Meritocrazia

Di Alberto Conti per ComeDonChisciotte.org

C’è chi nasce con la camicia e chi nasce senza neanche il pannolino, magari sotto le bombe.

Che differenza c’è di merito tra i due neonati? Evidentemente nessuna che riguardi personalmente quei due esserini in grado solo di ciucciare e fare “uè uè”. C’è invece un’enorme differenza ereditaria, quantificabile monetariamente e da subito fruibile di conseguenza.

Non si ereditano solo i tratti genetici, ma anche la condizione sociale, lo stile di vita, la qualità ambientale, la cultura, il benessere materiale e spirituale, l’affettività e la sicurezza esistenziale, ecc. ecc. E infine il patrimonio famigliare, del quale i nuovi nati entreranno in pieno possesso alla morte dei genitori e/o dei parenti più stretti, ma del quale godranno i frutti fin dal primo giorno di vita.

Eppure di fronte a questa ovvietà ci sono ancora culture e ideologie, o addirittura inclinazioni religiose come il calvinismo, che identificano merito e ricchezza, per quanto considerati oggetti di predestinazione divina. Ma soprattutto si perpetua il diritto ereditario, figlio dei tempi di re e imperatori, ovvero dei regnanti dinastici, per diritto ereditario, per l’appunto. Neppure la naturale dispersione patrimoniale legata all’inevitabile ramificazione genealogica è bastata a contrastare questa tendenza, inventando per l’occasione il principio di primogenitura, ovviamente riservato ai figli maschi. Lo scopo era chiaro, non disperdere poteri e ricchezze concentrati, rispetto alla massa dei cosiddetti “diseredati”, da dominare dall’alto in basso. Comunque tutti i parenti e gli amici, esclusi dall’asse ereditario principale del regnante, avrebbero poi goduto, in varie forme e modi, di benefici più che soddisfacenti, originati dal potere e dalle ricchezze accumulati e concentrati.

Solo l’ipocrisia perbenista made in USA può ancora lasciar credere che anche se nasci in un Paese sperequato puoi ambire ad onori e ricchezze, e anche diventare Presidente, a dispetto dell’evidente contrasto sociologico tra ricchi e poveri generazionali.

Tutto ciò stride, o meglio si contraddice platealmente con queste due qualità fondamentali dell’essere umano, il merito e la mortalità. Che c’azzecca il possesso di grandi o piccole quantità di credito sociale col “merito dinastico” attribuito a individui mortali come tutti gli altri? Assolutamente nulla, sia con i meriti personali in vita, certificati dall’operato reale del soggetto, sia con il diritto presuntamente “naturale” di trasferire tutto il credito posseduto agli eredi post mortem. Lo so, quest’ultimo punto è talmente assimilato dalla cultura corrente che la sua critica è rifiutata a priori, quasi istintualmente, come fosse una reazione allergica che colpisce un punto particolarmente sensibile. Una controdomanda spontanea e provocatoria potrebbe allora essere, ad esempio: “E a chi dovrebbe andare la proprietà della mia casa, che mi sono guadagnato (meritato) in un’intera vita di lavoro e sacrifici, se non ai mie adorati figli?”

E così è stato concepito un compromesso, la tassa ereditaria, teoricamente più che proporzionale all’entità del patrimonio in questione, ma praticamente depotenziata a piacimento del regnante di turno, specialmente se divenuto tale per meriti patrimoniali, come è ormai consuetudine nelle “democrazie” occidentali. Senza contare gli artifici societari e contabili predisposti dai diretti interessati, come lasciava intendere un recente articolo di giornale intitolato: “Berlusconi è riuscito a fregare il fisco anche da morto”.

Non parliamo poi dei “meriti” professionali all’interno delle aziende, dove prevale chi più sgomita per fare carriera, con tanto maggior successo se lo fa con metodi pirateschi, quali il millantato credito e la calunnia del rivale di turno, o peggio in stile mafioso. Cose che accadono frequentemente nelle dinamiche interne a diversi livelli, come può testimoniare chi abbia maturato una lunga esperienza di vita lavorativa in azienda.

