La verità sull’”imprevedibile” attacco giapponese a Pearl Harbor

 

J. ALFRED POWELL
unz.com

Un operatore radio della Seconda Guerra Mondiale, diventato in seguito giornalista, Robert Stinnett, si trovava nella sede degli Archivi Nazionali a Belmont, in California, alla ricerca di materiale per un libro fotografico su George Bush e i suoi trascorsi militari in tempo di guerra nel Sud Pacifico nella ricognizione aerea della Marina [George Bush: His World War II Years (Washington, D.C., Brassey’s, 1992], quando si era imbattuto in alcuni duplicati non indicizzati di intercettazioni radio [della stazione di ascolto di Pearl Harbor] di trasmissioni in codice della Marina giapponese, prove documentali di ciò che era realmente accaduto a Pearl Harbor e di come si era arrivati a tanto. Dopo otto anni di ulteriori ricerche ed un lungo procedimento legale ai sensi del Freedom of Information Act per ottenere un rilascio parziale di questi documenti, Stinnett aveva pubblicato Day of Deceit (2000). Una traduzione in giapponese era subito comparsa entro l’anno, e la cosa è comprensibile.

Stinnett dimostra, sulla base di ampie ed incontestabili evidenze fattuali e accurate analisi, che il presidente Roosevelt aveva supervisionato un piano, accuratamente tenuto segreto, e la sua messa a punto per spingere i Giapponesi ad attaccare Pearl Harbor, monitorandoli costantemente durante la preparazione e l’effettuazione dell’azione bellica. Stinnett ipotizza che Roosevelt lo abbia fatto per costringere un assai poco volenteroso pubblico americano ad accettare un intervento diretto nella Seconda Guerra Mondiale; in ogni caso qualunque siano stati gli scopi o i motivi, i fatti sono ora abbondantemente chiari. Stinnett definisce e dimostra il suo caso presentando un numero enorme di prove documentali, incluse quarantasette pagine di Appendici [p. 261-308] con riproduzioni fotografiche di importanti documenti ufficiali, con  numerosi altri riprodotti nel corpo del testo, e 65 pagine [309-374] di note di riferimento finemente dettagliate. Questi documenti provano le affermazioni, le argomentazioni e le conclusioni fattuali di Stinnett. I risultati delle sue ricerche e le note sono depositate presso la biblioteca dell’Hoover Institute a Stanford. Day of Deceit è un esempio impeccabile di storiografia documentale. [Stinnett] fornisce sempre le prove materiali su cui basa le proprie analisi e le proprie conclusioni. La validità del testo risulterà evidente ad ogni lettore imparziale. Il libro di Stinnett pone fine e risolve tutte le discussioni e i dibattiti razionali, schietti, onesti, basati sui fatti che riguardano i retroscena dell’attacco a Pearl Harbor.

Come mostra Stinnett, il piano che avrebbe portato all’attacco giapponese su Pearl Harbor aveva preso forma agli inizi di ottobre 1940 sulla base di un “memoriale ad otto punti, datato 7 ottobre 1940 … redatto dal tenente comandante Arthur H. McCollum, a capo dell’ufficio per l’Estremo Oriente del controspionaggio della Marina.” Naturalmente, è improbabile che McCollum lo abbia scritto di sua iniziativa, ma è qui dove inizia il resoconto di Stinnett. “I suoi otto punti erano in pratica un incitamento virtuale per un attacco giapponese contro le forze terrestri, aeree e navali americane nelle Hawaii, così come contro gli avamposti coloniali britannici e olandesi nella regione del Pacifico ...” [p. 6-8; il memorandum è riprodotto alle pagine 261-267]:

A. Stabilire un accordo con la Gran Bretagna per l’utilizzo delle basi britanniche nel Pacifico, in particolare quella di Singapore.
B. Stabilire un accordo con l’Olanda per l’utilizzo delle strutture di base e l’acquisizione di rifornimenti nelle Indie Orientali Olandesi [ora Indonesia].
C. Offrire tutto l’aiuto possibile al governo cinese di Chiang Kai-shek.
D. Inviare una squadra di incrociatori pesanti a lunga autonomia in Oriente, nelle Filippine o a Singapore.
E. Inviare due gruppi di sottomarini in Oriente.
F. Mantenere il nucleo principale della flotta statunitense, ora nel Pacifico, in prossimità delle isole Hawaii.
G. Fare in modo che gli Olandesi non cedano alle richieste giapponesi per indebite concessioni economiche, in particolare il petrolio.
H. Completo embargo su tutti gli scambi con il Giappone, in collaborazione con un simile provvedimento imposto dall’Impero Britannico.

