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George

DI DANILO ARONA

carmillaonline.com

(A George Romero, straordinario profeta dell’Apocalisse che sta per giungere.)

Nell’estate del 1969 si restava in città. All’epoca reputato troppo giovane per andarmene via da solo, ma già troppo in là con l’età per accompagnare i miei in vacanza sulla riviera ligure, preferivo la città vuota alla folla di spiaggia.

Si restava in città con altri propri simili e si andava al cinema, a vedersi qualsiasi cosa. Allora i cinema non chiudevano per l’estate e al massimo si concedevano una striminzita pausa ferragostiana. C’era un sacco di materiale filmico da visionare: horror di Corman mai passati negli anni addietro e reintitolati secondo un discutibile principio estivo delle distributrici regionali, sconosciuti B movie e altrettanto ignoti capolavori da cogliere al volo. L’estate, alla fine degli anni Sessanta, era manna per il cinefilo e peraltro quelli era un periodo di opere straordinarie e seminali (Easy Rider, Il mucchio selvaggio, La notte dell’agguato e molto altro ancora).

Credo fosse luglio quando vedemmo la locandina, io e miei analoghi cinemaniaci, de La notte dei morti viventi, a firma di un oscuro George A. Kramer: pensammo subito a un film tappabuchi, “povero” e dimenticabile. Ma comunque da vedere. Perché io e i miei analoghi non ci facevamo mancare nulla di quel che usciva in provincia soprattutto se apparteneva al nostro genere preferito. E dato quel che si leggeva nella locandina (“Escono la notte dalle loro tombe per divorare gli esseri che vivono”), con un bel teschione in primo piano sulla sinistra accanto al titolo, una mano che sgusciava fuori dalla terra, la luna piena oscurata da una nuvola e tre figure deambulanti tra le croci, non nutrimmo dubbi neppure per un attimo.

Ci fiondammo, credo di pomeriggio, e nei primi secondi di proiezione, nella sala quasi deserta prevalse lo scoramento collettivo. Il film iniziava direttamente, ovvero orbo di qualsiasi sigla di una qualche distributrice importante, con un campo lungo di una strada di campagna, quanto mai squallida e secondaria, e si mostrava in bianco e nero. Da supremi ignoranti quali eravamo, nutrivamo pregiudizi assurdi nei confronti della “assenza” del colore. Ci sentivamo felicemente abituati alla poetica sgargiante della Hammer e avevamo archiviato i più recenti successi horror del tempo come (anche) notevoli esempi di technicolor (dal ciclo Corman/ Poe a Rosemary’s Baby, uscito pochi mesi prima, ivi conteggiando anche l’elegante trittico tratto dai racconti di Poe, Tre passi nel delirio, e persino un tradizionale “Quatermass” convertitosi al colore – e alla barba post beat generation -, L’astronave degli esseri perduti, di Roy Ward Baker). Bastò pochissimo tempo per mettere in fuga lo stolto pregiudizio. Perché quel film, diretto da uno che aveva lo stesso cognome di un  simpatico maestro di musica italico (Gorni), ti prendeva subito alla gola per quel faceva vedere e per come lo faceva vedere.

Il sonoro sembrava quello tradizionale dell’epoca per film del genere: effetti un po’ psichedelici, su tappeti di archi e oboe, con dissonanze crescenti[1]. E mentre quella strada piuttosto malmessa, con l’asfalto vistosamente crepato in più punti (forse persino allora la mafia italiana gestiva le gittate del cemento anche in America…), si animava della presenza di un’unica macchina, partivano i titoli: pochi, essenziali, ridotti al minimo indispensabile, a conferma che di produzione povera, appunto, si trattava. E il cacciatore pignolo che in me non sonnecchiava captò subito l’anomalia con il cognome registico denunciato sulle locandine: il tipo non si chiamava Kramer, ma Romero. Argh, non ci spacceranno per americano un film iberico?

Certo, eravamo dentro, nel buio amniotico di una sala estiva priva di aria condizionata nella quale i pochi spettatori fumavano per mille. Sospendemmo trancianti e prematuri giudizi. Quella lunga macchina chiara, dopo la fine dei titoli, entrava in un cimitero di campagna. A bordo due fratelli, lui e lei, poco conformi ai canoni estetici dell’epoca. Biondi, con gli occhiali lui e non bella, ossuta, lei. Insomma, tipi normali, con tranci di dialogo all’apparenza senza importanza sull’ora legale, una stazione radio che non funzionava, la lunghissima strada percorsa per portare dei fiori sulla tomba della madre. Si capiva, ovvio, che il “levare” stava ingranando le marce. E già s’intuiva che quel che si vedeva sullo schermo non lo si era mai visto sino ad allora.

Gli horror “di prima”, chi più chi meno (fatte alcune debite eccezioni, frutto però di incursioni “esterne” come, appunto, il capostipite demoniaco di Polanski) erano sostanziosamente “finti”, artificiosi, con una quasi sempre involontaria nota grottesca al loro interno che ne minava in modo irrimediabile il vitale presupposto della verosimiglianza. Questo aspetto, ben percepito e tutt’altro che subliminale, era una delle regole del gioco e in quel decennio che si avviava alla conclusione pochi e fondamentali titoli vi si erano sottratti (ne possiamo citare due, guarda caso, in bianco e nero: Psycho di Hitch e The innocents di Jack Clayton, conosciuto nel bel paese come Suspense… mah).

In quel primo assaggio di pellicola no. La location era autentica, anche perché “Kramer” aveva fatto di necessità virtù, girando in luoghi esistenti (avremmo avuto tutto il tempo per scoprirlo). I due, Johnny e Barbara, ingaggiavano fra loro una strumentale quanto autoironica discussione con lui, recante una croce floreale sottobraccio, che diceva alla sorella: “Non c’è anima viva” e lei che replicava: “Perché è tardi”, e subito dopo lo rimproverava per avere dormito un po’ troppo. Se la memoria non m’inganna, qualcuno accanto a me gracchiò ad alta voce, subito zittito da chi non gradisce interazioni tra il pubblico e lo schermo durante un horror: “Ma è scemo o lo fa? In un cimitero non c’è anima viva? Ma chi le scrive, ‘ste cazzate!”

Lo spiritoso fu costretto a ricredersi da lì a qualche secondo. Deposta la croce, Barbara s’inginocchiava davanti alla tomba della madre, mentre la colonna sonora musicale cedeva il suo posto al fischio incessante del vento. Il tempo peggiorava e infatti un lampo con relativo tuono illuminò la scena. Fu in quel frangente, dopo che Johnny aveva sollecitato la sorella a sbrigarsi e dopo averlo visto rimettersi i guanti neri per tornare a guidare, che gli autori decisero di far apparire per la prima volta il “mostro”. Appariva dentro una soggettiva di Johnny, quanto mai distratta: un tipo vestito di nero in fondo campo che camminava tra le tombe – non proprio normalmente, diciamo che… arrancava. Come se fosse stato oppresso da un’invincibile stanchezza che lo costringeva a strascicare i piedi.

A distanza di oltre quarant’anni, questo assaggio – un po’ più che subliminale – si riconferma come il parto di una mente geniale. Perché la sua percezione si situa proprio sul confine dell’esitazione. Se non fossimo già indirizzati alla vera identità del disturbatore dallo stesso titolo del film, quello potrebbe essere chiunque, dal custode del cimitero a un altro visitatore che si sta attardando. Infatti Johnny non gli dava alcun peso e anzi, quasi come ispirato dalla sua presenza sullo sfondo della scena, si metteva a canzonare la sorella, a imitazione di certi, privatissimi scherzi infantili.

“I morti ti prenderanno, Barbara!”, cantilenava lui alle spalle di lei, mentre comunque i due fratelli si ponevano in direzione di ritorno verso l’uscita. E poi, visto che il tipo di prima si stava approssimando dal fianco destro: “Guarda, eccone uno che arriva!”

Si capiva al volo, anche se era il ’69, che lo scherzo non era tale. Infatti, come il fratello finse di darsela a gambe, il tipo caracollante e con la giacca sporca e stazzonata (a indizio di qualcosa che stonava), ormai giunto in prossimità di Barbara, le volò addosso piantandole le mani al collo.

“E’ quello il morto vivente?”, pensai, “sì, ma chi mi ricorda?”.

