I vaccini COVID e il problema dell’imprinting genetico

Dr. Joseph Mercola
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Fatevi vaccinare. È l’ultimo messaggio propagandistico del COVID-19 che appare ovunque, dagli spot televisivi alle ultime notizie sui social media e che viene ripetuto incessantemente dalle celebrità e dai funzionari governativi. Eppure, un considerevole numero di Americani non è ancora pronto a rimboccarsi la manica.

Un sondaggio del gennaio 2021 ha rilevato che il 31% di loro sta adottando un approccio del tipo “aspetta e vediamo” per capire come il vaccino, o meglio, la terapia genica, sta funzionando, mentre il 7% ha detto che avrebbe preso il vaccino COVID-19 solo se fosse obbligatorio per il lavoro, la scuola o altre attività, e il 13% ha ribadito che “sicuramente non lo avrebbe mai preso.” [1]

Un approccio cauto è d’obbligo, visto che nessuno dei vaccini COVID-19 attualmente sul mercato è effettivamente certificato. Hanno solo l’autorizzazione per l’uso d’emergenza (che, per inciso, ne vieta l’obbligatorietà, anche se questo fatto viene ampiamente e convenientemente ignorato) perchè i test clinici sono ancora in corso.

Il fatto è che di questi prodotti non se sa ancora molto, compresa l’efficacia a lungo termine della risposta immunitaria. Sempre più spesso, gli scienziati si chiedono se un fenomeno noto come peccato antigenico originale, [original antigenic sin] (OAS), o imprinting, possa rendere inutili i vaccini COVID di prossima generazione [2].

Cos’è il peccato antigenico originale, o imprinting?

Il termine “peccato antigenico originale” era stato usato per la prima volta da Thomas Francis nel 1960, quando si era reso conto che i titoli del test di inibizione dell’emoagglutinazione, che venivano usati per determinare la risposta anticorpale ad un’infezione virale, erano più alti nei confronti dei primi ceppi di influenza stagionale ai quali le diverse coorti di età erano state esposte [3].

In altre parole, il primo virus influenzale a cui si è esposti condiziona per tutta la vita il modo in cui si sviluppa l’immunità contro quella [classe di] virus [4]. Le infezioni successive causate da ceppi virali simili al primo aumenteranno la risposta anticorpale contro il ceppo originale, e questo non vale solo per l’influenza. L’imprinting è noto anche nei bambini nel caso di infezioni multiple, con il virus della dengue, per esempio [5].

In alcuni casi, l’imprinting può essere benefico, ma può anche causare problemi. Uno studio ha scoperto che gruppi di coetanei che avevano avuto una prima esposizione influenzale a virus stagionali del sottotipo H3, più avanti negli anni erano risultati meno suscettibili al virus dell’influenza aviaria H7N9, mentre quelli esposti nell’infanzia a virus del sottotipo H1 o H2, una volta diventati adulti, erano meno suscettibili ai virus aviari H5N1 [6].

Utilizzando i dati di tutti i casi clinici conosciuti su questi virus, abbiamo dimostrato che la prima infezione IAV [virus dell’influenza A] di un individuo conferisce una protezione per tutta la vita contro la malattia grave dovuta ai nuovi sottotipi di emoagglutinina (HA) dello stesso gruppo filogenetico,” avevano spiegato i ricercatori [7]. Il fenomeno dell’imprinting era stato indicato come uno dei motivi per cui i vaccini antinfluenzali sono spesso inefficaci.

Scott Hensley, professore associato di microbiologia all’Università della Pennsylvania, ha spiegato a STAT News: “Ci siamo tutti formati [studiando]  diversi virus influenzali. Se si vaccinano 100 persone, indovinate un po’? Risponderanno tutte in modo diverso. Pensiamo che questo fenomeno sia in gran parte dovuto al fatto che tutti noi abbiamo un’impronta immunologica diversa” [8]. Quando gli esperti avevano suggerito di aggiungere [al vaccino] un nuovo ceppo H1N1 [Hensley] aveva fatto l’esempio del vaccino antinfluenzale del 2017. STAT News ha riportato [9]:

Quello che avevano usato sembrava funzionare bene per la maggior parte delle persone. Ma non funzionava bene per un certo sottogruppo di popolazione, quello degli adulti tra i 30 anni circa e la tarda mezza età.