Mentre il piano prendeva forma, il suo sviluppo veniva strettamente monitorato attraverso le intercettazioni decodificate delle comunicazioni radio diplomatiche e navali giapponesi. “McCollum si era assicurato che FDR fosse tenuto al corrente delle intercettazioni dell’intelligence dall’inizio del 1940 al 7 dicembre 1941 e aveva fornito al presidente rapporti riservati sulla strategia militare e diplomatica giapponese. Tutte le comunicazioni militari e diplomatiche giapponesi intercettate e decifrate destinate alla Casa Bianca passavano attraverso la sezione Asia Orientale dell’ONI, che sovrintendeva. La sezione fungeva da centro di smistamento per tutti i tipi di rapporti di intelligence …. Ogni rapporto preparato da McCollum per il presidente si basava su intercettazioni radio raccolte e decodificate da una rete mondiale di crittografi militari ed esperti americani di intercettazione radio … Ben poche persone nel governo o nell’esercito americano conoscevano così bene le attività e le intenzioni del Giappone come McCollum.“[8] L’esistenza del piano era stata gelosamente tenuta segreta, limitata a 13 membri e capi militari dell’amministrazione Roosevelt e a 21 membri dell’intelligence navale e delle operazioni connesse [elencati nell’appendice E 307-308]. Il punto C faceva già parte politica statunitense quando McCollum aveva redatto il suo memo. Il punto F era stato attuato l’8 ottobre, i punti A, B e G, il 16 ottobre 1940, i punti D ed E, il 12 novembre 1940. [Cap. 1 n. 8 p. 311-312; 120 e segg. eccetera.].

Nel frattempo, nell’autunno del 1940, a Boston il 30 ottobre, durante la campagna elettorale per un terzo mandato il presidente Roosevelt aveva proclamato: “L’ho detto prima, ma lo dirò ancora e ancora e ancora: i vostri ragazzi non verranno mandati in nessuna guerra straniera.” Il 1° novembre a Brooklyn aveva affermato “Sto lottando per tenere il nostro popolo fuori dalle guerre degli altri. E continuerò a combattere.” A Rochester, il 2 [novembre], aveva detto “Il vostro governo nazionale … è anche un governo di pace, un governo che intende mantenere la pace per il popolo americano.” Nello stesso giorno, a Buffalo, aveva affermato “Il vostro presidente vi dice che questo paese non sta andando in guerra” e a Cleveland, il giorno seguente, “Il primo scopo della nostra politica estera è quello di tenere il nostro paese fuori dalla guerra.” [William Henry Chamberlin ,“How Franklin Roosevelt Lied America Into War,” in Harry Elmer Barnes, Perpetual War for Perpetual Peace (Caldwell, Idaho, Caxton, 1953), Capitolo otto, p. 485-491].

L’ammiraglio Richardson, comandante della flotta del Pacifico, si era opposto agli ordini di Roosevelt [punto F] di dislocare, mettendola a rischio, la flotta a Pearl Harbor ed era quindi stato sostituito dall’ammiraglio Kimmel, con l’ammiraglio Anderson dell’ONI, terzo nella catena di comando a Pearl Harbor, che aveva l’incarico di supervisionare in loco le operazioni di intercettazione radio, all’insaputa dello stesso Kimmel. [10-14; 33-34] “Anderson ara stato inviato alle Hawaii come responsabile dell’intelligence” [36]. Al suo arrivo, aveva stabilito il suo alloggio personale ben lontano da Pearl Harbor, fuori portata dell’imminente attacco. Sebbene fosse al comando delle sette navi da battaglia che avebbero subito tutto il peso dell’azione bellica, con la perdita di oltre duemila vite, l’ammiraglio Anderson si trovava al sicuro a casa sua, dall’altra parte della montagna, quando si era scatenato l’attacco. [36-37; 244, 247] Nel frattempo, i comandanti delle Hawaii, “l’ammiraglio Husband Kimmel e il tenente generale Walter Short, erano stati tenuti all’oscuro delle informazioni che avrebbe potuto renderli più attenti ai rischi insiti nella politica di Roosevelt, ma avevano obbedito al suo esplicito ordine del 27 e 28 novembre, 1941: Gli Stati Uniti desiderano che il Giappone commetta il primo atto esplicito.‘” [6-8] Successivamente, erano stati loro i capri espiatori.