Anche con il giusto senno del poi, in quella faccia si agitava un piccolo mix di reminiscenze. Intanto rammentava Boris Karloff, grande icona storica del cinema horror. Ma non solo. Peccato che allora non ci arrivai subito. Avevo 19 anni, che pretendete? A quell’età lì, per quanto fanatici si possa essere di mostri e affini, la gnocca – allora disponibile e rivoluzionaria – scalpitava in pole position. Anni successivi e più meditativi mi ci avrebbero poi fatto ragionare: più che Boris Karloff, il primo Living Dead in azione dell’era Romero era quasi tal e quale il professor Karol Noymann, personaggio di un oscuro – ma importante – film di fantascienza degli anni Cinquanta, Assalto dallo spazio (Invisibile Invaders, 1957) di Edward L. Cahn. Suggestione tutt’altro che casuale, perché in primo luogo Noymann era stato interpretato da John Carradine, straordinario e allampanato attore pure lui icona dell’horror e capostipite dell’omonimia dinastia che annovera al suo seguito Keith e David, incredibilmente assomigliante a Bill Heinzman, l’attore che interpretava lo zombie e che era pure uno dei tanti produttori anonimi del film. Ma soprattutto perché Invisibile Invaders resta forse, assieme a La lunga notte dell’orrore di John Gilling, il precedente più significativo de La notte dei morti viventi: un film d’invasione aliena nel quale extraterrestri invisibili provenienti dalla Luna si trasferiscono nei cadaveri delle persone defunte di recente, producendo una mini-invasione di Living Dead (in bianco e nero, con gli zombie che si muovono da veri zombie, catatonici e lo sguardo fisso, deambulazione meccanica) che verrà poi, secondo i parametri del genere, vanificata dallo scienziato buono di turno.[2]

Insomma, piacevole déjà vu (peraltro anima del genere), ma quel che succedeva subito dopo faceva capire la “diversità” di quella notte che si apprestava a calare. L’aggressione era vera, violentissima e il clone misto di Karloff/ Carradine tentava a più riprese di infilare i denti tra il collo e la spalla del malcapitato Johnny, purtroppo destinato a sfracellarsi la zucca contro lo spigolo di una tomba. Tra l’altro, come spesso capitava “prima” di quel film, ora la macchina da presa non puntava il suo sguardo in altro loco, ma ci vedeva proprio vedere quel che accadeva. E ci faceva pure “sentire”… rumori, digrignare dei denti, le urla animalesche del Living Dead.

Appunto, dicevamo del “come”. Uno stile grezzo, documentaristico, realistico: niente nebbioline da notti gotiche in cimiteri di cartapesta. Qui, come già detto, le location erano autentiche. Poi, sullo schermo accadde tutto quello che è già stato consegnato al mito: Barbara che fuggiva inseguita dal mostro e che capitava in una fattoria all’apparenza isolata; l’incontro con Ben, l’uomo di colore, che per un po’ si comportava come il Mitch Brenner de Gli uccelli, asserragliandosi all’interno e sbarrando le finestre con assi di legno (e sottolineando una precisa linea di continuità tra il capolavoro di Hitchcock del ’63 e questo film); poi la scoperta di altri superstiti dentro la casa, la formazione del manipolo – espediente tipico dei film-diligenza o “d’assedio”: gli zombie assedianti che all’esterno si moltiplicavano; lo spot drammaturgico-mediatico della radio e della televisione, come elemento dirompente e comunicativo all’interno della fattoria, che a voler fare i pignoli, proviene dal grandissimo racconto di Daphne du Maurier da cui Hitch trasse – buttandolo via – il suo film Gli uccelli; la dissoluzione psicologica del gruppo; l’assedio, la lotta, l’orrido banchetto degli zombie con gli umani alla griglia, l’indifferente cinismo con cui i “volontari” sparano sugli zombie senza porsi domande… Un cinismo sul punto di trasformarsi in autentico piacere. Ne avremmo avuto conferma nei decenni successivi.

Il film ci sconvolse e, ovvio, ci piacque immensamente. Va da sé: era l’estate del ’69 e avevamo visto un horror che rompeva tabù (concettuali e visivi) e convenzioni. Fosse stato solo per noi, si era già guadagnato il titolo nobiliare di “manifesto”. Con la bambina che prima si mangiava il padre e poi uccideva la madre. Un genere considerato un sottoprodotto che su guadagnava persino una dignità politica. E il finale? Degno dei finali “a schiaffo” dell’epoca. Straordinario: l’unico “eroe”, nero, che si salvava ma che veniva ucciso dai bravi restauratori dell’ordine perché scambiato per un mostro… Entusiasmo alle stelle.

All’uscita dal cinema l’imperativo di gruppo era uno solo: diffondere il verbo. Invitare più gente possibile, – a metà Luglio! -, a vedere quel film. George Romero-Kramer sarà il nostro Vietnam… Impresa tutt’altro che facile. Perché?, vi chiederete.

Sì, ho una certa età, ma pure una memoria da elefante. Ricordo bene come in quegli anni, dominati da un certo cinema di tendenza che voltava pagina tra avanguardie, sperimentalismi e abbattimento delle poetiche dei generi, proprio questi ultimi divenissero di colpo gli oggetti preferiti di letture critiche smaccatamente ideologiche. L’unzione e la gogna di “pellicola fascista, reazionaria e potenzialmente pericolosa” venivano distribuite con somma e sospetta generosità senza distinguere il buono dal cattivo: grandi generi popolari come il western (quello americano in quel momento più crepuscolare che mai, quello italiano no…) e il poliziesco-poliziottesco non potevano che essere strutturalmente “di destra”.

Di tanto sospetto godevano anche l’horror e il fantastico in genere (e sì che solo nel ’67 erano uscite pellicole a loro modo innovative come Per favore non mordermi sul collo di Polanski, Il giardino delle torture di Freddie Francis, Privilege di Peter Watkins, Assassinio al terzo piano di Curtis Harrington e I nervi a pezzi di Roy Boulting), al punto tale che la critica “impegnata”, che tirava tutta a sinistra e che peraltro era l’unica da potersi leggere, proprio non se li filava. Però, se Kubrick nell’anno fatidico della rivoluzione planetaria, sdoganava la fantascienza con 2001 Odissea nello spazio, in modo tutt’altro che kubrickiano qualcosa del genere riusciva a fare l’oscuro Kramer- Romero.

Eh, già, perché quell’horror – unico caso al mondo per l’epoca – era, quanto meno sembrava, “di sinistra”. Attaccava la famiglia, la società, denunciava il Vietnam, l’anima bellica dell’America e il razzismo. Il cannibalismo era soprattutto culturale. E poi quant’era bello, espressionista, claustrofobico, a suo modo hitchockien con quella casa assediata in mezzo al nulla che un po’ (troppo) ricordava, come già scritto, la Brenner House de Gli uccelli. Mentre con noi altre migliaia di pard diffondevano il verbo per l’Italia e nel  mondo, non  ci volle molto a saperne di più su George A. Kramer-Romero. Intanto, che, per quanto nato a New York, veniva da Pittsburgh, laddove il film era stato girato in economia con l’aiuto fisico della gente del luogo che aveva fornito comparse (se stessi) e pure dollari per la modesta produzione. Scoprimmo (non ci volle molto) che in Italia, la FIDA, casa distributrice del film, aveva pensato male che George per il suo film d’esordio doveva evitare  di presentarsi con il suo autentico cognome di lontane provenienze ispaniche: io avevo ipotizzato che non tutto il male vien per nuocere perché George avrebbe potuto essere confuso con Eddie Romero, il prolificissimo regista filippino classe 1924 che nello stesso periodo affliggeva i fan con i suoi orrendi “Beach Parties Horror”, uno visto anche in Italia e non mancante nella nostra collezione, Terrore sull’isola dell’amore, ovvero Brides of Blood del ’68.

Al di là di ogni altra considerazione a latere, La notte dei morti viventi era un grande film. Grande soprattutto perché non allineato. Perché faceva sul serio paura e non stimolava grottesche risate come tanti horror del periodo. E si sposava, come accennato, al clima politico di rivolta del periodo.

1969, un anno dopo il ’68 (ma il film negli USA uscì proprio nel ’68 ed era per forza stato girato prima). Dice qualcosa? Dice qualcosa il Vietnam?

Dice qualcosa il nome di Tom Savini?

Savini non frequentava ancora l’universo romeriano. Ma, da lì a qualche anno, lo avrebbe fatto. Era il suo destino, il suo karma. Lo era a tal punto che già Romero lo aveva interpellato nel ’67, ma Tom aveva dovuto partire per il Vietnam.

Ebbene, la vicenda prima umana e poi artistica di Savini potrebbe suggerire qualche considerazione anche sull’esordio di George.

Premesso che all’inizio della sua carriera artistica l’uomo non rilasciava dichiarazioni sulla valenza politica della sua opera (l’avrebbe fatto con una certa generosità negli anni successivi), resto però convinto che immagini, fatti, stimoli etc. riescano a “entrare dentro” quasi sempre a dispetto della coscienza dell’interessato. Allora, parliamo di guerra del Vietnam, iniziata formalmente per gli Stati Uniti nel 1964, ma forse già in atto sin dal ’62: una guerra fantasma per molto tempo, di cui si leggeva solo in Occidente la versione – appunto – “occidentale” delle fasi belliche. Ma già sin dal 1966 qualcosa inizia a rompersi in questo rapporto fiabesco tra notizia e percezione della medesima: accade quando le prime immagini della vera guerra del Vietnam, non più una favola addomesticata senza morti, entrano nelle case degli americani, creando una nuova, inedita “soglia” della sopportazione visiva. Qualcuno dichiarerà saggiamente: “Vinciamo sul campo ma perdiamo nei salotti”, e che certe tremende immagini diano la stura alla contestazione globale del conflitto vietnamita non ci piove. Come scrissero anche, molti anni dopo, Skipp & Spector[3], gli americani furono costretti a forza a ingurgitare a colazione cadaveri e napalm. E soprattutto a prendere coscienza di uno sterminio gratuito da una parte e dall’altra. Di più: costretti a guardare corpi orrendamente violati, dalle quali escono frattaglie, cervelli e sangue. Insomma, gli americani scoprono che la guerra non solo è un genere cinematografico, ma piuttosto una realtà che fa schifo.

