CDC intervista l’artista Angelo De Boni: “Dipingo orizzonti irraggiungibili”

Claudio Vitagliano (C.V.) ha incontrato il pittore lombardo conosciuto a livello internazionale

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Di Claudio Vitagliano per ComeDonChisciotte.org

Angelo De Boni è un artista di respiro internazionale, allievo di Attilio Marcolli (teoria del campo) e dello scultore Nanni Valentini. Dopo un anno presso il politecnico di Milano alla facoltà di architettura, si iscrive all’Accademia di Brera. La sua prima mostra è del 1973 all’Arengario di Monza, dopodiché ne seguiranno altre, sia in Italia che all’estero.

Ha collaborato per le scenografie con importanti compagnie teatrali Italiane; scrive su alcune riviste e collabora con una emittente Radio con una sua rubrica d’arte. Attualmente è anche docente di Storia dell’Arte in alcune strutture private. E’ ufficialmente quotato dalla casa d’aste ArteModerna di Brescia, ArteInterni di Brescia e Fabiani di Montecatini. Lo si trova inoltre su Artprice.com e Artmajeur.com.

Quella che segue è la prima parte dell’intervista, in cui si rivela come uomo e artista, e in cui toccheremo anche i temi che riguardano la difficoltà generalizzata di fruire l’arte contemporanea e i vizi che affliggono il relativo mercato.

Siamo qui nel suo studio, Angelo è circondato dai suoi dipinti.

  • C.V. Ciao Angelo come stai?

A.D.B. Ciao… ciao a tutti, è un piacere avervi qui.

  • C.V. Quando ci siamo visti per la prima volta, ho deciso seduta stante di approfondire la conoscenza, poiché mi sono reso conto di essere accomunato a te, oltre che da una certa visione della vita, da due grandi passioni: il calcio e l’arte, ma oggi parleremo d’arte.
    Ti faccio subito una domanda semplice ma allo stesso tempo molto complessa: puoi definirti come persona con pochissimi vocaboli?

A.D.B. Sono una persona guidata da buone intenzioni, e pur tra tanti errori commessi, posso dire di essere stato fortunato. Ho conosciuto picchi ma anche abissi, e oggi posso dire di viaggiare a metà strada tra questi due estremi e di vivere in una sorta di solido equilibrio.

  • C.V. Passiamo alle domande vere e proprie: da quando tempo dipingi, o meglio, da quanto tempo hai iniziato a ritenere che la pittura fosse per te una pratica irrinunciabile?

A.D.B. Bella questa domanda. Era il lontano 1959, in quell’anno a Natale, i miei genitori mi regalarono degli acquerelli, io non sapevo cosa fossero, capii solo che erano dei colori, ed essi mi spiegarono che si usavano con l’acqua. Dipinsi così sul vetro della finestra un albero di Natale; secondo te, quando ho iniziato?

  • C.V. Se questo fosse un quiz, mi avresti posto la risposta e conseguente vincita su un piatto d’argento. Ti ispiri a qualche artista importante per la storia dell’arte?

A.D.B. No, non mi ispiro a nessun artista. Diciamo piuttosto che l’input l’ho avuto all’istituto d’arte di Monza da un architetto, che era il mio insegnante di disegno professionale e che mi insegnò cos’è la pulizia, la lettura del campo e il minimalismo. Ciò per me fu una folgorazione. Sto parlando di Attilio Marcolli che era il padre della teoria del campo di cui allora ne parlava tutto il mondo.

  • C.V. C’è un dipinto di fronte al quale provi il grande turbamento?

A.D.B. Anche qui ti posso raccontare un episodio che mi è capitato nel 2003/4: mi trovavo in Spagna di fronte a Guernica, ero in compagnia della mia fidanzata di allora, alla quale dissi di pazientare un attimo. Dopo un po’ lei mi fece: “Angelo andiamo?” E io gli risposi; un momento ancora che voglio guardarlo bene, sono qui da appena due minuti. E lei di rimando: “veramente i minuti sono 43”.

Era rimasta seduta ad aspettarmi per 43 minuti senza che io me ne rendessi assolutamente conto.

  • C.V. E’ un bellissimo aneddoto.

A.D.B. Ancora oggi, quando racconto questa cosa, mi chiedo cosa accadde. Probabilmente andai molto vicino al provare la sindrome di Stendhal.