Ai primi di gennaio del 1941 i Giapponesi avevano deciso che, in caso di ostilità con gli Stati Uniti, avrebbero iniziato con un attacco a sorpresa a Pearl Harbor. L’intelligence americana era venuta a conoscenza di questo piano il 27 gennaio [30-32]. Il 21 luglio 1941 il punto H del luogotenente McCollum aveva acceso la miccia. Fino alla fine di novembre la Casa Bianca aveva continuato a bloccare i tentativi concertati dei diplomatici giapponesi per cercare di arrivare ad un accordo. [Su questa storia diplomatica vedete Charles Beard, American Foreign Policy in the Making (1946) e  President Roosevelt and the Coming of the War (1948); Frederic Rockwell Sanborn, Design For War (1951); e Charles Tansill, Back Door To War (1952).]

A partire dal 16 novembre 1941, le intercettazioni radio avevano rivelato la presenza  della flotta giapponese in formazione, nei pressi delle isole Kurili, nel nord del Giappone e, dal 26 novembre fino alla prima settimana di dicembre, ne avevano seguito il progresso attraverso il Pacifico, fino alle Hawaii [41-59 ecc.]. Il capo delle operazioni navali, l’ammiraglio Stark (uno dei 34 partecipanti informati) aveva ordinato a Kimmel di far salpare le sue portaerei, con una grande flotta di scorta, [con il pretesto] del trasferimento di alcuni velivoli alle isole Wake e Midway. “Su ordine di Washington, Kimmel aveva lasciato le sue navi più vecchie all’interno di Pearl Harbor e inviato ventuno unità moderne, comprese le sue due portaerei, ad ovest, verso Wake e Midway … Con la loro partenza, le navi da guerra rimaste a Pearl Harbor erano per la maggior parte anticaglie vecchie di 27 anni, risalenti alla Prima Guerra Mondiale.” Praticamente, le navi affondate a Pearl Harbor con i loro equipaggi erano state usate come esca [152-154]. Il 22 novembre 1941, una settimana dopo che la flotta giapponese aveva iniziato ad assemblarsi e quattro giorni prima che salpasse per Oahu, l’ammiraglio Ingersoll aveva emesso un ordine di “Vacant Sea” [abbandono delle zone operative], che aveva allontanato tutto il naviglio americano dalla  rotta prevista [delle portaerei giapponesi] e il 25 novembre aveva ordinato a Kimmel di ritirare tutti i mezzi che pattugliavano l’area da cui sarebbe partito l’attacco aereo [144-145]. FDR aveva tenuto sotto stretto controllo le fasi finali del piano, mentre le intercettazioni radio continuavano a seguire il trasferimento [della flotta giapponese] verso le Hawaii [161-176].

Stinnett commenta: “Il Gruppo da Battaglia di Pearl Harbor, con le sue vecchie e fatiscenti navi da guerra, era un obiettivo da leccarsi i baffi. Ma è stato un grande errore strategico per l’Impero. I 360 aerei giapponesi avrebbero dovuto concentrarsi sugli enormi deposito petroliferi di Pearl Harbor … e distruggere la capacità industriale dei bacini di carenaggio, delle officine e degli impianti di riparazione della Marina” [249]. Sei mesi dopo, nelle battaglie del Mar dei Coralli (4-8 maggio 1942) e delle Midway (4-7 giugno), le navi da guerra della Flotta del Pacifico, che si trovavano in alto mare al momento dell’attacco a Pearl Harbor, avevano azzerato in modo definitivo la capacità della Marina giapponese di operare in modo offensivo nel Pacifico orientale e dato un serio colpo alle sue potenzialità difensive nel Pacifico occidentale. Da allora in poi, come sapevano gli osservatori informati, un attacco o un’invasione giapponese della Costa Occidentale americana sarebbe stata completamente impossibile dal punto di vista logistico. Tuttavia, due mesi dopo, nell’agosto del 1942, era iniziato l’internamento dei cittadini americani di origine giapponese della Costa Occidentale.

La copertura dei fatti di Pearl Harbor era cominciata subito dopo, con il deferimento alla corte marziale dell’ammiraglio Kimmel e del generale Short, era continuata attraverso otto indagini del Congresso durante e dopo la guerra, con l’eliminazione e la negazione di documenti, con false testimonianze dei partecipanti e di altre persone [253-260 e passim; 309-310], anche dopo le audizioni del Congresso presiedute da Strom Thurmond nel 1995 [257-258]. Alla data di pubblicazione (2000) numerosi documenti non erano ancora pervenuti a Stinnett o erano stati rilasciati in forma ampiamente censurata. Ma la validità del suo caso è dimostrata in maniera inequivocabile dalle prove che egli presenta, come può giudicare qualsiasi lettore imparziale. L’unico modo per confutarlo o smascherarlo sarebbe dimostrare che le sue prove documentarie sono state falsificate e provarlo. Data la natura delle prove che presenta, questa eventualità è priva di senso.

