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Nikki Haley, United States' Ambassador United Nations, shows pictures of Syrian victims of chemical attacks as she addresses a meeting of the Security Council on Syria at U.N. headquarters, Wednesday, April 5, 2017. (AP Photo/Bebeto Matthews)

Missili Usa sulla Siria: tante domande, tanti dubbi, una certezza. Al-Baghdadi e l’Arabia ringraziano

DI MAURO BOTTARELLI

rischiocalcolato.it

Nella storia moderna, penso che un cambio così repentino di linea politica da parte di un governo non si sia mai verificato. Dopo aver minacciato, stanotte Donald Trump è passato alle vie di fatto in Siria: con 59 missili Tomahawk lanciati da due portaerei al largo del Mediterraneo, la Casa Bianca ha impresso una svolta netta alla sua presidenza e a sei anni di guerra in Siria. La reazione americana per la strage di Khan Sheikhoun, in cui martedì sono morte più di 80 persone, fra cui 28 bambini, è arrivata poco dopo le 8.30 ora di New York, quando nel Mediterraneo era notte (le 2.30 in Italia). Gli americani hanno preso di mira la base di Al Shayrat da cui, stando alle loro informazioni, erano partiti gli aerei con le armi chimiche. Prima di colpire, riferiscono fonti del Pentagono ai media Usa, sono stati avvertiti i russi: “Non avevamo nessuna intenzione di colpire i loro aerei”, ha detto un funzionario anonimo al “New York Times”.

Damasco ha immediatamente denunciato l’aggressione, parlando di vittime nell’attacco, mentre la prima reazione di Mosca è stata quella di denunciare come questo atto indebolisca la lotta al terrorismo e di preannunciare una richiesta di convocazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU per discutere dell’iniziativa, quantomai unilaterale, degli USA. Parlando alla nazione dalla Florida, dove sta incontrando il presidente cinese Xi Jinping, Donald Trump ha fatto ricorso al solito armamentario retorico americano, sottolineando come nessun bambino dovrebbe patire un destino tanto atroce, come l’attacco sia strategico rispetto alla necessità di sicurezza degli Stati Uniti, inibendo la capacità di Damasco di utilizzare armi chimiche e come il mondo debba unirsi agli USA nel combattere ogni tipo di terrorismo. Quest’ultima frase è esemplificativa di quanto stia accadendo all’interno dell’amministrazione Trump: una pericolosissima confusione, figlia di un dilettantismo devastante e della scalata al potere da parte del Deep State, ora saldamente al potere attraverso il Pentagono dopo la cacciata dal National Security Council di Steve Bannon, consigliere di Trump con l’ossessione dell’Iran ma anche attore principale della strategia di riavvicinamento a Mosca.

Nemmeno Alice nel proverbiale Paese delle meraviglie crederebbe a quanto accaduto nelle ultime 48 ore e alla sua genuinità. Ieri Washington e Tel Aviv avevano alzato i toni, facendo sapere in via ufficiosa e attraverso i media amici – vedi la chiosa di Enrico Mentana nel tg di ieri sera, qualcosa che andava ben al di là della velina compiacente e che faranno in modo che io non guardi mai più La7 in vita mia – che avevano in mano le prove satellitari del fatto che fosse stata l’aviazione siriana a sganciare le armi chimiche, di fatto inchiodando alle sue responsabilità il capo delle forze armate, ovvero Bashr al-Assad. Sempre ieri, Vladimir Putin ha parlato lungamente al telefono con il premier israeliano, Benjamin Nethanyahu, utilizzando il riconoscimento da parte di Mosca di Gerusalemme Ovest come capitale dello Stato ebraico (contestualmente a quello di Gerusalemme Est per l’entità palestinese) per tastare il terreno nell’estremo tentativo di puntellare il regime di Assad: niente da fare, ad attacco missilistico appena compiuto, Israele ha immediatamente reso noto di supportare al 100% l’azione statunitense. Insomma, Mosca sconfitta su tutta la linea?

