PERCHE' VALLANZASCA ADESSO MERITA LA GRAZIA

DI MASSIMO FINI

Lettera aperta al presidente Ciampi

Al Presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi Signore, è col dovuto rispetto che mi permetto di inviarLe questa lettera aperta per segnalare alla sua attenzione la domanda di grazia che nei giorni scorsi Renato Vallanzasca, detenuto nel carcere di Voghera, condannato a quattro ergastoli e a 260 anni di reclusione, ha inoltrato alle Autorità competenti, non tanto -mi è parso di capire – perché speri in un accoglimento favorevole, ma per venire incontro a un desiderio della vecchia madre novantenne che non vede da cinque anni, nemmeno in parlatorio, dato che la donna non è più in grado di spostarsi. I motivi che mi spingono a scriverLe, Signor Presidente, non sono diversi da quelli che mi indussero a inviare una lettera analoga,nel 1995, attraverso il quotidiano l’Indipendente, al Capo dello Stato dell’epoca, Oscar Luigi Scalfaro, resi però più gravi e impellenti dal fatto che sono passati dieci anni e il Vallanzasca ha accumulato complessivamente 35 anni di reclusione, di cui una trentina in regime di carcere duro, in cui si trova tuttora, e venti di isolamento senza mai godere di un qualsivoglia beneficio o permesso. Il Vallanzasca, che oggi ha 55 anni, ha passato quasi la sua intera vita in galera (“sono il simbolo della certezza della pena”, dice con un certo humor milanese che non gli è mai mancato). Bandito a viso aperto

Tuttavia, sebbene, secondo la nostra Costituzione, la pena debba tendere alla rieducazione e, se possibile, al reinserimento nella società del condannato, per quanto efferato possa essere stato il suo comportamento, e questo non si dia per il Vallanzasca se resterà in prigione a vita, non è tanto per la sua lunghissima e durissima detenzione che la domanda di grazia merita, a mio avviso, di essere vagliata con una certa considerazione. Può essere che per quanto dura e per certi versi disumana la sua pena sia l’inevitabile retribuzione per i suoi delitti come egli stesso ammette nella sua lettera (“È stato il prezzo che è stato giusto pagare alla Giustizia”). Il curriculum criminale del Vallanzasca è infatti impressionante. Ci sono furti, rapine, sequestri di persona, tre evasioni riuscite, altre tentate e anche omicidi consumati durante conflitti a fuoco con le forze dell’ordine.

E allora ? E’ la personalità che, nonostante tutto, merita un certo rispetto e, forse, un occhi benigno alla sua bizzarra e inconsueta, anche per i termini in cui è formulata, domanda di grazia. Renato Vallanzasca è senpre stato un uomo leale, come ha ammesso anche il prefetto Achille Serra che lo fronteggiò negli ormai anni ’70. Un bandito a viso aperto. SE ha ucciso poliziotti lo ha fatto in scontri a fuoco e alla pari (“mors tua vita mea”), non in vili agguati sotto casa, a differenza di altri di cui oggi, da ogni parte e anche per impulso di altissime Autorità istuzionali. Si sponsorizza la Grazia.

Si è sempre assunto lealmente e fino in fondo le proprie responsabilità. A differenza di altri delinquenti, anche eccellenti, ed eccellentissimi, ha sempre ammesso le proprie colpe e anzi in più occasioni (rapine di Milano Due, Pantigliate, di Seggiano. Di Viale Corsica) si è addossato delitti per i quali erano stati incriminati degli innocenti dando così un contributo, non irrilevante, alla giustizia anche se di segno e di senso diverso, direi opposto, da quelli dei cosidetti pentiti.

L’opposto dei pentiti

Il Vallanzasca infatti scagiona innocenti laddove i “pentiti” spesso li inguaiano, si assume la propria responsabilità di crimini, laddove i “pentiti” tendono a scaricarla su altri, agisce a titolo gratuito, e anzi a proprio danno, laddove gli altri lo fanno solo per ricarvarne un premio, che poi immancabilmente ottengono. E infatti oggii fuor di galera ci sono veffi ben peggiori di Renato Vallanzasca, gente che ha fatto morire bambini immergendoli nel’acido, terroristi autori di attentati pluriomicidi e vilissimi.

Questa assunzione delle proprie rsponsabilità è nel Vallanzasca un modo di essere, una mentalità che va aldi là dei suoi specifici atti criminali. Il giorno del suo arresto del 1977 alla cana dei giornalisti sociologizzanti e gravide della demagogia sessantottina e post sesantottina dell’epoca, che gli chiedeva, querula e speranzosa, se non si ritenesse una vittima della società, rispose dal famoso balconcino. “Non diciamo cazzate”. Concetto ribadito sucessivamente in un intervista: “Sono nato per fare il delinquente, il resto sono balle. Non sono una vittima della società. Non mi reputo tale. Sono un ragazzo che poteva avere la possibilità di studiare. Anche se non ero di una famiglia benestante non ci mancavano i mezzi, eravamo in una condizione agiata. MI fin da piccolo mi piaceva rubare i soldatini”.

