CANTO DELLA COGLIONITUDINE

 

(Andrea Cavalleri)

La settimana scorsa ho ricevuto una strana visita.

Un uomo dai modi di fare buffi e timidi ha suonato al mio campanello e mi ha chiesto di entrare “perché lui era in vacanza”.

Io sono rimasto abbastanza sbigottito: il fatto che un estraneo acquisisse una sorta di diritto a entrare in casa mia per la ragione di essere in vacanza mi suonava alquanto strano.

Ma lui era così timido e inoffensivo che l’ho fatto accomodare lo stesso, dato che mi ha promesso che non mi avrebbe trattenuto più di cinque minuti.

Ha detto di essere un professore di lettere e di chiamarsi Walt Titor, figlio di un certo John, cosa che a me non diceva niente (ho poi compreso il senso di questa presentazione grazie a una ricerca su internet).

Bisbigliava come se avesse paura di essere udito e mi ha confidato che aveva utilizzato per diletto personale un “viaggio” riservato a scopi scientifico-militari.

In poche parole mi ha detto che veniva dal futuro, e di averla combinata grossa con queste visite non autorizzate, ma lui aveva un’insana passione per le discussioni letterarie e non resisteva all’idea di vedere come gli avi avrebbero giudicato la poesia contemporanea.

Mi ha dunque regalato un manuale di letteratura “finito di stampare nel 2070” con breve antologia incorporata e mi ha pregato di leggere i capitoli dal 1990 in poi.

Qualche giorno più tardi è ripassato e abbiamo parlato abbondantemente degli argomenti che gli stavano a cuore, in particolare della narrativa destrutturalista e della poesia neopostmoderna.

Non ho intenzione di annoiarvi con questi argomenti per iniziati, e vi confesso molto francamente che continuo a preferire Petrarca rispetto alla poesia che si scriverà.

Ma un capitoletto dedicato a una corrente minore ha attirato la mia attenzione per la sua attualità ed è quello che voglio condividervi.

Per fortuna avevo fotografato un paio di pagine, perché il professore, ripensandoci disse che il manuale non poteva restare disallineato nell’asse temporale e che, insomma, si trattava solo di un prestito e non di un regalo.

Veniamo finalmente alla corrente letteraria che tanto mi ha colpito, detta della “Coglionitudine”.

Il libro presenta gli autori della coglionitudine quali epigoni del movimento culturale e letterario della Négritude di Léopold Sédar Senghor e Aimé Césaire e usa testualmente queste parole:

Se i letterati africani rivendicavano l’identità e la cultura nera contro quella francese, percepita come strumento di oppressione da parte dell’amministrazione coloniale, i poeti della coglionitudine lamentano l’inferiorità esistenziale del maschio bianco occidentale eterosessuale come pena autoinflitta a seguito di un’assimilazione del nichilismo selettivo.

In pratica il male di vivere, la noia esistenziale, la mancanza di mete e scopi nella vita dell’individuo maggioritario occidentale (che all’epoca era il maschio bianco eterosessuale) si trovarono improvvisamente in risonanza con la vitalità prorompente delle minoranze omosessuali, negro-immigrazioniste e femministe, che sotto il dichiarato scopo di una propria liberazione, celavano in realtà l’unico concorde desiderio di distruggere il simbolo della normalità, il maschio bianco, da loro percepito come causa di inferiorità psicologica.

Prosegue il testo: Questo “cupio dissolvi” vide le vittime come i migliori alleati dei carnefici nel ventennio ’10-’30 e la corrente della Coglionitudine si sentì chiamata a descrivere e incoraggiare la propria fine, in un nichilismo riservato a se stessi e non ad altre categorie umane, realizzando, forse per la prima volta nella storia, una condizione per cui è più importante la concordanza col mondo mediatico (che sosteneva le minoranze) rispetto alla concordanza con le proprie aspirazioni esistenziali, compreso il principio di autoconservazione.

 

Ricopio qui sotto il sonetto, con tanto di note del manuale, che vuole essere il manifesto programmatico del movimento.

 

Io sono un miserabile coglione[i],

e per bandiera ho la museruola[ii],

il guinzaglio me l’hanno messo a scuola[iii],

la mia virtù è la sottomissione.

 

In tutto credo alla televisione[iv],

le credo in ogni singola parola,

l’esperto di regime mi consola[v],

e quel che dice è pure mia opinione.

 

Mia libertà obbedire alle leggi[vi],

scritte solo da gente che mi ama[vii],

mio impegno quello di ridurre i seggi

 

elettivi di Palazzo Madama[viii].

Coglione lo sono dalla culla,

parlo del niente e penso solo al nulla[ix].

 

[i]     L’incipit è un voluto richiamo a “Jadis et Naguère” di Paul Verlaine, celebre brano programmatico teso a rivelare la poetica decadentista, che debuttava in questo modo:

Sono l’Impero alla fine della decadenza

Che guarda passare i grandi barbari bianchi,

Componendo acrostici indolenti,

In uno stile dorato dove danza il languore del sole.

[ii]    Per “Museruola” si intendeva una mascherina chirurgica che una superstizione dell’epoca volle quale strumento di salvezza dal contagio di un virus letale.

Ricerche compiute negli archivi sanitari e nei data-base demografici hanno dimostrato che negli anni ’20 non è avvenuto nessun fenomeno epidemiologico rilevante, e che si trattò di una leggenda metropolitana, che i sociologi hanno assimilato alle leggende sulla fine del mondo che circolarono in prossimità dell’anno 1000.

[iii]   All’epoca non era ancora stato stabilito il principio di autodeterminazione dell’insegnamento e il potere poteva barbaramente condizionare lo sviluppo dei nuovi cittadini.

[iv]   Un rozzo antenato delle RIICP (Reti Interattive Informative a Coefficiente di Prossimità). Tale strumento procedeva per comunicazione di tipo “stellare” (un solo emittente trasmette a molti riceventi) senza possibilità di replica.

Ovviamente era lo strumento più usato per mentire, manipolare e truffare i cittadini.

[v]    Era d’uso, per la politica di allora, scaricare le proprie responsabilità invocando l’autorevolezza del parere espresso da commissioni di presunti esperti. Il malcostume durò fino al famoso episodio del ’29, quando un gruppo di esperti e di politici fu trucidato, senza distinzioni, da una folla inferocita.

 

[vi]   Il verso riprende l’affermazione che “essere liberi significa fare ciò che è permesso dalle leggi”, originariamente del Montesquieu, poi ripresa dallo Joly, nel suo Dialogo all’inferno tra Montesquieu e Machiavelli e dall’ignoto autore dei Protocolli dei savi di Sion.

[vii]  I governi e gli esperti all’epoca tanto più protestavano di adottare provvedimenti “per il bene” del popolo, quanto più quegli stessi provvedimenti risultavano forieri di impoverimento e di schiavizzazione.

[viii] Verso oscuro, che parrebbe riferirsi a una presunta diatriba costituzionale, in un periodo in cui si discuteva ancora di “democrazia” quando quel corso era già stato annullato da un pezzo.

[ix]   La matrice nichilista! Alcuni critici discutono se l’invocazione all’autoannientamento fosse sincera oppure fosse un espediente per provocare una reazione.

Celebrazione o satira? Un dilemma già proposto per “The hollow men” di Thomas Stearns Eliot.