Mussolini e la Moneta: dal Duce a Monti i governi italiani mai sono usciti dal “fantasma” del debito!

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

Capire chi ha detenuto il controllo della moneta in un dato periodo storico, ci conduce direttamente a quello che è anche un giudizio a posteriori sull’operato dei governi che hanno caratterizzato una determinata epoca.

Certo, non è mai semplice, in quello che metaforicamente potrebbe essere un percorso a ritroso, seguendo il flusso del denaro, arrivare a determinare in modo definitivo in quali mani questi numeri che nascono dentro i computer delle banche centrali, si sono poi materializzati in patrimoni immensi. Non è semplice e per di più alquanto pericoloso, per chi si mette in testa di arrivare in fondo alla catena, facendo uso della strategia investigativa, nota con la dicitura anglosassone follow the money, con la quale divenne famoso nel nostro paese il compianto giudice Giovanni Falcone.

Quello che però possiamo determinare con estrema certezza, qualora in possesso delle appropriate e corrette conoscenze in materia economica e monetaria sul funzionamento degli stati moderni, è se l’operato dei loro governi ha contributo o meno ad un benessere collettivo, oppure, come spesso accade, al contrario, se essi stessi si sono palesati come uno strumento in mano ad una ristretta élite, funzionale all’arricchimento di quest’ultime.

Analizzando il periodo fascista e le politiche economiche intraprese dai governi condotti da Benito Mussolini, quel “come spesso accade”, possiamo dire con estrema certezza: è accaduto realmente. Anche il Duce, pur con tutta l’apparente voglia di fare per la nazione – così prepotentemente decantata dalla sempre verde macchina della propaganda – tanto per essere chiari fin da subito, non si è distinto rispetto ai governanti attuali ed i molti che lo hanno preceduto, in quanto alla pessima conoscenza di cosa è la moneta e di quanto un governo possa fare per il suo popolo quando è in grado di controllare la sua banca centrale.

Arrivato al potere in conseguenza della classica crisi economica di fine ciclo, che neanche Giolitti – pur protagonista della splendida stagione del rilancio della nostra economia negli anni precedenti – riuscì a domare, a Mussolini, come da narrativa oggi main stream, fu affidato il compito di risollevare l’Italia da una situazione stagnante, con un enorme debito crescente alimentato da una moneta molto debole ed un enorme spesa statale.

Insomma, con i lavoratori sempre più poveri ed i disordini conseguenti, Mussolini come Monti nel 2011, salì a Palazzo Chigi con il  medesimo obbiettivo di risanare le casse di un paese da sempre presentato come troppo spendaccione. E se allora, il fantasma di una moneta legata all’oro era realmente nell’aria con tanto di lenzuolo bianco e buchi neri per gli occhi, grazie ad un gold standard effettivo per legge solo per le pecorelle e non per i lupi; oggi anche i bimbi sanno perfettamente che il dindo non è d’oro, ma la moneta è pienamente fiat ed in ogni angolo del pianeta si scambiano beni in cambio di numeri contenuti dentro i computer delle banche centrali, senza che nessuna carovana carica di lingotti d’oro viaggi per le strade del mondo.

Riuscì Mussolini ad abbattere il debito italiano?

Ma neanche per sogno! i debiti pubblici di tutti i paesi del globo, crescono ininterrottamente da oltre duecento anni, stante la necessità che la moneta aumenti affinché un numero sempre maggiore di beni e servizi prodotti possano essere scambiati. Quindi figuriamoci se Benito da Predappio avrebbe potuto cambiare la storia dell’aritmetica elementare che sta alla base della scienza monetaria nei molteplici scambi che avvengono dentro i sistemi economici moderni.

Anche lui come Monti, non fece altro che trasformare quello che era un debito inesistente (quello pubblico), in un debito reale (quello privato). E lo fece attraverso un inasprimento dell’imposizione fiscale indebitando fortemente la maggioranza del paese per renderla preda sempre più facile delle élite avvoltoio, che di contro si videro persino diminuire la pressione fiscale nei loro confronti. Insomma, pagare tutti di più per far pagare meno le note famiglie italiane a cui Mussolini doveva rendere conto per mantenere ben solida la sua posizione.

E a tal proposito è importante ricordare che, sebbene il Duce accentrasse nelle proprie mani numerosi ministeri ed esercitasse grande influenza e pressioni anche su quelli che non erano di sua competenza, fu sempre tenuto dai Poteri forti di stanza nel paese, ben distante dai luoghi della creazione monetaria. Infatti, non fu mai ministro delle Finanze, del Commercio e del Tesoro. E benché più volte avesse tentato di prendere il controllo della Banca d’Italia, l’intervento da oltreoceano in combinata con le potenti famiglie italiche, ha sempre evitato che tale evento accadesse.

