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UNA SERIE DI SUICIDI DI IMPRENDITORI PORTA ALLA LUCE LE DIFFICOLTA'

DELLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE NEL NORD ITALIA

DI PHILIPPE RIDET
lemonde.fr

Le esequie di Oriano Vidos, cinquant´anni, hanno avuto luogo venerdì 5 Marzo nel suo paese di origine, Camposanpiero. Imprenditore edile, si è impiccato il 1 Marzo. Nel 2008 la sua ditta aveva dichiarato fallimento. Qualche giorno prima anche Paolo Trivellin, 46 anni, ha preferito morire piuttosto che licenziare i suoi otto dipendenti. Da Ottobre 2008 dodici imprenditori veneti si sono suicidati, per impossibilità di onorare i propri debiti o per non separarsi dai loro collaboratori.

Un tempo paradiso della piccola impresa, questa regione ha subito in pieno il duro colpo della crisi. Per decenni essa ha rappresentato con la vicina Lombardia la vitalità delle piccole e medie imprese italiane, la loro capacità di adattarsi per conquistare i mercati. All´ombra dei grandi gruppi ( Geox, Benetton, Luxottica) per cui spesso operano in subappalto, imprenditori minori, ingegnosi e individualisti, lavorando senza sosta con un pugno di dipendenti, hanno saputo creare dei prodotti, esportare le proprie capacità.

Nell`autunno 2008 i primi effetti della grande crisi economica hanno iniziato a farsi sentire. Se i grandi si restringono, i piccoli scompaiono… In due anni 42000 imprenditori, artigiani e lavoratori autonomi hanno dovuto chiudere, secondo i dati della CISL. Il CERVED, un centro di studio dei mercati, stima in 9255 il numero di fallimenti d`impresa in Italia, ovvero il 23 % in più rispetto al 2008.

In questo palmarès la Lombardia si trova in testa con 1963 chiusure ( + 30% ), seguita dal Veneto con 880. I fallimenti riguardano innanzitutto le piccole aziende, soprattutto nel settore delle costruzioni: 75% di quelle che si sono viste costrette alla chiusura avevano un volume di affari inferiore a due milioni di euro prima della crisi.

Resta da capire perchè questi imprenditori abbiano deciso di mettere fine ai loro giorni. “In Veneto molto spesso il proprietario dell`azienda è allo stesso tempo padrone e dipendente, spiega Claudio Miotto, responsabile del sindacato degli artigiani della regione. Per lui i dipendenti sono volti familiari, che fanno parte del quotidiano. Vivono tutti nello stesso quartiere. Per un piccolo imprenditore licenziare non è un gesto impersonale, ne viene coinvolto in prima persona”.

Mancanza di considerazione

Per il direttore scientifico dell`istituto di ricerche economiche e sociali Nord-Est, Daniele Marini, “nella nostra regione, non c’è questa concezione anglosassone in base a cui il fallimento fa parte della vita di un imprenditore. Qui lo si vive come il marchio di una diminuzione di sé”. “Questi imprenditori sono morti per eccesso di etica”, rincara Dario di Vico, giornalista del Corriere della Sera che ha consacrato un libro ( Piccoli, ed. Marsilio) a questi piccoli industriali del Nord. “Forse hanno una mercedes, scrive, ma quello che manca loro è la considerazione”.

Tuttavia non sono solo i fattori umani ad essere in causa. Claudio Miotto ha deciso di alzare il tono. E di additare dei responsabili per questo malessere diffuso. Il suo sindacato ha calcolato che le grandi imprese del Veneto devono alle ditte cui hanno concesso lavori in subappalto 600 milioni di euro. “Se a questa degenerazione dei rapporti tra le imprese si aggiunge la burocrazia, un sistema bancario poco attento ai nostri bisogni, si comprende meglio la lotta quotidiana che portano avanti i piccoli imprenditori, lotta in cui a volte soccombono”, ha precisato.

