Home / ComeDonChisciotte / SINISTRA. CHE FARE?

SINISTRA. CHE FARE?

DI PAOLO RAFFONE

comedonchisciotte.org

“Quando tramonta il sole non piangere perché le lacrime ti impediscono di vedere le stelle” (Rabindranath Tagore)

In questo saggio di tre parti, sintetizzo i risultati di 50 anni di riformismo e la crisi attuale della sinistra. L’ultima parte offre un approccio per immaginare una sinistra del XXI secolo. Il decennio che abbiamo dinanzi annuncia un periodo turbolento di crescente incertezza dovuta al trapasso del mondo antico. Ma, allo stesso tempo, la forza trasformatrice delle tecnoscienze e delle neuroscienze offre opportunità fenomenali per un nuovo umanesimo e una nuova sinistra.

  • USCIRE DALLA TRAPPOLA E DALL’EREDITA’ DEI LUNGHI ANNI ’70

Il liberalismo classico e il suo contraltare comunista, ma anche il socialismo rivoluzionario, sono stati giudicati dalla storia del XX secolo. Dopo il ’45, “il mondo libero” era uniformemente ancorato ai principi politici e di diritto del liberalismo democratico che però era inscindibile dall’esercizio di quei poteri e funzioni caratterizzanti del “ordre régalien” già presenti nel liberalismo classico. L’impianto del liberalismo democratico, politicamente espresso dal pensiero riformista di matrice sia cattolica sia laica, non riuscì a governare i movimenti sociali interni che mettevano in causa i principi fondamentali e la mentalità stessa dell’ordre régalien. Tra la fine degli anni ’60 e il 1979, l’ordre régalien europeo fu progressivamente scardinato dalle decisioni egemoniche americane in materia monetaria e di commercio internazionale che si tradussero in un vasto programma di “aggiustamento strutturale” delle società e delle economie. Le conseguenze di quel periodo si estendono fino ai nostri giorni, e fanno vacillare l’impianto del liberalismo democratico. Il pensiero riformista, liberale e socialista, è stato egemone per quasi mezzo secolo in modo subalterno alle politiche neoliberiste. Oggi, la profondità e la diffusione della cultura narcisista e l’emergere delle tecnoscienze richiedono un nuovo approccio nel governo e nella gestione delle nostre società. È necessario rifondare la politica e una sinistra per il XXI secolo.

La recessione economica occidentale iniziata nel ‘63 creò le condizioni per una dirompente crisi borghese (’68) con i “figli di papà” (gli studenti) che chiedevano il superamento dell’ordine sociale storico patriarcale, verticale, incapace di dare prospettive di progresso. La coda lunga di quella crisi sociale è durata oltre tre decenni (in Italia nel 2002 fu ucciso il giuslavorista Marco Biagi). Altra conseguenza di quella recessione fu la crisi monetaria già evidente nel ’65 e poi ufficializzata da Nixon nel ’71 con la dichiarazione di non convertibilità del dollaro in oro. Sul piano strategico, in chiave antisovietica, nel ’71 gli USA riconobbero la Cina popolare che fu riammessa al suo seggio all’ONU. Sul piano politico europeo, la Ostpolitik del socialdemocratico Willy Brandt, le idee per un compromesso storico italiano tra DC e PCI, la deriva avanguardista dei laburisti inglesi, la rivoluzione dei garofani in un Portogallo con le forze armate schierate con il partito comunista (filosovietico), indicavano alle élite della sicurezza americane che la loro egemonia sul continente era in serio pericolo.

Preso atto dell’indebolimento economico americano e della permeabilità delle élite di governo europee nei confronti dell’Unione Sovietica, Henry Kissinger rielaborò in chiave strategica il pensiero politico-economico degli anni ’30 (Hayek e altri) proponendo una “agenda neoliberista” che permettesse di “inghiottire il mondo” rendendo gli USA e il dollaro l’unica realtà di riferimento. Un’agenda strategica volta a consolidare gli stati europei nel sistema transnazionale americano, a riagganciare la Cina e isolare l’URSS. Un’agenda che, come sappiamo, nel ’89 si rivelò vincente. Questo impianto strategico, pur nelle successive variazioni, è rimasto valido fino alla presidenza Obama terminata nel 2017.

La prima reazione americana si ebbe sul piano strutturante, ovvero su quello economico-finanziario. Infatti, forti del Washington consensus e dell’autonomia della NATO (già trasferita da Parigi a Bruxelles nel ’66) si decise di trasporre il potere reale dall’ambito régalien – fino ad allora centrato sulle istituzioni internazionali di Bretton Wood, la Trilaterale, il Club di Parigi e la CEE – a quello sovranazionale centrato sull’OCSE e rafforzatosi con la creazione dell’AIE nel ’74, e sul Consiglio Atlantico a trazione americana e supporto continentale anglosassone. Fu al summit del G6 di Rambouillet nel ’75 che questa impostazione fu solennemente sottoscritta dai governi che decisero l’avvio delle procedure che porteranno alla globalizzazione oltre a riconoscere fondanti e necessari i principi dell’OCSE in materia di equilibrio del bilancio e di riduzione dei deficit pubblici.

La seconda reazione americana si manifestò a partire dagli anni ’80 riducendo il sostegno alle strutture mondiali multilaterali a finalità universale. Un approccio continuato in tutte le amministrazioni fino a Trump. Gli USA hanno, da allora, privilegiato l’approccio bilaterale e multi-bilaterale nelle relazioni internazionali, cioè hanno voluto sostituire ai trattati aperti a tutte le nazioni che volessero aderirvi degli accordi di tipo contrattuale specifici (si pensi al NAFTA o al più recente tentato TTIP in materia commerciale; alla mancata ratifica del TPI; oppure, alla generale riduzione dei contributi all’ONU e alle sue agenzie).