Hensley e il suo gruppo di ricerca avevano scoperto che il vaccino stimolava le persone che avevano avuto la loro prima esposizione all’influenza tra il 1977 e il 1985 a produrre anticorpi contro la versione di H1N1 che circolava all’epoca, il virus del loro imprinting. I ceppi di H1N1 vecchi di decenni erano troppo diversi dalla versione del 2009 perché il vaccino potesse funzionare bene in queste persone.”

La stessa cosa potrebbe accadere con il COVID-19.

L’imprinting potrebbe significare che i prossimi vaccini COVID-19 non funzioneranno

L’imprinting può aumentare la protezione contro le infezioni future se si viene esposti a ceppi antigenicamente correlati, ma, se l’esposizione è nei confronti di un ceppo scarsamente correlato, [l’imprinting] può aumentare la suscettibilità alle infezioni. Secondo i ricercatori di The Journal of Immunology [10]:

“Le risposte di tipo OAS erano state problematiche anche durante la stagione influenzale 2013-2014, quando i virus H1N1 avevano acquisito una mutazione in un epitopo HA [emagglutinina], che era il bersaglio primario della risposta Ab [anticorpale] tipica degli individui di mezza età.

Questa coorte [di popolazione di mezza età] aveva sviluppato una risposta anticorpale mirata contro questo epitopo durante l’esposizione precoce ai virus H1N1 stagionali che circolavano negli anni ’70. Come riportato dal laboratorio Hensley, questo epitopo era ancora conservato nel ceppo pandemico H1N1 originale del 2009.

Tuttavia, il ceppo H1N1 derivato geneticamente ed emerso nel 2013-2014 conteneva una mutazione in questa regione dell’HA che aveva portato ad una debole reazione anticorpale e, successivamente, ad una mortalità insolitamente alta negli individui di mezza età.”

Nel caso del COVID-19, è possibile che la reazione del sistema immunitario innescata dal vaccino agisca in base all’imprinting originale, rendendo inefficaci i successivi vaccini COVID-19 aggiornati per colpire le varianti emergenti della SARS-CoV-2 [11].

Michael Worobey, professore di biologia evolutiva all’Università dell’Arizona, che ha condotto ricerche sull’imprinting nell’influenza [12], ha detto a STAT News: ” Ritengo [che il fenomeno dell’imprinting] sia un qualcosa di cui dobbiamo tener conto. Tra cinque anni potremmo assistere ad una riduzione dell’efficacia [dei vaccini COVID], se [il sistema immunitario] della popolazione sarà ancora bloccato nel ricordare la risposta al primo antigene [SARS-2] con cui era entrato in contatto” [13].

Prove di imprinting con i coronavirus

Alcuni hanno sostenuto che i virus della SARS-2 non sembrano mutare così rapidamente come i virus dell’influenza, e questo renderebbe l’imprinting meno preoccupante, ma Hensley aveva già visto prove di imprinting nei coronavirus mentre lavorava allo sviluppo del test anticorpale per la COVID-19.

Campioni di sangue di persone con COVID-19 avevano avuto “drammatici” aumenti degli anticorpi contro l’OC43, un coronavirus che causa il comune raffreddore e che è collegato alla SARS-2, e contro i virus che causano la SARS e la MERS [14].