Protagonisti di questa stagione – che fu l’autentico preambolo sociale del linguaggio splatter nelle arti visive – erano i reporter dal fronte che smontarono anche, con le loro testimonianze e spesso a prezzo della vita, il castello propagandistico costruito per l’opinione pubblica interna. Tom Savini stava fra costoro e, come ricorda Luca Farulli[4], “sarà questa l’esperienza che lo segnerà profondamente a livello professionale: il contatto con la morte, con i cadaveri dilaniati, il sangue, l’orrore della sofferenza, la scoperta della carne fragile e vulnerabile. La guerra non lo purga della fantasia e della sua attrazione per l’orrore, ma si rende scuola per la sua inclinazione artistica. Matura in lui la necessità dell’iperrealismo, la consapevolezza e il ridimensionamento della sua visionarietà a una definizione fondamentale: nulla è più crudo e sconvolgente della pura, semplice realtà.”

Sembra iperbolica l’illuminazione “dal futuro” da parte di Savini dell’opera prima di Romero? Penso di no, dato che i due sono destinati a incontrarsi e a stabilire un sodalizio importante a tal punto che sarà proprio Savini a firmare l’autentico remake de La notte dei morti viventi. Ma restiamo, se possibile, ancora per qualche secondo in quella sala buia nel luglio del ’69.

Perché? Perché noi il Vietnam ce lo vedemmo, e come, in quell’horror girato con pochi quattrini in quel di Pittsburgh? Sbagliavamo?

Penso di no. Anche perché stiamo in buona compagnia:

“La vacillante massa dei morti che escono dalle loro tombe diventa una vero e proprio moto rivoluzionario contro la società moderna” (Alex Visani[5])

“Il film non è ambientato in Transilvania bensì in Pennsylvania. E’ il centro degli Stati Uniti a essere in guerra e gli zombie sono un grottesco riferimento all’allora violento conflitto in Vietnam” (Elliot Stein[6])

La notte dei morti viventi è un film horror sugli orrori del Vietnam. Anche se non sono presenti vietnamiti nel film, essi costituiscono una presenza assente che può essere compresa analizzando l’intera trama. Cinegiornali, operazioni di rastrellamento, elicotteri, la carneficina finale: tutto richiama il Vietnam.” (Sumiko Higashi[7])

E come non citare il sempre acutissimo Steve Della Casa?[8]

La notte dei morti viventi è il primo film di guerriglia metropolitana (anche se è ambientato in campagna. I protagonisti sono tre gruppi di individui: gli assediati, i volontari dello sceriffo, gli zombie. Esprime una società in cui si sono disgregati i valori positivi e di progresso, una società che produce al suo interno una vera e propria mutazione genetica che non è più in grado di controllare e che la distruggerà dalle fondamenta. La legge e l’ordine sono ormai istinto di sopravvivenza e di sopraffazione, aggressività meccanica non dissimile da quella che spinge persone morte a cercare cibo. La notte dei morti viventi è il film che maggiormente visualizza la fine del mito americano, la dichiarata impossibilità a ricercarne la fondazione. Sappiamo che questo dato allora sembrava scontato e irreversibile, mentre oggi l’America ha ritrovato fiducia in se stessa e l’aggressività verso gli altri,[9] al punto da riscrivere proprio attraverso il cinema la storia della sua più grande sconfitta politica e militare, il Vietnam. Ma i morti viventi, e con essi Romero, non hanno cambiato idea: anzi, sono sempre più corrosivi e sempre più irriducibili.”

 

Danilo Arona

Fonte: www.carmillaonline.com

Link: https://www.carmillaonline.com/2017/07/19/george/

19.07.2017

[1] La particolare colonna sonora che caratterizza l’angoscioso soundtrack de La notte dei morti viventi  non fu composta per il film bensì fu creata attingendo alla grande discoteca della Hardman Associates. Molto deriva dall’archivio della Capitol Records e dall’assemblamento in seguito si decise di produrre anche un album. Tra gli autori scelti troviamo Ib Glindemann, Philip Green, Geordie Hormel, William Loose, Jack Meakin e Spencer Moore. Alcuni brani erano già stati utilizzati in lavori cinematografici e televisivi precedenti, come nel B-movie di fantascienza Teenagers from Outer Space (1959). Nelle scena in cui Ben trova il fucile e in quella dove la radio riporta del disastro che si sta verificando si può sentire un pezzo musicale che può essere ascoltato in versione più estesa all’inizio del film La messaggera del diavolo (1961) nel quale recitava Lon Chaney Jr.; un altro pezzo è preso dall’ultimo episodio della serie TV Il fuggiasco, che era stata trasmessa l’anno precedente. Hardman, che lavorò alla colonna sonora insieme a Marilyn Eastman, disse di aver effettuato una scelta delle canzoni per ogni scena e Romero fece la selezione finale, dopodiché le intensificò elettronicamente.

[2]Sulla nostra stessa linea d’interpretazione troviamo il grande Joe Dante: “Invisible Invaders è un film molto simile a Night, anche nella trama… La gente dimentica spesso che anche la premessa di Night è basata su una trama con riferimenti allo spazio. Infatti sono film così simili che io non posso credere che George non abbia visto InvisibleInvaders.” da “Joe Dante su Night of the Living Dead”, intervista di Bill Krohn, in George A. Romero di Giulia D’Agnolo Vallan, op. cit.

[3]John Skipp e Graig Spector, Sullo spingersi troppo oltre o la narrativa dei divoratori di carne umana: nuove speranze per il futuro, introduzione a Il libro dei morti viventi, Bompiani, Milano, 1995.

[4]Luca Farulli, Tom Savini stregone, Acme, Milano, 1990.

[5] http://www.alexvisani.com

[6]Elliot Stein, The Dead Zones, http://www.villagevoice.com

[7] Sumiko Higashi, Night of the Living Dead, in “American Horrors: Essays on the Modern American Horror Film”, Ed. Gregory A. Waller – Urbana, University of Illinois Press, 1987.

[8]Stefano Della Casa, Su George A. Romero regista morale (e, incidentalmente, su Charles Manson), in Incubiamericani 68-86, a cura di Giulia D’Agnolo Vallan, Daniela Giuffrida, Giuseppe Salza, Roberto Turigliatto, Movie Club, Assessorato per la Cultura – Città di Torino, 1986.

[9]Pezzo scritto a metà degli anni Ottanta e che ci fa riflettere su come la figura dello zombie romeriano sia intimamente legata ai mutamenti della società, americana e non. Non è un caso che l’ultimo film della serie abbia dentro il titolo la parola “survival”.

 

Pubblicato da Davide

  • DesEsseintes

    Lanotte dei morti viventi è il film che maggiormente visualizza la fine del mito americano, la dichiarata impossibilità a ricercarne la fondazione.

    Che c’entra il mito americano.
    I mostri vengono da altre parti, da dove ci hanno insegnato a escluderli e relegarli in quanto inaccettabili.
    Ma sono comunque parte integrante di noi stessi, la parte che un giorno pretendeva di essere pienamente autonoma e a legibus soluta.
    Siamo combattutti fra il desiderare il loro ritorno che sentiamo come un riscatto lungamente atteso e infatti andiamo a vedere quei film, leggiamo quei libri o guardiamo quei quadri che li fanno vedere come se fossero vivi; l’obbligo di doverli uccidere ancora una volta come ci hanno costretti a fare tramite le imposizioni dell’educazione, dell’istruzione e dei codici logici del linguaggio (tramite la sanzione punitiva e/o l’esposizione al ridicolo di fronte a tutti oer il non volersi adeguare); e infine il terrore che si vogliano vendicare ossia cediamo nuovamente all’imposizione dell’ordine voluto dal gruppo.

    Si può fare una fenomenologia dei mostri, vampiri, lupi mannari, extraterrestri, fantasmi, anche la figura del killer a pagamento rientra nella stessa fattispecie, ma oggi quella più brutale e corrispondente ai nostri tempi di semplificazione culturale e spirituale è proprio lo zombie.