Kissinger sentiva anche la necessità di agire rapidamente sul piano politico europeo per escludere ogni possibile risorgenza di partiti o patti politici capaci di restaurare l’ordine liberale régalien che, proprio per sua natura, avrebbe contrastato il nuovo corso americano, strategico (impianti missilistici anti-sovietici in Europa) e universalista in ambito economico-finanziario e nel commercio internazionale (rafforzata dipendenza dal dollaro e deregolamentazione sia finanziaria sia commerciale). Obiettivo tattico americano era di rompere quella convergenza di interessi tra il blocco sociale borghese e i corpi intermedi nella gestione del capitalismo nazionale, e quindi togliere all’impresa una finalità sociale. In termini politici, significava superare la dicotomia destra/sinistra, ovvero la dialettica capitale/lavoro, e quindi distaccare il potere d’acquisto dalla negoziazione salariale, rendendo le rappresentanze sindacali innocue se non persino conniventi con questo approccio. In termini strutturali – non a caso l’OCSE, con IMF e BM, erano i promotori dei programmi di “aggiustamento strutturale” propedeutici alla garanzia sul debito pubblico – significava isolare l’insieme delle categorie popolari dal governo che, non a torto, nel tempo sarebbe stato sempre più percepito come un agente a tutela delle élite. Va evidenziato che a cuore del neoliberismo non c’era, e non c’è, l’austerità dei bilanci pubblici, ma la “flessibilità” salariale – giustificata con la competitività internazionale – che permetteva la massimizzazione dei profitti da collocare poi nel sistema finanziario transnazionale centrato sul dollaro. Un efficiente meccanismo di drenaggio della ricchezza prodotta in Europa che sul piano sociale cambiò la gerarchia delle classi sociali: da un lato, una borghesia capitalistica sempre più famelica di profitti ormai scollegati dalle attività produttive reali e sempre più cosmopolita e transnazionalizzata, dall’altro le classi popolari che, non avendo più lo strumento del conflitto sociale organizzato dalle rappresentanze di categoria, erano spinte ad accontentarsi di politiche assistenzialiste statali o di marginali riduzioni di imposte.

Mentre in ossequio alla dottrina Monroe negli anni ‘70 l’America Latina veniva militarmente normalizzata, e dopo il pesante costo politico del sostegno americano alla dittatura militare in Grecia (’67-’74), in Europa fu il sostegno alle forze socialiste democratiche e riformiste che sostituì al pensiero régalien quello sovranazionale e mondialista.

Il primo esperimento per un cambio di regime fu compiuto in Portogallo con le dimissioni di Mario Soares dal governo provvisorio nel ’74 e il suo insediamento a capo del governo socialista riformista dopo le elezioni del ’76. Un’operazione rivendicata dallo stesso Kissinger in una sua recente intervista. Essa costituì l’archetipo da replicare nel continente europeo.

Infatti, in Italia l’apparizione di Bettino Craxi nel partito socialista si consolidò nel congresso del ’76 che ridusse a minoranze innocue le correnti socialiste non riformiste, e poco dopo ruppe l’unità sindacale.

Morto Mao nel ’76, il nuovo leader Den Xiaoping dal ’78 apriva la Cina all’economia di mercato. Più che di un inizio si trattava di un ritorno massiccio sulla scena mondiale di un gigante demografico, molto determinato a riprendere il cammino che gli era stato sbarrato dagli europei nel XIX secolo. Un ritorno di un veterano del capitalismo e del mercantilismo.

In Italia, la drammatica uccisione del presidente della DC Aldo Moro nel ’78 spense ogni possibilità di compromesso storico, portando il PCI ad accettare sia il sistema monetario europeo allineato al dollaro americano, lo SME, sia la copertura di sicurezza della NATO.

Nel Regno Unito, nel ’79, arrivò al governo Margareth Thatcher, con un programma neoconservatore e liberista che fece piazza pulita sia dei vecchi conservatori liberali sia dei laburisti sia dei corpi intermedi (sindacati), e che influenzò notevolmente le politiche del nuovo presidente americano Ronald Reagan eletto nel 1981. Il blocco neoliberista euro-atlantico si era così consolidato.

La rivoluzione iraniana del ’79, inizialmente di matrice borghese e comunista ma poi divenuta popolar-clericale, cambiò in modo irreversibile gli equilibri di potere nel Golfo petrolifero e nel Medio Oriente, con conseguenze economiche e geopolitiche per i paesi importatori risentite fino ad oggi. Sempre nel quadro del triangolo russo-cinese-americano teorizzato da Kissinger, si svolse la fallimentare invasione sovietica dell’Afghanistan (’79-’89) seguita dal periodo americano-francese (e poi anglo-americano) di deliberato sostegno a formazioni armate di insorgenti islamici radicali con il finanziamento dell’Arabia Saudita. I contemporanei conflitti in Siria, Iraq, Libia e Yemen rientrano nell’onda lunga di quelle politiche strategiche. In tutto questo lungo periodo e in questi teatri, la sinistra riformista europea ha agito in modo subalterno agli USA. Unica eccezione fu Schroeder che nel 2002 si rifiutò di partecipare all’invasione dell’Iraq. Invece, va ricordato l’attivismo interventista di Blair in Iraq, Afghanistan e Siria, oltre all’incestuosa apertura della piazza finanziaria londinese agli enormi flussi finanziari sauditi.