Uno dei momenti culminanti nella ricerca di Stinnett era stata la scoperta di alcune copie di intercettazioni di trasmissioni navali giapponesi in codice, effettuate dalla stazione di ascolto radio di Pearl Harbour, inviate dopo la guerra agli archivi nazionali di Belmont (California), e ivi ancora presenti, molto dopo la scomparsa delle copie degli archivi di Washington DC. Autori recenti, che hanno cercato di ridimensionare le prove addotte da Stinnett, hanno riportato in vita le affermazioni secondo cui i codici navali giapponesi non sarebbero stati decifrati e che la flotta giapponese avrebbe mantenuto il silenzio radio, affermazioni che sono rifiutate ormai da decenni. E’ famoso il caso del radiotelegrafista della nave americana Mariposa, che aveva ripetutamente intercettato le trasmissioni della flotta giapponese in navigazione verso le Hawaii e ne aveva comunicato la rotta alla Marina. Questo fatto era ben noto, durante la guerra, ai marinai della marina mercantile americana del Pacifico ed è riportato in numerosi resoconti pubblici.

La pretesa che i codici navali e diplomatici giapponesi non fossero stati decifrati era stata confutata per la prima volta in un tribunale federale di Chicago, nel 1943. Come racconta il suo biografo Ralph G. Martin, Cissy Patterson, che il 7 dicembre 1941 era la redattrice capo del Washington Times-Herald, (lo era da decenni e lo sarebbe stata ancora a lungo), si opponeva all’intervento americano in un’altra guerra mondiale, come del resto più dell’80% dei suoi connazionali, incluso suo fratello Joe Patterson, editore del New York News, e suo cugino Robert McCormick, editore del Chicago Tribune. Prestando servizio in Francia come ufficiale sul campo di battaglia, Robert era stato ferito, due volte intossicato dai gas e decorato al valore. Il suo Chicago Tribune, come i quotidiani dei suoi cugini e molti altri, specialmente quelli della Costa Orientale, erano fortemente anti-interventisti, fino a Pearl Harbor.

In Cissy (New York, Simon & Schuster, 1979), Martin scrive: “Mentre le notizie del disastro [a Pearl Harbor] continuavano ad arrivare [nella redazione del Times-Herald], Cissy aveva chiesto in tono aspro a Roberts [l’editore dell’edizione domenicale] che cosa ne pensasse di Roosevelt: ‘Credi che abbia organizzato tutto questo?’ Più tardi, quando aveva appreso che i crittografi americani avevano infranto i codici giapponesi prima di Pearl Harbor, si era convinta che Roosevelt avesse saputo in anticipo che i Giapponesi intendevano attaccare. “[418] “Il Chicago Tribune, il Times-Herald e una ventina di altri quotidiani avevano in seguito pubblicato un articolo di un corrispondente di guerra del Tribune, secondo cui gli Stati Uniti avevano prevalso [nella battaglia delle Midway] perché i codici giapponesi erano stati infranti .… Il Dipartimento di Giustizia aveva deciso di incriminare il Tribune e il Times-Herald per la divulgazione di segreti militari degli Stati Uniti …. Il procuratore generale Francis Biddle aveva ritenuto che la rivelazione di questa scoperta fosse equivalsa ad un tradimento, perché aveva dato ai Giapponesi la possibilità di cambiare i loro codici. Waldrop [l’editore del Times-Herald] era stato chiamato a Chicago per testimoniare davanti al gran giurì … Nel mezzo della testimonianza, la Marina aveva rivelato che era stato un addetto alla censura della Marina stessa a passare l’informazione al Tribune. Costretto a rinunciare al caso, Biddle aveva detto che ‘si era sentito uno stupido.'”[431-432] Non era l’unico.