Questi anticorpi non erano diretti a proteggere contro le infezioni da SARS-CoV-2, magari riducendo le ospedalizzazioni, ma erano aumentati dopo l’infezione da SARS-CoV-2,” hanno scritto Hensley e colleghi sulla rivista Cell [15]. Hensley ha anche suggerito che la risposta immunitaria data dalle terapie geniche COVID-19 potrebbe comunque essere così forte da annullare l’effetto dell’imprinting, mentre l’immunità all’infezione acquisita in modo naturale potrebbe portare a un imprinting che [in futuro] renderebbe le varianti più difficili da gestire per il sistema immunitario.

Ma la realtà è che nessuno sa davvero cosa succederà. Come ha detto a STAT News l’immunologo David Topham, direttore del New York Influenza Center of Excellence, potrebbero verificarsi diversi scenari che, per coloro che godono di un’immunità dovuta ad una precedente infezione da COVID-19, vanno dal problematico al favorevole [16]:

“Questo potrebbe essere un problema, perché le cellule immunitarie specifiche per S2 [una proteina spike] spiazzano le cellule immunitarie specifiche per altri componenti della stessa proteina spike, cellule di cui però si avrebbe veramente bisogno per ottenere protezione. La cosa può essere irrilevante, nel senso che, alla fine, si avrà comunque una risposta immunitaria contro le altre parti della proteina e si otterrà un risultato. Oppure potrebbe essere un beneficio, perché [questo spiazzamento immunitario] potrebbe far sì che il sistema immunitario venga stimolato più rapidamente.”

Problemi con l’adescamento patogeno

Un fenomeno correlato è l’adescamento [priming] patogeno, che si verifica quando, piuttosto che rafforzare l’immunità contro l’infezione, l’esposizione ad un virus o a un vaccino aumenta la capacità del virus di entrare ed infettare le cellule, con conseguente peggioramento della patologia [17].

Una ricerca pubblicata sul Journal of Translational Autoimmunity ha confermato che il trattamento con un vaccino può aumentare i rischi associati ad un virus di tipo naturale, piuttosto che fornire una protezione contro di esso, e ha concluso, come da titolo, “Il priming patogeno probabilmente contribuisce allo sviluppo di una malattia grave e critica e alla mortalità da COVID-19 attraverso il fenomeno dell’autoimmunità” [ [18].

Secondo lo studio [19]:

“Il priming patogeno può essere più o meno grave nelle risposte immunitarie indotte dal vaccino o dall’infezione nei confronti di alcune proteine rispetto ad altre, a causa del peccato antigenico originale; la reazione immunologica contro gli autoantigeni può essere meno intensa quando i virus in rapida evoluzione si allontanano [geneticamente] dal  ceppo virale originale [contro cui era stato sintetizzato il vaccino].”

L’articolo del Journal of Translational Autoimmunity, scritto da James Lyons-Weiler dell’Institute for Pure and Applied Knowledge, un’organizzazione senza scopo di lucro che svolge ricerca scientifica nell’interesse pubblico, spiega come l’adescamento patogeno si fosse verificato durante i test clinici di un altro vaccino contro il coronavirus della SARS [20]:

“Nella SARS, era stata osservata una forma di ‘adescamento’ del sistema immunitario durante gli studi sugli animali dei vaccini a base di proteine spike della SARS, e il fenomeno aveva portato ad un aumento della morbilità e della mortalità negli animali vaccinati che erano stati successivamente esposti al virus naturale della SARS.

I problemi, verificatisi in due studi, erano che, dopo il contatto post vaccinazione con il virus [naturale] della SARS  … i vaccini ricombinanti a base di proteine spike della SARS  non avevano protetto dall’infezione da SARS-CoV, e che i topi [vaccinati] avevano sviluppato numerose patologie del tratto respiratorio ricche di infiltrati eosinofili a livello polmonare.

Allo stesso modo … i furetti precedentemente vaccinati contro la SARS-CoV avevano anch’essi sviluppato una forte risposta infiammatoria a livello del tessuto epatico (epatite). Entrambi gli studi avevano ipotizzato una ‘risposta immunitaria cellulare.’