Nel continente europeo, nel 1981 fu eletto in Francia il socialista Francois Mitterrand che dopo un iniziale programma di riforme di sinistra fu rapidamente indotto ad allinearsi alla linea riformista già sperimentata con Soares in Portogallo. La nomina di Laurent Fabius a primo ministro nel ’84 rappresentò questo cambio di rotta politica.

In Spagna, il socialista Felipe Gonzales divenne primo ministro nel ’82 con una linea politica rapidamente allineata alla NATO e alla CEE, poi divenuta dal ’92 definitivamente mondialista e atlanticista con la nomina di Javier Solana a ministro degli esteri.

Simultaneamente, nel ’82 la Germania federale veniva normalizzata dal governo del democristiano Helmut Kohl, che sulla scia di Adenauer riportò il paese su linee politiche atlanticiste e forte promotore dell’integrazionismo europeo in tandem con il francese Mitterrand (nel ’88 entrambi ricevettero il premio Charles Magne).

Nel ’83 Bettino Craxi formò il suo primo governo penta-partito che si reggeva sulla sapiente regia di Giuliano Amato – del quale erano note sin dal ’81 le sue strette relazioni con gli USA e le posizioni intellettuali atlanticiste, integrazioniste europee e mondialiste. Il governo Craxi ruppe le convergenze degli interessi “borghesi” rappresentati dai contraltari PCI-DC, includendo nel suo governo l’erede del compromesso storico (Ciriaco De Mita) e numerosi altri esponenti democristiani di spicco. Emblematica fu nel ’84 la decisione di tagliare la “scala mobile” salariale che, nel tentativo di ridurre l’inflazione, si concretizzò nella perdita di potere d’acquisto di salari ormai resi una variabile indipendente, e nell’isolamento della CGIL. Dopo l’85, anche con il sostegno del neoeletto presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, Craxi adottò la linea “decisionista” di governo che spinse il PCI ad una sterile opposizione “morale” che ne erose rapidamente il consenso fino al suo scioglimento nel ‘91. Nell’ottobre ’85 il governo Craxi ebbe uno scontro diplomatico con gli USA per il caso Sigonella – una decisione sovranista, si direbbe oggi – seguito poco dopo dalla strage di Fiumicino ad opera di terroristi palestinesi e da una crisi del suo governo. Nell’agosto ’86 ricevette la fiducia un secondo governo Craxi che durò circa 8 mesi. Nel febbraio ’86 il governo Craxi negoziò e portò alla firma l’Atto Unico Europeo – per completare il mercato unico europeo e mettere le basi di un’embrionale unione politica europea – dimostrando un discreto riallineamento all’europeismo filoamericano. Tutto ciò non fu sufficiente ad evitare il secondo cambio di regime in Europa che si materializzò con l’inchiesta giudiziaria “mani pulite” che dal ’92 decapitò l’intero sistema politico italiano e costrinse Craxi a scegliere un umiliante esilio.

Tra il ’92 e il 2001, negli USA Bill Clinton si fece promotore delle più estreme politiche globaliste che, dopo la deregolamentazione del settore bancario e finanziario (’99), culminarono con l’ammissione della Cina nell’OMC (2001). Il decennio clintoniano fu caratterizzato da numerose azioni militari (tra cui Iugoslavia nel ‘98, e vari interventi in Iraq) e operazioni di counter-intelligence e antiterrorismo, e dal non intervento per evitare il genocidio in Ruanda (’94). Sul piano economico e sociale, la Clintonomics si fondava sul laissez-faire, ovvero sull’idea che il mercato da solo potesse garantire l’equità sociale e le pari opportunità nella concorrenza. La Clintonomics godette inizialmente di un discreto progresso ma mise le basi per l’emergere di gruppi terroristico-finanziari internazionali di matrice islamica che – dopo l’imponente attacco simultaneo alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania (’98) – dal 2001 hanno stravolto interi paesi. L’esplosione di una violenta crisi finanziaria (2008) – che ha gravi conseguenze sociali rilevanti fino ai giorni nostri – mise fine alla Clintonomics. L’eredità della Clintonomics è palpabile nell’attuale globalizzazione senza regolamentazione, cioè in un sistema nel quale non solo il capitale finanziario è transnazionalizzato ma anche il lavoro, la fiscalità e gli esseri umani – compresi i loro organi -sono equiparati alle merci, seguendo i percorsi utilitaristi del massimo profitto.

Tra il ’96 e il 2001, il raggruppamento delle forze politiche riformiste italiane (L’Ulivo) – il centro-sinistra, che includeva socialisti-socialdemocratici, cattolico-democratici e liberaldemocratici, oltre ad ambientalisti ed europeisti – conseguì due governi. Il primo, a guida del democristiano Romano Prodi, si caratterizzò per un imponente piano di privatizzazioni dei settori economici dello stato. Il secondo è ricordato per il suo leader ex-comunista, Massimo d’Alema, che partecipò attivamente al bombardamento NATO su Belgrado.

Nel ’98 fu siglata l’alleanza politica – un manifesto – tra il britannico Blair e il tedesco Schroeder che intendeva “coniugare l’efficienza del mercato e dell’economia competitiva con l’aspirazione alla giustizia sociale”. Ancora idealmente nel solco liberale e keynesiano, la sinistra riformista ha fatto proprie le teorie liberiste in materia di commercio internazionale (liberalizzazione del mercato mondiale; OMC). Paradossalmente, la sinistra riformista ha successivamente adottato anche le teorie “ordoliberiste” deflattive e dell’austerità nei budget pubblici. Un cocktail esplosivo! Solo dal 2016, alcuni socialisti riformisti, ormai troppo tardi per recuperare il consenso, si dichiararono contrari alle politiche di austerità (il segretario generale del Partito Democratico italiano, Matteo Renzi, che convinse qualche leader del PSE).