    L’educazione, cioè le imposizioni di cui è portatore il padre in nome della società, si preoccupa per prima cosa di trasformare i bambini in individui

    1) che ragionino e PARLINO in maniera coerente cioè che siano prevedibili e sappiano eseguire bene gli ordini

    2) che abbiano e siano in grado di sostenere una e una sola immagine di sé

    3) che pensino secondo lo schemi dominante che da noi è quello logico, il più funzionale a un ordine sociale gerarchico basato sulla divisione dei compiti

    4) che si sappiano coordinare cioè che anche nelle movenze rispecchino quell’ordine che è considerato essenziale oer la riproduzione/perpetuazione del gruppo

    Si tratta di una pesantissima costrizione per il bambino che ragiona ancora in termini affettivo/analogico/intuitivi quindi in sostanza ha più “io” che prendono il sopravvento a seconda delle situazione e che quindi pensa in maniera che gli adulti considerano “incoerente”, che si trova ancora allo stadio di dover decidere cosa vuole essere e non ritiene ancora indispensabile adeguarsi al modello proposto dal padre, che comprende benissimo come l’aderire a degli schemi logici lo priverà per sempre della intuitività analogica che è pienamente sua a favore di quella logico deduttiva di cui sono padroni solo gli adulti dominanti (per cui il figlio di subalterni avrà molti più problemi con il pensiero astratto filosofico di quanto li avrà il figlio di dominanti).

    Il mezzo per mettere in atto la costrizione sono

    1) la repressione fisica (percosse e punizioni di vario tipo)

    2) l’esposizione al ridicolo

    Alla fine il bambino cede e reprime tutta una parte di sé stesso che in realtà ama profondamente ma che si trova costretto a ritenere che sia quella la colpevole delle punizioni che gli vengono inflitte

    In altre oarole il bambino è obbligato a tradire la parte che più ama di sé e a considerarla “male”.

    Quelka parte di sé però resta sempre presente: torna nei sogni e soprattutto torna nelle opere d’arte sotto forma appunto di “esseri inaccettabili” cioè di mostri.
    Vampiri, lupi mannari, spettri, dinosauri, fantasmi, mostri spaziali, sono tutti esseri che dovremmo temere ma che ci affascinano irresistibilmente, per i quali paghiamo addirittura un biglietto per poterli guardare in azione come se fossero vivi e veri.

    Naturalmente però dobbiamo desiderare di ucciderli, dobbiamo credere di doverci difendere da loro, dobbiamo convincerci che vengono per farci del male.
    Eppure sotto sotto facciamo il tifo per loro.

    Lo zombie è l’ultimo stadio più semplificato possibile di rappresentazione del mostro cioè dell’opposto dei quattro punti dell’educazione elencati sopra.

    1) non ragiona ossia non si sa perché vuole uccidere e soprattutto NON SA PARLARE

    2) non ha una immagine coerente perché perde i pezzi ed è corroso dalla putrefazione

    3) non pensa dato che non si sa perché voglia uccidere anzi non ha proprio una sua reale volontà

    4) è completamente scoordinato nei movimenti

    Lo zombie è l’immagine del noi represso dall’educazione che torna indietro.
    Ne siamo affascinati perché andiamo in massa al cinema a vederli ma ci sentiamo obbligati arioetere ritualmente su di lui (zombie) quella violenza bestiale che hanno esercitato su di noi educandoci e costringendoci a pensare che quel “noi” pre sociale fosse il colpevole, il capro espiatorio da accusare per le punizioni che ricevevamo.

    E infatti il film di zombie in cosa consiste?

    In una scusa narrativa esilissima che giustifichi la rappresentazione di una violenza scomposta e spietata su quei mostri ai quali si può fare qualsiasi cosa, anzi si “deve” fare qualsiasi cosa in particolare spappolargli il cranio in maniere che vengono rese con una graficità molto esplicita con infinite variazioni di grandguignolesca creatività.

    Il rito (pseudo) liberatorio collettivo del film di mostri consiste nel divertirsi tutti insieme a massacrare il nostro io infantile che tanto tempo fa si rifiutava di essere incasellato come semplice pedina il cui unico scopo esistenziale è essere funzionale al sistema.

    Ribadiamo che il capro espiatorio è lui eppure allo stesso tempo riusciamo a convincerci di aver sconfitto le forze del male che ci minacciano.

    In altre parole: esercitando la violenza tetrale collettiva sul mostro dichiariamo che il colpevole della violenza che il potere esercita su di noi siamo…noi stessi…cioè per evitare altra violenza su di noi la esercitiamo preventivamente e collettivamente…sempre su di noi…
    Solo che non sappiamo più chi è il “noi” e ci convinciamo che l’unico “noi” valido che ci possa garantire la libertà è quello stesso potere che esercita la repressione fin dai tempi della prima educazione.

    Il sogno americano c’entra molto poco con gli zombie.

    Lanotte dei morti viventi è il film che maggiormente visualizza la fine del mito americano, la dichiarata impossibilità a ricercarne la fondazione.

    Che c’entra il mito americano.
    I mostri vengono da altre parti, da dove ci hanno insegnato a escluderli e relegarli in quanto inaccettabili.
    Ma sono comunque parte integrante di noi stessi, la parte che un giorno pretendeva di essere pienamente autonoma e a legibus soluta.
    Siamo combattutti fra il desiderare il loro ritorno che sentiamo come un riscatto lungamente atteso e infatti andiamo a vedere quei film, leggiamo quei libri o guardiamo quei quadri che li fanno vedere come se fossero vivi; l’obbligo di doverli uccidere ancora una volta come ci hanno costretti a fare tramite le imposizioni dell’educazione, dell’istruzione e dei codici logici del linguaggio (tramite la sanzione punitiva e/o l’esposizione al ridicolo di fronte a tutti oer il non volersi adeguare); e infine il terrore che si vogliano vendicare ossia cediamo nuovamente all’imposizione dell’ordine voluto dal gruppo.

    Si può fare una fenomenologia dei mostri, vampiri, lupi mannari, extraterrestri, fantasmi, anche la figura del killer a pagamento rientra nella stessa fattispecie, ma oggi quella più brutale e corrispondente ai nostri tempi di semplificazione culturale e spirituale è proprio lo zombie.

    L’educazione, cioè le imposizioni di cui è portatore il padre in nome della società, si preoccupa per prima cosa di trasformare i bambini in individui

    1) che ragionino e PARLINO in maniera coerente cioè che siano prevedibili e sappiano eseguire bene gli ordini

    2) che abbiano e siano in grado di sostenere una e una sola immagine di sé

    3) che pensino secondo lo schemi dominante che da noi è quello logico, il più funzionale a un ordine sociale gerarchico basato sulla divisione dei compiti

    4) che si sappiano coordinare cioè che anche nelle movenze rispecchino quell’ordine che è considerato essenziale oer la riproduzione/perpetuazione del gruppo

    Si tratta di una pesantissima costrizione per il bambino che ragiona ancora in termini affettivo/analogico/intuitivi quindi in sostanza ha più “io” che prendono il sopravvento a seconda delle situazione e che quindi pensa in maniera che gli adulti considerano “incoerente”, che si trova ancora allo stadio di dover decidere cosa vuole essere e non ritiene ancora indispensabile adeguarsi al modello proposto dal padre, che comprende benissimo come l’aderire a degli schemi logici lo priverà per sempre della intuitività analogica che è pienamente sua a favore di quella logico deduttiva di cui sono padroni solo gli adulti dominanti (per cui il figlio di subalterni avrà molti più problemi con il pensiero astratto filosofico di quanto li avrà il figlio di dominanti).

    Il mezzo per mettere in atto la costrizione sono

    1) la repressione fisica (percosse e punizioni di vario tipo)

    2) l’esposizione al ridicolo

    Alla fine il bambino cede e reprime tutta una parte di sé stesso che in realtà ama profondamente ma che si trova costretto a ritenere che sia quella la colpevole delle punizioni che gli vengono inflitte

    In altre oarole il bambino è obbligato a tradire la parte che più ama di sé e a considerarla “male”.

    Quelka parte di sé però resta sempre presente: torna nei sogni e soprattutto torna nelle opere d’arte sotto forma appunto di “esseri inaccettabili” cioè di mostri.
    Vampiri, lupi mannari, spettri, dinosauri, fantasmi, mostri spaziali, sono tutti esseri che dovremmo temere ma che ci affascinano irresistibilmente, per i quali paghiamo addirittura un biglietto per poterli guardare in azione come se fossero vivi e veri.

    Naturalmente però dobbiamo desiderare di ucciderli, dobbiamo credere di doverci difendere da loro, dobbiamo convincerci che vengono per farci del male.
    Eppure sotto sotto facciamo il tifo per loro.

    Lo zombie è l’ultimo stadio più semplificato possibile di rappresentazione del mostro cioè dell’opposto dei quattro punti dell’educazione elencati sopra.

