Angelo De Boni “L’arte è caduta nelle sabbie mobili del libero mercato”

Claudio Vitagliano (C.V.) ha incontrato il pittore lombardo conosciuto a livello internazionale - Pubblichiamo la seconda e ultima parte dell'intervista.

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Di Claudio Vitagliano per ComeDonChisciotte.org

Angelo De Boni è un artista di respiro internazionale, allievo di Attilio Marcolli (teoria del campo) e dello scultore Nanni Valentini. Dopo un anno presso il politecnico di Milano alla facoltà di architettura, si iscrive all’Accademia di Brera. La sua prima mostra è del 1973 all’Arengario di Monza, dopodiché ne seguiranno altre, sia in Italia che all’estero.

Ha collaborato per le scenografie con importanti compagnie teatrali Italiane; scrive su alcune riviste e collabora con una emittente Radio con una sua rubrica d’arte. Attualmente è anche docente di Storia dell’Arte in alcune strutture private. E’ ufficialmente quotato dalla casa d’aste ArteModerna di Brescia, ArteInterni di Brescia e Fabiani di Montecatini. Lo si trova inoltre su Artprice.com e Artmajeur.com.

Quella che segue è la continuazione dell’intervista a De Boni, la cui prima parte è stata pubblicata su CDC lo scorso 11 dicembre. ( CLICCA QUI)

Buon proseguimento di lettura:

  • C.V. – Angelo, passiamo ad altro.. un argomento che come sai bene, a me sta molto a cuore, e so che anche a te interessa.

A.D.B. Sono curioso..

  • C.V. – Per introdurre il tema cito un film a episodi del 1978 intitolato “Dove vai in vacanza?”.

A.D.B. Me lo ricordo benissimo, un film con Alberto Sordi.

  • C.V. – Esatto. Ad un certo punto, mentre stanno visitando, lui e la moglie, la biennale di Venezia, lei decide di occupare una sedia con l’intento di riposarsi. Successivamente però, accade che gli altri visitatori la scambiano per un’opera d’arte contemporanea. Per farla breve, dal 1917, dalla fontana di Duchamp in poi quindi, le carte si sono rimescolate, e capire se un’opera abbia dei veri contenuti artistici o meno è diventato problematico. Quindi, la domanda che ti voglio rivolgere è: secondo te, come facciamo a capire se una “cosa” è arte oppure no?

A.D.B. E’ la massa che decide e lo testimonia proprio il film con Sordi. Il fatto è che le persone che sono transitate da un padiglione all’altro e che si sono fermate davanti alla signora seduta, anche se lei non era un’ opera in esposizione, hanno in realtà deciso il contrario. E’ la massa che decide cosa è arte e cosa non lo è. Artista invece puoi essere tu, io o altri, perché se tu io o altri viviamo d’arte, e impersonifichiamo un modo di vivere, uno stile di vita dominato dall’arte, allora siamo artisti. Mentre ciò che rappresenta l’opera e il suo valore, quindi una cosa separata da noi e che vive di vita propria, lo decidono altri. Può accadere però, che qualcuno influenzi anzitempo il pubblico, in modo che i favori vadano ad un artista piuttosto che ad un altro. In questo caso, grazie a un’azione pilotata, ciò che produce tale artista viene classificato come arte a prescindere dal valore insito delle sue opere. Ti faccio un esempio banale : il vuoto è arte?

  • C.V. – Beh, potrebbe esserlo a patto che ci fosse a priori una giustificazione di tipo concettuale a questo vuoto.

A.D.B. Se non c’è niente non c’è niente. Tu riusciresti a vendere il nulla a trentamila euro?

  • C.V. – Se sono il più bravo venditore del mondo, forse si.

A.D.B. Allora.. in Sardegna, ma ormai è internazionale, c’è un certo artista, giovane tra l’altro, mi pare che abbia 27 / 28 anni, che si chiama Garau e che è riuscito a vendere il niente per 32 mila euro. In pratica, ha recintato uno spazio di due metri per due e lo ha dichiarato impercorribile, proponendo ai presenti di concentrarsi e di immaginare al centro di questo quadrato una scultura, quella che loro stessi avrebbero desiderato possedere. Naturalmente in base alla propria esperienza di vita e alla propria sensibilità c’è chi ha immaginato la Pietà, chi il Cristo velato ecc.. ma il fatto è che alla fine, questa scultura immaginaria qualcuno l’ha effettivamente comprata per 32.000 euro.