Dell’eredità politica di Schroeder, il NYT nel 2005 faceva notare l’inconsistenza politica e la pochezza delle sue decisioni. In ambito sociale – particolarmente in materia pensionistica e del lavoro – introdusse elementi di flessibilità che hanno da un lato ridotto i costi del welfare ma dall’altro hanno generato precarizzazione del lavoro e contrazione del potere d’acquisto di consistenti settori sociali, soprattutto i giovani (situazione tutt’ora perdurante con i così detti “mini job”). Di Tony Blair sono noti i numerosi conflitti di interesse, ma vanno ricordate alcune riforme: a) in materia di immigrazione e asilo (2005), fu introdotta l’illegalità di entrare nel territorio senza un valido documento, la schedatura biometrica, e la riduzione dell’assistenza legale e dei ricorsi per i richiedenti asilo, che portarono ad una drastica riduzione – in due anni ¾ – dei richiedenti asilo; b) in materia ambientale, nel 2000 presentò un piano ampio e “comprehensive” che ricondusse l’azione dei movimenti ambientalisti all’interno del modello neoliberale e finanziario senza però mettere in discussione i fondamentali del modello economico centrato sulle energie fossili (si pensi agli ETS, dei buoni finanziari per scambiare in valorizzazione le quote di inquinamento prodotto; un sistema che ha finanziarizzato l’inquinamento senza ridurlo). Proprio in ambito ambientale, vanno ricordati i conflitti di interesse di Blair che agiva anche come consulente per le grandi compagnie produttrici di energia fossile.

Questa breve ricostruzione dei passaggi chiave nelle politiche della sinistra riformista mostra che tutte queste esperienze attuarono linee politico-economiche subalterne al capitalismo neoliberista. La così detta “terza via” – “il riformismo del XXI secolo” – che dal ’92 al 2017 ha caratterizzato la politica della sinistra democratica nell’area euro-atlantica (socialisti, cattolici e liberali democratici) ha supinamente sposato la visione cosmopolita e transnazionale, compiendo un tradimento ideologico e mostrando un opportunismo tattico che ha danneggiato gravemente la qualità e il contesto politico e sociale euro-atlantico. Non può sorprendere, quindi, che negli ultimi anni la vittima sacrificale di queste politiche riformiste sia l’Unione europea che, anche per la mediocrità dei leader che l’hanno guidata negli ultimi due decenni, è percepita come la principale responsabile del fallimento sociale delle politiche riformiste.

L’onda lunga di queste esperienze riformiste ha portato al recente fracasso politico dei partiti socialisti e socialdemocratici in tutta l’Europa, fino al suicidio del Partito Democratico italiano ad opera di Matteo Renzi nel 2017 e nello stesso anno alla frattura interna di quello americano (Clinton/Sanders). Il tradimento delle élite della sinistra, ovvero la rivoluzione delle élite in chiave finanziaria, stride fortemente con la lunga storia dell’umanità che soprattutto nel quadro régalien era fondata sul senso di responsabilità. Quest’ultima è stata invocata ossessivamente, ma in chiave populista, proprio dagli artefici del tradimento. Invece, ha prevalso la cultura del narcisismo – già apparsa tra i giovani alla fine degli anni ’60 – e, a partire dagli anni ’80, la rivolta delle élite che – diversamente dalla borghesia – hanno abbandonato ogni senso morale, civico e di responsabilità spaziale, ritirandosi volontariamente in un ghetto totalmente separato dalla realtà in cui il 90% della popolazione vive.

I risultati dei lunghi anni ’70 e delle politiche riformiste contraddicono le idee e le speranze di quanti vi credettero:

  • A causa del crescente disallineamento tra mercato e capitale da un lato, e del lavoro dall’altro, le strutture istituzionali e le forme di governo liberal-democratiche sono più deboli e minacciate tanto dall’interno (populismi e nazionalismi) che dall’esterno (globalizzazione e sicurezza);
  • Poiché il capitale finanziario massimizza i profitti dal lato della domanda (consumo) e non da quello dell’offerta (lavoro), gli individui si trovano compressi tra le aspirazioni dei lavoratori (dignità e diritti) e i desideri dei consumatori (identità e accessibilità); così, il capitale finanziario ha portato i consumatori a sfruttare se stessi, rendendo superflue le teorie di sinistra sul rapporto capitale/lavoro;
  • La ricchezza non si crea più nell’ottima combinazione di capitale e lavoro, ma è transnazionale, deterritorializzata e irresponsabile. Il collegamento nazione – territorio – governo – ricchezza è diventato quantitativamente irrilevante;
  • La sperequazione ha assunto proporzioni inimmaginabili con da un lato una nuova borghesia finanziaria transnazionale irresponsabile ed irraggiungibile – che ha abbattuto le aspirazioni sociali – e dall’altro la destrutturazione socioeconomica della classe media, sempre più spaventata dalla progressiva perdita delle sicurezze materiali e da aspettative decrescenti rispetto al futuro;
  • L’abdicazione dei poteri régalien a favore di un’autorità pubblica transnazionale, l’Unione europea, ha indebolito gli stati nazionali europei ma l’UE si è dimostrata incapace di regolare i mercati transnazionali;
  • Alla mentalità di progresso si è sostituito il desiderio dell’istantaneo, alla responsabilità si preferisce l’elusione, e alla razionalità delle decisioni sono stati privilegiati i sentimenti e le emozioni individuali;
  • Le condizioni ambientali del pianeta sono gravemente deteriorate e gli ecosistemi corrono rischi irreversibili;
  • L’evoluzione della piramide demografica impedisce politiche redistributive e limita progressivamente quelle di welfare;
  • La crescente precarizzazione della vita impedisce dinamiche di sviluppo socioeconomico, favorendo il radicalismo culturale;
  • L’accelerazione della convergenza tecnologica che si manifesta nelle crescenti applicazioni delle tecnoscienze ha cambiato strutturalmente le alleanze tra le forze vitali dei sistemi liberal-democratici – si è sostituita la coppia capitale/lavoro con quella capitale/consumo – per cui la funzione sociale delle imprese non ha più senso e il lavoro umano non è più fondante (ad esempio, articoli della Costituzione italiana che vanno in fumo!).

