Che mangino terra

La fase finale del genocidio israeliano a Gaza, affamare un’intera popolazione, è iniziata. La comunità internazionale non intende fermarla.

Chris Hedges
chrishedges.substack.com

Non c’è mai stata alcuna possibilità che il governo israeliano accettasse la pausa nei combattimenti proposta dal Segretario di Stato Antony Blinken, tanto meno un cessate il fuoco. Israele è sul punto di assestare il colpo finale alla sua guerra contro i palestinesi di Gaza: lo sterminio per fame. Quando i leader israeliani usano l’espressione “vittoria assoluta”, intendono la decimazione totale, l’eliminazione totale. I nazisti nel 1942 avevano deliberatamente affamato i 500.000 uomini, donne e bambini del ghetto di Varsavia. Questo è un numero che Israele intende superare.

Israele, insieme al suo principale protettore, gli Stati Uniti, tentando di chiudere l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA) che fornisce cibo e aiuti a Gaza, non solo sta commettendo un crimine di guerra, ma è in flagrante sfida alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ). La Corte ha ritenuto plausibili le accuse di genocidio mosse dal Sudafrica, che includevano dichiarazioni e fatti raccolti dall’UNWRA. Ha ordinato a Israele di attenersi a sei misure provvisorie per prevenire il genocidio e alleviare la catastrofe umanitaria. La quarta misura provvisoria invita Israele ad impegnarsi immediatamente ed efficacemente per fornire assistenza umanitaria e servizi essenziali a Gaza.

I rapporti dell’UNRWA sulle condizioni di Gaza, che ho seguito come reporter per sette anni, e la sua documentazione degli attacchi israeliani indiscriminati chiariscono che, con le parole dell’UNRWA, “le zone dichiarate unilateralmente ‘sicure’ non sono affatto sicure. Nessun luogo a Gaza è sicuro”.

Il ruolo dell’UNRWA nel documentare il genocidio e nel fornire cibo e aiuti ai palestinesi fa infuriare il governo israeliano. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, dopo la sentenza, ha accusato l’UNRWA di aver fornito informazioni false alla Corte Internazionale di Giustizia. Israele ha quindi deciso che l’UNRWA, un’organizzazione da decenni nel mirino israeliano e che sostiene 5,9 milioni di rifugiati palestinesi in tutto il Medio Oriente con cliniche, scuole e cibo, doveva essere eliminata. La distruzione dell’UNRWA da parte di Israele è un obiettivo sia politico che pratico.

Le accuse israeliane, senza prove, rivolte all’UNRWA, secondo cui una dozzina dei 13.000 dipendenti avrebbe legami con coloro che hanno compiuto gli attentati in Israele del 7 ottobre, in cui sono stati uccisi circa 1.200 israeliani, sono servite allo scopo. Ciò ha indotto 16 dei maggiori sponsor, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Italia, Paesi Bassi, Austria, Svizzera, Finlandia, Australia, Canada, Svezia, Estonia e Giappone, a sospendere il sostegno finanziario all’agenzia di soccorso da cui quasi tutti i palestinesi di Gaza dipendono per l’alimentazione. Dal 7 ottobre Israele ha ucciso 152 dipendenti dell’UNRWA e danneggiato 147 installazioni dell’UNRWA. Israele ha anche bombardato i camion dei soccorsi dell’UNRWA.

Più di 27.708 palestinesi sono stati uccisi a Gaza, circa 67.000 sono stati feriti e almeno 7.000 sono dispersi, probabilmente morti e sepolti sotto le macerie.

Secondo le Nazioni Unite, a Gaza più di mezzo milione di palestinesi (uno su quattro) sta morendo di fame. La fame sarà presto onnipresente. I palestinesi di Gaza, di cui almeno 1,9 milioni sono sfollati all’interno del Paese, non solo non hanno cibo sufficiente, ma neanche acqua potabile, ripari e medicine. C’è poca frutta e verdura. C’è poca farina per fare il pane. La pasta, così come la carne, il formaggio e le uova, sono scomparsi. Al mercato nero i prezzi di prodotti secchi come lenticchie e fagioli sono aumentati di 25 volte rispetto a quelli d’anteguerra. Un sacco di farina al mercato nero è passato da 8 a 200 dollari. Il sistema sanitario di Gaza, con solo tre dei 36 ospedali di Gaza parzialmente funzionanti, è in gran parte collassato. Circa 1,3 milioni di sfollati palestinesi vivono nelle strade della città meridionale di Rafah, che Israele ha designato come “zona sicura”, ma che ha iniziato a bombardare. Le famiglie rabbrividiscono sotto le piogge invernali, sotto teloni rattoppati e in mezzo a pozze di liquami. Si stima che il 90% dei 2,3 milioni di abitanti di Gaza sia stato cacciato dalle proprie case.

“Dalla Seconda Guerra Mondiale, non si è mai verificato il caso in cui un’intera popolazione sia stata ridotta alla fame e all’indigenza totale con simile rapidità”, scrive Alex de Waal, direttore esecutivo della World Peace Foundation della Tufts University e autore di “Mass Starvation: The History and Future of Famine“, pubblicato sul Guardian. “E non c’è mai stato un caso in cui l’obbligo internazionale di fermarla sia stato così chiaro”.