  • C.V. – Possiamo confermare che la pubblicità è l’anima del commercio.

A.D.B. Lui è geniale comunque, perchè il fatto di riuscire a vendere il nulla ad una cifra del genere, può equivalere alla realizzazione di un’opera d’arte.

  • C.V. – Alcuni ritengono che l’originalità dell’opera sia già di per sé un motivo sufficiente perché l’opera stessa venga esposta in un museo, magari anche un museo molto importante. Tu come la pensi riguardo a questa cosa?

A.D.B. Premesso che io non vedo al giorno d’oggi cosa si possa inventare di veramente nuovo, ritengo che l’arte digitale però, presenta delle innovazioni interessanti e applicazioni infinite. Questo in effetti potrebbe veramente dare sviluppo a qualcosa di nuovo, non so come, non ne ho la più pallida idea, però intuisco che le potenzialità ci sono.

Facendo sempre riferimento alla tua domanda, è vero che ogni volta che un artista realizza un’opera è comunque originale, ma la decisione di collocarla in un museo secondo dovrebbe essere subordinata in ogni caso ad alcuni fattori, in particolar modo alla tecnica, e al contesto storico. Ti faccio un esempio rifacendomi alla mia esperienza: ho realizzato un dipinto intitolato “Divide et Impera”, che tra l’altro è stato scelto dalla storica libreria “Bocca” di Milano come quarto di copertina di un’agenda, rifacendomi al contesto storico del 2021, in cui io ho veicolato le mie suggestioni riguardo alla pandemia e alle conseguenze di ogni genere che ne sono derivate.
Il dipinto è nato da un mio impulso interiore, e in tale quadro si possono rilevare i fattori di cui accennavo prima: tecnica, contesto storico e idea.

Esistono opere invece che a mio parere non dovrebbero stare in un museo perché mancano di una convincente giustificazione concettuale che esuli dalla mera operazione commerciale di cui sono il mezzo propiziatorio. Cattelan ad esempio ha esposto una banana, volendo significare che l’arte è un frutto quotidiano che va mangiato e digerito. Ma più geniale di lui, a mio avviso, è stato il signore che ha staccato la banana e l’ha utilizzata come merenda. Egli ha effettivamente mangiato l’arte e in ultima analisi ha assorbito e metabolizzato la scipita “genialità”, usiamo pure questa espressione velenosa, di Cattelan.

Questo per dire che ci sono cose originali che scaturiscono da una genuina voglia di utilizzare il mezzo artistico per comunicare istanze interiori e altre che hanno presupposti diversi, in particolar modo, stupire e fare mercato.

Tanto per concludere con questo argomento, chiedo io a chiunque, come era possibile durante il Rinascimento e anche dopo, non collocare in un museo le Pietà di Michelangelo, Amore e Psiche di Canova o il Cristo velato di Sanmartino, opere che ridondano di una perizia inarrivabile posta al servizio di un’idea classica piena di pathos.

  • C.V. – Assodato che nell’arte contemporanea la trasgressione viene costantemente perseguita, dal momento che dà grande visibilità (a tal proposito ricordiamo un aforisma di Andy Warhol: fare soldi è un’arte), può essa costituire una componente significativa della pratica artistica?

A.D.B. Si.. trasgredire spesso equivale a guai poichè vuol dire superare i limiti stabiliti dalla norma. Ma il solo fatto di superare indenni tali limiti può essere interpretato come la possibilità di abbracciare nuovi orizzonti. Se ti ricordi, negli anni ’80 c’era la censura e in televisione non era possibile mostrare il seno. Poi arrivarono trasmissioni come Drive In e Colpo Grosso e la possibilità di esibire parti del corpo scoperte divenne normale, assicurando da una parte una certa liberalizzazione del costume e permettendo perciò un rapporto più naturale con la nudità e dall’altra un incremento dell’audience con relativo aumento del battage pubblicitario.

Angelo De Boni "L'arte come Libertà è caduta nelle sabbie mobili del mercato"

  • C.V. – In definitiva Angelo, è questo magma che abbiamo sotto gli occhi e che risulta difficilmente decifrabile a chiederci uno sforzo di lettura. Proprio nel tentativo continuo di fare chiarezza, penso spesso a ciò che è stato il pensiero di Pasolini. Egli asseriva una cosa che 60 anni dopo risulta essere corrispondente al vero, e cioè che la trasgressione assunta in modo acritico dalla massa si trasforma nel rovesciamento della stessa nel suo opposto, ovvero un conformismo diversamente coniugato.