L’accelerazione data ai cambiamenti sociali ed economici dalle innovazioni tecnologiche ha scardinato l’ordine liberal-democratico di cui la “terza via” è stata l’ultima rappresentazione strutturata, cioè quell’idea di un riformismo di sinistra che preservasse il welfare in condizioni di mercato e demografiche mutate. Oggi, la rapida rivoluzione tecnologica – favorita dalla diffusa cultura narcisistica, solo all’apparenza progressista e ottimistica – contribuisce a mutare profondamente la struttura sociale. I sentimenti individuali sono talmente cambiati – superficialmente rilassati e tolleranti nascondono impulsi antisociali e una perpetua insoddisfazione per l’irraggiungibilità immediata dei propri desideri – che è impensabile proporre una rinascita di quegli schemi mentali che furono propri del riformismo. Inoltre, la cultura rifomista lib-lab ha promosso il rifiuto e il rigetto di qualsiasi inibizione e gerarchia, portando a giustificare la richiesta di immediata soddisfazione di ogni impulso individuale. Quindi, sebbene l’analisi storica di questi lunghi anni ’70 sia utile per gli analisti, sul piano politico è necessario confinare quelle esperienze al mausoleo delle politiche riformiste con una sezione iconografica della sinistra riformista.

Dopo quasi cinque decenni di riformismo, si è aggravato il disperato bisogno di identità e di dignità degli individui. Gli individui vivono un autoriflesso trascendentale alimentato dal rigetto del passato e da un frustrato determinismo nel presente, che impedisce loro di guardare al futuro. Un risultato sociale disonorevole proprio perché il socialismo nacque per contrastare e correggere gli effetti sociali della coppia borghesia capitalistica / stato liberale, per superare lo statu quo delineando un percorso di progresso collettivo verso la felicità e la dignità. Proprio nei decenni del riformismo, in conseguenza dell’adesione al modello strutturale neoliberista, centrato sulla competitività individuale, e quindi sulla esasperazione del bisogno di approvazione e riconoscimento individuale a fronte dei risultati immediati conseguiti, nonostante la retorica organizzativa che ha privilegiato la cooperazione e il lavoro di gruppo, il narcisismo è dilagato portando gli individui al ripudio del passato recente e al progressivo ritirarsi dalla politica. Ma una società che non ha interesse nel passato, non può averlo nel futuro. Infatti, il rifiuto del passato come ingombrante e inutile è intrinseco all’attuale narrazione individuale e collettiva, solo all’apparenza progressista e ottimista, mentre è la causa primaria della disperazione di una società che non sa più guardare al futuro né individualmente né collettivamente.

Tutto ciò spiega l’attuale sentimento popolare di abbandono dei tradizionali corpi intermedi – partiti politici e sindacati che avevano reso forti i sistemi liberal-democratici – favorendo, invece, ogni forma di radicalismo culturale (e religioso) che in politica si manifesta nel populismo de-ideologizzato e narcisista, e nel neonazionalismo paternalista che risponde all’edipica ricerca di leadership personali e nichiliste. Con le dovute cautele e differenze, l’eredità dei lunghi anni ’70 ripropone i sentimenti popolari degli anni 1880-1920 che oggi sono innestati in una piattaforma mondiale, geopolitica, finanziaria e tecnologica assai diversa da quella di allora.

  • LA SINISTRA SI È ESAURITA QUANDO HA VINTO.

La forza del pensiero utilitaristico ha penetrato la sinistra, compromettendone i valori sociali e solidaristici. L’etica del profitto globalizzato ha superato i tentativi riformisti di aggiornare il compromesso capitale/lavoro garantendo un livello accettabile di welfare mentre, simultaneamente, il capitale finanziario transnazionale si alleava con i consumatori. La sinistra ha tentato di avere il “pieno di consenso” in un “vuoto bioetico”, senza accorgersi che stava compiendo un atto di “auto sabotaggio”.

Per immaginare una sinistra del futuro è utile ricordare qualche passaggio chiave nel suo percorso quasi bicentenario, fino alla sua profonda crisi attuale.

La sinistra nasce nel quadro dello stato nazionale liberale, e finanche nelle sue manifestazioni più estreme, rivoluzionarie, riprodusse tale struttura di organizzazione del potere con alcune variazioni di tipo socioeconomico e la promozione dei diritti politici e sociali. Nel corso del XIX e della prima metà del XX secolo, la sinistra ha incluso posizioni ideologiche come il progressismo, la socialdemocrazia, il socialismo, il comunismo e, sotto certi profili, il liberalismo e il cattolicesimo sociale.

