Home / Attualità / Questioni di mafia e di governo

Questioni di mafia e di governo

 

DI CARLO BERTANI

carlobertani.blogspot.it

 

I problemi della mafia e della camorra ci sono sempre stati e sempre ci saranno, purtroppo ci sono, bisogna convivere con questa realtà.

Questo problema però, non ci può impedire di fare le infrastrutture.”

Pietro Lunardi, Ministro delle infrastrutture e dei trasporti nei governi Berlusconi, dal 2001 al 2006.

Credo che le questioni giuridiche emergenti fossero troppo sottili per la componente laica della corte d’assise.

Giovanni Fiandaca, “padre” del diritto penale antimafia, in riferimento alla recente sentenza della Corte d’Assise di Palermo.

“Gli italiani hanno votato molto male. Seguo tutto con disgusto, va tutto di male in peggio.”

Silvio Berlusconi

Il capolavoro dell’ingiustizia è di sembrare giusta senza esserlo.”

Platone

Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo. È la qualità più bella di un buon rivoluzionario.

Ernesto (Che) Guevara Linch

Potremmo continuare, c’è solo l’imbarazzo della scelta, giacché il tema della giustizia è sempre stato uno dei cardini della cultura umana. Senza fare un sunto dei vari sistemi di giustizia (del tutto inutile, ci toccherebbe partire dal Repubblica di Platone) sembra che il problema che viene posto sia: “è necessario che i cittadini comuni partecipino alla gestione della giustizia (e della democrazia)?”

Molti anni fa, mi giunse la comunicazione del Tribunale che mi aveva inserito nelle liste dei giudici “popolari” (non togati) e rimasi pensieroso: sapevo che i giudici popolari erano chiamati solo nelle Corti d’Assise, convocati per decidere su fatti gravi, e ne fui un poco allarmato. Se mi capita un fatto di sangue semplice semplice può andare…ma se mi capita una “rogna” di quelle da novanta, che faccio? Mi rassicurai, riflettendo che c’erano sempre i due giudici togati: il nostro compito sarebbe stato solo quello d’esprimere i nostri pareri, poi si sarebbe giunti ad una sintesi. Non fui mai chiamato, e la cosa si risolse da sola.

Contrariamente al prof. Fiandaca, però, ritengo che i giudici togati abbiano bisogno dei giudici popolari, poiché giudicando solo mediante le norme del diritto – complesse, talvolta apparentemente contraddittorie, specifiche, zeppe di casi particolari, ecc – possano essere “trascinati” nel vortice delle mille contraddizioni del Diritto e smarrire il vecchio buon senso (che, però, fu concesso agli uomini – secondo Cartesio – “in modo assai parco”).

Come potete osservare, una corte d’Assise è un po’ come un congegno d’orologi meccanici, ognuno tarato diversamente e con equilibri personali, che devono trovare una sintesi fra le leggi ed i ticchettii vari. Un compito arduo.

Tornando a bomba sul processo di Palermo – senza, però, aver ancora letto le motivazioni della sentenza – saltano agli occhi alcuni punti focali.

La cronologia della sentenza, senz’altro strana: il procedimento, però, durava da 5 anni e, dunque, non si può decidere quando è maturo per giungere a sentenza. La sentenza non è stata pronunciata allo scadere elettorale, bensì 45 giorni dopo, quando il governo sarebbe potuto essere già formato.

Il secondo punto è la mancanza di prove, che in parte è vero: stupisce, soprattutto, la condanna dei Carabinieri e d’altri organi dello Stato, e l’assoluzione di un ex ministro. Ma, qui, senza le motivazioni, è impossibile andare oltre.

Ciò che s’intuisce, in questo guazzabuglio di pentiti e falsi pentiti, è che i giudici (popolari e togati) abbiano ravvisato i segni di un disegno coerente, di una “storia” che conteneva elementi probatori perché, perché…non sarebbe potuta andare diversamente!

Dagli attentati “interlocutori” alla Standa degli anni ’90 (da poco acquistata da Berlusconi), agli assassini di Falcone e Borsellino, fino alle bombe di Firenze e di Milano e infine al fallito (?) attentato all’Olimpico c’era il segno inequivocabile che la mafia desiderava qualcosa, ed era ferocemente impegnata per ottenerlo.

E’ altrettanto vero che le forze dell’ordine scardinarono l’ordine dei corleonesi, ed il potere politico sanzionò pesantemente la loro detenzione, con il varo del 41-bis.

Ma è anche vero che la mafia, per sopravvivere, abbandonò una generazione di capi per affidarsi a uomini più giovani – Messina Denaro fa pensare – che rimarranno indisturbati per decenni. Insomma, una sorta di “ristrutturazione” dove la lupara non faceva più la parte del leone, mentre ci s’attrezzava per una sorta di “compartecipazione” occulta sugli appalti, sul fiume di denaro che lo Stato spende per la manutenzione dell’esistente ed oltre (vedi Ponte sullo Stretto).

Un incauto Lunardi pronunciò due parole di troppo, forse per inesperienza in queste faccende, forse per sottolineare che gli accordi erano chiari e rispettati da entrambe le parti. Un “pizzino” inviato mediante i media?