    1) non ragiona ossia non si sa perché vuole uccidere e soprattutto NON SA PARLARE

    2) non ha una immagine coerente perché perde i pezzi ed è corroso dalla putrefazione

    3) non pensa dato che non si sa perché voglia uccidere anzi non ha proprio una sua reale volontà

    4) è completamente scoordinato nei movimenti

    Lo zombie è l’immagine del noi represso dall’educazione che torna indietro.
    Ne siamo affascinati perché andiamo in massa al cinema a vederli ma ci sentiamo obbligati arioetere ritualmente su di lui (zombie) quella violenza bestiale che hanno esercitato su di noi educandoci e costringendoci a pensare che quel “noi” pre sociale fosse il colpevole, il capro espiatorio da accusare per le punizioni che ricevevamo.

    E infatti il film di zombie in cosa consiste?

    In una scusa narrativa esilissima che giustifichi la rappresentazione di una violenza scomposta e spietata su quei mostri ai quali si può fare qualsiasi cosa, anzi si “deve” fare qualsiasi cosa in particolare spappolargli il cranio in maniere che vengono rese con una graficità molto esplicita con infinite variazioni di grandguignolesca creatività.

    Il rito (pseudo) liberatorio collettivo del film di mostri consiste nel divertirsi tutti insieme a massacrare il nostro io infantile che tanto tempo fa si rifiutava di essere incasellato come semplice pedina il cui unico scopo esistenziale è essere funzionale al sistema.

    Ribadiamo che il capro espiatorio è lui eppure allo stesso tempo riusciamo a convincerci di aver sconfitto le forze del male che ci minacciano.

    In altre parole: esercitando la violenza tetrale collettiva sul mostro dichiariamo che il colpevole della violenza che il potere esercita su di noi siamo…noi stessi…cioè per evitare altra violenza su di noi la esercitiamo preventivamente e collettivamente…sempre su di noi…
    Solo che non sappiamo più chi è il “noi” e ci convinciamo che l’unico “noi” valido che ci possa garantire la libertà è quello stesso potere che esercita la repressione fin dai tempi della prima educazione.

    Il sogno americano c’entra molto poco con gli zombie.

    • natascia

      Sono pienamente d’accordo con questa analisi. Infatti una persona creativa alla quale sia stato permesso di conoscere anche superficialmente sé stesso, molto stranamente riuscirà ad appassionarsi a questo genere di opere.. forse l’aspetto estetico, o la sospensione temporale possono attrarla. Ma tema, della violenza sul mostro chiaramente riporta a ricordi onirici dell’ infanzia, a traumi non superati o non elaborati . Provo dolore , molto dolore, nel constatare l’impotenza genitoriale nel saper riconoscere , tutelare e difendere le peculiarità dei propri figli . L’azione del genitore, dettata dalla paura per il domani, si rifugia nel paradigma della coerenza voluta dal sistema gerarchico. Questo non solo oggi, sempre. Sempre , a parte brevi parentesi temporali ultima delle quali proprio coincidente con gli ultimi anni del 1960. Adesso questo ritorno …….

      • MarioG

        Secondo me ha frainteso:
        l’impotenza genitoriale consiste nel non portare a compimento i compiti 1) -4) elencati sopra, la cui negazione sono appunto i segni caratteristici 1)-4) del secondo elenco, che descrivono il tipo-zombi oggi dilagante.

        • natascia

          Che sappiano parlare in modo prevedibile e che siano coordinati lo darei per buono. Il dramma nasce dal non saper superare, spesso aimè, neppure da parte dei genitori , certe fasi infantili e adolescenziali che bloccano la crescita spirituale e intellettiva.

        • DesEsseintes

          Scusa ma io mica sono uno zombie…

          Lo zombie è come sei costretto a rappresentarti l’uomo che si rifiuta di sottomettersi agli schemi del potere.
          Gli zombie Mario…non esistono…immagino che su questo siamo d’accordo, giusto? (Per quanto Papa Doc si facesse passare per il Baron Samedi…roba che solo nelle Antille o in Africa occidentale…)
          Quindi tutte le pulsioni sovversive, che però possono essere anche giustamente motivate visto che anche tu ti opponi a certe imposizioni del potere, vengono messe nel calderone metaforico del mostro.

          Con importanti differenze perché per esempio il dinosauro piace di più ai bambini mentre il vampiro agli adulti.
          Il lupo mannaro è più proletario del vampiro, il killer a pagamento è un vampiro diventato un borghese imprenditore di sé stesso, Alien è la rappresentazione della totale perdita di un senso di appartenenza comune all’interno dei subalterni ma soprattutto fra subalterni e classi dominanti.

          Secondo me tu ti rifiuti di considerare che i punti 1-4 pur essendo in qualche modo inevitabilmente necessari potrebbero però non implicare per forza la totale castrazione delle qualità analogico intuitive che sono quelle che permettono una autonoma fruizione artistica, ossia non sono negative a priori, ma che però comportano anche una “pericolosa” attitudine alla ribellione all’autorità e a questo mira il potere imponendo una educazione che releghi quella facoltà nella dimensione “mostruosa”.

          Il piccolo dettaglio che evidentemente ti sfugge è che le classi dominanti NON ESERCITANO LA STESSA CASTRAZIONE che prescrivono implicitamente per i subalterni.
          Un figlio di classe dominante avrà una attitudine artistica istintiva (e vale anche per il pensiero astratto filosofico) nettamente superiore a quella di un figlio di piccolo borghesi o di lavoratori.
          La persona di classe dominante NON È più raffinatamente formale della persona subalterna ma al contrario è più indipendente e spontanea.

          Immagino che ti chiederai: “Ma allora come mai etc etc?”

          Perché per i figli di classe dominante la repressione educativa pesa di meno in virtù del fatto che a loro viene promesso che potranno comunque esercitare la violenza “liberatoria” sulle classi subalterne NELLA VITA quindi non avranno bisogno di esercitarla direttamente sul loro stesso inconscio (e per di più collettivamente che è la crudeltà peggiore che si possa immaginare).

          Io non credo, sono convinto di questo, che l’educazione al coraggio, alla serietà, allo spirito di sacrificio debba necessariamente realizzarsi tramite la castrazione delle facoltà analogico intuitive nonostante queste siano in naturale MA PROFICUO contrasto con quelle logico intuitive.

          Pensare che l’ordine logico deduttivo sia l’unica realtà alla quale ogni individuo deve sottomettersi fosse anche necessaria la violenza punitiva del genitore è qualcosa che serve solo al potere ossia a quelle classi dominanti CHE SI GUARDANO BENE DALL’IMPORRE LE STESSE COSTRIZIONI AI LORO FIGLI.

          Ossia, come detto, lo fanno, l’educazione delle classi dominanti passa rigidamente per il dominio e il controllo delle emozioni, ma con la promessa che questo gli servirà per poter scaricare il peso insopportabile di quella repressione sulle classi subalterne.

          In un post più sotto ti linko un riassunto del concetto di “spina” in Elias Canetti che illustra meglio questo concetto.

          • MarioG

            Io non sostengo che bisogna castrare alcunchè.

            In ogni caso stento a comprendere quello di cui parla. Basta prendere la frase:

            “l’ordine logico deduttivo sia l’unica realtà alla quale ogni individuo deve sottomettersi”

            L’ordine logico deduttivo non è una “realtà” né tantomeno un sovrano. E’ una “facoltà” come dice lei.

            Certo l’educazione comporta sempre costrizione (“repressione”, come insiste lei), poi può essere buona, meno buona, pessima educazione. Non è questa una grande scoperta.
            E non è che poi bisogna pensare alle rose senza spine (canettiane), come allusivamente scrive (o pare farlo).

            Se dovessi sforzarmi a dare una descrizione concisa del fine educativo direi che deve in primo luogo affrancare il nuovo venuto dalla schiavitù dell’impulso momentaneo. Non può farlo senza una dose di costrizione (il dovere è una costrizione etc.). Veda poi lei la forma più adatta.
            Non è pensabile che l’essere umano che nasce completamente egocentrico e al centro del mondo non incontri “costrizioni”, doveri e simili. Perchè poi le costrizioni le incontra comunque e più severe. Meglio prepararsi prima.
            Poi non so quale dose di facoltà analogico-intuitive ciò possa castrare. In effetti non ci vedo proprio un nesso (a priori).

            Comunque dovrebbe spiegarsi meglio, con dei modelli, riguardo alle peculiarità dell’educazione del subordinato e del dominante.
            Che cosa, di preciso, “scarica” John Elkann sulle classi subalterne e che proviene dalle sue spine educative?

            E poi vorrei capire cosa sta cercando di proporre, posto che l’educazione del dominante (secondo il suo schema) va bene solo per i pochi che possono disporre del loro puntaspilli.

          • DesEsseintes

            Che cosa, di preciso, “scarica” John Elkann sulle classi subalterne e che proviene dalle sue spine educative?

            Non mi puoi fare una domanda simile.

            E poi vorrei capire cosa sta cercando di proporre, posto che l’educazione del dominante (secondo il suo schema) va bene solo per i pochi che possono disporre del loro puntaspilli.

            Che forse esistono altre vie per le quali quella dose di costrizione, che è inevitabile, non finisce per trasformarsi necessariamente in una spinta obbligata a ripeterla (la costrizione-repressione) su altri.
            Credo che sia possibile ma mi chiedo se interessi a qualcuno.
            Probabilmente no.