Mussolini che fu ministro dell’Areonautica, degli Esteri dell’Africa italiana, delle Colonie, delle Corporazioni, della Guerra, dei Lavori Publici e della Marina, in realtà e come logico che fosse, attraverso appunto i suoi ministeri, non fece nulla per ridurre il debito, anzi giocò de facto un ruolo attivo nell’incremento e non nella riduzione della spesa. Una spesa che come vedremo in seguito non fu certo finanziata con moneta di Stato, ma tramite il solito trucco del debito: denari gentilmente serviti su piatti d’argento da supposti benefattori, ufficialmente d’oltreoceano, nella realtà quanto meno legati ai loro fratelli di stanza nel belpaese.

Tra il 1922 ed il 1925, il ministero delle finanze e del tesoro fu affidato ad Alberto De’ Stefani che attuò una politica di grandi tagli alla spesa pubblica, e cercò di incrementare le entrate, con l’intento di rimettere in ordine il bilancio dello stato. Una politica comune in situazioni di questo tipo, da Agostino Magliani (ministro delle finanze agli albori della prima crisi economica del regno d’italia nell’ultimo quarto dell’ottocento) fino come detto a Mario Monti ed i suoi successori.

Per quanto riguarda la riconfigurazione delle entrate, De’ Stefani non intervenne aumentando le aliquote come spesso avviene, ma al contrario, osservando che una fetta enorme della popolazione era esclusa dalla partecipazione contributiva, fece in modo di allargare la base, tassando quelle fasce sociali fino a quel momento escluse, e allo stesso tempo, le ridusse per quelle categorie sociali ritenute più inclini all’investimento.

Detto più semplicemente, tassò le fasce più povere della popolazione, fino a quel momento esonerate e ridusse le tasse all’alta e media borghesia, producendo così un incremento delle entrate dovuto al maggior numero di contribuenti.

L’intento di De’ Stefani era quello di rilanciare l’iniziativa privata e ridurre le spese dello stato, spese che, in quel momento, erano rappresentate soprattutto dai salari di dipendenti pubblici, e di conseguenza il taglio della spesa si configurò come un taglio netto nel personale dei cd settori “improduttivi” dello stato. Una spending review, che per dirla ai giorni nostri, dette luogo al licenziamento di circa 65.000 impiegati pubblici e circa 27.000 ferrovieri e favorendo l’ingresso dei privati in alcuni settori, fino a quel momento sotto il controllo dello stato, come il settore assicurativo, ferroviario e telefonico. Le classiche privatizzazioni, ovvero la deliberata svendita dei monopoli pubblici messa in atto da governanti asserviti, di cui poi, molti anni dopo, Mario Draghi ne è diventato forse il campione più indiscusso.

In termini numerici gli interventi di De’ Stefani furono positivi e il bilancio, almeno quello statale, fu riportato in pari, mentre quello degli enti locali non fu mai parificato durante tutto il ventennio. In ogni caso, questi interventi favorirono una leggera ripresa e innescarono un lieve processo di crescita per il paese che però non risolse il problema monetario, la lira valeva sempre meno e anche se, in termini numerici il debito cresceva più lentamente, il minor valore della lira, rendeva più difficile la follia di un suo risanamento apparentemente necessario agli occhi di chi credeva che per emettere moneta occorresse procurarsi oro.

Aprendo una finestra sull’oggi, è chiaro come a quel tempo – essendo pressoché sconosciuto il mostro rappresentato dalle attuali dimensioni dell’economia finanziaria – il risparmio privato dei soliti noti si mosse dentro il recinto dell’economia reale, producendo un effetto moltiplicatore di cui ne beneficiò l’intero paese. Fermo restando che una lira che valeva meno non era certo un problema per il paese, stante il fatto che la politica del cambio flessibile è quanto di più necessario occorra per il buon funzionamento di una valuta fiat.

Siccome gli dei dell’economia non hanno padroni e nemmeno sono in grado di pilotare il denaro dentro quella che è la scala sociale di un paese, se butti soldi dentro l’economia reale, a crescere non è solo il più ricco ma anche chi lavora. Ma un Italia che tornava a crescere (anche con l’intervento della Banca d’Italia che durante il periodo fascista tra il 1922 ed il 1925, si era impegnata nel sostegno di imprese e banche immobilizzate dalla riconversione), non era certo il massimo per chi ha deciso, di arrogarsi del diritto di vivere di rendita vedendo gli altri sgobbare.

Ecco che, tramite una manovra speculativa che promosse il tracollo della borsa italiana ed il fallimento di numerose nostre aziende, i grandi industriali che da sempre rappresentavano lo zoccolo duro del fascismo ed esercitavano molta influenza sulle azioni del governo, costrinsero Mussolini a sostituire il ministro delle finanze, il quale per non perdere il loro consenso si mosse immediatamente, conferendo l’incarico a Giuseppe Volpi.

