Sono sicuro che quelli di @google diranno di non essere responsabili per quei risultati”.

E invece sono proprio questo:  Sono Responsabili. Google scrive i codici che comandano l’algoritmo che restituisce i risultati. Il modo in cui scrivono questi codici è lo stesso usato per valutare l’autorità e la credibilità, è tutto questo che consente  a Stormfront di diffondere le sue menzogne e di vomitare tutto quel veleno, solo per effetto della (poca) responsabilità di Google. Quando il ministro ombra fa un cenno su questo punto tralascia di dire proprio questo, ma noi abbiamo un’idea chiara sulla vera portata del problema.

Che è un nostro problema: per quale motivo dobbiamo lasciare che queste multinazionali si impossessino delle nostre vite, sotto tutti gli aspetti ? E’ un progetto voluto? Il progetto di Google Transparency  ha diffuso  documentazione che dimostra che l’azienda è diventata uno dei più grandi spender tra i lobbisti del governo degli Stati Uniti. Ha anche dimostrato che sia negli Stati Uniti, che nel Regno Unito e in Europa ci sia stata sempre una porta aperta tra esponenti del governo per assumere posizioni di rilievo nell’ambito di Google – lo stesso progetto ha dichiarato che  251  funzionari  del governo USA e  80 dei governi europei sono stati  assunti o sono in procinto di essere assunti da Google.

Così funziona il potere, in un verso e nell’altro: l’ultima volta che scrissi qualcosa che non piacque a Google, ricevetti una chiamata da Peter Barron, capo dell’Uffico Stampa di Google nel Regno Unito, che tenne a sottolineare le relazioni esistenti – positive e vantaggiose – tra  Google e il Guardian, il gruppo di media proprietario dello spazio su cui scrivo.

Il modello di business di Google è costruito intorno all’idea che si tratti di una piattaforma neutra. Che con le sue magiche onde algoritmiche e con la sua bacchetta magica fornisca risultati magici senza nessun intervento inquinante di un essere umano. Disperatamente non vuole essere visto come una media company, come un fornitore di contenuti, come un media di notizie e di informazioni che potrebbe doversi assoggettare alle stesse regole che si applicano agli altri media.

Ma questo è esattamente quello che è.  Le rettifiche (editing) fatte questa settimana sui contenuti degli  evil Jews  hanno dimostrato esattamente questo. E tutto  il nostro fallimento – il fallimento dei nostri politici e della stampa tradizionale – ha a che fare proprio con questo fatto e ci fa essere complici del crimine. Siamo collusi con loro quando diffondono odio e menzogne.

Le leggi aumentano, in quantità, in tutto il mondo e devono includere anche Internet che sta facendo aumentare i suoi contenuti, che sta viaggiando di più e che sta andando più lontano. Legge come vuole – cambiandole – le domande che gli vengono poste – l’Olocausto è veramente accaduto? Gli ebrei sono il male? L’Islam deve essere distrutto? – e seleziona le rispose da dare. Sta rimodellando il mondo, riscrivendo la storia, sta riavviando la mente delle persone, sta cambiando il nostro modo di conversare, sta riformulando le nostre domande e  sceglie le risposte. Ma questo è il nostro mondo. Il nostro internet. La nostra storia. E dobbiamo svegliarci e guardare bene quello che sta accadendo in questo momento sul nostro computer, sul telefonino che portiamo in tasca e sul Tablet in camera da letto di nostro figlio. E’ una scelta nostra: dobbiamo fare qualcosa.

Oppure dobbiamo accettare la verità secondo Google. Convincerci che sei milioni di uomini non sono morti. Che l’Olocausto non è mai avvenuto. Che, in fondo, non è stata nemmeno una cosa tanto grave da doversela ricordare.

 

CAROLE CADWALLA

Fonte : https://www.theguardian.com

Link : https://www.theguardian.com/commentisfree/2016/dec/11/google-frames-shapes-and-distorts-how-we-see-world

11.12.2016

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l’autore della traduzione  Bosque Primario


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