Una cosa è certa, il Cremlino ha scordato la lezione principale in guerra: schiacciare la testa del serpente, non limitarsi alla coda. Ma c’è anche da dire che, come sottolineavo prima, un’inversione a u a livello diplomatico di questo livello rientra nell’ambito psichiatrico più che politico. A meno che non fosse tutto pronto da settimane e Casa Bianca e rappresentanza Usa all’ONU non abbiano giocato finora una sottilissima partita a scacchi per dissimulare: fino alla scorsa settimana, infatti, rimuovere Assad non era più una priorità statunitense, la questione era chiusa. Poi, di colpo, Assad avrebbe compiuto l’atto politico più suicida della storia, portando Trump al primo caso di reazione bellica di stampo emotivo: cresciuto nella nazione che irrorava di napalm i bambini vietnamiti, il tycoon non avrebbe avuto stomaco guardando le immagini che arrivavano da Idlib e avrebbe deciso l’attacco, poiché quell’atto “superava molte, molte linee rosse”. Lo stesso Trump, mercoledì, aveva parlato di un drastico cambio della sua percezione riguardo Assad e la questione siriana, di fatto paventando un possibile atto unilaterale.

E così è stato. Rimangono molte domande, però. Se qualcuno ha visto nella dichiarazione del Cremlino – “Il nostro sostegno ad Assad non è incondizionato” – quasi una resa di fronte all’indifendibilità del regime di Damasco in questo frangente, di fatto avvalorando la tesi dell’attacco intenzionale con gas letali, la realtà potrebbe essere un’altra: Mosca, alle prese con i ricaschi interni dell’attentato di San Pietroburgo, aveva capito che Washington stava per colpire ed era pronta a qualsiasi mossa simbolica pur di evitare l’attacco di stanotte, di fatto un vaso di Pandora scoperchiato e che difficilmente si potrà richiudere senza conseguenze. Gli Usa sono tornati il gendarme del mondo, Donald Trump si è rimangiato la sua posizione del 2013, quando disse ad Obama di non attaccare, tantomeno senza l’ok di Congresso Usa e ONU, Israele ha ribadito la sua forza nell’area e il suo proverbiale doppiogiochismo, facendo ringalluzzire anche Erdogan, i cui toni millenaristici nei confronti di Assad fanno intendere una rinnovata confidenza diplomatica, quasi certamente frutto di garanzie proprio da parte di Israele e Usa.

Non a caso, la conferma dell’uso di gas sarin, giovedì è arrivata dalle autopsie sui corpi tenutesi proprio in Turchia: sì, parliamo dello stesso Paese e dello stesso leader che fino alla settimana scorsa venivano tacciati di violazione dei diritti umani, incarcerazioni sommarie di giornalisti e magistrati, tentazioni dittatoriali travestite da referendum presidenzialista e inaccettabili attacchi contro l’UE. Di colpo, è tornato un alleato affidabile e nessuno si ricorda del trattamento riservato da Ankara ai curdi negli anni, armi chimiche comprese: i bambini curdi, sentitamente, ringraziano per l’interessamento. Lo stesso Pentagono non poteva avere pronti piani d’attacco in tempi così brevi, stava lavorandoci da tempo probabilmente, aggiornando quelli del 2013 alle novità intercorse nel frattempo sul campo: non a caso, è stata sottolineata la scelta di avvisare Mosca e la non volontà di colpire uomini e mezzi del Cremlino nel corso dell’attacco.


Insomma, Washington vuole la botte piena – rovesciare Bashar al-Assad, come detto chiaramente stanotte dal capo del Dipartimento di Stato, Rex Tillerson, atteso la prossima settimana in visita a Mosca da Sergei Lavrov – e la moglie ubriaca, ovvero evitare la reazione di Mosca. Difficile che possa ottenerli, visto che questa guerra si basa finora su un assunto senza prove – attendiamo con ansia i tracciati satellitari di Washington e Tel Aviv sulle responsabilità dirette di Assad, anche se appare strano limitarsi a preannunciarne l’esistenza, soprattutto prima di un attacco missilistico che cambia del tutto la situazione, spostandola su un altro piano – e su una duplice volontà.