Volpi, arrivo per svolgere il suo ruolo di grande mediatore negli interessi tra politica, istituzioni ed economia. Ma soprattutto per riportare l’Italia sulla retta via del debito, tanto cara ed utile a chi da sempre ha interesse a saccheggiare il paese. Il fallimento del rinnovo dei BOT venticinquennali nel 1924, dovuto alla grande richiesta di liquidità di banche e privati, impedì all’Italia di emettere nuovi titoli di stato. Nel 1925 il bilancio interno ufficialmente era in pari, ma nei fatti non lo era, nel bilancio infatti non erano stati conteggiati i titoli di stato da ripagare e l’Italia, fortemente indebitata, non era in grado di ripagare i propri debiti.

Volpi decise quindi di agire in sintonia con la Banca d’Italia che sostenne il cambio, riuscendo a raggiungere un accordo con gli in investitori americani più favorevole in termini assoluti, ma va precisato gli investitori americani raggiunsero accordi simili in tutta Europa e tra i tanti, l’accordo italiano fu quello “meno morbido“, il merito di Volpi non fu quindi quello di aver trovato un accordo favorevole, come spesso si dice, ma fu quello di aver trovato un accordo.

La storia pare ripetersi all’infinito per il nostro paese, anche oggi nettamente sacrificato a livello fiscale, rispetto agli altri partner europei, dalla ormai codificata truffa dello spread, messa in atto da Francoforte che tanto piace ai nostri fruitori della rendita da interessi.

Nell’autunno del 1925 il ministro Volpi raggiunse quello che la propaganda presentava come un accordo insperato: il governo statunitense accordò all’Italia un prestito, noto come Prestito Morgan, il cui intento era quello di risollevare la lira, di fatto acquistando parte del debito pubblico italiano.

Un ruolo fondamentale – per far apparire all’opinione pubblica come un successo l’aver trasformato una semplice ed innocua partita di giro fra Tesoro e Banca d’Italia in un debito verso le banche statunitensi – fu giocato da Alberto Pirelli, ministro plenipotenziario direttamente nominato da Mussolini e membro della nota famiglia di industriali milanesi. La sua relazione presentata al Parlamento fu talmente sfacciata in termini di accondiscendenza, in merito all’accordo raggiunto dal ministro Volpi, che non fu certo difficile percepire quanta smania, di poter ricominciare a imprestare soldi a Roma, ci fosse da parte dei più grandi gruppi bancari americani.

Il denaro a prestito da oltreoceano cominciò ad arrivare a fiumi in Italia e nel resto d’Europa con la banca newyorkese dei Morgan primo attore. I maggiori beneficiari nel paese, guarda caso, furono proprio la Pirelli stessa, oltre che le società elettriche italiane, la Fiat, la Montecatini, la Società di Navigazione Italo-Americana S.N.I.A., Terni, Breda, e altri grandi gruppi industriali.

“Mentre il conte Volpi di Misurata pagava una prima rata del debito sborsando cinque milioni di dollari, la banca di J.P. Morgan concedeva all’Italia tramite la Banca Italiana di Sconto il nuovo prestito, in un giro demenziale di debiti, denaro pubblico e tangenti private”. (cit. Andrea Nardi)

Sulla stessa linea nel gennaio del 1926 l’Italia trovò un accordo simile con il Regno Unito. Secondo questo accordo il governo di Mussolini cedette al paese di Giorgio V la propria quota di riparazioni tedesche, gestite della Cassa autonoma di ammortamento dei debiti di guerra, costituita il 3 marzo 1926. Grazie a questo accordo l’Italia riuscì a ripagare parte dei propri debiti esteri, rinunciando al flusso costante di ripartizioni di guerra tedesche.

E’ chiaro che il governo di Mussolini e durante tutto il periodo fascista, il dogma di una moneta coperta da oro e che ogni debito con l’estero dovesse essere ripagato con beni reali, era ben assimilato dentro la mente del paese, come del resto anche oggi, per molti, continua ad esserlo, nonostante siano passati ben più di dieci lustri dalla fine del gold standard.

I prestiti all’Italia, anche allora come oggi nei paesi colonizzati dall’occidente, arrivano con denaro creato dal nulla, per lo più da banche commerciali che come adesso facevano capo a importanti famiglie e grossi gruppi finanziari.

