Cambiare paradigma economico per raggiungere una prosperità sostenibile

Di Vitaliano Serra, Sovranità Popolare

È ormai riconosciuto da tutti che la differenza, tra la crisi del 2008 (e ancora di più quella attuale) rispetto alle crisi cicliche del capitalismo mondiale sempre avvenute nel passato, consiste nelle sconfinate grandezze e ramificazioni raggiunte dagli strumenti speculativi della finanza.

Nel periodo immediatamente successivo alla crisi del 2008 si chiedeva da più parti la necessità di agire onde porre un freno agli eccessi finanziari che drenavano sempre più ingenti risorse dall’economia reale a quella finanziaria e speculativa, riconoscendo che sia i trattati internazionali sia le leggi nazionali esistenti in materia non erano più sufficienti. L’estremizzazione degli arricchimenti di sempre più ristrette cerchie di speculatori e strutture finanziarie si accompagnava (e continua ad accompagnarsi) all’impoverimento di sempre più enormi masse di persone nel mondo, anche ormai nella sua parte considerata nel complesso più ricca e meno esposta. Sapendo ormai che la famosa teoria capitalistica dello “sgocciolamento” (la quale si basa sull’assunto secondo cui i benefici economici elargiti a vantaggio dei ceti abbienti (in termini di alleggerimento dell’imposizione fiscale) favoriscono necessariamente, e ipso facto, l’intera società, comprese la middle class e le fasce di popolazione marginali e disagiate) non funziona in quanto dei profitti lucrati dai segmenti più ricchi della società non filtrano affatto verso il basso.

E oggi si sa anche che le epidemie, risultanti dalla povertà e dal deterioramento della situazione sanitaria in sempre più vaste porzioni di mondo, col tempo contageranno anche i più ricchi.

A questa consapevolezza si è aggiunta anche quella dell’esistenza di altre crisi che minano alle fondamenta l’intero sistema mondiale, tra cui la più grave è quella del cambiamento climatico ormai alle soglie della irreversibilità.

Di fronte a queste considerazioni non più confutabili da alcuno il “finanzcapitalismo”, come il compianto Luciano Gallino lo aveva lucidamente denominato, da decenni viene ormai utilizzato per investimenti estremamente ed esclusivamente speculativi indifferente alle drammatiche e persino tragiche ricadute su interi popoli. Questi ultimi sono spinti verso la miseria e la povertà, attraverso insensati sacrifici, allo scopo di concentrare ulteriormente la ricchezza nelle mani di sempre più pochi ultraricchi incuranti non solo di distruggere la vita di miliardi di persone, ma anche di distruggere le basi della stessa economia reale (industrie, imprese commerciali, produzione di beni e servizi, e poi patrimonio pubblico e bellezze dell’umanità e territori e paesaggi e lo stesso ambiente naturale).

Di tutto questo, la grancassa massmediatica ovviamente non parla e, se lo fa, non lo mette mai in relazione con il paradigma economico dominante. Spesso, anzi, si scaricano le colpe indistintamente sui singoli cittadini, sui singoli popoli e sul presunto (da questa grancassa mediatica) eccesso di diritti sociali (acquisiti spesso con processi di lotta di classe durati decenni o addirittura secoli). Viene addirittura innescata un’assurda contraddizione generazionale secondo cui le generazioni precedenti (quelle che quei diritti sociali hanno faticosamente conquistato) avrebbero “rubato il futuro” alle nuove e future generazioni. Ed è su tale assunto che le élites finanzcapitalistiche dominanti, e le loro affollate co(o)rti vassalle, basano la loro cinica ragion d’essere.

Si è parimenti persa anche l’esigenza che le istituzioni statuali internazionali e nazionali adottino nuovi criteri di valutazione al fine di comprendere quali potrebbero essere i benefici che un sistema finanziario regolato e umanisticamente orientato potrebbe garantire. Non esiste notizia mediatica e tanto meno ceto politico e istituzionale che se ne faccia portatore.

Per farlo, occorrerebbe appunto una classe dirigente nuova e determinata a farla finita col paradigma neoliberista dominante. L’ideologia del neoliberismo, sempre più pervasiva, serve a giustificare le brame speculative di pochi ricchissimi personaggi strettamente correlati in una rete di interessi interconnessi e globali di lobby e di multinazionali, di agenzie di rating e di tecnocrazie finanziarie, di istituzioni sovranazionali e di gruppi editoriali e delle comunicazioni. Da sempre è nota la presenta di un sistema di “porte girevoli”, dove chi ha fatto parte di una struttura di potere viene poi inserito a rotazione nei posti di direzione di altre strutture e via dicendo, senza più limiti alla vergogna.

Tale insulsa, ingiusta, antidemocratica e disumanizzante giostra che spinge il pianeta alla distruzione va fermata. Questo è oggi l’imperativo che ciascuno deve avere senza più infingimenti e contraddizioni, soprattutto per chi voglia rendersi utile alla collettività e alle comunità locali e per chi voglia dare il proprio contributo alla salvezza del pianeta e della nostra specie.