A.D.B. Esatto, crei un nuovo conformismo. Egli pensava che questo nuovo conformismo favorito dal consumo compulsivo si riverberasse anche nel costume, nel sociale e nella politica. Riteneva che questa uniformità di vedute, potesse limare inoltre le differenze culturali ad esempio tra la classe borghese e quella proletaria, accomunandole in una visione standardizzata della vita.. e quindi, tornando a noi, anche dell’arte. Se mi permetti, aggiungo, che questa sorta di, chiamiamolo così, obnubilamento della percezione, ha portato innumerevoli persone, ad assumere come impegno primario percorsi di vita studiati da altri e imposti surrettiziamente.

Faccio un esempio: chi si accorge che spesso la rivolta contro il potere è studiata a tavolino dal potere stesso propagandando però modi per la sua attuazione che ne annacquano l’efficacia? Tutto questo purtroppo non fa altro che generare un enorme vuoto pneumatico nell’esercizio della soggettività e del pensiero critico.

Immaginiamo quindi la confusione che ciò può creare nella fruizione dell’arte che è già di per sé di non facile lettura, essendo un linguaggio di sintesi.

Angelo De Boni "L'arte come Libertà è caduta nelle sabbie mobili del mercato"

  • C.V. – Spesso Angelo, gli eventi artistici si riducono ad un incontro per pochi eletti in cui conta di più il glamour dei partecipanti che le opere esposte, cosa mi dici di ciò?

A.D.B. Guarda, sono intervenuto a mostre in cui i partecipanti erano molto più interessati al pettegolezzo tra uno spuntino e una bevuta che all’arte in questione. Succedeva comunque che in un secondo momento, qualche quadro veniva comprato, ma non lì.

Quello dove si svolgeva il vernissage era un semplice luogo d’incontro, una vetrina dove il ragionamento diffuso è più o meno – se c’è Caio, se c’è Sempronio vuol dire che ci sono affari- un preambolo agli acquisti insomma, che sarebbero comunque stati conclusi in seguito, secondo un criterio a mio avviso molto discutibile.

Tutto ciò mi pare molto poco attinente all’Arte con la A maiuscola. Diciamo che gran parte di queste persone comprano un dipinto o perché si abbina bene al proprio arredamento o perché, e questa è la maggioranza dei casi, pensano a probabili rialzi delle quotazioni e quindi ad un vero e proprio investimento.

  • C.V. – O anche perché ciò rafforza il prestigio personale che gli viene dall’avere in casa l’opera o più opere di un artista famoso..

A.D.B. A tale proposito, può verificarsi anche il caso in cui è l’artista a beneficiare della notorietà che gli deriva dall’aver venduto a persone molto importanti e famose. Nel mio caso devo dire che non ho mai pubblicizzato il fatto che persone di grande notorietà abbiano comprato i miei dipinti, sbagliando forse, ma a me va bene così.

  • C.V. – Se stai bene così tu, sta bene tutto il mondo. Angelo, il fatto che ci siano artisti che non toccano, e si dice che spesso neanche “pensano” le loro opere, ma che si vendono a milioni di euro, non ti pare una presa per i fondelli?

A.D.B. Se l’opera la pensa ma non la realizza con le sue mani, possiamo convenire comunque sul termine artista. Se invece, egli non partecipa in nessun modo alla creazione dell’opera, allora sì che parlerei in questo caso di una presa in giro. Anzi, potremmo affermare che ci troviamo di fronte ad una sorta di snaturamento dell’arte, che viene utilizzata solo come cassa di risonanza per propiziare buoni affari. In questo caso “l’artista” e il suo entourage compiono un’azione fraudolenta perché il suo “prodotto” viene presentato in un modo che non corrisponde al vero. Un pò come mettere del vino al metanolo in una bottiglia che porta l’etichetta del Brunello di Montalcino.

Anni addietro, lo posso dire con estrema certezza, c’è stato addirittura un artista di fama internazionale che firmava i dipinti della sua segretaria. Alla fine, a fare le spese di tutto questo, non è solo l’acquirente di un’opera fasulla, ma tutto il mondo dell’arte che perde in credibilità e serietà.