J. Alfred Powell

Fonte: unz.com
Link: https://www.unz.com/article/pearl-harbor-unmasked/
16.06.2019
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

20 Commenti
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PietroGE
PietroGE
20 Settembre 2019 1:23

FDR è stato un traditore della sua patria e doveva essere condannato come tale da una corte marziale. Lui come capo supremo delle forze armate americane aveva l’obbligo di proteggere i suoi soldati dall’attacco giapponese. Purtroppo per i soldati americani morti a Pearl Harbor a lui interessava sopratutto entrare in guerra contro Hitler, e siccome aveva ripetuto più volte, per farsi eleggere presidente, che gli USA non sarebbero mai intervenuti nella guerra europea, è dovuto poi ricorrere a questi piani segreti per spingere il Giappone ad attaccare gli USA perché, visto l’accordo di mutuo soccorso tra Germania e Giappone, era l’unico modo per entrare in guerra contro la Germania. Il discendente di ebrei olandesi F.D.’Rosenfelt’ infatti aveva nella sua amministrazione una lunga lista di prominenti ebrei : Bernard M. Baruch, Felix Frankfurter, Louis Brandeis Henry Morgenthau Jr. ecc. ecc. tutta gente che già dal 1933 aveva dichiarato il boicottaggio economico della Germania. FDR aveva cercato in tutti i modi di provocare l’affondamento di qualche nave americana da parte dei sottomarini tedeschi nell’Atlantico, ma i tedeschi non avevano abboccato all’esca. FDR aveva poi ‘scoperto’ una ‘mappa segreta’ del centro e sud America divisa in possedimenti tedeschi che dimostrava la volontà di… Leggi tutto »

johnny rotten
johnny rotten
20 Settembre 2019 1:23

Tutte le guerre combattute dagli amerikani sono iniziate con delle false flag, dalla USS Maine in poi non c’è stata una guerra che non fosse preparata da tempo e costruita sulla base di falsificazioni, il modus operandi non è mai cambiato, lo vediamo anche oggi con la fake guerra al terrore, dove i terroristi sono assoldati, addestrati, armati e spediti nei paesi da destabilizzare con i soldi dei contribuenti pubblici americani, e anche di quelli europei ultimamente, la notizia su Pearl Harbour è nota da un mucchio di anni, non dice nulla di nuovo sull’organizzazione predatoria degli U$A, ormai tutti conoscono la loro natura selvaggia, costruita sul genocidio e continuata per tutta la loro storia con quasi il 100% del tempo passato a combattere guerre, oppure a promuovere regimi fascisti criminali e genocidi a tempo pieno in SudAmerica, in Africa e in Asia, il Presidente Eisenhower aveva messo in guardia i suoi concittadini di cosa stava diventando l’apparato militare industriale, una belva onnipresente dalla fame di profitti insaziabile, ma come disse lo scorpione alla rana, è nella mia natura non posso controllarla, la guerra senza fine è la natura yankee.

Vincenzo Siesto da Pomigliano
Vincenzo Siesto da Pomigliano
20 Settembre 2019 1:23

Tutto questo lo si sapeva già! Nel 1940 gli effetti del crollo Wall Street del ’29 non erano stati ancora assorbiti dal sistema amerikano, la crisi era (e lo è tuttora) sempre dietro l’angolo ragion per cui la sua infame élite finanziaria e guerrafondaia aveva un disperato bisogno di entrare in guerra per conquistare (letteralmente) nuovi mercati e procrastinare la sua sopravvivenza: la guerra è insita nel sistema capitalista poiché il suo paradigma contempla una espansione infinita dei consumi e dei profitti. Logicamente tutto ciò porta il sistema a “divergere”….

a-zero
a-zero
20 Settembre 2019 1:23

Ringrazio CdC e i competenti commentatori per aver contribuito a istruirmi su certi retroscena della politica imperialista americana (a nucleo sionista). Questa vicenda di Pearl Harbour costituisce un salto qualitativo e quantitativo di un metodo rpovocatorio di eventi atti ai fini dell’apaprato militar industriale capitalista. Per inciso credo che la logica di distruzione-accumulazione capitalista e imperialista si possa far risalire almeno ai tempi della repubblica romana antica. Quindi non credo che sia una esclusiva razziale degli “ebrei” come alcuni si piccano di dimostrare puntualmente. Ad esempio pare che persino gli Aztechi, statisti al conttrario dei pellerossa, si adoperavano a ‘false flags’ o provocazioni per poi massacrare intere tribù da sottomettere. Quindi il contenuto di questo articolo mi sembra proprio utilissimo in chiave attuale se pensiamo al plateale parallelo della “fialetta di antracite” di Colin Powel per invadere l’Iraq nella prima decade del 2000. E’ bene dunque tenere sempre sotto controllo le mosse di politica estera di Washignton D.C. perchè, facendo tesoro dei trascorsi e di tutto l’armamentario metodologico ormai conosciuto, si possono decodificare le loro mosse in fieri. Dunque mi sembra, cari redattori e commentatori, di vedere un bel elefantino nel nostro patriottico giardino difficile da ignorare. Ovvero la visita… Leggi tutto »

Camillo
Camillo
Risposta al commento di  a-zero
20 Settembre 2019 1:23

Il citato elefantino si aggira in questi giorni per il Golfo Persico; aumentando le possibilità di conflitto in quella zona ed altre.
Il caso delle due petroliere, a mio parere, é speculare all’affondamento del Maine a Cuba (1898) ed al caso “Pearl Harbor” (1941)

La visita di Salvini negli USA riveste un valore del tutto secondario rispetto alla decodificazione delle mosse USA; da lei citata.