Trump e i suoi, nel caos più totale, utilizzeranno la guerra e le sue sante finalità per far scordare all’America i disastrosi primi mesi di amministrazione del Paese, oltretutto mettendo il turbo al comparto bellico-industriale, vero moltiplicatore keynesiano del PIl, mentre il Deep State potrà finalmente perseguire la sua agenda storica, ovvero chiudere i conti con lo strapotere geopolitico di Mosca in Medio Oriente. Di fatto, testando in contemporanea la reazione cinese – l’attacco con Xi Jinping in Florida fa emergere più di un dubbio sul timing prescelto – e mandando un segnale inequivocabile di interventismo alla Corea del Nord. Più in generale, ovvero contemplando nel novero della nuova strategia anche Israele, il quadro è quello di un preparativo più in grande stile, un qualcosa che inquadra la mossa nella storica, infinita guerra proxy mediorientale: l’obiettivo di lungo termine resta l’Iran, da fiaccare nel frattempo attraverso i conflitti siriano, iracheno e yemenita.

Il 19 maggio Teheran andrà al voto per le presidenziali e lo farà in un clima di guerra di fatto dichiarata: penso non vi sia sfuggito come, mentre in Siria succedeva di colpo di tutto e di più, il premier Theresa May fosse in visita in Arabia Saudita, dove ha siglato – nel silenzio generale delle anime belle – importanti commesse militari con il regime teocratico wahabita di Ryad. I bambini yemeniti sono meno fotogenici di quelli siriani, si sa. Ovviamente, l’inquilina di Downing Street ha definito l’attacco statunitense di stanotte “una risposta appropriata”. Come vedete, tante domande, tanti dubbi, tante incognite. Ma una certezza: la base colpita, al ridosso del Libano, era strategica nel lancio di offensive aeree contro l’Isis, quindi quanto accaduto stanotte si concretizza in un aiuto non si sa quanto indiretto e involontario alla resistenza e alla capacità di riorganizzarsi del Califfato e dei suoi gruppuscoli satelliti, i famosi “ribelli moderati” tanto cari al Pentagono. Trump ha detto che colpendo la base si è limitata la capacità di Damasco di usare armi chimiche: quali, di grazia? Il caso del 2013 è stato clamorosamente smentito dal Massachussets Istitute of Technology, il quale ha detto chiaro e tondo che non fu l’esercito siriano a utilizzarle e, oggi, ci basiamo su prove che Usa e Israele avrebbero in mano ma che non hanno mostrato a nessuno. Un po’ pochino per sparare 59 missili dai mezzi navali nel Mediterraneo in maniera unilaterale e senza l’ok dell’ONU, non vi pare?

In compenso, uomini e mezzi dell’esercito siriano e russo avranno per un periodo non breve di tempo capacità limitate di colpire Daesh in una zona strategica del Paese: guarda a volte la combinazioni, tutte in chiave sunnita e di destabilizzazione. “Questo può essere considerato come un atto di aggressione da parte degli Stati Uniti contro uno Stato dell’Onu”, ha dichiarato poco fa ai media russi Viktor Ozerov, presidente del comitato di Difesa e sicurezza del Consiglio federale russo, preannunciando una richiesta di intervento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite riguardo l’attacco Usa. E aprendo uno scenario chiaro: “I rapporti con Washington potrebbero peggiorare”. Ora partirà, con ogni probabilità, la schermaglia diplomatica, su vari livelli. Due sono le certezze, a mio avviso. Primo, il ringraziamento agli USA dagli uomini di al-Baghdadi, unici, veri beneficiari dell’attacco Usa. Due, fossi Erdogan dormirei preoccupato. Molto.

 

Mauro Bottarelli

Fonte: www.rischiocalcolato.it

Link: https://www.rischiocalcolato.it/2017/04/missili-usa-sulla-siria-tante-domande-tanti-dubbi-certezza-al-baghdadi-larabia-ringraziano.html

7.04.2017

Pubblicato da Davide

  • Enrico S.

    Credevo che il ‘Dottor Stranamore’ di Kubrick fosse un film satirico-grottesco sui guerrafondai imbecilli. Non avrei mai creduto fosse un documentario.

  • marco schanzer

    Io non vedo debolezze della Russia , solo sangue freddo . Il dato piu’ importante delle ultime settimane e’ che Italia . Inghilterra , USA , non riescono a scaricare l’Arabia Saudita , e noi non parliamo mai del perché . Il secondo e’ che Trump e’ stato accerchiato , un po’ perché si e’ circondato di persone sbagliate , un po’ perché non e’ stato abbastanza radicale nell’evitare il marcio , confondendolo con patriottismo .Io ritengo probabile che Trump non rimanga stordito troppo a lungo , e potrebbe esserci un secondo round .