A rafforzare il legame tra fascismo e mondo finanziario americano, un ruolo fondamentale fu giocato dai cd banchieri lucani. Negli anni Venti operava nello Stato di New York un consistente gruppo di banchieri provenienti dalla storica regione della Lucania, con cui il governo italiano di Benito Mussolini mantenne importanti contatti per i prestiti all’Italia. Essi guidavano grossi istituti di credito: la Chase National Bank, il cui reparto italiano era diretto da Salvatore Bonomidi di Calvello, la Madison State Bank, il cui vicepresidente era Domenico Candela di Ferrandina, la Commercial Exchange Bank di Lionello Perera ed Antonio Pinto, la Italian Savings Bank di Francolini, la Security State Bank presieduta da Pietro Dinnella originario di Salandra, la Ferrari State Bank. Nel settore della finanza americana vanno anche ricordati il banchiere Enrico Fontana di San Fele ed Antonio Larocca di Montemurro, vicepresidente della Società “Italian-American Businissmen”.

La banche dello Stato di New York guidate dai lucani contribuirono, all’interno di una più vasta azione dei notabili della comunità italo-americana, al consolidamento dei rapporti economici e finanziari tra l’Italia e gli Stati Uniti negli anni Venti. In questo progetto vi era la coincidenza di due interessi con al centro il fascismo: da un lato l’interesse del mondo finanziario americano alla stabilità politica italiana per la sicurezza dei propri investimenti, dall’altro lato il desiderio italiano di consolidare sempre più forti rapporti con l’imprenditoria statunitense per ricevere capitali e prestiti.

Il Regime fu sempre pronto a tranquillizzare gli ambienti finanziari statunitensi sulla sicurezza degli investimenti nel territorio italiano. Del resto, al di là di qualche dubbio manifestato dopo la marcia su Roma dall’Amministrazione Harding, gli Stati Uniti investirono massicciamente nell’Italia fascista con l’intenzione di ignorare la repressione interna purché essa non fosse accompagnata da aggressioni esterne.

Nel 1927, poi, si ebbe il prestito cospicuo di 50 milioni di dollari della Banca Morgan ai tre istituti italiani di emissione (Bankitalia, Banco di Napoli e Banco di Sicilia) il quale rappresentò un vero e proprio “prestito di stabilizzazione”, erogato dopo l’impegno del Duce ad integrare l’Italia nell’ordine economico mondiale disegnato dagli Usa attraverso tutta una serie di azioni miranti a tenere sotto controllo l’inflazione. Anzi fu proprio la più importante di tali misure, la rivalutazione della lira a quota novanta, ad essere sostenuta dalla Federal Reserve Bank, con l’effetto di assicurare al Regime i consistenti prestiti americani.

“La politica della quota 90” – ovvero la dichiarazione ufficiale che il governo avrebbe adottato la deleteria politica del cambio fisso, con la quale la Banca d’Italia veniva impegnata a convertire, contro presentazione presso la sede centrale di Roma, i propri biglietti in oro o, a scelta della Banca stessa, in divise di paesi esteri nei quali sia vigente la convertibilità dei biglietti in oro.

Insomma, Mussolini per ordine sempre dall’alto, si faceva pioniere delle medesime politiche monetarie di più recente montiana memoria. Una Lira ingabbiata nella prigione dei cambi fissi, che costringeva sempre più il governo ai prestiti sacrificando in maniera definitiva il settore delle esportazioni, tutto per mantenere intatta la rendita dei soliti noti.

Il resto, su come finì l’amore tra Mussolini e gli Stati Uniti, è storia più che nota. Ed anche in questo caso non siamo molto lontani dalla verità nel sostenere che la massima popolare che la storia si ripete, riguardo al modo strategico di come gli americani prima piazzino i dittatori sul trono di un paese per poi buttarli giù, quando non fanno loro più comodo.

La fine della liaison tra Mussolini ed i potentati di stanza a New York e Washington è certamente da ricondurre all’entrata in scena del dittatore tedesco Adolf Hitler, con il quale il Duce, come ben sappiamo, intraprese una relazione sempre più forte e crescente negli anni, fino a sostenerlo nelle sue manie di conquista del mondo. Anche Hitler inizialmente era funzionale agli interessi del mondo finanziario statunitense. Ma quando, a differenza di Mussolini, dimostrò di comprendere che era possibile ricostruire il proprio paese fino renderlo in grado di conquistare il mondo, attraverso una moneta propria emessa dal nulla (i Me.fo.) [1] e non con una – ugualmente creata out of thin air – ma fornita a debito da altri, fu allora che il potente mondo finanziario d’oltreoceano dotato di cromosomi europei, decise che per i due dittatori era giunta l’ora della loro fine.

di Megas Alexandroè1s

Note:

[1] Hitler, i ME.FO., la creazione di moneta e le cambiali: riscriviamo insieme la storia della sua fine! – Megas Alexandros

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Fonte: Mussolini e la Moneta: dal Duce a Monti i governi italiani mai sono usciti dal “fantasma” del debito! – Megas Alexandros

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