Con l`avvicinarsi delle elezioni regionali, la morte di Oriano Vidos non è passata inosservata. La Lega Nord, quasi certa di conquistare il Veneto, vuole presentare in parlamento una mozione per “sostenere” gli artigiani in difficoltà.

Philippe Ridet
Fonte: www.lemonde.fr
Link: http://www.lemonde.fr/economie/article/2010/03/08/des-suicides-de-patrons-illustrent-les-difficultes-des-pme-du-nord-de-l-italie_1316003_3234.html

8.04.2010

Traduzione a cura di SASA SOROKIN per www.comedonchisciotte.org

Pubblicato da Davide

  • Tao

    LE STORIE – TREDICI IMPRENDITORI SUICIDI, MA SI SONO TOLTI LA VITA ANCHE OPERA

    LA SPOON RIVER DEL VENETO

    DI M.N.M.
    corriere.it

    La lunga scia di drammi: morti anche per non licenziare

    Oriano Vidos, il 50enne di Camposampiero (Padova) che lunedì si è impiccato dopo il fallimento della sua piccola impresa edile, è l’ultima delle 18 vittime venete della crisi, dal 2008. Si sono tolti la vita 12 imprenditori (edili, padroncini, commercianti), un promotore finanziario, un grafico pubblicitario e quattro operai. Resta il dubbio su un tredicesimo imprenditore di Vangadizza di Legnago (Verona), il 35enne Simone P., morto con l’auto contro un camion il 26 agosto 2008. I parenti hanno raccontato alle forze dell’ordine che poco prima dello scontro l’uomo aveva telefonato a casa, annunciando: «Mi uccido».

    L’inizio del dramma Il primo capitolo della «Spoon River» veneta, antologia tragica che raccoglie le storie delle vittime del lavoro, l’ha scritto il 28 settembre 2008 un grafico pubblicitario di Padova, che a 42 anni si è impiccato in casa perchè aveva perso il posto e non riusciva a trovarne un altro. Sul tavolo della cucina un biglietto ai familiari: «Io non sono il tipo che si fa pagare le bollette». Due settimane dopo, il 12 ottobre a Montegrotto Terme, si è ucciso un impresario edile di 60 anni. La crisi finanziaria

    Valter Ongaro, di Fontanelle (Treviso). Si è ucciso a 58 anni nella propria azienda il 18 maggio 2009 l’aveva sprofondato nel baratro, aveva debiti e la sua impresa era stata costretta a bloccare un cantiere. Non ha retto. Erano le prime, drammatiche, conseguenze della crisi, che a distanza di altre due settimane hanno ucciso un terzo padovano, un padroncino di 36 anni. Il 29 ottobre 2008 si è impiccato nel suo camion parcheggiato vicino alla villetta in cui, a Vigonza, stava con la madre. L’uomo viveva del suo lavoro e aveva accumulato qualche debito, che lo angosciava. Sul cellulare ha lasciato scritto: «Ho speso tutto». Il 26 marzo 2009, il Veneto piange la sua prima vittima straniera. Williams Agiekum, ghanese di 37 anni, dopo dieci anni nelle concerie di Arzignano (Vicenza) era finito in cassa integrazione, a 800 euro al mese. Ne versava 650 euro d’affitto e da due mesi stava al freddo e al buio: gli avevano tagliato luce e il gas. Ha ingoiato un bicchiere di soda caustica e ha chiuso gli occhi per sempre.