Con questo non si vuole negare il valore del merito personale, se congruente a proporzionali differenze reddituali o differenti propensioni al risparmio. Si vuole però sottolineare l’abuso di tale principio, elevato ad alibi di sistema di governo (merito-crazia) per sdoganare una forbice divergente, sempre più esasperata, tra ricchi e poveri, che è il fenomeno più socialmente e politicamente devastante dei nostri tempi, presente sia all’interno di uno stesso popolo che tra Nazioni e continenti vari sparsi per il pianeta.

Le atrocità e gli orrori della guerra, che ci coinvolgono pesantemente sia come spettatori che come attori o comparse geopolitiche, e presto fors’anche direttamente come vittime non solo economiche, sono in realtà la diretta conseguenza delle sperequazioni di cui sopra, della volontà di privilegio di prevaricatori spietati e della conseguente resistenza disperata degli aggrediti, comunque vengano pretestuosamente imposti questi ruoli da burattinai ai massimi livelli strategici. Sarebbe interessante indagare a fondo questi nessi causali, ma non è questo il tema, almeno per ora.

Qui non stiamo parlando solo di giustizia sociale o di ambiziosi propositi di pari dignità umana, ma di sopravvivenza alle catastrofi che queste dinamiche inesorabilmente comportano.

E poiché la radice del problema è riconducibile agli esiti economici delle parti in causa, le moderne economie a base monetaria ne sono direttamente responsabili, determinate come sono dal tipo di gestione monetaria adottato, con le sue politiche e le sue regole, riconducibili alla intera struttura bancaria ormai sistemica e interdipendente, dal livello locale a quello globale (testa della piovra).

Ci sono gestioni monetarie scorrette che esasperano la tendenza alla concentrazione anche smodata di ricchezze personali, e invece gestioni monetarie corrette che garantiscono una maggior equità sociale nella redistribuzione delle ricchezze, contrastandone gli eccessi sperequativi. Il che rappresenta anche una condizione necessaria per poter sperimentare la scelta ragionata di un qualche metodo di autogoverno democratico. Le politiche fiscali fanno parte attiva indissolubile delle politiche economico-monetarie.

Per dirla in termini più semplici e concreti, non dovremmo avere a che fare con dei “padroni universali” che promuovono unilateralmente nel mondo delinquenza e mostruosità ideologiche e culturali, peggio ancora se supportate da fondamentalismi religiosi, quale ad es. l’attuale rappresentazione politica del sionismo, se solo confiscassimo al potere criminale i diritti usurpati tramite accumulazioni truffaldine, e comunque sistemiche, di “credito sociale”, di ricchezza esponenzialmente crescente nel tempo. Un concetto, questo di credito sociale, che quando viene riconosciuto in misura smodata a quelle élite di decisori universali suona quantomeno grottesco. Ma proprio assurdo nel XXI secolo, da trogloditi rispetto alla millenaria evoluzione civile dei Popoli e delle rispettive culture e tradizioni materiali e spirituali fino ai giorni nostri. Purtroppo questi sono giorni bui e regressivi, da bieca restaurazione dell’ancien régime almeno nella parte di mondo cui apparteniamo.

Il libero arbitrio è la qualità dirimente della condizione di esseri umani all’interno del grande regno animale presente nel pianeta, ma proprio per questo diventa pericolosissimo se esprime la volontà di una dittatura della ricchezza superconcentrata ed elitaria, che non dovrebbe proprio esistere. Parliamo di poche persone fisiche potenzialmente deviate dal retto pensiero, anzi sicuramente alienate dai normali valori dell’umanità proprio per la loro anomala condizione esistenziale di padroni universali, detentori delle ricchezze del mondo e del potere nascosto ma prevalente che ne consegue. Personaggi tentati dal delirio di onnipotenza, che si sentono al di sopra di tutto, per quanto protetti dall’anonimato, in sfregio alle moderne tendenze di autogoverno e convivenza civile.

Giusto per esemplificare nel concreto della attuale gestione monetaria imposta da lorsignori, citiamo l’emissione monetaria tramite erogazione di credito, che non mi stanco di ricordare essere credito sociale, non “privato”. Attualmente la stragrande maggioranza di moneta circolante in tutte le sue forme, che vedono una schiacciante prevalenza della forma elettronica, cioè scritturale, è infatti di origina creditizia bancaria. E già per questo la sola idea di “Banca privata” dovrebbe suonare sarcastica, come dire “acqua asciutta”.