Nella seconda metà del XX secolo, sempre nel solco della matrice liberale dello stato-nazione, la sinistra ha adottato le teorie socioeconomiche sviluppiste centrate sulla domanda di beni e servizi, e quindi su una redistribuzione della ricchezza che stimolasse la piena occupazione e l’incremento della domanda. Anche il cosmopolitismo intellettuale e poi l’internazionalismo – socialista, comunista e liberale – corrispondeva in forma alternativa all’espansione globale della borghesia capitalistica e commerciale, promuovendo un solidarismo mondiale sociale ed economico. Negli ultimi decenni del XX secolo è avvenuto il superamento delle barriere nazionali, non già compiuto dall’internazionalismo di sinistra ma dagli attori del mercato finanziario e commerciale, dando origine a ciò che chiamiamo globalizzazione. Architrave della globalizzazione non è il mercato concorrenziale ma il capitalismo finanziario. Quest’ultimo si fonda sul principio di accumulazione dei profitti monetari nel sistema finanziario transnazionale, così subordinando a sé sia le attività produttive reali sia quei poteri régaliens che sono nominalmente prerogative degli stati. Inoltre, avendo spostato il baricentro dell’organizzazione economica dalla produzione (e dal lavoratore) alla domanda (e al consumatore), si è compiuta una ristrutturazione sociale che ha eroso la base umana primaria della sinistra (i lavoratori) e ha traslato il cittadino-lavoratore in cittadino-consumatore. È evidente che il cittadino-lavoratore è intrinseco ad una rete sociale che programmaticamente partecipa alla vita civile e politica, mentre il cittadino-consumatore è un soggetto spietatamente egoista, asociale e disinteressato dalla politica. Confrontata con un cambiamento così imponente, la sinistra non ha avuto né la capacità elaborativa né la forza di reagire, e quindi si è auto marginalizzata in narrative populiste e sterili posizionamenti tattici e locali. Nel migliore dei casi, la sinistra ha promosso una confusa idea di cittadino-consumatore “responsabile” che tenesse conto dei fattori sociali, ambientali e salutari nelle proprie azioni consumistiche. Spostando la “responsabilità” dalla collettività all’individuo, la sinistra ha ulteriormente indebolito l’impianto dello stato liberal-democratico nel quale era nata. Lo stato liberal-democratico ne esce indebolito, sussidiario e marginalizzato rispetto alle forze globalizzanti.

Come avvenne nel 1876 – dissoluzione della Prima Internazionale – in reazione all’insicurezza economica generata dalla mondializzazione mercantile e dalla grande depressione (1873-1895), anche oggi si vive nuovamente l’emergere di sentimenti nazionalistici che sembrano marginalizzare la sinistra. Infatti, gli ultimi trent’anni sono stati caratterizzati dal potere d’acquisto decrescente dei salari e da tre crisi finanziarie importanti (1997; 2000; 2008) che hanno eroso il benessere della classe media – che era la base sociale per il consenso e il sostegno dei sistemi liberal-democratici. Tuttavia, mentre dopo la crisi di fine ‘800 gli imprenditori accettarono l’intervento pubblico nell’economia – favorendo la creazione dei monopoli pubblici e privati – che avviò la seconda rivoluzione industriale (elettricità e produzione di massa) e il colonialismo (Congresso di Berlino nel 1878), oggi la dottrina economica deflattiva e di austerità dei bilanci pubblici oltre che il mutato quadro geopolitico non permette tali interventi. Per queste ragioni una sinistra ispirata ad attuare interventi in stile keynesiano non riesce ad essere né credibile né sostenibile nel XXI secolo. Invece, i movimenti populisti e le destre propongono una de-globalizzazione da realizzarsi con un paternalistico neonazionalismo che, opponendosi alle centrali sovranazionali di governance, promette di recuperare dei margini di manovra nazionale in politica economica necessari a tutelare l’identità e la dignità degli individui.

La tendenza politica in corso nel mondo attuale è certamente di de-globalizzazione, ma né le destre né le sinistre paternalistiche, neo-nazionaliste o neokeynesiane hanno alcuna possibilità reale di governare la forza finanziaria transnazionale. Ne sono tutti coscienti, inclusi i cinesi e i russi. Ricordavamo come l’indebolimento degli stati-nazione a favore di strutture tecnocratiche sovranazionali abbia reso fragili le istituzioni democratiche che durante la crisi del 2008 hanno dovuto salvare le banche invece dei loro popoli. Inoltre, diversamente dalla fine dell’800, l’applicazione di politiche economiche neokeynesiane ha fatto esplodere l’indebitamento pubblico dei principali stati occidentali che, durante le decadi riformiste, è stato collocato massicciamente nel mercato finanziario globale, perdendone il controllo. Ad esempio, i primi due detentori di debito pubblico americano – al 108% del PIL, quasi raddoppiato dal 2007 – sono per un terzo del totale Cina e Giappone (rispettivamente, oltre un trilione di dollari). Diversamente, due paesi decisamente meno democratici con politiche economiche colbertiste e keynesiane, Cina e Russia, hanno un debito pubblico governativo relativamente basso (rispettivamente, il 47.6% e il 33% del PIL) quasi interamente detenuto a livello nazionale. Ciò crea una potente asimmetria di prospettiva nelle relazioni internazionali, che per ora si manifesta in un generale riarmo strategico.