    L’allarme Ma per attirare i riflettori sulle estreme conseguenza della recessione bisogna aspettare il doppio suicidio registrato nel Trevigiano nel maggio 2009. Il 18 Valter Ongaro, imprenditore 58enne di Lutrano di Fontanelle (Treviso) si uccide nella sua azienda, la «Verniciatura legno fratelli Ongaro snc», per non dover licenziare gli otto dipendenti. Per lui erano come «fioi». La sua morte sconvolge il Veneto e l’Italia, ma non c’è nemmeno il tempo di piangere, perchè il 21 maggio 2009 Stefano Grollo, 43enne dirigente della Simec, si getta sotto un treno a Castello di Godego (Treviso). In azienda si cominciava a parlare di cassa integrazione a rotazione per tutti i 124 operai e lui non ha retto. Poco dopo le 11 si è accovacciato sui binari, aspettando per mezz’ora l’arrivo del convoglio che l’ha travolto. Nessuno ha visto nulla. In quel periodo si sono suicidati quattro operai: un romeno, che non percepiva lo stipendio da qualche mese a causa della chiusura temporanea della «Tms» e che versava in una grave situazione finanziaria dovuta a una figlia malata; un 40enne di Campodarsego (Padova) che dopo il licenziamento dalla fabbrica per cui lavorava da dieci anni si è cosparso di benzina e si è dato fuoco nella sua auto; un 32enne impiegato nel settore della chimica a Marghera e a casa da qualche mese; un uomo di Spinea (Venezia), che dopo aver perso il lavoro si è tagliato le vene.

    Il crescendo La crisi non risparmia nessuno. Il 3 settembre 2009 Lorenzo Guglielmi, assessore al Bilancio del Comune di Rosà (Vicenza), viene trovato impiccato nel suo casolare. L’ipotesi più accreditata è che non abbia superato la perdita del lavoro di promotore finanziario alla «Suisse Credit» di Bassano. Due giorni dopo, sempre nel Vicentino, Nerino Pretto viene trovato morto nei boschi di Recoaro per un colpo di fucile alla gola. La moglie riferisce agli inquirenti che l’uomo era depresso perchè il contratto alla Sanpellegrino non gli era stato rinnovato. Tornando nel Trevigiano, a Godego, nello stesso anno un manager si è tolto la vita per non annunciare la cassa integrazione agli operai. Quell’annus horribilis si è chiuso con il gesto di- sperato di Danilo Gasparini, imprenditore 61enne di Istrana, che il 7 dicembre si è suicidato con i gas di scarico della sua auto. Lo hanno trovato seduto sul sedile posteriore, vicino al cimitero di Postioma (Treviso): in una lettera raccontava della propria crisi personale ed economica. L’anno prima aveva diviso la società di marmitte e meccanica che gestiva col fratello, ma le due aziende non lavoravano più ugualmente bene. In particolare, quella del 61enne versava in condizioni economiche sempre peggiori.

    Gli ultimi casi La scia di sangue prosegue nel 2010. Il 3 gennaio viene ripescato dal Piovego, a Noventa Padovana, Pietro Tonin, impresario edile di 39 anni. Ha le mani legate dietro la schiena, ma gli investigatori scoprono che si è suicidato la notte di Capodanno per gravi problemi economici. Gli stessi che l’11 gennaio spingono a impiccarsi dentro il suo supermercato «A&O» di Castelmassa (Rovigo) il titolare, 40enne. Lascia un biglietto in cui spiega l’angoscia per la crisi del supermercato, soffocato dalla grande distribuzione, e per la sorte dei dipendenti. Chiodo fisso, quest’ultimo, anche di Paolo Trivellin, 46 anni di Noventa Vicentina, che il 22 febbraio si è tolto la vita nella sua nuova casa di Vo’ Euganeo (Padova).
    Proprietario della «Tri–Intonaci», da mesi non riusciva a pagare lo stipendio agli operai, scesi in piazza. Ha lasciato biglietti di scusa alla ex moglie, ai due figli e al cugino, con cui gestiva l’impresa: «Mi dispiace davvero se le cose sono andate male con la società. Ho sbagliato». Lunedì l’ultima tragedia.

    M.N.M.
    Fonte: http://corrieredelveneto.corriere.it
    Link: http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2010/3-marzo-2010/dall-impresario-padroncino-spoon-river-veneto-1602586272052.shtml
    3.03.2010

    Nella foto: Stefano Grosso, dirigente della Simec di Castello di Godego (Treviso). Si è ucciso a 43 anni, il 21 maggio 2009

  • airperri

    Dio santo. Qui e’ da rivedere tutto il sistema. Prima la fuga dei cervelli, ora imprenditori schiacciati da situazioni assurde che si tolgono la vita.
    Mi chiedo se la Marcegaglia e i vermi del parlamento abbiano capito la gravita’ della situazione.
    R.I.P.

