Le città-prigione da 15 minuti e la fine della proprietà privata

Brandon Smith
alt-market.us

Come regola generale, trovo che ogni volta che l’opinione pubblica apprende il vero significato di una particolare agenda promossa dai governi e dai globalisti, la prima reazione della gente [nei confronti di chi ha aperto loro gli occhi] è quella dell’indignazione, proprio come farebbe un narcisista che ha fatto qualcosa di male e si sente scoperto. “Come osi mettere in dubbio le loro intenzioni e suggerire che potrebbero essere nefaste?“. “Come osi insinuare che non siano amorevoli e benevoli?”. “I nostri leader hanno sempre voluto solo il meglio per noi, giusto?“. “Vogliono solo che le nostre esistenze siano più sicure, più comode e più confortevoli“. Questo è ciò che motiva veramente l’elitista medio.

Ovviamente la Storia ci racconta una storia ben diversa e mi stupisce quando qualcuno cerca di sostenere che le cose sono diverse oggi rispetto a 100, 300 o 1000 anni fa. Non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Ci saranno sempre tiranni che cercheranno di ottenere sempre più potere e questi tiranni mentiranno sempre, sostenendo di essere brave persone che hanno a cuore gli interessi del pubblico.

Quando questo non funziona e la cittadinanza rimane scettica, i tiranni passano all’attacco e iniziano a chiamare i dissidenti “teorici della cospirazione“. Questo ha lo scopo di deridere e svergognare i liberi pensatori inducendoli al silenzio: non volete farvi notare, giusto? Perché rischiare di essere ostracizzati dalla società? Perché rischiare di diventare un meme?

Questa tattica è radicata nell’idea che i media mainstream e i funzionari governativi rappresentino l’opinione pubblica, e quindi la maggioranza, e che la maggioranza rappresenti la realtà. Nulla di tutto ciò è vero o rilevante, ovviamente. Solo i fatti contano. I sofismi sono privi di significato. Le opinioni sono prive di significato. La verità dovrebbe essere l’obiettivo e, se non è l’obiettivo di qualcuno, allora quel qualcuno è un bugiardo e non dovrebbe essere preso sul serio. Ci sono solo due strade da percorrere, non ci sono vie di mezzo.

Ammetto che l’accusa di “teorico della cospirazione” ha un certo valore, perché ogni volta che l’establishment la usa, è un segno sicuro che si è troppo vicini all’obiettivo e che l’elite si sta innervosendo. Potrebbero semplicemente tirare fuori tutte le prove in loro possesso e cercare di dimostrare che la vostra posizione è sbagliata, ma non lo fanno. Invece di discutere le vostre argomentazioni e le vostre prove, cercano di sminuire il vostro ruolo di critici e di immunizzare il pubblico contro le vostre idee prima che la gente abbia la possibilità di ascoltarle. Questo è un comportamento da furfanti, non da leader benevoli e premurosi.

Parlo di questa dinamica perché c’è un’agenda, al di sopra di tutte le altre, che viene difesa in modo aggressivo dall’establishment mediatico, e chiunque la mette anche lontanamente in discussione viene automaticamente perseguitato come “complottista” o “negazionista”. Sto parlando, ovviamente, dell’agenda sul cambiamento climatico.

Ho già sfatato a fondo l’idea del cambiamento climatico antropico in articoli precedenti e non mi soffermerò ulteriormente in questa sede. Voglio invece esaminare l’obiettivo finale delle politiche sul cambiamento climatico: la soluzione definitiva, che non è salvare il pianeta, ma dominare la popolazione.

I nomi usati per il ‘reset’ del cambiamento climatico variano, ma di solito i globalisti e le Nazioni Unite usano termini come Obiettivi di Sviluppo Sostenibile o Agenda 2030. Questi programmi hanno una parvenza di ambientalismo, ma sono TUTTI radicati nell’economia. In altre parole, tutti gli sforzi per il cambiamento climatico sono fatti per distruggere l’industria e il commercio, stabilire una partnership tra governo e società e dominare la produzione industriale. Il cambiamento climatico è il Cavallo di Troia per introdurre l’autoritarismo.