Questi tipi di risultati poco favorevoli  vengono a volte indicati come “potenziamento immunitario (ADE),” tuttavia, questa terminologia quasi eufemistica non riesce a trasmettere l’aumento del rischio di malattia e di morte dovuto ad una precedente esposizione alla proteina spike della SARS. Per questo motivo, preferisco chiamare il fenomeno ‘priming patogeno.'”

Ci sono prove evidenti del rischio di ADE con i vaccini COVID-19

Sono state anche sollevate notevoli preoccupazioni riguardo al potenziamento anticorpo-dipendente (ADE) e alla possibilità che i vaccini COVID-19 possano peggiorare la malattia COVID-19 attraverso il fenomeno dell’ADE [21].  Timothy Cardozo della NYU Langone Health e Ronald Veazey della Tulane University School of Medicine hanno cercato di capire se esista un numero sufficiente di lavori clinici che [per motivi etici] imponga ai medici di rivelare [ai loro pazienti]  che i vaccini COVID-19 potrebbero peggiorare la malattia, se il destinatario [del vaccino] dovesse successivamente venire a contatto il virus naturale.

Hanno esaminato reperti preclinici e clinici e hanno scoperto che l’ADE è un pericolo che non andrebbe trascurato. Hanno ipotizzato che [22]:

“I vaccini COVID-19 progettati per stimolare la produzione di anticorpi neutralizzanti possono sensibilizzare i destinatari del vaccino [e indurli a contrarre] malattie più gravi che se non fossero stati vaccinati. I vaccini per SARS, MERS e RSV non sono mai stati approvati, e i dati generati nello sviluppo e nella sperimentazione di questi vaccini suggeriscono una seria preoccupazione meccanicistica:  vale a dire che i vaccini progettati empiricamente usando l’approccio tradizionale (che consiste nella proteina spike virale del coronavirus non modificata o minimamente modificata per stimolare la produzione di anticorpi neutralizzanti), siano essi composti da proteine, vettori virali, DNA o RNA e, indipendentemente dal metodo di consegna, possono peggiorare la malattia COVID-19 attraverso il potenziamento anticorpo-dipendente (ADE).”

Hanno quindi concluso che, al fine di soddisfare gli standard di etica medica del consenso informato, le persone che prendono parte agli studi sui vaccini COVID-19, così come quelle a cui [il vaccino] viene somministrato dopo l’approvazione [all’uso d’emergenza], dovrebbero essere chiaramente informate del “rischio specifico e significativo di ADE da vaccino COVID-19” [23]. Questo, tuttavia, non è stato [e non viene] fatto e la maggior parte di coloro che vengono vaccinati, probabilmente non ha mai sentito parlare di ADE, tanto meno della sua associazione con il vaccino sperimentale COVID-19.

Già gli individui vaccinati sembrano essere più suscettibili all’infezione dovuta ad alcune varianti di SARS-CoV-2, anche se resta da vedere se sono più inclini a contrarre malattie gravi.

Uno studio dei ricercatori dell’Università di Tel Aviv e del Clalit Health Services in Israele ha trovato che la variante sudafricana della SARS-CoV-2, soprannominata B.1. 351 (che attualmente rappresenta circa l’1% dei casi di COVID-19 in Israele) colpisce le persone vaccinate con il vaccino mRNA di Pfizer in misura maggiore rispetto alle persone non vaccinate [24].

Ci sono ancora molte domande senza risposta sui vaccini COVID-19, molte delle quali assolutamente sconosciute alla maggior parte del pubblico, l’immunopatologia Th2, per esempio. Se, comunque, sceglierete di farvi iniettare un vaccino COVID-19, sappiate che state partecipando ad un gigantesco esperimento e che state facendo da cavie, perchè nessuno sa quale sarà il risultato finale.

Dr. Joseph Mercola

Fonte: articles.mercola.com
Link: https://articles.mercola.com/sites/articles/archive/2021/04/29/original-antigenic-sin.aspx
29.04.2021
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org