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  • C.V. C’è una galleria dove non hai mai esposto ma nella quale ti piacerebbe esserci anche a costo di vendere l’anima al diavolo?

A.D.B. Moma. In realtà avrei dovuto partecipare alla biennale del 2021, spostata poi a causa della pandemia al 2022, con il movimento del Metaformismo. E’ accaduto però che la Repubblica Ceca, che doveva ospitarci, era disponibile nel 2021 ma non nell’anno seguente. Non potetti quindi partecipare alla biennale che per certi versi era il viatico che mi avrebbe permesso di esporre al Moma. Il Covid è stata una botta pesantissima; dopo quattro anni di lavori, di sforzi, di burocrazia.. tutto cancellato.

  • C.V. Comunque sei giovane Angelo, puoi sempre rifarti! Ti faccio una domanda classica per questo tipo di interviste : cosa vuoi comunicare con la tua arte?

A.D.B. Ti ho detto poc’anzi che mi piace il minimalismo, quindi, se tu guardi questi quadri, rappresentano un realismo astratto minimalista. Io dipingo orizzonti; cosa sono gli orizzonti? Gli orizzonti sono quella terra che tutti conosciamo ma dove nessuno è mai stato, perchè quando ti avvicini si allontana. Ed è esattamente lo stesso percorso che noi facciamo nella vita da un punto di vista introspettivo, man mano che ci conosciamo, ci accorgiamo che ci manca qualcosa. Quando arriveremo all’orizzonte?Alla terra orizzontale? Alla perfezione?.. probabilmente quando sarà il momento del trapasso.

Devo spiegarti una cosa comunque: per me la conoscenza razionale del mondo è molto importante.
Credo che viviamo però un malinteso esistenziale, siamo cioè convinti, che come si evolve il mondo ci evolviamo anche noi con esso. In realtà, questa convinzione è errata e possiamo affermare che ciò non si verifica se la nostra razionalità non è collegata con l’inconscio. Grazie proprio all’istinto comune e alla ragione, che ci permette di cogliere questa comunanza, chi si pone davanti ad una mia opera vede riflesso un po’ di sé stesso.
Se questo permette all’osservatore di guardarsi dentro con una certa lucidità e se ciò contribuisce a renderlo un uomo migliore, diciamo pure, eretto, posso allora dire di essere contento di ciò che ho fatto. Quel dipinto che vedi (mi indica un quadro, ndr) come puoi constatare è un dipinto in cui c’è la predominanza di un blu piuttosto freddo che copre quasi tutta la superficie, attraversato da una riga di rosso invece molto vivace, che ti da passione, guerra, amore, sangue. Perchè il rosso l’ho messo nel blu? E’ nel blu unicamente perchè il blu comunque ti aiuta a razionalizzare l’emozione.. che è la perfezione. Provare un’emozione quindi dandogli la giusta collocazione nel nostro universo interiore.

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  • C.V. Dando l’opportunità a chi prova questa emozione di decifrarla fino in fondo.. è così?

A.D.B. Esatto.

  • C.V. Ok. ti faccio ora una domanda che riguarda il lato tecnico del fare pittura: fai mai uno studio o degli schizzi,insomma progetti il quadro che deve ancora venire?

A.D.B. Per anni ho fatto dipinti bianchi, piuttosto geometrici, ai quali dedicavo uno studio approfondito che mi portava via molto tempo, ora no. Adesso sono colto da un’idea, quest’idea è abbastanza chiara, per cui passo direttamente ad usare il colore sulla tela.

  • C.V. Come mai hai scelto la pittura, e non altri mezzi espressivi, come ad esempio i video o le installazioni?

A.D.B. Ti rispondo nel modo più banale e retorico di questo mondo: è la pittura che ha scelto me.

  • C.V. Che meraviglia, è una dichiarazione d’amore!

A.D.B. Io non te lo so dire perchè. Vedi questo laboratorio?.. io lo chiamo ambulatorio. Perché, grande o piccolo che è, sporco o pulito che sia, in ordine o incasinato, qui non c’è spazio e non c’è tempo, tutto resta là.. fuori dal cancello, qui vivo in un’altra dimensione.

  • C.V. L’azione purificatrice dell’arte… la catarsi insomma. Allora, il fatto che la pittura sia una pratica che si svolge di norma in solitudine, è mai stato un problema per te?