Credo che per i globalisti uno degli aspetti più importanti dell’Agenda 2030 sia la cosiddetta ‘Città da 15 minuti‘, un progetto che coinvolge centinaia di sindaci di città degli Stati Uniti, dell’Europa e dell’Asia che lavorano a stretto contatto con gruppi come il World Economic Forum. Se si parla di questa idea in modo negativo, i media esplodono di rabbia e di scherno, come se non si trattasse di una questione reale degna di essere discussa.

L’istituzione dipinge un quadro interessante delle ‘Città da 15 minuti’: un futuro utopico in cui tutto ciò che serve è a pochi passi di distanza e il trasporto privato è superfluo (o vietato). Si potrebbe persino vivere in un mega-complesso, simile ad un gigantesco centro commerciale in cui si lavora anche. Potreste trascorrere mesi all’interno di un miglio quadrato di spazio, senza dovervi allontanare per nessun motivo.

Non è un caso che questa idea fosse stata spinta con forza durante i lockdown pandemici. Il pubblico era stato volutamente terrorizzato da un virus con un tasso di sopravvivenza del 99,8% e questa paura aveva improvvisamente reso pensabile l’idea impensabile di rimanere sempre a casa. Gli opinionisti dei media mainstream continuano a definire il collegamento tra i lockdown Covid e i lockdown climatici una teoria della cospirazione, ma l’idea è apertamente ammessa nei libri bianchi delle Nazioni Unite e del WEF.

Alcuni sostengono che la maggior parte delle città sono già “da 15 minuti”, perché attualmente la maggior parte dei beni di prima necessità è già raggiungibile a piedi dalle proprie abitazioni. Queste persone non capiscono cosa sia realmente una ‘città da 15 minuti’. Come si legge in numerose descrizioni del progetto, non si tratta solo di comodità o di accesso ravvicinato, ma di un cambio totale di ogni aspetto della nostra attuale filosofia di vita. Non si tratta di guadagnare servizi, ma di una serie di sacrifici per placare gli dei delle emissioni di carbonio.

La ‘Città da 15 minuti’ è più simile a una ricetta che mescola gli ingredienti del cambiamento climatico e quelli dei lockdown Covid in un’unica visione orwelliana. Include la rimozione dei veicoli a motore, l’eliminazione del trasporto privato (e magari delle strade), smart city con l’intelligenza artificiale che controlla quanta energia elettrica consuma ogni persona, il monitoraggio dei prodotti acquistati e dell'”impronta di carbonio”, la sorveglianza biometrica all’interno di un paesaggio urbano compatto e impilato, il concetto di società senza contanti, il cultismo dell’equità e dell’inclusione, il controllo della popolazione, ecc.

È il culmine, il gioco finale: un’enorme prigione senza sbarre. Un luogo in cui si è condizionati ad abituarsi a limitazioni artificiali della privacy, alla mancanza di libertà civili, a nessuna proprietà privata, a nessuna possibilità di lavoro o di mobilità. Sarete legati alla terra e la terra sarà di proprietà dello Stato (o di una multinazionale). Se volete un paragone storico, il più vicino che riesco a trovare è il sistema feudale dell’Europa medievale.

In queste città sarete un ingranaggio, niente di più. Non vi sarà mai permesso di possedere qualcosa e quindi di possedere il vostro lavoro. Tutto ciò che avrete vi verrà dato dallo Stato e potrà esservi tolto dallo Stato, se lo sfiderete. Potreste essere in grado di lasciare per un certo periodo il villaggio o la comunità a cui siete legati, ma questo cambierà con l’aumento delle restrizioni ai movimenti del pubblico, secondo i dettami dell’ideologia climatica.

Finché sarete produttivi e sottomessi vi verranno date le cose di cui avrete bisogno per sopravvivere, ma mai per prosperare. In questo sistema feudale tecnocratico non avrete alcuna garanzia che lo Stato avrà bisogno dei vostri servizi. Nell’Europa feudale, a causa della popolazione limitata, il contadino era comunque visto come una risorsa preziosa. In un mondo in cui molte persone sono considerate “eccesso di popolazione”, potreste essere facilmente sostituiti e cacciati dalla città e rischiare di morire di fame.

