Varoufakis: Il fondo coronavirus dell’UE farà un altro passo in Europa verso la disintegrazione

DI YANIS VAROUFAKIS

theguardian.com

Il pacchetto di recupero promette una maggiore integrazione tra i paesi europei. Ecco perché penso che non funzionerà

Durante i primi anni della crisi dell’Eurozona, ricordo di averne misurato la profondità con la  rapida dissoluzione dell’emivita delle celebrazioni seguite a tutti i vertici dell’Unione europea.
I proclami prematuri secondo cui la crisi era finita hanno alimentato la speranza, causando il rimbalzo dei mercati monetari. Ma poi, a un certo punto, l’oscurità sarebbe tornata immancabilmente. Come gli anni di austerità per i molti e il socialismo per i pochi rimasti, quel punto è arrivato prima di ogni vertice dell’UE.

Forse, alla fine, questo triste modello è stato rotto dal vertice della scorsa settimana, che ha portato a un nuovo fondo di recupero UE post-pandemia da 750 miliardi di euro?

Ignorando prevedibilmente la trionfale accoglienza da parte delle solite ragazze pon pon dell’UE,  la speranza che questa volta l’UE abbia avuto ragione viene da critici che conoscono la comprovata esperienza dei leader, come il mio amico Shahin Vallée che ha descritto il fondo di recupero come “un salto verso una vera integrazione“.

Non è la dimensione del fondo che dà speranza ai commentatori come Vallée. È piuttosto il fatto che per la prima volta i leader dell’UE sembrano aver riconosciuto l’indispensabilità di un debito comune come il collante di qualsiasi unione monetaria. E’ vero che i 750 miliardi di € saranno presi in prestito insieme dagli Stati membri in proporzione alla loro capacità in modo da essere spesi in proporzione alle loro necessità. Questa è stata una necessità per anni ma ostinatamente i paesi più ricchi l’avevano osteggiata – fino ad ora.

Allora perché nonostante approvi l’idea del debito mutualizzato come condizione necessaria per l’unità europea, in verità penso che l’ultima decisione dell’UE sia un altro passo nella direzione della disintegrazione dell’Europa? Per tre motivi.

Innanzitutto, il fondo di recupero è una distrazione verso l’elefante nella stanza: la prossima grande austerità. Secondo il Fondo monetario internazionale, il reddito totale della zona euro 2020 diminuirà del 10%, causando un disavanzo di bilancio medio superiore all’11%, con paesi più deboli come l’Italia e la Grecia che affronteranno un calo molto maggiore .

Ciò non sarebbe di per sé catastrofico, se non fosse per la determinazione di Berlino e di altri governi di spingere gli Stati membri a pareggiare i loro bilanci entro il 2021 (come testimoniato dal comunicato dell’Eurogruppo dell’11 giugno). Anche se la nascente ripresa porta, ad esempio, il deficit di bilancio dell’Italia al 9%, diciamo, per pareggiare i suoi conti, Roma deve imporre un livello crudele di austerità pari a un nuovo 9% del PIL in tagli e tasse. Così come è avvenuto per la Grecia. Dato che anche la Germania dovrà praticare l’austerità per pareggiare accuratamente il proprio bilancio, l’intero continente sarà trattato con un’intensificazione del ciclo di sventura tra austerità e recessione.

In secondo luogo, il fondo di recupero è (macroeconomicamente) incostante. Per difendere l’Unione dovrebbe produrre una spinta fiscale paragonabile in grandezza allo tsunami dell’austerità. Non è così. Prendi l’Italia e la Grecia, paesi che dovranno affrontare una pesante austerità. Quanto di questo shock può essere assorbito dai fondi di recupero? Non molto, è la risposta.

Per ottenere una risposta precisa, dobbiamo prima ignorare i nuovi prestiti offerti dal fondo di recupero (poiché il nuovo debito non ha mai aiutato l’insolvente) e concentrarci esclusivamente sulle sovvenzioni nette. L’Italia ha ricevuto circa 80 miliardi di euro e la Grecia 23 miliardi di euro. Tuttavia, ogni stato membro deve assumersi parte del nuovo debito UE di 750 miliardi di euro.

L’Italia, ad esempio, è responsabile per poco meno del 13% di questo debito, mentre la Grecia più povera è responsabile per l’1,4%. Una volta sottratti questi nuovi debiti, le sovvenzioni nette in Italia e in Grecia ammontano rispettivamente a poco più di 30 miliardi di euro e 12 miliardi di euro – ovvero tra lo 0,6% e il 2% del PIL su base annua tra il 2021 e il 2023. Rispetto alla prospettiva di austerità equivalente al 9% del PIL, che sarà necessario per pareggiare i loro bilanci, si tratta di somme scarse.

In terzo luogo, le condizioni politiche alle quali confluiranno i fondi sono il sogno di un euroscettico. Quando una recessione colpisce il Regno Unito, il deficit di bilancio del governo aumenta automaticamente man mano che i benefici scorrono in maniera consistente verso le regioni più colpite. Il bello di una tale unione fiscale è che nessun politico può decidere quale regione ottiene quale trasferimento.

Immagina la pazzia se il parlamento dovesse discutere di quanto fosse trasferito in Cumbria, a Norfolk o nel nord del Galles da Surrey, Sussex e West London. La Gran Bretagna sarebbe stata distrutta da divisioni che farebbero sembrare il Brexit un affare amichevole. Eppure questa divisione è stata inserita nel fondo di recupero dell’UE, completo di allocazioni per ogni paese,  elaborate ancor prima di conoscere gli effetti della recessione su ciascuna regione. È quasi come se il tutto fosse stata progettata da un astuto Euroscettico.

Come se ciò non bastasse, i nostri grandi e buoni leader hanno anche deciso che ogni governo nazionale avrà il diritto di congelare i pagamenti, per un massimo di tre mesi, a qualsiasi altro governo, mentre controlla come devono essere spesi i soldi. Sono garantite infinite recriminazioni, dato che l’olandese si oppone ai pagamenti delle pensioni del governo italiano e Roma restituisce il favore con rapporti sulle famose scappatoie fiscali dei Paesi Bassi. Immaginate l’atmosfera in questa aula, quando una tale sfida verrà presentata, per esempio, alla Spagna, da un primo ministro il cui governo l’UE ha corrotto, sotto forma di sconti tipo Thatcher, da ottenere sul fondo di recupero.

Gli ottimisti sostengono che, nonostante la goffaggine del meccanismo di ridistribuzione e la sua insignificanza macroeconomica, il nuovo debito comune stia creando fatti evidenti; che costituisce un primo passo decisivo verso una federazione adeguata. Questa è l’argomentazione diffusa secondo cui l’Europa si sta muovendo nella direzione giusta e farà un balzo in avanti quando meno ce lo saremmo aspettati. Accanto a questa ottimistica narrativa c’è però il mio sospetto, che ci stiamo invece muovendo nella direzione opposta, verso la disintegrazione.

Che io abbia torto (come spero) o ragione, dipenderà dal fatto che, entro il prossimo anno, la maggioranza degli europei possa finalmente ritenere che il fondo di recupero li abbia davvero aiutati a recuperare. Se ne saranno convinti, forse il debito comune dell’UE potrebbe dimostrarsi un presagio di prosperità condivisa. Da parte mia, per quanto ci provi, non vedo come ciò potrebbe essere possibile.

 

 Yanis Varoufakis è il co-fondatore di DiEM25 (Democracy in Europe Movement)

24.07.2020

Link: https://www.theguardian.com/world/commentisfree/2020/jul/24/eu-coronavirus-fund-europe-recovery-package