Ma qual’è la differenza qualitativa tra il denaro prestato dal Sig. Mario al suo amico Giuseppe, e il credito che invece lo stesso Giuseppe riceve dalla sua banca in forma di mutuo? Semplice, Mario deve possedere prima quel denaro, per poterlo prestare a Giuseppe. La banca invece no, eroga cifre importanti in forma di credito a Giuseppe senza minimamente preoccuparsi di possedere le riserve corrispondenti, o anche solo necessarie a parziale garanzia, come invece accadeva in un recente passato ormai passato di moda. E’ il gestore-capo della moneta (BIS di Basilea – Svizzera) che conferisce a tutte le “sue” banche questo privilegio ingiustificato, quello di “creare” per l’occasione il denaro da prestare ai suoi clienti che lo chiedono. Si dice emissione di moneta FIAT, creata dal nulla, ma non è proprio così. Questa moneta è credito sociale che Giuseppe riceve in cambio della sua fondata promessa di restituirlo con gli interessi, guadagnandolo col sudore quotidiano della sua fronte nei prossimi 20 anni. E’ Giuseppe, per il fatto che esiste e gli viene riconosciuta la capacità di restituire il credito erogato dalla banca, che in realtà emette moneta nel sistema (es. pagandoci la casa), e la crea non dal nulla ma dalla sua promessa di meritarsi quell’anticipo di credito sociale. Giuseppe è Giuseppe, in carne ed ossa, è una risorsa per la società e un creatore di ricchezza tramite il proprio lavoro, altro che “entità FIAT”! Ma allora, stando così le cose di fatto, perché penalizzarlo con gli interessi, e perché invece riconoscere alla Banca il diritto ventennale a riscuotere quegli interessi grazie al “merito” bancario di aver scritto inizialmente la cifra del mutuo nei suoi libri contabili elettronici? C’è di peggio, ormai è consuetudine che la Banca, il giorno dopo aver erogato il mutuo a Giuseppe, venda il contratto a una società finanziaria “veicolo”, lucrando da subito una ricca plusvalenza. Cosa ne sarà dei soldi legati a quel mutuo alla fine non lo sa nessuno, visto che entrano nel tritacarne dei prodotti finanziari più o meno “strutturati” a scopo di ulteriore lucro. Lucro certo della finanziaria che intermedia il “prodotto finanziario” per conto di un suo ignaro e fiducioso cliente, destinato prima o poi a restare col cerino in mano, cioè passibile di perdite anziché dei ventilati guadagni speculativi. Perdite anche dell’intero risparmio investito, nel caso di default a cascata innescata da una qualche bancarotta, che si sa, è quasi sempre fraudolenta.

O è il sistema cosiffatto che è fraudolento?

(questo è solo un esempio tra tanti, anche ben più gravi, di come il sistema risucchia ricchezza da un basso popoloso verso un alto elitario, come dimostrano inequivocabilmente i dati statistici relativi alla distribuzione delle ricchezze nel tempo)

Con questa domanda retorica concludo questa ulteriore disanima di come, intendendo la natura della moneta come credito sociale (trasferibile come pagamento), la visione prospettica sui tribolati eventi della nostra storia cambia radicalmente, scalzando con nuove luci inedite antichi preconcetti sbagliati, che altrimenti ci inchioderebbero sine die a dinamiche perverse, dalle quali occorre invece liberarsi con un sussulto coscienziale, corroborato da fondate riflessioni originali. Questa elaborazione del pensiero può e deve maturare i presupposti di nuove ideologie politicamente efficaci al perseguimento del bene, tanto più necessario in questo momento di strapotere di forze maligne, distruttive di corpo e anima di tutti noi, fragili mortali, ma pur sempre portatori sani di pietà e compassione verso noi stessi e soprattutto verso i nostri simili che soffrono. Cosa che non è da tutti, ma è proprio questa la nostra forza vincente. Abbiamo ereditato un meraviglioso cervello e un anima nobile, usiamoli a fin di bene, come ce lo chiede una coscienza liberata grazie alla consapevolezza di verità fondamentali, che non necessitano di mirabolanti rivelazioni. E’ sufficiente aprire gli occhi, guardare e riflettere su ciò che vediamo. Ma occorre farlo da un punto di vista giusto, anche se inusuale, come lo era l’oculare del cannocchiale di Galileo puntato sulla Luna.

Di Alberto Conti per ComeDonChisciotte.org

14/11/2023

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