  • sandman972

    In questi giorni sugli schermi tv gira uno spot di una banca, di cui preferisco per schifo omettere il nome, dove un eroico piccolo imprenditore consigliato dal figlio imberbe decide di “sacrificare i propri risparmi” per permettere ai suoi dipendenti che tanto ama di mantenere il lavoro, ovviamente spalleggiato dalla banca in questione (desiderosa di mettere le mani sui sudati risparmi, evidentemente); questa è pubblicità, l’articolo sopra è vita vera. Il segnale d’allarme sulla possibilità che ci fossero derive di questo tipo era comunque stato dato da tempo…su internet ne lessi quasi un anno fa.

  • Tonguessy

    E bravi i Veneti: abituati sempre a lavorare a “muso duro e bareta fracà” (berretto ben calzato per evitare il troppo caldo o il troppo freddo) hanno fatto le fortune dei conti prima (guardatevi se ne avete voglia le ville venete, copie in piccolo la per questo non meno importanti dei castelli della Loira) e dei Benetton dopo. Tanto nobili che parvenu li hanno ripagati con la solita dose di insolenza: fame prima e delocalizzazione dopo.
    Lo fanno con dedizione, i Veneti: ci credono al lavoro che fanno, vi si dedicano con impegno e passione. Peccato siano solo degli ingranaggi di un macchinario che credono di controllare, ma che in realtà li soverchia. E così quando viene meno il senso di controllo di tutta un’esistenza passata a lavorare credendo, crolla il mondo e arriva la depressione. Oppure, tornando agli anni ’70, arriva la rabbia furiosa e incontrollabile dei vari Negri, autonomi e neofascisti. Non c’è via di mezzo, pare: o la devastazione o il suicidio. Pensare di farcela da soli, questo il grande mito. Pensare di farcela assieme ad altri non fa evidentemente parte della mentalità Veneta.
    Peccato davvero.

  • maristaurru

    se parli del mondo cooperativo, anche lì ce n’è da spalare di mota. basta venire nel Lazio e ti salta addosso un universo aggrovigliato di malaffare, di colpi bassi e conventicole, ma è multicolore sia ben chiaro , qui tutto si contamina e nessuno avrebbe diritto a fare la voce grossa del duro e puro, i duri e pui qui si riconoscono, lavorano fino a massacrarsi ( anche nelle coop) e fanno la fame, ed è già molto se “L’insieme” che tu dici non li esclude in quanto inutili e poco pronti alla “bisogna”

    Altro che se qui non ci sono stati suicidi di imprenditori, ma qui tutto si aggiusta e si appiana: un bell’esaurimento nervoso e la mota.. si copre.
    Mi sembra si chiami “mafia multicolore”, il senso del colore è poesia , dice qualcuno, e di poesia ce ne hanno regalata molta, ma negli ulrimi anni era in salsa rossa con un po’ di variegatura, per gradire

  • Pausania

    Sì bravo. Vuoi anche l’applauso?

  • Tonguessy

    ??

