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Primato cinese in Africa: ma com’è che si realizza?

DI MAKSIM EGOROV

journal-neo.org

Proprio all’inizio di settembre si è tenuto a Pechino un grande forum Cina-Africa, che ha radunato per uno sforzo comune i capi di 54 Stati africani e 27 organizzazioni territoriali. La portata senza precedenti dell’evento si riflette sul numero di conquiste politiche ed economiche che sono state raggiunte nel corso dei negoziati.

Il principale risultato politico del vertice è la cosiddetta Beijing Declaration, rilasciata al pubblico il 4 settembre, che ha consolidato gli approcci dei vari Stati africani alle sfide del mondo di oggi,assieme al ripristino delle priorità della Cina che mirano tutte alla promozione della sua iniziativa globale OBOR (n.d.T. One Belt One Road – Nuova via della seta).

È pur vero che Pechino è riuscita a mettere in evidenza tutti i principali concetti dei 24 articoli della dichiarazione –a partire da quelli che possono essere considerati propri fini esclusivi di Pechino, come il riconoscimento formale della “One China policy”(1) di quasi tutti gli Stati africani, assieme alle sue prospettive globali, basate sul sostegno che ha fornito a tutti gli Africani, come parte di un singolo progetto economico, politico e di civiltà, sancito dall’idea che l’umanità condivide un destino comune. Si afferma che questo approccio avvantaggi tutte le persone di ogni singola nazione di questo mondo. Pechino sostiene che i suoi obiettivi sono strettamente legati al programma dell’Unione Africana fino al 2063 e alle strategie di sviluppo nazionali di vari Stati africani.

La dichiarazione contiene una serie di punti generalmente concordati che riflettono la visione comune dei leader africani e di Xi Jinping. La dichiarazione stabilisce un obiettivo comune: pace e sviluppo, assieme all’impegno a fronteggiare congiuntamente minacce come il terrorismo, la povertà, i cambiamenti climatici, la sicurezza alimentare, le infezioni e le epidemie, respingendo il protezionismo.

Pechino ha riaffermato nella sua dichiarazione l’intenzione di fornire sostegno finanziario e di altro tipo alle operazioni di mantenimento della pace sotto l’egida delle Nazioni Unite, dispiegate nelle zone in conflitto nel continente africano, per rafforzare la cooperazione con gli Stati africani nel Consiglio di sicurezza, al fine di ripristinare il ruolo che l’ONU svolge negli affari mondiali. Leggendo questa dichiarazione, si può anche trovare una tesi sulla necessità di smantellare la mentalità della Guerra Fredda, assieme all’idea che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe essere riformato in accordo con il Consenso di Ezulwini che richiede che agli Stati africani venga concessa una maggiore rappresentanza nel Consiglio di Sicurezza. Questo documento sottolinea anche l’importanza del BRICS, anche se il concetto menzionato nella dichiarazione si muove verso la percezione del BRICS+,da parte cinese, di questa unione internazionale.

Per quanto riguarda le relazioni bilaterali tra Cina e i singoli Stati africani, i leader locali hanno promesso il loro impegno per lo scambio di esperienze con Pechino in ambiti della vita pubblica, come il combattere la povertà, il lottare contro la corruzione, lo sviluppo socio-economico, la promozione della uguaglianza, ecc.

La dichiarazione sottolinea il ruolo della Cina nello sviluppo dell’infrastruttura del continente, principalmente l’infrastruttura ferroviaria, mentre accoglie gli investimenti di Pechino nel settore del turismo, lo sviluppo dei servizi di trasporto aereo in alcuni Paesi africani.

Certo, l’entusiasmo degli Stati africani nel sostegno che dimostrano alla Cina in queste iniziative non è altruistico. Dopo tutto, il cinese Xi Jinping ha già promesso di investire altri 60 miliardi di dollari nello sviluppo dell’economia dei Paesi africani, in aggiunta ai 120 miliardi di dollari che Pechino ha già investito nel continente negli ultimi due decenni. Formalmente, i fondi investiti devono essere restituiti, ma non del tutto, con le parti che hanno concordato sulla somma di 45 miliardi di dollari. I restanti 15 miliardi di dollari sono il contributo volontario della Cina alle economie dell’Africa. Tuttavia, se questi investimenti saranno rimborsati o no, è ancora una grande domanda.

Non è una coincidenza che durante il summit summenzionato la Cina abbia dichiarato di essere pronta a esentare, dai procedimenti a suo favore, i più poveri Paesi africani indebitati. È chiaro che dai nuovi importi promessi, molti prestiti in un modo o nell’altro saranno anche cancellati dai libri contabili.

È chiaro che le promesse generose che vengono solitamente seguite da massicci investimenti, non possono proprio essere rifiutate dai leader dei Paesi africani, a dispetto del pubblico che esprime la sua preoccupazione per la crescente dipendenza dell’Africa dalla Cina.