A.D.B. No, no assolutamente.  Perché mi è capitato anche di dipingere avendo qui persone che sono venute a trovarmi. Ma posso dire che quando ciò accade, non mi distoglie per nulla da ciò che sto facendo. Mi guardano, ogni tanto tentano di parlarmi ma io li ignoro. Non è cattiva educazione, ma vivo ciò che faccio con una intensità tale che mi pare di essere su un altro pianeta.

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  • C.V. Insomma, non hai mai provato invidia ad esempio per i musicisti che espletano la loro arte di fronte ad un pubblico beneficiando di una gratificazione immediata grazie agli applausi?

A.D.B. No perché come io dipingo in solitudine, anche loro creano e provano da soli la loro musica, e come io ricevo alla fine gli apprezzamenti in galleria, loro prendono gli applausi quando si esibiscono sul palco.

  • C.V. Chi segue le vicende dell’arte contemporanea si rende conto di alcuni cambiamenti macroscopici, ad esempio perché negli ultimi cinquant’anni, diciamo dall’arte concettuale in poi, il fattore emotivo è stato tenuto in così scarsa considerazione? Perché insomma il messaggio non viene più veicolato di norma attraverso la emotività?

A.D.B. Non penso che sia esattamente così. Il fatto è che all’epoca dell’impressionismo, ma anche dopo, vedi Futuristi, Picasso ecc, non esisteva la macchina fotografica, o almeno, essa non era ancora perfezionata e utilizzata come ai nostri giorni, e si doveva quindi descrivere la realtà in modo più o meno naturalistico e riconoscibile, con la conseguenza di provocare in chi si poneva di fronte all’opera delle emozioni immediatamente intellegibili.
Con l’avvento della tecnologia, riprodurre con la pittura la realtà così come appare non aveva più senso. Sulla tela quindi si è iniziato a imprimere direttamente le emozioni e i concetti senza più ricorrere alla messa in scena del mondo sensibile.
Il problema è che la proposta delle emozioni e dei concetti, diciamo così, disgiunti dalla rappresentazione, sono divenute col tempo le uniche prassi artistiche accettate.
Il racconto, tanto per semplificare, ha lasciato il campo all’enunciazione, con la benedizione di tutti.

  • C.V. Possiamo dire che, grazie al concettuale o all’arte povera, tanto per prendere due esempi, si sono immaginati artisti alcuni soggetti che non erano in possesso di grande talento?

A.D.B. Si, e’ possibile, bisogna tenere in considerazione però che nella modernità la fase dell’ ideazione è anch’essa una parte costitutiva dell’opera.
Riguardo al fatto che alcuni artisti non siano dotati di grande talento, ma abbiano comunque successo, bisogna dire, che ciò che è opera d’arte lo decide il pubblico, e se il pubblico è stato educato in un certo modo è chiaro che anche il proprio orientamento e gusto ne venga condizionato.
Il favore del pubblico comunque basta crearlo, con i soldi e il moderno marketing questo è facilmente realizzabile.

  • C.V. A questo poi ci ritorneremo, sai che l’argomento a cui stai accennando mi sta molto a cuore.
    Si può dividere il mondo dell’arte in due categorie distinte tra loro, e cioè i professionisti da una parte e i cosiddetti pittori della Domenica dall’altra?

A.D.B. Si, il mondo dell’arte ha delle regole piuttosto precise. Tanti pittori dilettanti che non hanno tecnica, non hanno purtroppo neanche la conoscenza della storia dell’arte, il che sarebbe importante al fine di poter collocare ciò che si fa in un panorama più ampio e significativo.

  • C.V. Ad essere sincero credo anch’io che non bisogna fare confusione tra le due categorie.
    Tu, dalla pratica dell’arte ti aspetti di più l’agiatezza o la gloria?

A.D.B. La gloria naturalmente, l’agiatezza è solo una possibile conseguenza.

C.V. Bene Angelo, intanto ti ringrazio per la disponibilità. Nella seconda parte del nostro incontro parleremo della difficoltà di decodificare l’arte dei nostri giorni e delle storture del mercato.

Di Claudio Vitagliano per ComeDonChisciotte.org

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Le immagini presenti nell’articolo ritraggono opere di Angelo De Boni

Clicca qui per leggere la seconda parte

 

 

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