  • illupodeicieli

    Nel mio blog ho parlato di fallimento: sia del mio personale sia di quello di conoscenti. Sono anche entrato in dettagli e particolari. Posso dire che anche a me è passata per il cervello l’idea di farla finita ma ,per vigliaccheria forse, non sono andato avanti. Una volta, una decina di mesi fa, mi sono quasi tagliato le vene dei polsi, ma appunto non sono riuscito ad andare oltre. Dici bene che occorre fare qualcosa. Entrando nel merito, come vogliamo sia fatto con le malattie come il cancro ad esempio, dobbiamo partire dalle cause: tuttavia è bene che si sappia che ci sono state due leggi sul fallimento. Una prodiana e una berlusconiana, ed entrambe sono in vigore.Quest’ultima, e non per spezzare una lancia per colui che non ho votato nè voterò in futuro, vorrebbe offrire quella che in gergo si chiama “la seconda chance” (non so se ci vuole la s ).Cosa che è prevista in alcuni paesi europei; che sempre altrove prevede un tutor e invita al reinserimento. Pensiamo solo che,con la nuova legge, se pure sei fallito puoi operare ma in un settore diverso da quello in cui sei fallito. Nel mio caso, come commerciante di mobili fallito ,potrei vendere scarpe o piastrelle, ma non mobili: il punto è che la legge si ferma allorchè si scopre che devi,per esempio, maneggiare denaro, avere un conto in banca o forse richiedere un fido…e chi si azzarda a darti fiducia se, come posso testimoniare e ho testimoniato nel blog, è come se girassi con il marchio di infamia in fronte? Potrei continuare ma ho già fatto “due cose così” a chi ha letto ,per sbaglio, il blog :concludo solo dicendo che leggi e provvedimenti di fatto non ci sono e che le ricette, che non condivido, prevedono di solito accorpamenti e la creazione di megafabbriche, togliendo molto ,secondo me, alla creatività e unicità che è tipica del nordest ma ritengo anche peculiare della nostra nazione. Quanto alle cause e agli effetti e ai possibili rimedi, dato che sarò in visita al prossimo salone del mobile di Milano, mi premurerò di postare qualcosa nel blog o anche quì o su agoravox dopo il 20 aprile prossimo.

  • Fabriizio

    caro Tonguessy, se non sei dotato di empatia o pietas, meglio che non ti lanci in discorsi sociali/politici, meglio fare il dentista.

  • maumau1

    e si perchè le banche ed i loro rappresentanti,i politici,hanno deciso di correggere e ripianare le loro perdite (i macchinazioni che siano)alla piccola e media impresa,quella che produce ricchezza vera ma svincolata dalle azioni..
    e dalla finanza!
    Ma se quelli suicidatisi avessero coscienza fino in fondo di cosa è accaduto
    ossia speculazioni finanziarie e non crisi economica allora forse prima di suicidarsi da bravi kamikake avrebbero portato con se più banchieri e politici possibile..
    ed invece sono morti nel silenzio e già dimenticati…

    un appello a tutti gli imprenditori seri,meditate..prima di fare gesti estremi
    riflettete su chi veramente vi ha condotti al fallimento e chidetegliene conto in tutti i modi con le buone o le cattive..
    lasciate perdere avvocati e tribunali,quelle leggi le hanno scritte per loro,i loro politici,quindi perdete in partenza..direi una buona legge del taglione..
    uno scontro diretto..senza avvocati..giustizia personale…non c’è altra possibilità di salvare stati e popolazioni..

    ciao

  • maumau1

    ah
    quasi tutti gli imprenditori falliti avevano conti aperti con banche e non sono riusciti a rientrare coi debiti come nel 29..
    quindi un consiglio,lasciar perdere subito banche e promotori e consulenti finanziari,meglio sembrare arretrati che fallire..
    meglio pochi soldi ma veri che illusioni di ricchezze..
    quindi meglio fare impresa piccola ma coi proprii soldi senza chiedere prestiti alle banche che poi alla prima crisi(naturale o come in questo caso artificiosamente creata) non si riesce a restituire(stante anche gli interessi usurai)e quindi si va al fallimento…

    ciao

  • Tonguessy

    Casommai non l’avessi notato ho scritto Veneti con la maiuscola. L’ho vissuta e ancora vivo sulla mia pelle la storia Veneta, con i suoi lati nobili e miseri. Non ho mai inteso nè sminuire nè sdrammatizzare l’enormità di quelle vicende padane. Ma, come recita un vecchio adagio: it takes two to tango.
    La mia analisi non voleva sicuramente offendere nessuno, forse offrire lo spaccato di una società che penso di conoscere e che, nonostante tutto, amo.