Insomma, il quadro accusatorio – se non provato da tracce evidenti – viene approvato per le forti e probanti coincidenze, evidenti, del suo svolgersi.

Marcello Dell’Utri era già stato condannato per “vicinanza” alle cosche nel precedente processo, giunto alla sentenza definitiva: difatti, Dell’Utri è in carcere. Le prove, in quel caso, ci furono e molto circostanziate: la vicenda dello “stalliere” Mangano, che Dell’Utri ben conosceva come affiliato al clan di Porta Nuova a Palermo, ad esempio.

Quella sentenza, però, sanzionava il comportamento di Dell’Utri fino al 1992: oggi, è stato riconosciuto che il suo “agire” in combutta con le cosche è continuato anche dopo – nel 1993 fonda Forza Italia, insieme a Silvio Berlusconi – e non c’è da stupirsi più di tanto. Se mai, c’è da chiedersi perché la sua “vicinanza” alle cosche fu analizzata solo fino al 1992. Mistero (buffo).

Su tutte le sentenze che vengono emanate, pesano come dei macigni quelle non emanate, oppure sconfessate da ulteriori sviluppi. Pochi giorni or sono, alla Procura di Roma è giunta un’informativa sulla storia infinita di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: un atto di scarsa importanza, ma indicativo dei tempi (e dei modi) della giustizia italiana. Giunto alla Procura di Firenze nel 2012, arriva sulla scrivania del GIP romano nel Gennaio del 2018. Perché?

Siamo ancora in attesa di sapere chi:

– mise le bombe a Piazza Fontana

– a Brescia

– sul treno Italicus

– alla stazione di Bologna: Fioravanti e la Mambro si sono sempre detti innocenti per quel crimine, e Cossiga – in punto di morte – affermò che si era trattato dell’esplosione accidentale di un “trasporto” di esplosivo da parte dei Palestinesi. Sarà?

– chi abbatté l’aereo di Ustica: anche qui, Cossiga (sempre prima di morire) affermò che i missili erano francesi. Vabbé.

– come mai un traghetto – il Moby Prince – affonda a Livorno in una placida sera di Primavera. E la nebbia (provato) non c’era.

Ed altre, misteriose morti mai indagate o risolte: Mino Pecorelli, Roberto Calvi, l’affaire Moro e tanti altri.

A fronte di queste “defaillances” della giustizia italiana, il teorema della prova provata senza ombra di dubbio va a farsi benedire, perché operano centinaia di depistaggi. Forse, imbastire un processo sul cui prodest, e poi cercare di capire se gli eventi s’incastrano uno nell’altro, con valenza probante, è l’unico modo per giungere a qualcosa. Insomma, la sequenza degli indizi probanti, fino a prova contraria, diventa prova di colpevolezza. Nella lunga vicenda di Ilaria Alpi, ad esempio, sono stati accertati almeno 26 diversi depistaggi, tramite false testimonianze (di persone poi svanite nel nulla) ed altre prove poi rivelatesi false od inesistenti.

Se prendiamo in esame l’operato della giustizia italiana dal dopoguerra in poi, dobbiamo constatare che la sua capacità investigativa e sanzionatoria è stata bassa, bassissima.

A sua discolpa, però, dobbiamo prendere in esame qual è stato il quadro nel quale si è mossa.

All’indomani della fine della guerra, fu scattata questa fotografia:

Quelli che vedete sono Salvatore Giuliano – eccidio di Portella della Ginestra – e don Vito Genovese, pezzo da novanta della mafia italo-americana, uomo di don Calogero Vizzini, all’epoca il massimo esponente delle cosche americane. Come vedete, è in divisa dello US Army. E’ il testimonial del patto fra il colonnello Charles Poletti e la mafia nordamericana, per il controllo della Sicilia.

Non è un mistero che gli americani guardassero con l’acquolina in bocca la Sicilia appena conquistata…Malta rimarrà agli inglesi…certo, se avessimo anche noi una bella isola per controllare il Canale di Sicilia…insomma, aggiungiamo una stellina alla bandiera…ma anche indipendente va bene lo stesso…

La cosa non andò in porto probabilmente poiché non discussa né prevista a Yalta, ma la soluzione fu presto trovata: nessuna, fra le Regioni a statuto speciale italiane, ne ha ricevuta una “speciale” come la Sicilia, anche se formalmente l’art. 116 della Costituzione la cita insieme alle altre tre.

Inoltre, gli americani hanno ricevuto tutte le basi militari che desideravano: Sigonella e Comiso, tanto per capirci.

Con la nazione italiana nuovamente costituita, politicamente e giuridicamente, toccava allo Stato italiano gestire i rapporti con la mafia, e lo Stato si attrezzò.

I due personaggi ritratti insieme una miriade di volte testimoniano l’importanza che lo Stato assegnava alla Sicilia: voti, soprattutto voti per la DC e, in pratica, “non vedo, non sento e non parlo” sui traffici della Mafia.