          • Gino2

            Si io continuo a risponderti nonostante tu, dall’alto della tua cultura superiore non ti abbassi a interloquire con me che invece dal basso della mia ignoranza scambio con chiunque.

            (e ti faccio notare quanto questo mi faccia piacere, visto che interloquisci con tutti tranne che con me, a dimostrazione che ti infastidisce il MIO esprimermi e lo elevi, senza accorgertene, rispetto agli “altri”….ma tralasciamo questa spocchia misera e infantile…..)
            Lo zombi:
            1) non ragiona e soprattutto NON SA PARLARE

            2) non ha una immagine coerente perché perde i pezzi ed è corroso dalla putrefazione

            3) non pensa dato che non si sa perché voglia uccidere anzi non ha proprio una sua reale volontà

            4) è completamente scoordinato nei movimenti

            È vero, lo zombi agisce “istintivamente” e per questo potrebbe essere considerato oil simbolo dell’!”io” recondito che la civilizzaione vujole reprimere.

            Ma lo zombi non ha nessuna consapevolezza. È mosso da un istinto primordiale ma è meno che un animale, non interagisce con nulla meno che con il cibo.
            Non è vero che non si sa perchè voglia uccidere, segue il suo unico istinto a prescindere!

            Per questo continuo a ritenere che lo zombi sia piu facilmente il simbolo della “spersonalizzazione” dell’uomo, del “regredire” dell’uomo a una fase non consapevole, non pensante con uno scopo unico da inseguire in maniera assolutamente cieca.

            L’io a cui ti riferisci tu, a prescindere dal “parlare” (quindi un grado di civilizzazione) si raggiunge si regredendo dalla civilizzazione, cioè perdendo i condizionamenti della civilizzazione (come fa lo zombi che perde ogni barlume) ma è poi in realtà una evoluzione.
            Anzi è l’unica evoluzione.
            L’io primordiale spogliato dalla civilizzazione non è un mostro cieco ma un individuo libero!
            Cosa che lo zombi non è!
            L’io primordiale non è schiavo dei suoi istinti, li ha “TRASCESI”.
            L’individuo liberato, nei film di zombi, è l’eroe (o gli eroi) che liberati dalla civiltà e civilizzazione, uccidono l’umanità deformata da tale civilizzazione e divenuta “zombi”, cieca, senza barlume e con un unico istinto di cui è totalmente schiava, e una volta fatto questo possono, in teoria, ricostruire e ripopolare il mondo senza mostri, finalmente puri e liberati.
            Come dicevo, sono soddisfazioni fittizie, sono nutrimento virtuale per quegli istinti che non si possono reprimere completamente, quell’lio che non vuole e non vorrà mai sottostare alla civillizzazione fascista e coatta, alla snaturalizzazione e alla cattività.
            Finito di vedere il film la soddisfazione di essere tornati per un momento liberi (perchè il telespettatore si identifica sempre con l’eroe), nella natura selvaggia a lottare per la sopravvivenza e contemporaneamente a distruggere l’uomo snaturalizzato (cioè lo zombi prodotto della civiltà) ci rasserena e ci fa andare l’indomani meglio a lavorare..
            Il cinema è anche chiamato la fabbrica dei sogni, e i sogni sono infatti espressione di desideri repressi, di istinti non soddisfatti.
            Guardando un film sogniamo e diamo soddisfazione virtuale e ciò che ci manca : la libertà!

      • DesEsseintes

        Le persone che hanno conservato qualche capacità analogica istintiva, cioè la facoltà intellettuale naturale nell’uomo che poi viene castrata (l’educazione consiste appunto in una castrazione originaria come dice anche Platone nel Simposio quando parla dell’originaria condizione ermafrodita degli esseri umani – qui Mario si incazza…- che vengono successivamente scissi dagli dei nei due sessi ossia vengono castrati) cercano nell’arte, più che l’estetica o la sospensione temporale, “l’antinomia” che è la radice della possibilità di essere in prima persona i liberi manipolatori degli schemi linguistici.

      • DesEsseintes

        Vabbe’…riconosciamo che questo post è stato scritto da una donna.
        Sono abbastanza maschilista ma devo ammettere che le donne arrivano con irrisoria facilità a intuizioni che per noi hombres significano un sforzo quasi eroico…
        Poi sul logico deduttivo siamo meglio noi ma sull’analogico intuitivo sanno fare una certa cosa che non capisco proprio come gli funziona…(rispetto alla media dei maschietti sono molto meglio ma le femminucce hanno proprio qualcosa delle streghette che, mannaggia, mi sfugge…).

        Et vive la différence… 😉

    • Gino2

      Non concordo.
      Dal mio punto di vista lo zombie rappresenta esattamente l’opposto, cioè quella parte mostruosa che non ci appartiene e che nei film viene uccisa ripetutamente per soddisfare l’io infantile che torna selvaggio in una civiltà distrutta, un ritorno all’io pre sociale appunto.
      I film sono costruiti per darci delle soddisfazioni fittizie e la soddisfazione fittizia del film di zombi è proprio l’eliminazione di un male generico, sotto forma di una umanità malvagia che ci minaccia prodotto di una civiltà in decadenza.
      Negli “zombie movie” la civiltà si arresta (o viene distrutta), gli obblighi sociali sono sospesi e tutti si torna a fare quello che istintivamente si deve fare : sopravvivere! Ed è per questo che attirano molto perchè tutti, chi consciamente chi no, sentiamo la costrizione di una vita in cattività tra i palazzi e gli asfalti a dedicarci verso obblighi e dover totalmente distanti dal nostro istinto primordiale che è appunto la sopravvivenza.

      Lo zombi è un mostro che ha sembianze umane e ha come unico istinto mangiare.
      Rappresenta quindi sì, noi stessi ma non la parte gioiosa e creativa ma quell’io “zombi” ridotto a ricercare solo un bene materiale in maniera ossessiva.
      Le masse di zombi rappresentano quindi le masse umane semi addormentate preda degli istinti più bassi, ma attenzione non naturali, rappresentano l’umanità civilizzata e abbrutita che ha perso la luce degli occhi, il sentimento, l’amore, la gioia.
      E la soddisfazione dell’eroe è proprio distruggere quello che rivede di se stesso negli zombi, la passività, l’ossessione, l’apatia, l’aggressività.

      Per questo non riesco a vedere nello zombi l’istinto primordiale dell’io pre sociale represso dall’educazione.

      • Romero va letto come Kafka ed Orwell … metamorfosi … annichilimento ….
        Romero e’ stato un presago … e’ cosi’ che ci vogliono … e’ cosi’ che Lui
        aveva presagito … zombie e’ chi non piange , chi non dipinge , chi non scolpisce , chi non suona , chi non scrive …

    • Tonguessy

      Io invece non sono d’accordo su questa analisi, per quanto la consideri brillante. Il fatto principale, per tornare ai mostri, è decidere se sia più mostruoso adattarsi a delle regole che se rispettate ti danno una possibilità di inserimento sociale (casa, stipendio, amici, ferie etc..) oppure sia più mostruoso delinearsi una strada tutta propria che prevedibilmente porta ad un disagio sociale. Certo, esistono casi in cui le due strade si intersecano ma sono. appunto, casi isolati.
      I mostri esistono e tornano vivi come gli zombie indipendentemente dalle scelte che facciamo, dato che ogni scelta genera zombie. La libertà genera zombie come le scelte pilotate, anche se con valenze molto differenti.
      Sulla sovrapposizione poi tra gli zombie del citato film ed il Vietnam posso anche essere d’accordo ma, come scriveva Nietzsche “Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro.”
      Questo rimane per me un buon motivo per evitare di vedere film horror: preferisco un buon giornalismo di indagine ad una fiction che rimanda a fatti documentabili

      • DesEsseintes

        In parte ho affrontato le tue questioni nel post di risposta a Mario.

        Quello che non capisco però è come si faccia a non vedere che l’attitudine paternal-concreta di dire che devi comunque “farti una posizione” è evidentemente smentita dai fatti di questi ultimi anni.
        Quella idea di “farsi una posizione” non è sostanzialmente più realizzabile se non al prezzo della completa sottomissione…e ancora andrebbe abbastanza bene…il punto è che funziona per tuo figlio…meno per tuo nipote…per niente per il tuo bis nipote…
        Non so se mi spiego ma un padre serio, a mio avviso, dovrebbe rendersi conto che ai figli…OGGI…deve insegnare che si dovrà combattere o soccombere.

        Se ritieni che non siamo davvero a questo punto fai benissimo a pensarla a modo tuo ma se hai anche solo dei dubbi che ci troviamo a un drammatico turning point della storia, in cui i subalterni stanno per tornare a essere i servi della gleba o addirittura gli schiavi dei secoli andati, allora è inevitabile impegnarsi a coltivare ogni seme di ribellione possibile.