  • ADANOS

    Concordo pienamente.
    Tutti bravi a fare gli imprenditori coi soldi altrui (a prestito dalla banca quindi di altri) quando le cose vanno bene eh?
    Ma quando la cuccagna finisce ecco cosa succede.
    Se vuoi fare l’imprenditooore devi sapere a che gioco stai giocando e chi sono gli altri giocatori.
    Di suicidi di questo tipo ne vedremo a bizzeffe.

  • illupodeicieli

    Ho letto quasi tutti i commenti e, da commerciante fallito e che ha dato lavoro, e che prima di fallire ha trovato un posto di lavoro per i propri dipendenti (esattamente oltre tre anni, quasi quattro), devo dissentire con chi, più o meno palesamente, afferma che “uno fa l’imprenditore con i soldi altrui e/o della banca”, e che poi quando deve restituire non riuscendoci, fallisce. Invito costoro a documentarsi sul meccanismo del fallimento e altrettanto sui suicidi: in quest’ultimo caso, proprio per non andare fuori del seminato, ricordo che alcuni di questi esseri umani che si sono tolti la vita, erano dipendenti o ex dipendenti(perchè licenziati). Mi dispiace che si tenti, troppo spesso a mio avviso, a semplificare le questioni di questo genere. In alcune circostanze ne ho pure parlato, a mio rischio e pericolo, in teleconferenza nella redzone messa a disposizione da etleboro. Vedete se vi revocano appalti, se vi impediscono con diversi cavilli (legali pertanto) la partecipazione ad appalti importanti o interessanti (ad esempio, possedere un fatturato elevato , in rapporto anche alla fornitura, anzichè scorporare le forniture il che permetterebbe di abbassare il fatturato richiesto per poter concorrere alle gare), se quindi vi mettono il bastone non solo tra le ruote ma anche altrove (contestando sistematicamente le aggiudicazioni, ad esempio o non facendovi più invitare alle gare d’appalto), credo che sarebbe difficile per un’azienda,come era la mia con due dipendenti fissi più altri occasionali restare viva e attiva. Per cui, a parte le banche, è anche il sistema che è stato scelto per operare in alcuni mercati, come il pubblico attraverso la Consip ad esempio, che ti porta a fallire o ti consegna mani e piedi agli usurai. E poi alla depressione e ,in taluni casi al suicidioo ,anche all’omicidio o al gesto simbolico che, in ogni caso ti mette in mostra lo spazio di un attimo, perchè dopo tutto torna peggio di prima, se non per chi commette il gesto (discutibile e condannabile finchè si vuole) per chi resta. Io,come detto, non l’ho fatto perchè sono un codardo, ma altri, almeno loro ,hanno così chiuso i conti.

  • Matt-e-Tatty

    Chiunque conosce un minimo come funziona un’impresa sa sà che in estate è il periodo più duro, prevedo che ad arrivare a Settembre molte piccole imprese falliranno (specialmente nel campo edile) e porteranno nel baratro della disoccupazione operai e altri artigiani. Vedremo diverse persone compiere gesti estremi e disperati e nel 2011 forse anche molta gente per le strade.
    Al di la delle responsabilità di banchieri e politici, ritengo che buona parte di quello che accade lo abbiamo seminato noi, la nostra società non è matura, necessita di cambiamenti di cui non penso sia capace senza gli stimoli giusti.
    Chissà che questo “cataclisma finanziario” non generi un “cataclisma sociale” che faccia tornare il buon senso a un pò di gente… non siamo in grado di cambiare le cose (secondo mè) perchè stiamo ancora troppo bene e perchè siamo ancora troppo condizionati da media che pensano al posto nostro. Il cambiamento radicale di cui abbiamo bisogno forse avverrà in futuro quando saranno crollate le nostre certezze fatte di diritti senza lotta, di miti di ricchezza senza fatica, di ammirazione per il ricco anche se con mezzi discutibili.
    Il fallimento economico di di piccoli e medi imprenditori è l’inizio di una tragedia che porterà con sè grandi numeri di operai e dipendenti, si ritornerà a un sistema “latifondistico” come a inizio del 900, erano gli anni in cui la maggior parte delle persone lottavano duramente per un tozzo di pane e per un buco in cui vivere, la massa non poteva permettersi alcuna cultura, era l’inizio dei sindacati e del desiderio di conquista sociale che ci ha portato a decenni di benessere distribuito, le lotte erano fatte di sacrifici che oggi nessuno vuole più fare, piano piano e sotto il naso ci stanno togliendo quanto conquistato dai nostri nonni e padri (precariato, Art. 18, svendita dei beni pubblici per capirci) e quando saremo in fondo questa nostra generazione di mosci capirà che cosa ha perso e lotterà per riconquistarlo (a patto che buttino fuori dalla finestra la TV).