Emanuela Trapani la trattò con garbo e rispetto e quando le gazzette cominciarono a insinuare che fra lui e la giovanissima sequestrata era nata una “love story” , interrogato in proposito, replicò seccamente: “Sono tutte balle inventate da voi giornalisti”.

Per le stesse ragioni non ha mai fatto la vittima nemmeno da detenuto.

Mentre in questi anni abbiamo visto tangentisti, corrotti, corruttori invocare Amnesty International per una settimana di custodia cautelare e c’è stato chi, dopo quattro giorni di detenzione. Ha scritto una lettera al direttore del Corriere della Sera minacciando il suicidio se non fosse stato tirato fuori da una galera che si era meritato, il Vallanzasca, nonostante il carcere duro, il regime di isolamento disumano in cui è stato tenuto non per giorni o settimane o mesi ma per anni, nonostante le botte, i pestaggi, le lesioni che ha subito e le intimidazioni di cui sono stati oggetto i medici che lo avevano in cura perché nulla trapelasse, non si è mai lamentato. Tantomeno ha denunciato torture psicologiche per il solo fatto di essere in carcere. Ne’ si è messo a fare il ponte isterico alla scoperta che una cella non è un salotto. Si è insomma comportato sempre con molta dignità, dimostrando di essere consapevole di avere un conto da pagare alla giustizia e alla collettività. Anche adesso dice senza arroganza:” Non oso pensare di meritare la grazia. Mi limito a chiederla”.

Solo una volta, qualche anno fa, dopo un pestaggio particolarmente brutale, ha protestato. Ma anche in quell’occasione, a un giornalista che gli domandava se fosse stato torturato, ha risposto: “Adesso non esageriamo”.

Bandito senza difensori

A differenza di altri Renato vallanzasca non è mai stato difeso da nessuno, a parte il sottoscritto e ,oggi, Libero. Non ha santi in Paradiso, né politici né d’altro tipo. E’ un “cavalier seul”, un bandito d’altri tempi, ottocentesco, con un suo preciso codice d’onore, sia pur malavitoso; cui non è mai venuto meno. Per esempio, pur avendone a suo tempo tutte le possibilità, si è sempre rifiutato di entrare nel mercato della droga e a quseto proposito ha dichiarato. “ Non giudico nessuno, né chi si fa né chi spaccia. Non sono cose che mi riguardano. Ma con la droga non voglio avere niente a che fare”.

Il fatto è che, per un qualche straordinario accidente, si sono conservati in Renato Vallanzasca, nonostante la sua vita violenta e criminale, alcuni valori propri di quella vecchia Milano, la Milano della Comasina e di Affori, da cui proviene, la Milano della sua “mammetta” come la chiama con un infantilismo allegro: lealtà, dignità, pudore mascherato da spavalderia ribalda e un popolano “sense of humor”. E Soprattutto rispetto di quelle regole del gioco che oggi tutti, affettando il contrario, violano nella società civile e quindi anche in quel suo riflesso malato che è la malavita.

Il suo codice morale

Se infatti oggi la mafia, la camorra, la criminalità finaziaria, quella amministrativa, quella politica e la delinquenza cosidetta “comune” sono ormai una giungla disordinata e caotica senza regole d’onore, neanche malavitose, è perché non sono altro che lo specchio della società civile (una malavita senza dignità e senza onore può essere solo il prodotto di una società senza dignità e onore).

Vallanzasca incvece è un bandito che riflette una società d’altri tempi è,, mi si passi il termine, un bandito “liberale” in un Italia dove tutti si dichiarano liberali senza esserlo.

E’ un bandito onesto in una società dove, troppo spesso, gli onesti sono dei banditi. Renato Vallanzasca non è un pentito. Ciò contrasterebbe con quello che oso chiamare il suo codice morale e il suo pudore milanese (“Non penso di dover giurare contrizioni e cambiamenti, mi sembrerebbe ipocrita oltre che irriguardoso per le mie vittime e i loro parenti”).

Ma, dopo 35 anni di carcere, è sicuramente un uomo diverso, senza aver rinnegato quel che di sano, di leale, di fanciullesco c’è sempre stato in lui. Fuori potrebbe essere oggi, un buon cittadino.

Per tutti questi motivi merita, ampiamente, la libertà. Sia che Ella, Signor Presidente, gliela voglia concedere sia che non voglia. Con ossequi.

Massimo Fini
Fonte: http://www.libero.it
27.04.2005

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