        • Tonguessy

          Insegnare a combattere? Ma pensi davvero che ad una generazione cresciuta sugli Iphone importi combattere? Non credi che l’Iphone stesso sia il veicolo creato per traghettare la percezione verso l’iperrealtà photoshoppata del virtuale? E credi che trovare all’interno della situazione attuale una strada percorribile sia così sbagliato? Sentivo l’altro ieri alla radio i lamenti di una ditta che non riesce a trovare tornitori anche neodiplomati a 1500€/mese. E’ così sbagliato consigliare i figli di farsi un attestato professionale per essere indipendenti a 18 anni invece che studiare medicina magari fuori sede, dissanguare le finanze famigliari e percepire il primo stipendio a 30 anni?
          Non pensi che i vari social siano un metodo per colonizzare l’immaginario e far credere che tutto sia possibile mentre tutto diventa sempre più difficile? Io posso solo testimoniare quanto sia difficile insegnare a combattere ad una generazione che non ne vuole sapere, e pensa sia tutto dovuto dato che tutto arriva gratis e senza fatica (così pensano). Combattere per loro significa tarpare le ali, impedire di sognare di diventare primari. Come glielo spieghi che è meglio uno stipendio oggi da 1500€ che uno domani da call center (700€) con due lauree?

          • natascia

            Inutile credere che i figli siano altrove. Nell’etere si trova quello che si cerca. Se i figli sono così, significa che si è lasciato che lo divenissero . I gap visionale è stato dei genitori non dei figli che adesso si trovano tutti assieme in un mondo irreale, nel quale fingono di divertirsi ad oltranza: nulla di più falso. Ripigliamoli. Parliamo con loro senza paura, ne hanno bisogno. Un liceale puo’ senz’altro essere un tornitore perfetto. Ma qui tornano in campo i recinti che sempre nel nostro gap visionale abbiamo lasciato abbattere e che tutti noi dobbiamo avere la forza di ripristinare. Orari riposi, ferie sono diritti che alleviano le spine soprattutto a chi svolge queste mansioni non gadget di chi vive immerso in privilegi ingiusti a spese della comunità incosciente.

          • Gino2

            è nato prima l’uovo o la gallina?
            Il gap è stato dei genitori, certo.
            Ma a loro volta i genitori sono stati figli e il gap era dei loro genitori e via discorrendo.
            Come se ne esce?

          • Tonguessy

            L’etere è stato colonizzato, quindi nell’etere trovi solo ciò che serve alla colonizzazione. Certamente non esiste più la famiglia in senso tradizionale e quindi bisogna “lasciarli liberi” perchè sennò apriticielo! Vietato lo sculaccione, adesso offendono i genitori tranquillamente mentre una volta per una parola sbagliata erano denti che volavano. Ripigliamoli? In che senso? Io continuo a parlare loro senza paura, ma credi che serva a qualcosa? La portmodernità è essenzialmente colonizzazione dell’inconscio e hai voglia a tenere duro sperando nell’imprinting famigliare…forse vale per le papere. Sono lotte titaniche per far capire le basi della civile convivenza. E senza risultati apprezzabili. Poi si scopre che per ogni figlio federconsumatori dice che si spendono (fino alla maggiore età, e non è finita lì) 170.000€. Se non è masochismo questo….

          • natascia

            Mi sembra di essere sulla tua stessa barca. Noi abbiamo 3 figli e grazie a Dio, adesso, lavorano creativamente ciascuno in modo diverso. Questo adesso . Tralascio il resto . Adesso percepiscono degli stipendi , e presto voleranno via. Solo l’autonomia finanziaria può oggi essere considerata il necessario punto di partenza per ogni comprensione e vera crescita per menti normali. Triste a dirsi per le anime belle , ma nulla di nuovo sotto il sole .I soldi dei genitori non hanno valore fino a che essi stessi non sono in grado di mantenersi. Ripigliamoli dall’oblio in cui l’ingegneria sociale li sta portando per far accettare l’inaccettabile, e li corrompa prima che riescano a mantenersi. Dopo capiscono tutto.

          • Gino2

            “Solo l’autonomia finanziaria può oggi essere considerata il necessario punto di partenza per ogni comprensione e vera crescita”

            Cara Natascia, questa è la visione più agghiacciante che io ritengo siano riusciti a INCISTARE nelle menti anche più sensibili.
            CIoè si, lo spirito, si, la crescita e la conoscenza, si i principi e valori si….
            Ma DATEMI LA STABILITA FINANZIARIA PRIMA.

            Questo è il compromesso con cui hanno comprato l’operaio prima trasformandolo in borghesia, annullandole la virulenza, la violenza, la protesta, la fame di giustizia, di diritti….
            facendogli sventolare un divano e un tv a colori hanno mollato tutti sogni e principi perchè…si…va bene tutto….ma la comodità di una casa col divano e la tv…

            Con questa terribile e atroce visione hanno disinnescato il 68, i giovani contro la guerra, i figli dei fiori, e con questa terribile e satanica SI SATANICA visione disinnescano ogni giorno i nostri figli!

            Ed ecco il ruolo del genitore che non si riesce a staccare da questa misera visione della vita in cui PRIMA LA STABILITA FINANZIARIA e la inculcano ai figli distruggendo ogni speranza!!!

            E come vedi, tu, che capisci certe cose e parli di come educare i figli…
            sbatti contro un muro di cemento mentre vai a 180 senza casco….
            e questa ristrettezza di visione della vita la trasmetti inevitaillmente ai tuoi figli!

            Quello che ti chiedevi prima è proprio questo…. cosa si tramanda di terribile da genitori a figli..
            QUESTO….proporio quello che tu ritieni sia un valore assoluto da tramandare.
            TI hanno ingannato, SATANA ti inganna nel senso che ti hanno tolto la luce della vera vita e ti hanno messo una lampadina con su scritto STABILITA FINANZIARIA e tu adori quella, rincorri quella, come le falene scambiano la lampadina per la luna…

            che infinita tristezza nel vedere “srotolato” ed evidente il dramma della società moderna………………….
            …………….

          • natascia

            Nel 1968 si sono raggiunte delle aperture verso la classe proletaria inimmaginabili. Adesso la classe proletaria è quasi scomparsa. Si studi le finestre di Overton forse troverà al suo posto dei plurilaureati 2 al prezzo di uno.

          • Gino2

            questa sono tutte robe materiali!
            E’ meglio fare il medico o il tornitore per 1550.00 euro al mese?
            Ma di cosa state parlando?
            Ma la libertà della vita, la strada della conoscenza…
            quindi si dovrebbe insegnare ai figli e i figli dovrebbero imparare la maniera migliore di raccattare 1500 per fare la spesa e questo è?
            Ma non è atroce?
            Ma non è questo essere zombi?
            Organizzare la propria intera esistenza in modo che giri intorno a 1500.00 straca…o di euro al mese?
            Ma esiste niente di piu materialista, distruttivo, morto, malato, violento di questa visione?
            Il mondo è marcio proprio per questo!
            La vita è e deve essere altro, ma davvero altro.
            Lo dico con rammarico non con rabbia….con dispiacere nel vedere l’aridità e il fatto di credere di essere liberi mentre si è in schemi di pensiero piccolipiccolipiccoli

          • natascia

            Solo con la stabilità si costruisce.

          • Gino2

            costruire cosa?

          • natascia

            Le nuove stirpi di sabotatori.

          • MarioG

            Mi sembra un discorso …ozioso.
            Perchè deve mettere in competizione il medico col tornitore?
            Ammesso (e non concesso) che lei decreti che fare il medico “è meglio”, che ne conclude?
            Dica lei, son curioso…

          • Gino2

            Uh?
            Mi chiedo sempre se leggete i messaggi prima di rispondere o rispondete così…a tentativi….

            Ma ti sembra abbia messo in competizione il tornitore col medico e dedotto che il medico è meglio? io?
            Dica lei…

          • Le bateau Ivre

            non sempre condivido le tue opinioni (su alcune siamo agli antipodi) ma su questo argomento condivido, anzi sottoscrivo anche le virgole, punti e anche i punti e virgole!…

          • DesEsseintes

            Però dipenderà anche dai genitori…
            Poi se studia all’università con profitto e non sta lí a traccheggiare secondo me andrebbe incoraggiato.

        • Gino2

          che atrocità! il padre dovrebbe (e dico dovrebbe……..quindi col condizionale) non insegnare ai figli a combattere o soccombere. Dovrebbe insegnare o mostrare la possibilità di essere liberi in qualunque situazione esterna. Non è metafisica o misticismo. E’ l’unica via.

          • Tonguessy

            Bravo! E quando “l’unica via” coincide con salari da fame, precariato, instabilità economica e quindi sociale, che fai?
            Ho un parente stretto che ha seguito la sua “unica via” e adesso vive con i soldi della misera pensione della madre. E non è l’unico che conosco. Viceversa ho un amico che segue la sua “unica via” da decenni e si trova benone, ma non ha famiglia quindi spese folli da sostenere. Quindi?