  • Garand

    Io produco mobili e vi posso garantire che il discorso delle dimansioni piccole conta relativamente. In primo luogo perchè per ogni settore ci sono delle dimensioni minime sotto cui non riesci a stare sul mercato. In secondo luogo perchè il mercato oggi giorno ti obbliga a servirti delle banche. Non tutte le aziende sono la Ferrari, anzi, quindi siamo tutti strangolati tra i clienti chie chiedono di pagare in tempi sempre più lunghi (e lasciamo stare la pubblica amministrazione) ed i fornitori che chiedono di essere saldati in tempi sempre più brevi. A questo punto è chiaro che qualcuno deve anticipare la liquidità alle aziende per coprire quel periodo che va da quando si paga il fornitore a quando effettivamente si incassa. Alla fine sei costretto ad andare dalle banche che hanno prestato a tutti soldi che non avevano ed ora che il sistema è saltato chiudono i cordoni della borsa. E quando uno ci ha messo l’anima nell’azienda, come fanno gli imprenditori e non dei semplici azionisti, può capitare che se le cose vadano male non si abbia la forza per reggere. Credo che nei commenti si stia facendo un po’ di confusine riguardo l’immagine dell’imprenditore che non è come ci si immagina dalle tv il bell’imbusto in giacca e cravatta tipo (visto che l’hanno nominata la cito anch’io) la Marcegaglia ma è gente che sta tutto il giorno a lavorare in azienda e che la percepisce come una parte integrante di se.

  • Tonguessy

    Quello che hai mirabilmente annotato è la serie di motivi per cui si può incappare nelle difficoltà. A queste difficoltà si risponde in veri modi. In Grecia (non mi stancherò mai di ripeterlo) mettono a ferro e fuoco le città, da noi si impiccano. I problemi sono gli stessi, le soluzioni diverse.

  • illupodeicieli

    Mi fa piacere leggere e conoscere il tuo punto di vista che mi offre uno spunto per precisare alcune cose: la prima è che a livello di falliti manca qualcosa che si può definire come organizzazione e/o reinserimento. La domanda è : che cosa possono o debbono fare costoro dopo che “sono stati messi (o si sono messi, secondo i punti di vista) fuori gioco e mercato”? In sostanza non esiste ,che io sappia, qualcosa tipo “associazione falliti anonimi”. Io stesso e con una certa fifa, emozione, vergogna, ho parlato dinnanzi a decine di persone “dei fatti miei”. Perciò, tornando ai greci, se accadesse da noi qualcosa di simile, intendo come reazione, forse qualcosa si farebbe o muoverebbe per permettere a tanti di ri – trovare lavoro e voglia di vivere.

  • Tonguessy

    Ciò che non esiste non è detto non possa esistere mai. Se senti la necessità di farlo esistere, puoi sempre iniziare a coordinare le forze in campo: ce ne sono tante come vedi. Penso che la differenza tra Grecia e Italia (una razza una faccia, si diceva una volta) sia solo nella quantità di nervi scoperti. O nel rapporto massa critica/maggioranza silenzionsa, se preferisci.
    Sul ri-trovare la voglia di vivere, questo era il nocciolo della questione da me sollevata: probabilmente è così radicata nel profondo dell’animo italiano la depressione, il senso di sconfitta, che la voglia di vivere nasce già menomata. Ci sono molti Maestri che danno indicazioni di “guarigione” al riguardo ma, come sai, non credo ai Maestri.