La forma di governo liberal-democratica – esperienza inizialmente europea – negli ultimi 50 anni è stata adottata a diversi livelli di attuazione e coerenza da una larga maggioranza dei paesi membri dell’ONU. Davvero pochi sono i paesi che si dichiarano contrari o estranei a questa forma di governo (Cina, Bielorussia, Corea del Nord, e pochi altri). Lo stesso è avvenuto con la Dichiarazione universale dei diritti umani. Quanto all’accettazione dell’economia di mercato come strumento efficiente per la produzione e la crescita socioeconomica, non esiste territorio sul pianeta che non la applichi. Quindi, si può affermare che dagli anni ‘90 il sistema liberal-democratico, i diritti umani e l’economia di mercato sono dei commons universali con applicazione sussidiaria. Per la sinistra, questo traguardo non è stato accompagnato da una ridefinizione dei propri obiettivi futuri. Per quanto possa sembrare paradossale, la sinistra ha trasformato il raggiungimento di questo traguardo nella propria tomba intellettuale.

Per quanto riguarda lo stato-nazione, la sinistra ha storicamente sempre immaginato il suo superamento in chiave cosmopolitica o internazionalista. Un sentimento delle sinistre continentali europee che non si trova nel Regno Unito, in Russia, in Cina o negli USA dove la sinistra incarna anche il sentimento nazionalista e/o patriottico. Negli stati post-coloniali nessun movimento di sinistra ha mai proposto il superamento del loro stato-nazione, visto sempre come baluardo per l’affrancamento dal dominio esterno e l’affermazione della propria sovranità territoriale. Diversamente dalla concezione Paneuropeista dei liberali degli anni ’20, la sinistra continentale europea ha integrato e promosso l’idea (americana) di una comunità economica europea (CEE) sin dalla sua fondazione (si pensi, ad esempio, ad Altiero Spinelli o Paul-Henri Spaak). Con la fine della Guerra Fredda e l’adozione del Trattato di Maastricht, la sinistra europea è diventata il principale promotore del progetto di cessione della sovranità degli stati-nazione ad una nuova entità sovranazionale, l’Unione europea. Il superamento dello stato-nazione si compiva infine, dopo un secolo dalla sua teorizzazione. È utile ricordare che alcuni timori su questo obiettivo europeo venivano invece dagli ambienti liberali e repubblicani dei paesi a più lunga tradizione di sovranità. Anche in questo caso, la sinistra ha trasformato il raggiungimento di questo traguardo nella propria tomba intellettuale. Nessuna elaborazione sostanziale è venuta da questa sinistra sulle questioni monetarie, fiscali, e dei diritti sociali, oppure sulle misure necessarie per ridurre la sperequazione sociale e tra i territori. Invece, i leader della sinistra europea hanno gareggiato per essere cooptati nel gotha del sistema bancario e finanziario europeo e transnazionale (ai tempi del governo di Massimo D’Alema era in voga parlare dell’unica merchant bank che non parla inglese; il cancelliere tedesco Schroeder, a 24 ore dalla fine del suo incarico pubblico è riapparso come presidente del conglomerato russo-tedesco del gas “North Stream”), e finanche in quello di difesa a trazione americana (emblematico fu Javier Solana segretario generale della NATO). Vale la pena ricordare anche come il centro-sinistra italiano (l’Ulivo) fu uno strenuo sostenitore delle delocalizzazioni di interi distretti industriali nei paesi dell’Europa centro-orientale dove il dumping sociale permetteva di recuperare qualche punto di competitività alle industrie italiane.

  • LA SINISTRA DEVE ESSERE POST-KEYNESIANA E CAPIRE LE TECNOSCIENZE PER DIVENTARE EGEMONE NEL CANALIZZARE LE ENERGIE SOCIALI DEL XXI SECOLO

Partendo dal riconoscimento che il corso dell’evoluzione umana, in tutti i sensi, non può essere fermato né programmato e che i sentimenti individuali devono essere capiti e rispettati, la politica del XXI secolo può aspirare, pena la sua irrilevanza, a rappresentare un nuovo umanesimo per governare i processi in atto con lo scopo di migliorarne i risultati e di ridurre gli effetti degli errori. L’etica del razionalismo positivista ha dimostrato il suo limite perdendo la consapevolezza e la capacità di gestione degli eventi velocemente trasformativi. La nuova sinistra, mettendo l’individuo e i popoli al centro, potrà contribuire ad uno sviluppo e crescita continua, in un clima etico e di rispetto del contesto e dell’ambiente. Per aspirare ad un tale obiettivo, la sinistra dovrà cominciare dalla formazione “esistenziale” ad ogni livello della società, avente come unico criterio l’identità e la verifica del risultato.

Il vecchio mondo sta uscendo di scena e il prossimo decennio segnerà una rivoluzione strutturale delle società con effetti più profondi di quanto avvenne nelle precedenti rivoluzioni industriali. In assenza di capacità e strutture di gestione e governo dei fenomeni in corso, l’incertezza del tempo che abbiamo dinanzi potrebbe anche degenerare in una tremenda frammentazione con tendenze autocratiche distruttive. Ma poiché l’ispirazione di questo documento è di “voler vedere le stelle”, si può immaginare un futuro per la sinistra tenendo conto delle tendenze seguenti:

