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QUESTO NON E’ PIU’ GIORNALISMO. IO MI CHIAMO FUORI

DI PAOLO BARNARD

paolobarnard.info

Non mi è più possibile essere giornalista, e di conseguenza voglio che tutti sappiate che io oggi non sto facendo giornalismo. Il mio lavoro è stato devastato dal “Facebook-journalism” e dal “Twitter-journalism”, due tumori del mestiere che ricadono sotto l’ombrello del “Google-journalism”.

Oggi chiunque dal pc può infarcirsi di Google search, poi sparare ‘giornalismo’ nel web, Social o persino sui quotidiani online e reclamare competenza e celebrità. Il risultato è un’iperinflazione da Weimar di grotteschi personaggi, ragazzetti e ragazzine auto proclamatisi ‘esperti’ o commentatori, esaltati, semi-giornalisti con tanto di tessera, con al seguito decine di migliaia di ‘factoids’ all’ora, ovunque e 24/7, in un impazzimento fuori controllo, e, tragicamente, con masse enormi di pubblico stolto al seguito che proclama “ecco la verità!”, e parrocchie, e sette, e curve ultras, patetici monoteisti di verità inesistenti… un abominio. Io ero un giornalista, così non ci sto più, mi chiamo fuori.

La news deve essere elaborata da due giornalisti: il cronista, che per definizione deve scrivere quasi all’istante i fatti che vede in apparenza accadere; e il reporter d’inchiesta, a cui spetta il compito di approfondire la news nei tempi mai brevi dell’indagine, e che al termine di essa, fatti riscontri su riscontri, controllate le fonti, si prende la responsabilità di denunciare ciò che, di nuovo, in apparenza ha scoperto. Due cose siano dogmatiche qui: A) i tempi, che nella cronaca asettica sono brevissimi ma nell’inchiesta NON POSSONO E NON DEVONO essere i tempi di Internet e dei Social, ma che, all’esatto contrario, più lunghi sono più v’è garanzia di serietà; B) il concetto di “in apparenza” che SEMPRE DEVE GUIDARE il giudizio di tutti, perché la verità assoluta negli umani eventi poi raccontati è inesistente.

Vado nel concreto perché tutti capiate cos’è il giornalismo e, poi, il motivo per cui io, giornalista, non lo sono più da tempo.

Il 14 agosto crolla il ponte Morandi. Il 14 settembre Bloomberg pubblica i dati economici sull’Irlanda, eccoli: è l’economia UE che cresce meglio, al 9%; i consumi sono floridi a un più 4,4%; vola l’export con un più 11%. Due colossali quesiti si presentano al giornalista: cosa davvero è accaduto nella storia ingegneristica, amministrativa e politica di quel ponte? Com’è possibile che una delle nazioni più devastate dalle Austerità della Troika dell’euro, con crolli in povertà da Terzo Mondo nel periodo post crisi 2008, sia oggi un’oasi di crescita addirittura molto al di sopra della Germania o Stati Uniti?

Morandi: il cronista riporta ciò che appare evidente, è crollato un ponte, morti, feriti, reazioni politiche e civili. Il reporter d’inchiesta inizia il suo lavoro con ricerca di documenti, di testimoni, di periti, possibilmente soffiate, quindi viaggia incessantemente, bivacca nelle strade del disastro, spia, attende, ripeto ATTENDE, perché nell’immediato è ovvio che nessuno si fa avanti con nozioni cruciali. Poi mette assieme i pezzi, ma deve verificare tutto, incrociare, discuterne con la redazione, e solo dopo tutto questo scrivere o montare il pezzo finale. Passano settimane come minimo, meglio mesi.

Irlanda: il cronista riporta ciò che appare evidente, dati, reazioni politiche e civili. Il reporter d’inchiesta inizia il suo lavoro, si reca sul posto, verifica presso aziende, famiglie, sindacati, ONG, tocca i maggiori settori di produzione ed impiego fin nelle campagne o porti di mare, poi sente la politica, poi i tecnocrati di almeno due parti avverse. Questo significa stare in Irlanda settimane, hotel, voli, una redazione che facilità i contatti con gli accrediti, e molto altro. Poi mette assieme i pezzi, ma deve verificare tutto, incrociare, discuterne con la redazione, e scrivere o montare il pezzo finale. Passano settimane come minimo.

Questo è il giornalismo, e per essere tale esso richiede i 3 postulati che seguono, fate assoluta attenzione:

  1. A) Coraggio, intelligenza e saper ATTENDERE prima di sparare.
  2. B) Una segreteria di redazione coi controcoglioni che sappia lavorare 24/7, nel contesto di una testata almeno minimamente libera di aggredire i Poteri.
  3. C) Mezzi economici a sostegno sia del reporter che dei costi di un’inchiesta, senza i quali mai e poi mai il lavoro avrà i minimi crismi di serietà.