Gli affari andarono bene per molti anni, con i fratelli Salvo – vicini a Salvo Lima – che avevano in appalto la riscossione del 40% delle tasse raccolte nell’isola (!).

Quando, nei primi anni ’90, l’impianto saltò, Lima fu ucciso. Cuore, indimenticabile fonte di risate, ironie e sarcasmi, titolò l’evento: “Salvo Lima come John Lennon: ucciso da un fan impazzito”. Ed era la tragica verità. Anche se la follia c’entrava poco.

Ciò che si nota, dal rozzo accompagnarsi di un mafioso americano con un brigante, è il livello che era cambiato: il deus ex machina della DC, l’uomo innumerevoli volte ministro e capo del Governo, e colui che teneva i contatti con la fertile provincia per il costante, ed imprescindibile, controllo delle elezioni.

Ma giunse Mani Pulite, ed un’intera classe dirigente fu spazzata via: ecco, allora, i “rimpiazzi”:

Gli anni fra il 1990 ed il 1993 sono anni pericolosi: tutto torna a saltar per aria, e le uccisioni fioccano come grandine improvvisa. Quando gli equilibri sono nuovamente ripristinati, ecco che la pace dilaga: i corleonesi sono sconfitti, ma tutto passa nelle mani di un (all’epoca) giovane capo: Matteo Messina Denaro. Imprendibile, “primula rossa”, come lo furono Riina e Provenzano. E tutto torna tranquillo, per decenni, miracolosamente.

Ed ecco che, il 18 Aprile 2018, una improvvisa trappola viene tesa agli affiliati del boss: vengono arrestate 22 persone, giungendo molto vicino al boss dei boss, sono arrestati due suoi cognati.

Esattamente come avvenne la cattura di Riina, arrestato il 15 Gennaio del 1993, poco prima che Berlusconi salisse al potere per la prima volta.

Si direbbe che i periodi di “interregno” siano funesti per la Mafia, oppure che anche la Mafia ne approfitti per ristrutturarsi (o sia obbligata a farlo), così come la classe dirigente. Sappiamo, però, che la Mafia non “chiude bottega” se arrestano un suo esponente di spicco, anche il capo dei capi: si riuniscono, e trovano un nuovo equilibrio da proporre alla “controparte” politica. Altrimenti, se non c’è accordo, iniziano i guai.

Oggi, ancora non sappiamo chi governerà in Italia nei prossimi anni: sappiamo che grandi interessi si stanno muovendo intorno alla presidenza della Repubblica, e parecchi politici ne sono coinvolti.

Difficile credere che, all’interno delle nuove forze politiche – il M5S e la Lega (che proprio “nuova” non è) – la Mafia non sia riuscita ad infilare qualche suo uomo fidato: magari un giovane ligio ai dettami de “l’antimafia di facciata”, con tanti “vaffa” nel pedigree, oppure un giovane settentrionale con le corna verdi e la Padania ad ogni piè sospinto.

Difficile affermarlo, ma altrettanto difficile pensare il contrario.

Noi guardiamo ai grandi leader, che non hanno certo quei contatti e quelle frequentazioni, ma sapremo presto cosa succederà. Accordi? E con chi? Niente accordi? Per la prima volta l’ISIS (o chi per lei) colpirà il territorio italiano?

Lo scenario internazionale, inoltre, non consente divagazioni: il confronto strategico si fa più aspro, e le basi diventano importantissime nei periodi di diplomazia “calda”. Di certo, la Mafia è la controparte più sicura cui rivolgersi, se si vuole mantenere il controllo dell’isola.

Se si farà un “governo del Presidente” – ossia tutti contro il M5S – sarà molto difficile che duri nel tempo: troppe le tensioni interne, troppi i “rospi” del passato da sputare.

Però, un governo M5S e Lega è ciò che non solo fa impallidire Mattarella, ma che ha già ricevuto il pollice verso di Bruxelles, la diffidenza USA, la storcere di nasi da parte dei finanzieri internazionali.

A parer mio – come scrissi prima delle elezioni – un governo del Presidente potrà trovare un equilibrio (centro destra + PD) a patto di estromettere personaggi troppo difficili da digerire: uno su tutti, Salvini. Non dimentichiamo che un simile governo – una tale armata Brancaleone – potrà permettersi di perdere per strada anche una ventina di persone: quante bastano, a Salvini, per salvare la faccia e tornare fra i “duri e puri”. Per prendere nuovi allocchi alle future elezioni.

Allora, si tornerà agli accordi sottobanco…qualche capomafia sarà arrestato ed un nuovo capo proporrà un accordo con il nuovo governo…i due finti litiganti, gli amici/nemici, si troveranno di nuovo vicini, ma all’opposizione.

Così va il mondo, perché tutto cambi senza mai cambiare nulla.

 

Carlo Bertani

Fonte: http://carlobertani.blogspot.it

Link: http://carlobertani.blogspot.it/2018/04/questioni-di-mafia-e-di-governo.html

25.04.2018

 

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/21/trattativa-per-fiandaca-era-una-boiata-pazzesca-ora-se-la-prende-con-giudici-popolari-troppo-complessa-per-loro/4307884/

Pubblicato da Davide