  • maristaurru

    sono nel lazio, il centro del malaffare. Qui è pervasivo, se non entri nel sistema , ti fanno fuori, e non dimenticano. Anche se chiudi spesso continuano a grassarti, come? sottilmente e nascostamente, e non trovi aiuto, e per il semplice fatto che ui c’è un grumo indistinto e solido: piccoli politici ( di tutti gli schieramenti, perchè in una famiglia di imprenditori malvitosi, non crederete che perdano tempo con gli schieramenti politici: il padre ssta con il partito x, il figlio col partit Y, il nipote, con un altro ) Lo si vede e lo sanno tutti, ma non frega a nessuno, la forma è salva. scatole cinesi di imprese appalti e sub appalti, lo sANNO TUTTI, ma nessuno interviene, ci vorrebbe poco,e se denunci? INSABBIANO.
    Li riconosci, hanno grandi macchine, case enormi per le quali pagano bollette risibili.. come mai ? Lo sanno tutti, ma tacciono e se parli troppo.. qualcuno che lo ha fatto non ce lo può più raccontare. lO ZIBIBBO SULLA TORTA ?
    Le Agenzie di riscossione dei crediti, anche quelle della PA, qui sembrano esonerate da quell’onere della prova che la suprema Corte se non sbaglio, ha stabilito per loro e Comuni, il mio Comune? esente da tutto. Fa e disfà, pretende da tizio e chi sa se da Caio pure? me lo chiedo perchè Caio sorride e spende e spande con uno stipendiuccio da fame, tizio è scuro e corre dietro agli interessi usurai della agenzia delle entrate.. eppure dovrebbe stare meglio di Caio che però ha dei parenti che tizio non ha.
    Questo avviene in modo assolutamente trasversale a quei fantasmi incorporei detti partiti.. ecco perchè i giovani se ne debbono andare da queste lande maledette, e lo fanno, ma ancora troppo poco, dovremmo andarcene tutti e lasciarli nei loro escrementi!

  • maristaurru

    E se, come in molte realtà Italiane il gioco è truccato dal malaffare e se gli arbitri sono d’accordo col malaffare, di che stiamo parlando? Non ve ne accorgete che stanno salendo sempre di più i disonesti? non ve ne accorgete che i lavoratori sono sempre più grassati e vessati? Non vi siete accorti che il Paese si sta impoverendo per effetto della malavita e che la malavita penetra sempre più nei suoi gangli vitali? Non vi accorgete che specie nelle piccole realtà manca il governo della cosa pubblica e invece nei fatti governano camorra e mafia che hanno messo loro rappresentanti nella PA, e che la PA, sempre più si muove da strozzina e da soggetto che vessa ciecamente distruggendo ricchezza a danno dello Stato?

    Non dico che nella PA siano tutti malavitosi, sarei scema a pensarlo, ma bastano uno o due soggetti ben inseriti al posto giusto, ed è fatta, il resto è sbracamento e sciatteria unite alla indifferenza ed alla mancanza di civismo, ed il Paese muore.

    Restiamo noi vecchi, e nemmeno tutti, molti miei amici se ne vanno, come farà la sottoscritta appena possibile, come stanno facendo molti romeni ed ucraini per esempio , gente che come si è regolarizzata, si è resa conto che esistendo come soggetto legale , veniva grassata ancor di più di quando era clandestina, mille volte meglio al loro Paese.

    Tutto si tiene alla fine: un lungo filo di sopraffazioni e grassazioni, e quando molti che si sono adagiati inconsapevolmente capiranno che non basta togliersi Berlusconi o Veltroni, o Prodi, che sono sostanzialmente ininfluenti al sistema truffaldino che tocca ed impoverisce noi cittadini comuni, credo che ne vedremo delle belle