Nel 2016 il World Economic Forum aveva pubblicato un documento intitolato “Benvenuti nel 2030. Non possiedo nulla, non ho privacy e la vita non è mai stata migliore“. L’articolo aveva lo scopo di promuovere un concetto chiamato “sharing economy“, presentato per la prima volta alla stampa a Davos. L’articolo descriveva un futuro “ipotetico”, in cui un sistema comunista aveva posto fine a ogni proprietà privata in nome della salvezza del pianeta dal cambiamento climatico. I vantaggi? Beh, come tutti i sistemi comunisti, la grande bugia è che si lavorerà di meno e la maggior parte delle cose sarà gratuita. Questo è il modo in cui, per generazioni, sono stati venduti al pubblico gli ideali collettivisti, che non funzionano MAI, anche se l’establishment sostiene il contrario.

Il WEF aveva promosso la sharing economy per anni, ma, quando è diventata mainstream ed ha iniziato ad essere criticata come distopica, i media hanno nuovamente fatto scattare l’interruttore della “teoria del complotto” e hanno attaccato chiunque ne esponesse le implicazioni.

Nel 2016, molti mezzi di informazione avevano pubblicato l’articolo, ma da allora, molti lo hanno fatto sparire (Forbes sembra aver cancellato la copia pubblicata, ad esempio). Fanno finta che l’agenda non sia mai esistita, probabilmente perché l’articolo contiene alcune ammissioni rivelatrici, tra cui un accenno al concetto delle Città da 15 minuti. Dall’articolo:

“La mia più grande preoccupazione sono tutte le persone che non vivono nella nostra città. Quelli che abbiamo perso per strada. Quelli che hanno deciso che tutta questa tecnologia era diventata eccessiva. Quelli che si sono sentiti obsoleti e inutili quando i robot e l’intelligenza artificiale hanno iniziato a fare gran parte dei nostri lavori. Quelli che si sono arrabbiati con il sistema politico e gli si sono rivoltati contro. Vivono vite diverse fuori dalla città. Alcuni hanno formato piccole comunità autosufficienti. Altri sono rimasti nelle case vuote e abbandonate dei piccoli villaggi del XIX secolo.

Di tanto in tanto mi infastidisce il fatto di non avere una vera e propria privacy. Non posso andare da nessuna parte senza essere registrato. So che, da qualche parte, tutto ciò che faccio, penso e sogno è registrato. Spero solo che nessuno lo usi contro di me”.

In altre parole, i globalisti immaginano un futuro in cui i liberi pensatori scontenti e i lavoratori rimpiazzati dall’IA sono degli emarginati che cercano di tirare avanti un’esistenza senza senso nelle terre desolate del vecchio mondo. Per rimanere nel seno del nuovo mondo, dovrete rinunciare a ogni libertà, persino alla libertà di pensiero. Tenete presente che questo articolo dovrebbe essere una promozione “positiva” dell’economia condivisa e delle città da 15 minuti. Eppure, questo estratto suona più come una minaccia.

È importante capire che queste città compatte non saranno progettate per il vostro comfort. Non saranno progettate per permettervi di avere a portata di mano tutti i servizi che avete oggi o per garantirvi la “sostenibilità”. È così che i globalisti cercano di venderle, ma non sarà così. Piuttosto, queste città saranno progettate per controllarvi meglio, in modo che possiate essere costretti a fare i sacrifici che diranno essere necessari per rendere possibile la sostenibilità.

Vengono erroneamente definite “comunità decentralizzate”, ma sono l’esatto contrario: sono totalmente centralizzate, come una gabbia per criceti in cui l’animale domestico siete voi. La filosofia di base è la dipendenza. Se vivete in un luogo costruito appositamente per eliminare la vostra capacità di provvedere a voi stessi, allora siete schiavi. Anche se, a dire il vero, persino la schiavitù può essere fatta sembrare nobile se le persone sono convinte che le loro catene sono necessarie per il bene del pianeta.

Brandon Smith

Fonte: alt-market.us
Link: https://alt-market.us/the-globalist-vision-15-minute-prison-cities-and-the-end-of-private-property/
11.11.2023
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

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