  • La produzione di massa iniziata al principio del XX secolo volge alla fine perché la riaffermazione dell’individuo, come unico portatore consapevole di identità rispetto a prodotto e mercato (e allo stato-nazione), impone comportamenti integrali, che implicano etica e quindi armonia con l’ambiente, in tutti i sensi. Nella rinascita dell’individuo come “centro”, le tecnoscienze hanno giocato, e ancor più giocheranno, un ruolo pregnante
  • La nuova alleanza tra il capitale finanziario transnazionale e i consumatori ha spostato il baricentro sociale sull’individuo, i suoi sentimenti, desideri e sensazioni. In conseguenza, il lavoro inquadrato in attività produttive organizzate è sempre più marginalizzato mentre emergono nuove attività lavorative semi-indipendenti e nomadiche collegate ai servizi che direttamente o indirettamente sostengono ed espandono il legame capitale/consumo.
  • La ricchezza finanziaria è già molto aumentata quantitativamente, concentrata e transnazionalizzata, non essendo più responsabile rispetto a specifici territori o comunità. La funzione di questa ricchezza non è il suo impiego in attività produttive tradizionali ma nello sviluppo crescente e costante dell’innovazione, in tutti i sensi. La ricerca dell’innovazione in tutti i sensi sarà sempre di più il contenuto di tutti i lavori generatori di reddito per gli individui, le comunità, e le organizzazioni burocratiche (gli stati e le corporation).
  • La concorrenza è un principio vecchio risalente alla prima e seconda rivoluzione industriale. Con l’avvento delle tecnoscienze (in corso), la concorrenza non esiste ma esiste solo lo sviluppo sereno, con continua ricerca della perfezione, azione eclatante della vita, dove si vive solo di assalto metafisico con grande umiltà e straordinaria capacità di fare il bello ogni giorno con novità continua di eccellenza. Con questo approccio e il supporto facilitatore e moltiplicatore delle tecnologie, tutti gli individui, le comunità e i territori, anche in aree attualmente depresse, possono creare un indotto mondiale collegato alle ret
  • Più ci avviciniamo ad una condotta di vita e di azione centrata sulla identità, più è necessario difendere la dignità degli individui e delle comunità risolutamente lottando contro le diseguaglianze e le iniquità.
  • Tutte le strutture sociali, siano esse politiche o economiche, hanno bisogno di leadership. La selezione e legittimazione dei leader dipenderà sempre di più dall’analisi individuale, e delle reti di individui non necessariamente localizzate, se il leader è completamente funzionale e se la sua struttura di attività sia capace di vincere, solo e unicamente con riferimento alla funzionalità ed alla volontà, in quanto ci deve essere volontà a discutersi per adeguarsi a modelli più funzionali, con evidenza dimostrata. Per essere riconoscibile e legittimabile, il leader deve fare un processo di autenticazione, cioè recuperare in modo cosciente il “quantico” di intelligenza che è.
  • Il sentimento di appartenenza ad una nazione geograficamente localizzata sopravviverà ma in simultanea gli individui s’identificano in nazionalità elettive ad una o più nazioni post-globali. Molti sondaggi indicano che nel passato decennio il sentimento di fiducia nelle istituzioni nazionali si è dimezzato (mediamente sceso sotto il 35%) mentre la fiducia è largamente attribuita alle istituzioni digitali e iperconnesse. La dicotomia tra fattori inscindibili dalla localizzazione geografica e quelli nomadici può portare a isomorfismi collaborativi tra frammenti territoriali e sociali anche distanti tra loro, oppure a iperguerre tra vicini per la sopravvivenza.
  • Il decision-making sta subendo profondi e strutturali cambiamenti. Diversi procedimenti decisionali già convivono, contrapponendo quelli basati sul sentimento a quelli basati sui fatti. Questa dicotomia procedurale nel decision-making ha portato a varie distorsioni e incomprensioni che dovrebbero trovare un equilibrio in un futuro prossimo (si pensi al voto nel Regno Unito 2015 e negli USA 2016). I sistemi meccanici di apprendimento contestuale e strategico (ad esempio Watson della IBM) permettono in tempo reale la discussione delle decisioni su larga scala attraverso valutazioni critico-analitiche compiute da reti di esseri umani sensibili a quelle decisioni (il Portogallo ha sperimentato questo sistema per l’approvazione del budget nazionale. Altri esempi simili si trovano in Estonia, Brasile, Uganda. In Italia, i flash mob usati dal 2013 dal Movimento 5 Stelle).
  • In materia fiscale convivono due realtà legate all’esercizio del potere sovrano: da un lato la fiscalità generale e dall’altro la fiscalità di scopo. Entrambe sono soggette alla concorrenza di due fenomeni: la migrazione fiscale offerta dalle politiche di dumping fiscale di altri poteri sovrani colpisce e riduce la fiscalità generale; la “vita-come-un-servizio” basata su un vasto portafoglio di abbonamenti scalabili e nomadici, che è resa possibile dalle corporation in una varietà di settori, colpisce e riduce la fiscalità di scopo. Le trasformazioni in atto nel mondo del lavoro rendono sempre più difficile strutturare un bilancio pubblico sulla regolazione della pressione fiscale. Le ipotesi di introduzione di uno stipendio minimo universale permetterebbero di ridurre i servizi pubblici universali finanziati dalla fiscalità di scopo, spostando l’onere sugli individui che costruiranno schemi di abbonamenti corrispondenti al loro reddito (servizi centrati sull’individuo). Il ruolo dello stato da recettore fiscale ed erogatore di servizi universali diventerebbe quello di regolatore garante della soglia minima di dignità umana.

Nonostante la crescente pervasività delle tecnoscienze e delle neuroscienze, gli esseri umani sono e resteranno “animali politici”.

 

Paolo Raffone

Fonte: www.comedonchisciotte.org

3.01.2019

 

 

 

Pubblicato da Davide

Un commento

  1. l’unica cosa da fare con la sinistra, italiana e mondiale, è farla ripartire dalle origini: tutti in siberia a spalare neve in mutande