L’Italia é un protettorato USA e ciò fu stabilito, ancora prima della fine del conflitto, dagli accordi di Jalta;
ben poco avrebbero potuto fare i precedenti governi, o quello attuale, per sottrarsi, evitando “lacrime e sangue”, a questo impegno.

Riconosciuto che l’Italia potrebbe, ancora, servire agli USA come base militare e come “spina nel fianco” della Germania, spero che Salvini usi questi due “paletti” al fine di ottenere un aiuto politico e monetario nella piccola guerra economica prevedibile con la UE (Germania/Francia).

Un’altra soluzione sarebbe quella proposta da Marco Rizzo (PC); l’uscita da UE / euro / NATO;
soluzione che costerebbe “lacrime e sangue” per gli italiani; e, probabilmente, sarebbe fattibile solo previo un deciso avvicinamento alla Russia.
Per onestà intellettuale preciso che io approverei la “soluzione Rizzo”.

merolone
merolone
20 Settembre 2019 1:23

La capacità di intercettazione radio e di decrittazione degli USA nei confronti della marina nipponica era totale, basti pensare che a Midway la flotta USA prese in castagna quella nipponica eliminando 5 portaerei contro una proprio grazie all’intercettazione e decrittazione dei comunicati radio della marina nipponica.
Quindi è pienamente plausibile che il piano fosse quello di trascinare il Giappone in guerra per poter salvare l’Impero britannico che Churchill aveva portato al disastro ed evitare di restare da solo contro il Patto Tripartito.
Non è improbabile che i servizi angloamericani attraverso il traditore Canaris abbiano convinto i nazisti che l’URSS fosse sul punto di dissolversi e che sarebbe bastata una semplice spallata.
Invece i nazisti si trovarono davanti centinaia di divisioni e migliaia di T 34 e di aerei moderni.

CarloBertani
CarloBertani
Risposta al commento di  merolone
20 Settembre 2019 1:23

4 portaerei giapponesi affondarono a Midway: Hiryu, Soryu, Akagi, Kaga, non cinque. L’altra portaerei affondata fu l’americana Yorktown. Io, bambino, vidi la gemella della Yorktown, la USS Enterprise, a Genova, in rada, verso la fine degli anni ’50. Stava recuperando degli aerei, ed uno di essi finì in mare.

CarloBertani
CarloBertani
20 Settembre 2019 1:23

Uff, che palle! Sono cose sapute e risapute…qualcuno, ancora, pensava che gli Usa non avessero tentato fino all’inverosimile l’Impero Giapponese ad attaccare? Ma quando pretendi di fissare tu, Usa, le quote d’importazione dei minerali primari (ferro, rame, petrolio, ecc.) stabiliti anno per anno, non è una dichiarazione di guerra? Solo che, oggi, con l’Iran non funziona.

Camillo
Camillo
20 Settembre 2019 1:23

Gli USA usano “false flag” per favorire/suscitare guerre, almeno a partire dal 1898 con l’affondamento del Maine;
il quale “giustificò” la guerra USA/Spagna.
In quel caso morirono 254 marinai e DUE ufficiali, visto che gli altri erano stati, provvidenzialmente, invitati ad una ballo a terra.

É, poi, seguito il caso del Giappone, con molti piú morti, e tutti gli altri a seguire;
fino alle “fialette” di Colin Powell, i bambini “gasati” in Siria e l’interessante, ultimo, caso delle due petroliere.

Stupisce come gli USA non aggiornino le loro “operazioni sotto copertura”.
Stupisce, molto di piú, come “il mondo” ancora si beva allegramente simili, evidenti, balle.

