Un villaggio umano a Gerusalemme, Oasi di Pace

Di Francesca Picone per ComeDonChisciotte.org

C’è una realtà, celeste e terrena, che riguarda Gerusalemme e che va oltre il colonialismo, il sionismo, le mire espansionistiche con le sue crudeltà, lo schiavismo, l’oppressione e l’apartheid cui sono sottoposti gli abitanti palestinesi della stessa città.

Questa realtà è la natura di Gerusalemme, città della pace. Geru-Salem.
Shalom a tutti i popoli di Gerusalemme.

Erano gli anni ’90 quando mi baccalaureai in Scienze Religiose con una tesi dal titolo (che non ricordo di preciso ma pressappoco): Le radici ebraiche della Chiesa. La Comunità di Giacomo.

A Gerusalemme sorgeva questa Comunità di Giacomo, erano i primi cristiani (ebrei e cristiani, semplici ebrei che non dovevano convertirsi ad un’altra religione per essere seguaci di Gesù) sopraffatti poi dalle palafitte con cui la “Grande Chiesa” (non più ebrea e direi anche non più cristiana), quella imperiale, costruì letteralmente la sua religione e i suoi edifici sopra gli originari luoghi di culto e di vita di questa prima Comunità.

Nel primo Concilio (prima dell’ecatombe), Pietro e Giacomo fecero la pace. Il primo Concilio della Chiesa, questo, avvenne a Gerusalemme.

Oggi conserviamo come oggetto di culto l’icona dell’abbraccio fra Pietro e Paolo, che ricorda lo stesso passo di pace compiuto dalla prima chiesa. Pace fra le origini pagane e quelle ebraiche.

Oggi aggiungerei che in questa prima chiesa non vi erano solo ebrei-cristiani, ma anche arabi-ebrei-cristiani (ritengo che la Maddalena, ad esempio, se leggiamo il suo evangelo e stimiamo il culto da lei derivato della Madonna nera, lo possiamo ben desumere, avesse origini che partivano da una cultura sacerdotale egizia, o comunque un oriente ben diverso dal pensiero giudaico, nel suo sguardo all’universo come ad un Tutto, nella sua ispirazione religiosa e spirituale che non partiva tanto dalla memoria, come nel giudaismo, quanto dalla contemplazione).

Al tempo della mia tesi erano trascorsi meno di cinquanta anni dallo sterminio degli ebrei e in quegli anni anche il papa (Giovanni Paolo II) ci tenne a precisare che Gesù è ebreo.

Ebreo, cristiano, arabo, israeliano e palestinese, aggiungo (oggi questa stessa tesi evidenzierebbe con maggior passione quanto sia congiunto, nella realtà delle cose, il mondo arabo con quello giudaico).

Il professore della tesi mi parlava dello stato attuale delle cose in un villaggio di Gerusalemme dove convivevano le persone e le religioni. Quello, era, sì, il vero simbolo rappresentativo della natura di Gerusalemme, lì dove (e questo era l’ultimo capitolo della tesi) vive un villaggio in cui convivono persone di etnia e religioni diverse: ebrei, arabi, palestinesi, israeliani, mussulmani e cristiani. Il professore della tesi (che ricordo ancora con ammirazione per la sua cultura ed intelligenza umana ed ecumenica) mi raccontava di aver conosciuto lì personalmente una persona allo stesso tempo: araba, ebrea, cristiana. La summa delle tre religioni monoteistiche in una sola persona, è possibile, nella complessità del reale che non è offuscata dalla guerra, nella vera essenza della pace.

Chissà se, sotto questi feroci bombardamenti, questo villaggio sia ancora vivo, in piedi.

Fu un peccato che non ebbi l’ardire di permettermi un viaggio a Gerusalemme per intervistare una donna anziana, colei che aveva messo su questo villaggio allora così felice e pieno di vita- Fu anche un peccato che la mia tesi fu talmente rifiutata, dalla “Grande Chiesa” nella persona del controrelatore e dei preti che tenevano a difendere non so quale onore (quello della falsità?), da non voler essere neanche discussa, ma solo punita (mi ritrovai, senza discussione alcuna, non solo a non ricevere un voto che facesse almeno la conta media dei miei voti di esame, ma un voto che letteralmente decurtò abbondantemente la stessa media da cui partivo). Fu un peccato che per motivi simili non continuai i miei studi su questo versante. Così come oggi è un vero peccato che la vera natura di Gerusalemme sia così misconosciuta da chi possiede la storia come si possiede un coltello dalla parte del manico.

Ho ripreso in mano un vecchio libricino, “Gerusalemme patria di tutti”, fra i tanti che mi aiutarono a sostenere la mia tesi.

Vi riporto una citazione fra tutte:

“Il futuro di Gerusalemme, dei suoi abitanti, soprattutto arabi palestinesi ed ebrei, di cui Bruno Segre si è occupato nel contributo precedente è già cominciato, a pochi chilometri di distanza dalla città, sulla collina che guarda la valle di Ayalon: è un piccolo villaggio, venti famiglie, circa quaranta adulti e altrettanti bambini, dove la vita quotidiana si svolge nel modo più normale, tra scuola, lavoro, attività amministrativa, progetti di sviluppo e così via. Ciò che fa di questa normalità l’eccezione, una straordinaria eccezione, è l’identità dei suoi cittadini: sono arabi ed ebrei d’Israele che hanno scelto di sfidare la loro storia, personale e di popolo, che li fa diversi e nemici, e di provare una convivenza improntata al riconoscimento reciproco, in profondità.

Sto parlando di Nevé Shalom/Wahat as Salaam (abbr.NSWS)…i bambini imparano sia l’ebraico che l’arabo, e anche le due culture e le due tradizioni” (1)

Di Francesca Picone per ComeDonChisciotte.org

Proprietaria del sito: www.palummella.com

NOTE:

(1) Franca Fabris, “Il mio popolo abiterà un’oasi di pace” (Is 32,18) in: Gerusalemme patria di tutti, A.A.V.V. Edizioni Dehoniane Bologna, 1995, cit. pag. 93

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