Nel 2023. gli Stati Uniti, in passato il maggior contribuente dell’UNRWA, avevano erogato 422 milioni di dollari all’agenzia. Con l’interruzione dei fondi la maggior parte delle consegne di cibo dell’UNRWA, già molto scarse a causa dei blocchi da parte di Israele, si fermeranno entro la fine di febbraio o l’inizio di marzo.

Israele ha dato ai palestinesi di Gaza due scelte. Andarsene o morire.

Nel 1988 avevo seguito la carestia in Sudan, che aveva provocato 250.000 vittime. Nei polmoni ho delle strie fibrotiche, cicatrici dovute alla mia permanenza in mezzo a centinaia di sudanesi che stavano morendo di tubercolosi. Io ero forte e in salute ed ero sopravvissuto alla malattia. Loro erano deboli ed emaciati e non ce l’avevano fatta. La comunità internazionale, come a Gaza, aveva fatto poco per intervenire.

Il precursore della fame – la denutrizione – colpisce già la maggior parte dei palestinesi di Gaza. Chi muore di fame non ha abbastanza calorie per sostenersi. In preda alla disperazione, le persone iniziano a mangiare foraggio animale, erba, foglie, insetti, roditori e persino sporcizia. Soffrono di diarrea e infezioni respiratorie. Strappano piccoli pezzi di cibo, spesso avariato, e li razionano.

Ben presto, in mancanza di ferro sufficiente a produrre emoglobina, una proteina dei globuli rossi che trasporta l’ossigeno dai polmoni al corpo, e mioglobina, una proteina che fornisce ossigeno ai muscoli, insieme alla mancanza di vitamina B1, diventano anemici. Il corpo si nutre di se stesso. I tessuti e i muscoli deperiscono. È impossibile regolare la temperatura corporea. I reni si non funzionano più. Il sistema immunitario si blocca. Gli organi vitali – cervello, cuore, polmoni, ovaie e testicoli – si atrofizzano. La circolazione sanguigna rallenta. Il volume del sangue diminuisce. Malattie infettive come il tifo, la tubercolosi e il colera diventano epidemiche e uccidono migliaia di persone.

È impossibile concentrarsi. Le vittime emaciate si spengono mentalmente ed emotivamente e diventano apatiche. Non vogliono essere toccate o spostate. Il muscolo cardiaco è indebolito. Le vittime, anche a riposo, si trovano in uno stato di insufficienza cardiaca virtuale. Le ferite non guariscono. La vista è compromessa dalla cataratta, anche nei giovani. Alla fine, tra convulsioni e allucinazioni, il cuore si ferma. Questo processo può durare fino a 40 giorni per un adulto. I bambini, gli anziani e i malati muoiono più rapidamente.

Avevo visto centinaia di figure scheletriche, spettri di esseri umani, che si muovevano lentamente nell’arido paesaggio sudanese. Le iene, abituate a cibarsi di carne umana, facevano abitualmente strage di bambini piccoli. Mi era soffermato su gruppi di ossa umane sbiancate alla periferia di villaggi dove decine di persone, troppo deboli per camminare, si erano sdraiate l’una vicino all’altra e non si erano più rialzate. Molti erano i resti di intere famiglie.

Nella città abbandonata di Maya Abun i pipistrelli penzolavano dalle travi della chiesa della missione italiana distrutta. Le strade erano invase da ciuffi d’erba. La pista d’atterraggio in terra battuta era fiancheggiata da centinaia di ossa umane, teschi e resti di braccialetti di ferro, perline colorate, cesti e brandelli di vestiti. Le palme erano state tagliate a metà. La gente aveva mangiato le foglie e la polpa all’interno dei tronchi. Si diceva che il cibo sarebbe stato consegnato per via aerea. La gente aveva camminato per giorni fino alla pista di atterraggio. Avevano aspettato e aspettato e aspettato. Non era arrivato nessun aereo. Nessuno aveva seppellito i morti.

Ora, da lontano, osservo ciò che accade in un’altra terra e in un altro tempo. Conosco l’indifferenza che aveva condannato i sudanesi, soprattutto i Dinka, e che oggi condanna i palestinesi. I poveri, soprattutto se di colore, non contano. Possono essere uccisi come mosche. La fame a Gaza non è un disastro naturale. È il piano di Israele.

Ci saranno studiosi e storici che scriveranno di questo genocidio, credendo falsamente che possiamo imparare dal passato, che siamo diversi, che la storia può impedirci di essere, ancora una volta, dei barbari. Terranno conferenze accademiche. Diranno “Mai più!”. Si loderanno per essere più umani e civili. Ma, quando arriverà il momento di parlare di qualche nuovo genocidio, temendo di perdere il loro status o le loro posizioni accademiche, si rintaneranno come topi nelle loro tane. La storia umana è una lunga sofferenza per i poveri e i deboli del mondo. Gaza è solo un altro capitolo.

Chris Hedges

Fonte: chrishedges.substack.com
Link: https://chrishedges.substack.com/p/let-them-eat-dirt
08.02.2024
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Chris Hedges è un giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per 15 anni per il New York Times, periodo in cui è stato capo ufficio per il Medio Oriente e capo ufficio per i Balcani. In precedenza aveva lavorato all’estero per il Dallas Morning News, il Christian Science Monitor e la NPR. È il conduttore del programma “The Chris Hedges Report.”

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