Oggi nel marasma allucinato e demenziale del “Facebook-journalism”, “Twitter-journalism” in “Google-journalism”, passati 120 minuti dal crollo di mezzogiorno del Morandi una calca impazzita di grotteschi personaggi, ragazzetti e ragazzine auto proclamatisi ‘esperti’ o commentatori, esaltati, semi-giornalisti con tanto di tessera, infarciti di Google search e ‘factoids’ avevano già pubblicato sui media online e sui Social i fatti, le indagini, le denunce, i nomi, i responsabilità e le sentenze. Centoventi minuti dopo il crollo. Idem per l’Irlanda: ecco i perché, i per come, e chi dice il vero su Austerità ed euro. Al loro seguito masse imbecilli di pubblico stolto che proclama “ecco la verità!”, parrocchie, sette, curve ultras, patetici monoteisti di verità inesistenti…

Questo fa schifo, pari-pari, non ci sono altri termini, e sta al giornalismo come la pozione del Circo Barnum sta alla neurochirurgia.

Io nacqui come giornalista e reporter negli anni’80, mi consolidai negli anni ’90 a Report, e nella mia vita ho messo assieme questo lavoro. Il pubblico mi ha giudicato in 30 anni. Fino al 2004 io beneficiai dei 3 postulati di cui sopra. Nel 2008 ripresi sui temi economici, con alle spalle almeno un team di esperti conclamati internazionali che validavano ciò che divulgavo. Dal 2016, per motivi che non sono qui pertinenti, ho perso anche quelli. In questi due anni sono stato ridotto anche io al “Google-journalism” da forze maggiori – nessuno mi pubblica o chiama più, né venivo pagato quando mi chiamavano, non ho reddito effettivo dal 2004, no redazione né rimborsi spese, zero. No, io così non ci sto più, io non nacqui “Google-Twitter-Social personaggino sbraitante”. Ero un giornalista.

Ogni giorno mi sento morire davanti al pc, ma soprattutto ogni giorno sono perseguitato dall’idea che in questo miserabile modo anche io, Paolo Barnard con quel curriculum, finisco per ingannare chi mi legge e crede di star leggendo vero giornalismo. NON LO E’.

Ancora oggi vengo fermato in strada da fans che letteralmente mi osannano, per non parlare delle mail che ricevo da tutta Italia. Ogni singola volta mi sento sprofondare, vorrei gridargli che io non sono più, non posso più essere giornalista, basta attendervi ciò che non posso più darvi, MI VERGOGNO A PUBBLICARE in ste miserabili condizioni. Soprattutto, io non ho lavorato trent’anni e rischiato sia la mia pelle che di essere rovinato assieme a tutta la mia famiglia per ritrovarmi abbinato a sti pagliacci web oggi sgomitanti famosetti sbraitanti che si spacciano per giornalisti, che voi osannate e i cui nomi manco serve fare, visto che campeggiano 24/7 dappertutto. Basta.

Io con molta lentezza continuerò a pubblicare IDEE, ma sia scolpito nella pietra che ciò che ogni tanto pubblicherò NON E’ giornalismo. Tenetevi la marmaglia del ‘giornalismo’ web o Tv che sia, e la vostra demente idea di cosa sia essere informati. Io mi chiamo fuori.

 

Paolo Barnard

Fonte: https://paolobarnard.info/

Link: https://paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=2107

15.09.2018

 

Pubblicato da Davide

Un commento

  1. Che dire, Paolo…sei stato sfortunato, forse un po’ ingenuo. Non hai capito, per tempo, che il giornalismo “indipendente” non esisteva più, che il sistema chiedeva, ai giornalisti, fede assoluta e comprovato servaggio. Poi, serviva un esempio per tutti: chi tocca BigPharma, muore! E tu eri l’uomo giusto nel posto sbagliato, che quello buono non esisteva più per nessuno: solo più posti per servi.
    Per questo non approvo il tuo prendertela col giornalismo del Web. Io ho pubblicato una decina di libri (non ricordo nemmeno quanti, pensa!) e sarei potuto entrare anche nella “prestigiosa” Associazione Italiana Scrittori, perché due erano per grandi editrici, e adesso scrivo gratis sul Web, perché non ha più senso, tutto è diventato velocissimo, e deve essere sensazionale più che sensato, fragoroso più che fragrante.
    Per mia fortuna ho insegnato – non credere che sia stata una passeggiata, soprattutto con i nuovi “dirigenti scolastici” – però ci ho ricavato una pensione dignitosa.
    Concordo che gran parte di ciò che appare sul Web sia spazzatura – soprattutto l’arte di scrivere s’è persa – ma rimane una nicchia di pensieri coraggiosi, di proposte veramente indecenti: quelle decenti le hanno già tutte comprate i giornali, con i soldi che prendono dal governo.
    Cerca di fare buona vita, meglio che puoi, ma non prendertela con chi, col tuo malessere, non c’azzecca nulla. Ciao