È chiaro a tutti che Pechino non condonerà il debito che gli Stati africani stanno sostenendo appieno, invece lo “convertirà” in forniture di materie prime, o nel sostegno politico che alcuni Stati africani saranno costretti a mostrare alle iniziative della Cina sul palcoscenico internazionale. Dopotutto, anche in questo momento, il livello del debito in alcuni Paesi africani raggiunge il 75% del loro PIL. Ma questi fatti non possono essere considerati un ostacolo per le personalità di spicco a livello territoriale. Secondo l’ottica dei leader africani, la richiesta perspicace di sviluppo economico è così grande in tutto il continente africano che li renderebbe degli idioti, se si oppongono perfino all’assistenza finanziaria della Cina.

Pertanto, tutte le argomentazioni fatte a Washington e a Londra sull’aggressivo “colonialismo creditizio” di Pechino cadono praticamente inascoltate in Africa. Se alcuni Stati sono anche disposti ad ascoltare quei mentori elitari occidentali, come si agisce in Kenya, i politici locali limiteranno solo il ruolo della Cina nella loro economia, ma non lo metteranno al bando. E come potrebbe il Kenya opporsi ai progetti cinesi, se le esportazioni di Pechino superano di 10 volte le importazioni keniane! E la ferrovia trans-continentale cinese, da Mombasa, è fondamentale per lo sviluppo dell’economia keniota, e la Cina è disposta a investire un miliardo di dollari, mentre il suo costo totale raggiunge appena i 3,8 miliardi di dollari!

Una situazione simile si può osservare in Namibia, dove la Cina ha già bypassato il Sudafrica come maggiore fornitore di beni per questo Paese, ottenendo in cambio una quota del 20% delle esportazioni di questo Paese. Inoltre, Pechino è impegnata nella modernizzazione dell’aeroporto di Windhoek che sarà presto riempito da uomini d’affari e turisti cinesi.

Tuttavia, molti hanno un dubbio sui veri obiettivi della Cina in Africa. Chiaramente, sono strategici nella loro natura, dal momento che Pechino lavora in cooperazione con un totale di 51 su 54 Paesi africani, mentre è impegnata nella costruzione di 2.500 strutture industriali e infrastrutturali. Per fare un paragone: l’URSS cooperava solo con un totale di 35 Stati africani ed è riuscita a costruire 360 strutture in Africa negli anni Ottanta! Washington sta esprimendo la sua profonda preoccupazione per la Cina, che ha rafforzato i suoi punti di ingresso nel continente, vale a dire a Gibuti e in Kenya, costruendo una poderosa infrastruttura con ferrovie moderne che scorrono nel profondo del continente. Allo stesso tempo, Gibuti ha accettato di ospitare la più grande base navale d’oltremare della Cina, che può ospitare un totale di 10.000 militari.

Molti osservatori occidentali sostengono che la Cina non è solo disposta a commerciare con l’Africa, ma sta preparando il continente alla costruzione di grandi impianti di produzione, al fine di esternalizzare le proprie esigenze produttive in Africa. Per quanto riguarda il proprio territorio, lo userà per le creazioni di imprese high-tech, secondo le tendenze della quarta rivoluzione industriale. Il gioco sembra valere la candela: spostando la produzione in Africa, la Cina ridurrà drasticamente i costi di produzione e logistica, dal momento che non sarà necessario trasportare risorse e petrolio dall’Africa alla Cina per rispedire i beni. Questo fatto renderà tutti i Paesi africani sostenitori ferventi delle politiche di Pechino. Infatti, Pechino vuole fare con l’Africa ciò che gli Stati Uniti hanno fatto con essa negli anni ’90, quando le capacità produttive americane sono state trasferite in Cina, portando la base di produzione il più vicino possibile ai consumatori reali. Pechino riuscirà a raggiungere questo obiettivo? Mentre non vi è alcuna certezza sulle reali prospettive di questa ambizione, a causa della natura altamente turbolenta della politica africana, Pechino non può voltare le spalle a questo impegno. Troppo impegno è stato già investito nel suo “progetto africano”.

 

Maksim Egorov, osservatore politico per il Medio Oriente, esclusivamente per la rivista online”New Eastern Outlook”.

Fonte: https://journal-neo.org/

Link: https://journal-neo.org/2018/09/13/chinas-primacy-in-africa-how-does-this-even-work/

13.09.2018

 

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da NICKAL88

 

Note a cura del traduttore

  • “One China Policy” è una politica che afferma che esiste solo una nazione cinese con il nome ufficiale di Cina, nonostante ci siano due regimi, la Repubblica popolare cinese e la Repubblica di Cina.

 Fonte: https://en.wikipedia.org/wiki/One-China_policy (traduzione dall’Inglese all’Italiano)

 

 

 

Pubblicato da Rosanna

Ho insegnato italiano, latino e storia in un Liceo Classico, la mia insolita passione è quella di andare a caccia della "verità" nelle vicende contemporanee, attraverso gli interstizi dell'informazione, il mio vizio assurdo invece consiste nell'amare l'anonimato più della notorietà, la responsabilità più del narcisismo, l'impegno sociale più del letargo intellettuale. Allergica al pelo di capra e alle fake news.