La preminenza della filosofia morale umanistica nella gestione delle istituzioni pubbliche va ripristinata. Le istituzioni pubbliche devono ritornare a esercitare la loro funzione di coordinamento e di indirizzo sull’economia reale. L’economia reale deve ritornare a essere preminente rispetto all’economia finanziaria. Va insomma ripristiata la preminenza del pubblico sul privato, del collettivo sull’individuale, del bene comune sulla proprietà privata, della responsabilità sociale sulla libertà senza limite. Il compito, che spetta ad una nuova e più responsabile classe politica e dirigente, consiste in tutto ciò.

Non esistono vie di mezzo: o si spezza la catena del dominio finanzcapitalistico, oppure tutto si degrada inevitabilmente, come ben spiega lo studioso Carlo Marazzi nel suo blog (www.versolatransizione.blogspot.it) dove sono trattati gli argomenti della transizione (ossia il passaggio al nuovo paradigma socioeconomico dell’ecologia integrale) e del cambiamento verso una nuova visione del mondo e verso un nuovo stile di vita prospero, sostenibile e giusto, il quale non può prescindere dal rispetto per gli esseri umani e per la natura.

Vi sono due paradigmi di conoscenza, o approcci cognitivi, che possono essere utilizzati. Il primo è quello insito nel paradigma economico dominante, ossia “l’approccio cognitivo analitico, che si rivela efficace nello studio dei problemi caratterizzati dalla complessità di dettaglio ma del tutto inefficace ad affrontare temi di elevata complessità dinamica come i problemi socioeconomici, che hanno forti implicazioni politiche”. Il secondo paradigma è quello dell’Economia Ecologica, il cui approccio “riconosce che la realtà è sistemica e complessa e adotta pertanto un approccio cognitivo di sintesi, sistemico e circolare, particolarmente idoneo allo studio delle interazioni dinamiche complesse tra i sistemi economici, sociopolitici e biofisici”.

Il futuro sta nel ridimensionare l’approccio cognitivo analitico e nell’affermare invece l’approccio cognitivo di sintesi, integrando gli aspetti più funzionali dei due paradigmi di conoscenza i quali saranno scelti in funzione del tipo di problema da comprendere e risolvere. Sta qui la chiave determinante per uscire positivamente dalla crisi irreversibile del sistema capitalistico, pena il declino irreversibile della stessa civiltà umana.

Di Vitaliano Serra

Fonte: Sovranità Popolare, rivista mensile, numero di settembre 2020

Bibliografia:

▪ Gallino Luciano; Finanzcapitalismo; Einaudi; 2011
▪ Keen Steve; Possiamo evitare un’altra crisi finanziaria?; Imprimatur; 2017
▪ Daly Herman; Oltre la crescita. L’economia dello sviluppo sostenibile; Edizioni di comunità, Torino; 2001 
▪ Daly H., Farley J.; Ecological Economics: Principles and Applications,Washington, Island Press; 2004
▪ Daly H., Cobb J.; Un’economia per il bene comune; Red Edizioni; 1989
▪ Costanza Robert e altri; An introduction to ecological economics, II Edizione; CRC Press; 2012
▪ Costanza Robert; Ecological Economics, the science and management of sustainability, New York Columbia, University Press; 1992
▪ Alier Juan Martinez; Economia ecologica; Garzanti; 1991
▪ Allen C.R., Holling C.S.; Discontinuities in Ecosystems and Other Complex Systems; Columbia University Press; 2008
▪ Boulding K.E.; The Economics of the Coming Spaceship Earth; PDF, 1966
▪ Common M., Stagl S.; Ecological Economics, an introduction; Cambridge University Press; 2005
▪ Farley J., Erickson J.D., Daly H.; Ecological Economics: a Workbook for Problem- Based Learning, Washington, Island Press; 2005
▪ Forrester J. W., Meadows D., Randers J. e altri; Verso un equilibrio globale; Mondadori; 1973
▪ Georgescu–Roegen Nicholas; The Entropy Law and the Economic Process.; Harvard University Press; 1971
▪ Maréchal Aurélie.; Économie écologique: principes de base; 2011
▪ Meadows D., Randers J.; Behrens III W.; I limiti dello sviluppo; Biblioteca della EST Mondadori; 1972
▪ Meadows D., Randers J.; I nuovi limiti dello sviluppo; Oscar Saggi, Mondadori; 2006

Per approfondire:

▪ Sassen Saskia; Espulsioni; il Mulino; 2015
▪ Pettifor Ann; Il Green New Deal. Cos’è e come possiamo finanziarlo; Le terre; Fazi Editore; 2020

Pubblicato da Gattonerosso per ComeDonChisciotte.org