Ricordiamo che nel Rinascimento c’erano sì le botteghe, dove addirittura si replicavano alcuni dipinti, ma ciò avveniva sempre su input del Maestro e sotto la sua costante supervisione.

  • C.V. – Nell’attuale economia di mercato, con la furia mercantilistica che dilaga, ci sono artisti che vengono creati in vitro con il solo fine di alimentare un mercato bulimico, dove è palese che ci sia la compartecipazione di più figure professionali, che si adoperano per la riuscita di un business che è paragonabile in fin dei conti ad una qualsiasi altra impresa commerciale. Qual è il tuo pensiero in merito?

A.D.B. Se diamo per scontato che oramai ogni accadimento in questo mondo, ha come punto di approdo un possibile profitto, la logica che si è inesorabilmente appropriata anche delle cose dell’arte, ci appare più chiara. Non sono i singoli a decidere ma un sistema invasivo a determinare certi comportamenti a cui è difficile sottrarsi. Se io avessi tanti soldi e potessi fare pubblicità in radio, televisione, in internet ecc.. ti pare che non sarei in grado di vendere tanti quadri a prezzi da capogiro anche se tali quadri fossero  croste?

E vuoi che se io questi stessi soldi li mettessi invece a disposizione di una terza persona senza talento, questa persona non fosse in grado di stra-vendere con quotazioni altissime? Siamo talmente condizionati dalla pubblicità e dall’informazione che pure l’arte, da sempre ritenuta un presidio di libertà è caduta nelle sabbie mobili del libero mercato.

Ragion per cui, di questi tempi, la parola d’ordine è consumare, sempre e comunque.

L’aspetto sacrale che ha accompagnato la produzione di manufatti artistici per lunghi tratti della storia, diventa in questa realtà un ostacolo al consumo, e viene a svanire. In pratica, la figura dell’artista che in base alla propria sensibilità, confeziona un messaggio che cerca poi, magari con grande fatica, di proporre ai collezionisti, è stato sostituito da un operatore che adatta invece le proprie cose alle linee guida del mercato. Esso antepone la ragione commerciale alla poetica.

Anche se, naturalmente, ci sono eccezioni.

  • C.V. – Alla luce di ciò che ci siamo detti fino ad ora, riesci tu a trovare minimi punti di contatto tra il mecenatismo del passato e il mondo dell’arte contemporaneo?

A.D.B. Non credo che esista più il mecenatismo al giorno d’oggi. Il mecenate era quella persona che pagava per l’artista, credendo fermamente in lui e in ciò che faceva. Spesso accadeva che non solo gli pagava da mangiare, gli dava da dormire, ma rischiava addirittura del suo per l’affermazione di quest’ultimo. Oggi, figure del genere non esistono più.

  • C.V. – Per chiudere Angelo, ti pongo due domande piuttosto obsolete, ma è proprio per questo motivo, te le faccio. L’arte può, nella realtà che viviamo, avere una funzione sociale?

A.D.B. Essa è come minimo terapeutica. Fa bene alla mente e al cuore in ogni sua forma, che sia pittura, danza, teatro, musica o altro.

  • C.V. – Poter mischiare arte e politica è possibile o è severamente vietato?

A.D.B. L’arte è sempre stata preannunciatrice o testimone di una situazione politica. Persino dove si sono instaurate dittature essa ha avuto un ruolo politico; in alcuni casi come testimone accondiscendente al regime, in altri, come denunciante e ispiratrice di ribellione ai soprusi perpetrati dalla dittatura stessa. L’arte fa parte della storia, come la politica.

Le mie opere, parlando delle ultime, ad esempio, sono sì introspettive, ma denunciano anche un malessere diffuso dovuto alla conduzione politica dello stato in questi ultimi 2 anni e di cui paghiamo ora, e chissà per quanto tempo ancora, le conseguenze psicologiche.

  • C.V. – Grazie Angelo di essere stato con noi.

Di Claudio Vitagliano per ComeDonChisciotte.org                                                                                                        (2/2)

11.12.2022

 

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Angelo De Boni "L'arte come Libertà è caduta nelle sabbie mobili del mercato"

Le immagini presenti nell’articolo ritraggono opere di Angelo De Boni

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