“C’è bisogno di parole nuove per definire ciò che siamo”. Intervista a Fulvio Grimaldi

Dopo l’ultima intervista  a Fulvio Grimaldi che tanto interesse aveva suscitato nel nostro pubblico, abbiamo avuto il piacere di ospitarlo nuovamente sugli schermi del dissenso: questa volta, approfondendo uno spunto emerso nell’incontro precedente, abbiamo parlato della storia della sinistra italiana attraverso una lunga cavalcata a briglia sciolta nel Novecento, nelle sue suggestioni e nei suoi fantasmi.

A proposito di quel “Sessantotto lungo una vita” (dal titolo di una delle sue opere), Fulvio Grimaldi non ci sta a buttare il bambino con l’acqua sporca; da protagonista di quell’esperienza come militante di Lotta Continua, parla di “fratture” che sono riuscite “a sporcare una grande esperienza di popolo” e del ruolo giocato da tanti ambigui personaggi che hanno agito da opportunisti o da cavalli di Troia.  Interessante la rievocazione di un episodio in particolare: la scoperta che la tipografia che dava alle stampe il quotidiano Lotta Continua (di cui Fulvio è stato direttore) era di proprietà di tale Robert Cunningham Junior, figlio di un agente Cia di stanza a Roma e legato, a sua volta, al servizio segreto a stelle e strisce.

Passando in rassegna la storia del PCI, Fulvio risale quindi alle origini di quel “tradimento” che si manifesterà attraverso gli “strappi” di Enrico Berlinguer e poi, più compiutamente, con la Bolognina di Occhetto: “la svolta di Salerno” con la quale Togliatti, nell’aprile del ’44, recependo le direttive di Stalin abbandona i propositi rivoluzionari e la pregiudiziale antimonarchica ed entra nel secondo governo Badoglio in qualità di vicepresidente del consiglio. Impietoso è dunque il giudizio sulla strategia della “lunga marcia nelle istituzioni” : “le lunghe marce finiscono nel deserto”. Dopo aver quindi demolito il mito di Enrico Berlinguer, ce n’è anche per Fausto Bertinotti, inchiodato alle sue responsabilità di curatore fallimentare di ciò che restava del movimento e della sensibilità comunista  in Italia. Tutte queste vicende hanno rappresentato un trauma, una lacerazione profonda nella coscienza di quello che è stato “il popolo della sinistra”, e da tali esperienze ci si risolleva solo dopo aver accumulato nuove energie e nuova rabbia. Nel XXI secolo il sol dell’avvenire non è dunque tramontato, ma ha cambiato traiettoria: è in America Latina che bisogna guardare per esserne ancora abbagliati.  Lo faremo. A risentirci sugli schermi del dissenso.

Fulvio Grimaldi è un giornalista e documentarista che ha lavorato per quindici anni in RAI, soprattutto come inviato di guerra per il tg3 (l’allora “Tele Kabul”), dimettendosi nel 1999 per manifestare il suo dissenso contro i bombardamenti Nato alla Serbia di Milosevic. In precedenza aveva lavorato per la BBC a Londra, per Paese Sera e per il quotidiano Lotta Continua, da lui diretto dal 1972 al 1975; oggi è curatore del blog Mondocane.Fra le sue opere, ricordiamo Mondocane. Serbi, bassotti, Saddam e Bertinotti (Kaos edizioni, 2004), Mamma ho perso la sinistra, (Malatempora, 2008) ed il recente e già citato Cambiare il mondo con un virus. Geopolitica di un’infezione; fra i tanti docufilm di cui ha curato la realizzazione, segnaliamo Cuba, el camino del sol, Un deserto chiamato Pace – Fulvio Grimaldi nell’Iraq sotto attacco e Maledetta Primavera. Arabi tra rivoluzioni, controrivoluzioni e guerre NATO.

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SettimoSigillo
SettimoSigillo
24 Novembre 2020 , 9:54 9:54

Questa cosa della sinistra “tradita” e’ comica. E’ nella natura stessa della sinistra tradire, corrompere e mentire.

Poi hanno sempre questa vocazione vittimistica della storia, come se fossero i perdenti; in realta’ tutto il baraccone idoeologico e’ stato sorretto (da sempre) dalla finanza capitalistica. Chi ha finanziato i “scolari francofortesi” per redigere le linea guida della sovversione etica e culturale occidentale?

Il Grande Reset e la Quarta rivoluzione industriale (sembra proprio un teorema marxista) e’ l’instaurazione del loro mondo. Il problema che sono troppo ottusi per capirlo e sbraitano ancora di dittatura fascista.

Ruggero
Ruggero
24 Novembre 2020 , 11:37 11:37

Il purismo comunista di Grimaldi mi lascia poi sempre un po’ tristo. Era chiaro fin da Stalin che di comunismo puro non si poteva più parlare, ma di semplice zarismo senza corone e pellicce di zibellino. Che infatti Grimaldi non disdegna, attribuendo al popolo scelte sane e consapevoli di dittatori vari, storicamente e sociologicamente adatti agli scopi di genti e luoghi. E qui, caro Grimaldi, ahimè casca l’asino. Perché questa è semplicemente una scusa, bella e buona, per giustificare il fallimento concettuale del comunismo in quanto tale. Cercarsi un capo, attribuirgli virtù extraumane, e intanto appena sotto tutti gli altri a fare i “compagni” non funziona, non può ne poteva funzionare. E infatti così è stato. Da qui la contraddizione intrinseca che Grimaldi, e come lui tantissimi, non colgono, non possono ne vogliono cogliere.
E questo gli strateghi occidentali lo hanno sempre saputo. Gli strateghi occidentali avevano tutti studiato letteratura e poesia a Yale e a Cambridge. Non sociologia a Trento.

lady Dodi
lady Dodi
24 Novembre 2020 , 14:19 14:19

Dottissime disquisizioni. Veramente alte.
Ma allora il Genio sono io: senza sapere tutto ciò, di puro anzi purissimo ISTINTO umano, disdegno comunisti e comunismo
Percepisco l’inganno, la sola.

Primadellesabbie
Primadellesabbie
24 Novembre 2020 , 14:19 14:19

O il riconoscimento di un’uguaglianza su questa terra ce lo conquistiamo sul campo, risolvendo ognuno per conto suo i problemi derivanti dalla propria sacra, intoccabile, peculiare unicità, e per questo é auspicabile un ambiente sociale favorevole, o l’uguaglianza ci verrà imposta, come oggi si può ben intravvedere, sopprimendo perfino il concetto e l’idea stessa di unicità, da ambienti interessati da sempre a lucrare e godere dello svilimento umano ai quali, con pretesti tanto raffinati quanto subdoli e infingardi, non smettiamo di dare manforte.