Mario Vincenti
Mario Vincenti
20 Settembre 2019 1:23

La realtà è che il Giappone era un paese imperialista ed espansionista, abituato a fare le guerre senza dichiararle, come dimostra del resto la proditoria invasione della Cina, dalla quale l’impero nipponico non subì alcuna provocazione e che culminò con l’orrendo massacro di Nanchino nei confronti dell’inerme popolazione civile, uno dei peggiori crimini contro l’umanità di sempre. Il Giappone imperiale era un paese che non meritava alcuna pietà e alcuna comprensione e alla fine la nemesi storica è arrivata con Enola Gay.

yakoviev
yakoviev
20 Settembre 2019 1:23

Ritengo anch’io probabile che Pearl Harbour possa essere stata una trappola per i giapponesi, impegnati ad espandere il proprio dominio sull’estremo oriente. Sta di fatto comunque, che Roosevelt non ha avuto bisogno di ulteriori pretesti per espandere contro la Germania e l’Italia una guerra che avrebbe potuto rimanere circoscritta nel Pacifico, dato che dopo l’attacco nipponico furono questi due paesi a dichiarare guerra agli USA (11 dicembre 1941)

Dante Bertello
Dante Bertello
20 Settembre 2019 1:23

Questa, ed altre notizie, si possono trovare nel libro di Marco Pizzuti “Biografia non Autorizzata della Seconda Guerra Mondiale” ed. Mondadori.
Una notizia che ritengo sia particolarmente interessante la si legge a pagina 141: Tre, tra le piu’ grandi società automobilistiche americane, hanno avuto prima e soprattutto durante la 2 GM, delle sussidiarie in Germania che producevano per il terzo reich. Dopo la guerra le fabbriche tedesche, che solo per sbaglio furono bombardate dai raid anglo-americani, ottennero i risarcimenti dal Governo USA (sic).

Se ne è venuti a conoscenza grazie ad una Relazione presentata alla Commissione Giustizia del Senato americano nel 1974 da Bradford C. Snell, relazione intitolata: ”American Ground Transport: A Proposal for Restructuring the Automobile, Truck, Bus and Rail Industries” che si può trovare sul web all’ indirizzo:
https://www.worldcarfree.net/resources/freesources/American.htm

ndr60
ndr60
20 Settembre 2019 1:23

Finalmente abbiamo la certezza che si saprà tutta la verità sull’attentato al WTC dell’11/9: nel 2081…

gix
gix
20 Settembre 2019 1:23

Rimane da chiedersi una cosa importante, ovvero se i giapponesi avessero capito o meno di essere caduti in una trappola, e di aver ceduto ad una provocazione. Persino in qualche film su Pearl Harbor si accenna alle perplessità dei giapponesi su questo, e del resto anche nell’articolo si fa cenno ad una possibile diversa condotta dell’attacco, che avrebbe potuto creare forse più danni a livello logistico alla macchina da guerra americana. Alla lunga però, probabilmente tutto questo non sarebbe servito a nulla, l’esito sarebbe stato in ogni caso scontato, considerati anche i due botti nucleari finali, che avrebbero persino potuto essere di più.

Jane
20 Settembre 2019 1:23

Ringrazio molti commentatori per come espongono le loro idee molto simili alle mie. Se non ci fosse stata la 2 guerra mondiale gli usa sarebbero spariti economicamente, dal 29 ad oggi. Ora non possono piu’ fare false flag se non a casa loro o dei loro ex amici (iraq); facile con popoli indifesi. In siria han provato con la false flag delle armi chimiche ma non c’e’ cascato nessuno e ora sono con i curdi in una sacca. Hanno avuto timore della corea nord perche’ ha l’atomica, ma non sono sicuri di cosa abbia l’iran. Han provato con 2 stupidissime false flag ma anche qui non c’e’ cascato nessuno. Il giorno in cui malauguratamente per loro, non sara’ unafalse flag finiranno come ‘al lupo, al lupo’. Ancora un grazie ai miei amici commentatori.

Claudio Giusti
Claudio Giusti
20 Settembre 2019 1:23

Il libro di Stinnett è una delle tante idiozie che piacciono ai complottisti e a chi crede a qualsiasi idiozia.