          • Gino2

            Fai un discorso puramente materialista. Se cerchi la libertà in una condizione economica e sociale senza rendertene conto sei schiavo del sogno americano e del capitalismo consumismo. Ed è proprio per questa ragione che non se ne esce perché è l’unica libertà che oramai riuscite a vedere e quindi cercate.

          • Tonguessy

            Sarò materialista, ma questo non mi sembra sia un problema. Non sono sicuramente schiavo del sogno americano, tutto patriottismo e religione puritana. Quindi mi sa che stai facendo un bel po’ di confusione. Per il resto: ma tu che sei così spirituale come ti guadagni da vivere? Sei un prete forse? Ah, allora si spiega tutto…

          • Gino2

            Io non discuto affatto come ognuno si guadagna da vivere. Purchè il guadagnarsi da vivere serva per vivere.

            Purtroppo per troppi vivere è guadagnarsi da vivere.
            Per molti vivere è guadagnarsi da vivere per provare a guadagnare di più per vivere materialmente ,meglio.

            Il sogno americano a cui mi riferisco è una generalizzazione per indicare che la realizzazione che si cerca nella vita è economica e sociale e niente altro per cui la vita, il guadagnarsi da vivere, felicità etc gira sempre e solo attorno a questo.

  • Zombies ? Era naturalmente una metafora … sapreste riconoscere uno zombie … oggi ?

  • Non esistono letture alternative … questo e’ il mondo che vivono gli artisti … Romero , Kafka ,
    William Burroughs, Orwell , Van Gogh , Caravaggio ,Hieronymus Bosch , Dante … gli uomini sono esseri mostruosi …

    • Gino2

      gli uomini sono gli unici esseri (qui su questo pianeta almeno) che vedono se stessi come esseri mostruosi perchè sono in preda a un “sogno” , in preda alla fantasia di “come dovrebbero essere”. E questa è l’unica loro “mostruosità”.

      • Fantasia ? intanto questa Fantasia ha creato ” spettacolarita’ galattiche “

        • Gino2

          Uh?

  • DesEsseintes

    @Natascia
    @Mario

    Se vi interessa leggete questo copincolla da un articolo che riassume il concetto di “spina” dal libro “Massa e Potere” di Elias Canetti

    ____________________________________________________

    La spina del comando, in secondo luogo. Ogni ordine che un essere umano esegue ubbidendo a chi ha potere su di lui gli lascia, secondo Canetti, una spina conficcata dentro. Questa spina “penetra profondamente” e “dura inalterabile”: “nessun comando trova fine nella sua esecuzione, bensì è immagazzinato per sempre”. La spina è odiosa – “un duro cristallo di rancore” –, e l’impulso a sbarazzarsene è “una delle grandi fonti di energia psichica dell’uomo”: “Fin dalla primissima infanzia, spine di ogni tipo si accumulano nel bambino: esse si trasformeranno poi nei limiti e nelle costrizioni della sua vita successiva. Egli deve quindi cercare altre creature nelle quali trasferire le sue spine. La sua vita diviene un’unica avventura del liberarsi-di-esse, del doverle-perdere. Egli non sa perché compie questa o quella azione inesplicabile, perché contrae questo o quel vincolo apparentemente senza senso”.

    Della spina ci si può liberare trasferendo su un sottoposto, anche a distanza di anni, il medesimo comando che si è ricevuto da un superiore. Poiché per Canetti la sentenza di morte è l’archetipo di tutti i comandi, il boia è allora “il più soddisfatto degli uomini, l’uomo più libero da spine”, poiché scarica immediatamente sul condannato la spina dell’ordine di giustiziarlo che ha ricevuto. Ma della spina ci si può liberare anche, seppur provvisoriamente, nella massa: quando vi partecipa, l’individuo “è, per così dire, sgattaiolato fuori di casa, lasciando in cantina tutte le spine che vi stanno ammassate”. E soprattutto, ci si può sbarazzare delle spine nella massa di capovolgimento (o rovesciamento, Canetti usa entrambe le parole). Giova citare per esteso:

    La massa di capovolgimento viene costituita da molti, per lo scopo comune della liberazione dalle spine del comando cui ciascuno, da solo, non può sperare di sfuggijre. Un gran numero di uomini si riuniscono insieme e insieme si volgono contro il gruppo di quegli altri in cui riconoscono coloro che per lungo tempo li hanno comandati… La classe inferiore che è insorta costituisce una massa ovunque congiunta, la classe superiore che si trova minacciata, circondata dalla maggioranza, forma una serie di mute piene d’angoscia e pronte alla fuga… Può anche darsi che non si tratti propriamente dei responsabili di questa o quella spina, ma, lo siano oppure no, essi vengono trattati come tali con il massimo rigore. Il capovolgimento che così ha luogo contro molte persone insieme riesce a eliminare anche le spine più dure… anche se l’insurrezione fallisce e gli uomini non riescono a emanciparsi dalle loro spine, essi conserveranno il ricordo del tempo in cui erano massa. Quando si trovavano in quella condizione erano, per lo meno, liberi da spine: perciò continueranno sempre ad anelarvi.

    Non solo. Si può ipotizzare che, quanto più gli elettori dei partiti di governo si sentivano “costretti” a votarli, tanto più il voto, oltre a non consentire loro di liberarsi delle vecchie spine, gliene conficcava pure addosso di nuove. Un’ipotesi che sembra particolarmente plausibile là dove la “costrizione” era di natura clientelare, poiché il clientelismo è una relazione di potere. Ma che potremmo avanzare anche per l’elettorato d’opinione anticomunista. Spingendo oltre la congettura, immaginiamo insomma che coloro i quali votavano per anticomunismo abbiano comunque maturato del rancore per quella che vivevano come una costrizione. E abbiano scaricato questo rancore da un lato sul Pci, facendosi ancora più anticomunisti. Dall’altro sui partiti anticomunisti, concependo nell’ombra un’ostilità cupa e crescente nei loro confronti. Che di tanto in tanto, per altro, alcuni di loro sfogavano nell’urna mettendo la croce sulla fiamma tricolore.

    Mettersi dalla parte dei “ricevitori di spine” e criticare il potere – criticarne ad esempio l’inefficienza, o la disonestà, o l’incapacità di adeguarsi alle metamorfosi del paese – è stato dunque per pezzi importanti della classe politica anche un modo per lenire l’angoscia del comando, per costruirsi un’uscita di sicurezza nell’eventualità che i “minacciati di morte” si ribellassero. O meglio: per illudersi di aver costruito un’uscita di sicurezza. Non soltanto infatti i tentativi del potere di camuffarsi da massa erano, appunto, un camuffamento, non un’autentica metamorfosi. Ma, per giunta, era una simulazione che non poteva ingannare nessuno – così come non lo poteva neppure l’altra simulazione, quella della circolazione continua delle figure al comando.
    Poiché lo scontro elettorale fra le masse chiuse dei partiti non consentiva loro di sbarazzarsi delle spine del comando, infine, per renderne sopportabile il fastidio gli italiani hanno fatto ricorso alle masse aperte – partecipando alle quali, non lo si dimentichi, l’individuo “sgattaiola […] fuori di casa, lasciando in cantina tutte le spine che vi stanno ammassate” – più di quanto in quegli anni non sia accaduto in altre democrazie. Così possiamo “spiegare” à la Canetti il movimentismo, l’attivismo, le pulsioni sovversive, il ruolo della piazza e l’intensità della violenza politica che hanno caratterizzato la democrazia italiana nel secondo dopoguerra.

    • natascia

      Amo Canetti. Ne lessi molto. “Massa e potere” sta sempre tra le mie cose. Oggi sento di averlo storicizzato. Frutto maturo di un’epoca formidabile, Sì credette di poter tagllare per sempre catene antiche grazie a studi sociali diffusi e sistematici. La storia ci insegna però che anziché le masse, solo il “Principe ” ne fa il proprio uso . Proprio per la natura stessa della massa , essa ha pochi motivi di imprevedibilità e si presta ad essere strumento del potere. Un potere che sfrutta anche la più timida spina. Ma ogni spina , anche la più odiosa, può rivelarsi , se elaborata, ciò che è :uno strumento di crescita

    • Tonguessy

      Detesto Canetti, lo trovo illeggibile. Sempre tra il banale e lo stiracchiato, spesso scrive cose improponibili. E comunque ama ripetersi, una frase con un concetto esprimibile in 100 parole diventa un tomo di 1000 pagine. Scusa lo sfogo.

  • PietroGE

    “Dalla televisione il gruppo viene a sapere che in tutto lo stato i morti stanno risorgendo per nutrirsi di carne umana e contagiare i vivi; la causa sembra essere legata alle radiazioni emesse da una sonda sperimentale tornata da Venere….”

    I mostri sono creati ad arte per distruggere la parte viva e vegeta del popolo e muoiono solo con un colpo alla testa. Le elucubrazioni psicoanalitichiste non c’entrano un bel niente.

  • fastidioso

    certo che siete tutti complicati…