Claudio Giusti
Claudio Giusti
20 Settembre 2019 1:23

7 febbraio 1932, Attacco a Pearl Harbour ll’alba di domenica 7 febbraio 1932 un’ondata di 152 aeroplani nemici si avventò sulla base hawaiana di Pearl Harbour. Nello spazio di pochi minuti tutti gli aerei parcheggiati negli aeroporti furono distrutti e di seguito tutte le navi all’ancora nella baia vennero affondate. Un successo clamoroso. Ovviamente gli aerei non erano veramente nemici e le bombe erano sacchetti di farina, ma il trionfo della squadra navale comandata dell’ammiraglio Harry Ervin Yarnell fu lo stesso impressionante. Ogni anno la marina degli Stati Uniti organizzava grandi manovre e nel 1932 il Fleet Problem Number 13 si rivelò illuminante.L’ammiraglio Yarnell lasciò indietro le sue navi da battaglia e arrivò alle Hawaii completamente inaspettato con le portaerei Saratoga e Lexington nascoste dentro un temporale: lanciò gli aerei all’alba di una sonnacchiosa domenica e distrusse il nemico arrivando da nord-est: esattamente come fecero i giapponesi dieci anni dopo. AL’Ammiragliato decise di non dare peso alla faccenda, visto che aveva piena fiducia nella superiorità delle grandi navi da battaglia e riteneva fosse intollerabile che l’attacco giungesse di domenica mattina. Lo stesso si fece con le manovre del 29 marzo 1938 quando fu l’ammiraglio King a ripetere la performance di… Leggi tutto »

Claudio Giusti
Claudio Giusti
20 Settembre 2019 1:23

Ricapitoliamo Pearl Harbour. Siamo nel dicembre del 1941 e il Presidente americano Franklin Delano Roosevelt vuole fare la guerra alla Germania e quindi si fa attaccare di sorpresa dal … Giappone. Con la complicità di una enorme quantità di persone consente alla flotta giapponese di arrivare al largo di Pearl Harbour per avere un disastro militare che faccia entrare gli Usa in guerra con … la Germania. Sia ben chiaro che era la Germania nazista ad essere una minaccia strategica per gli Usa, non certo il Giappone. Questa storia del complotto è già piuttosto folle, ma cosa sarebbe successo se il Giappone avesse occupato le Hawaii e la flotta giapponese invece di andarsene fosse rimasta lì facendo uso delle scorte americane? Cosa sarebbe accaduto se la Germania non avesse dichiarato guerra agli Usa, come del resto ipotizzato nel Memorandum McCollum e inutilmente raccomandato da Ribbentrop? Un disastro militare si sarebbe trasformato in una immensa catastrofe strategica. Del resto il Giappone non aveva dichiarato guerra alla Russia sovietica in lotta con la Germania nazista e gli aiuti americani arrivarono regolarmente per tutto il conflitto a Vladivostok. I domingueros (storici della domenica) dicono che FDR aveva fatto salpare le portaerei per salvarle… Leggi tutto »

Claudio Giusti
Claudio Giusti
20 Settembre 2019 1:23

Il 27 novembre 1941 tutti i comandi Usa del Pacifico ricevettero un cablogramma inequivocabile.
“questo dispaccio deve essere considerate un avviso di guerra” (This dispatch is to be considered a war warning).
Seguito da un altro in cui si leggeva:
“Se le ostilità non possono, ripeto non possono essere evitate gli Stati Uniti desiderano che sia il Giappone a compiere il primo atto di manifesta ostilità .” (If hostilities cannot, repeat cannot be avoided the United States desires that Japan commit the first overt act.)

Claudio Giusti
Claudio Giusti
20 Settembre 2019 1:19

7 febbraio 1932, Attacco a Pearl Harbour All’alba di domenica 7 febbraio 1932 un’ondata di 152 aeroplani nemici si avventò sulla base hawaiana di Pearl Harbour. Nello spazio di pochi minuti tutti gli aerei parcheggiati negli aeroporti furono distrutti e di seguito tutte le navi all’ancora nella baia vennero affondate. Un successo clamoroso. Ovviamente gli aerei non erano veramente nemici e le bombe erano sacchetti di farina, ma il trionfo della squadra navale comandata dell’ammiraglio Harry Ervin Yarnell fu lo stesso impressionante. Ogni anno la marina e l’esercito degli Stati Uniti organizzavano grandi manovre e nel 1932 il Fleet Problem Number 13 si rivelò illuminante. L’ammiraglio Yarnell lasciò indietro le sue navi da battaglia e arrivò alle Hawaii completamente inaspettato con le portaerei Saratoga e Lexington nascoste dentro un temporale: lanciò gli aerei all’alba di una sonnacchiosa domenica e distrusse il nemico arrivando da nord-est: esattamente come fecero i giapponesi dieci anni dopo. L’Ammiragliato decise di non dare peso alla faccenda, visto che aveva piena fiducia nella superiorità delle grandi navi da battaglia e riteneva fosse intollerabile che l’attacco giungesse di domenica mattina. Lo stesso si fece con le manovre del 29 marzo 1938 quando fu l’ammiraglio King a ripetere… Leggi tutto »