L’Italia nel pallone

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Di Carlo Scognamillo

C’è una domanda alla quale non riesco a rispondere da quando l’arbitro francese Clement Turpin ha emesso il triplice fischio che ha sentenziato la sconfitta dell’Italia contro la Macedonia del Nord: sarà dispiaciuto di più Roberto Mancini, CT della Nazionale, o Mario Draghi, Presidente del Consiglio dei Ministri? La risposta potrebbe sembrare scontata, ma merita una riflessione. [1]

I Campionati Mondiali di Calcio avranno luogo in Qatar nel mese di Novembre/Dicembre di quest’anno. L’evento ha perso improvvisamente interesse per il popolo azzurro. Infatti, per la seconda volta consecutiva la Nazionale non sopravvive alle mortifere fasi di qualificazione. Non si era mai verificato nella storia dell’Italia. Un record negativo che si insinua in un periodo già di crisi profonda per il Paese, in cui altre emergenze, concrete o presunte tali, occupano il palcoscenico attuale. [2]

Come da un po’ di tempo accade si è aperta la caccia al colpevole, ma questa volta senza molta enfasi, a dire il vero. Se per la situazione geopolitica si assiste alla messa al bando dei filo Putin, nel calcio sono arrivate solo deboli ed inutili accuse all’indirizzo dei calciatori. Ritengo sia però una sterile retorica prendersela con loro e con i loro esorbitanti stipendi. È vero, non ci si aspetta che Gigi Donnarumma possa subire un gol dai trenta metri a partita finita, non da un portiere che guadagna la bellezza di dodici milioni netti a stagione. L’autore del gol, Aleksandar Trajkovski, non regge il confronto, portandosi a casa “solo” seicentomila euro all’anno, comunque venti volte più di un lavoratore medio. Ma queste argomentazioni le lasciamo agli assidui frequentatori dei bar. Qualcuno ha tentato anche di puntare il dito sui dirigenti della FIGC o della Lega di Serie A, ma sparando a salve. Siamo abituati ai media di regime che alzano i soliti polveroni che puntualmente si rivelano specchietti per le allodole.

Dopo la debacle azzurra solo pochi hanno affrontato un aspetto centrale, che riguarda il “ Decreto Crescita”, pubblicato il 30 aprile 2019 in Gazzetta Ufficiale come decreto-legge n. 34 e convertito in legge a Giugno 2019. [3] Se la professione viene svolta nel nostro Paese da un professionista straniero o da un italiano residente all’estero da almeno due anni, la norma prevede che una percentuale della base imponibile del reddito non venga tassato. A seguito della deroga al testo del decreto alla Camera, la percentuale di detassazione sui redditi degli sportivi è al 50 per cento. Ciò significa, per esempio, che se un calciatore guadagna due milioni di euro, se ne vedrebbe tassato solo uno. L’altro non verrebbe considerato. Il Decreto è nato inizialmente con uno scopo nobile, quello di favorire il ritorno degli italiani e calmierare la cosiddetta “fuga di cervelli” dal nostro Paese. Nel calcio si ha però avuto l’effetto opposto. Estendendo la stessa regola anche ai calciatori stranieri che arrivano in Italia, l’effetto che si è ottenuto è stato di discriminare gli italiani stessi. La serie A al momento è affollata da calciatori professionisti che arrivano dall’estero. Gli italiani non hanno più spazio per poter giocare. Quando i vertici del calcio ed i politici si chiedono il motivo per il quale non emergono più campioni nel nostro Paese, la risposta la troverebbero guardandosi allo specchio.

Nella stessa direzione le parole del giornalista sportivo Mario Sconcerti ai microfoni di calciomercato.com [4]:

La prima cosa da fare è togliere il Decreto crescita, perché quello sta uccidendo i vivai, ormai pieni solo di stranieri, costa la metà e i club vanno in quell’unica direzione”.

Ecco l’ennesima prova di come le decisioni dei politici pesino negativamente sull’Italia. L’importante è non chiamarla incompetenza. Esistono figure professionali che sono cresciute lentamente nel sottobosco del calcio, fino a diventarne oggi indispensabili, come i procuratori, i talent scout e tutto l’entourage che comprende questo genere di operazioni. È logico pensare che il trasferimento di calciatori dall’estero faccia circolare molti soldi, sicuramente di più rispetto a far crescere un atleta nel proprio vivaio, perché in quest’ultimo caso si farebbe guadagnare soprattutto la famiglia del ragazzo. Le conseguenze di tutto ciò le vediamo in campo.

Ci sono poi le perdite economiche legate, da una parte, alle sponsorizzazioni e, dall’altra, ai diritti televisivi. [5] Infatti è doveroso evidenziare che l’assenza dell’Italia ai Mondiali in Qatar rappresenterà un fallimento anche per la Rai, la quale aveva investito in Aprile tra i 135 e i 170 milioni per accaparrarsi i diritti della competizione, scommettendo sulla presenza degli azzurri. Essendo andate diversamente le cose, il torneo avrà meno fascino e lo stesso vale per gli introiti della pubblicità. Ancora una volta gli interessi perseguiti dal sistema finiscono per ritorcersi tremendamente contro il sistema stesso.

Tutti gli avvertimenti di allarme sono stati trascurati e gli ammonitori bollati come Cassandre di turno. Si è scelto di nascondere lo sporco sotto il tappeto e tirare dritti verso l’inevitabile deriva. Nessuno sembra avere la forza di salvarci. Non i vertici federali, in quanto rappresentano essi stessi il difetto da correggere. Non i media, impegnati nella loro ben collaudata propaganda di distrazione di massa. Non i tifosi, che hanno scelto ancora una volta la via della disillusione. Un tempo almeno il calcio rappresentava l’oppio dei popoli. Oggi c’è una nuova sostanza narcotizzante: l’indifferenza.

Tornando alla domanda provocatoria (neanche tanto) che avevo posto all’inizio dell’articolo vorrei ricordare a chi si attribuiva la vittoria dell’Italia agli Europei passati: a Mario Draghi, appena insediatosi a Palazzo Chigi. Sono le stesse persone che oggi fanno finta di nulla di fronte all’attuale fallimento. Questa volta non viene attribuita nessuna sconfitta al “Governo dei migliori”, il quale però non può esserne di certo felice. In questo periodo storico l’Italia ha ben altre priorità che quella di interessarsi del calcio. Le persone, non tutte, si faranno sempre più domande sui rincari delle bollette e dei prezzi, ma questa volta non ci sarà il pallone a distrarli. E questo Mario Draghi lo sa bene.

Il calcio è da tempo in crisi perché non è più uno sport e perché riflette tutto il marcio del sistema politico italiano. [6] Quando l’Italia avrà sanato l’infezione principale, allora anche il calcio verrà curato dalla malattia. Adesso la priorità è liberarsi dallo stato profondo Italiano. Per farlo è necessario un atteggiamento rivoluzionario, non violento ma consapevole, che parta dal basso. L’Italia deve destarsi, citando l’inno di Mameli. Forse anche il calcio doveva soccombere, per permettere alla Nazione di rialzarsi.

Di Carlo Scognamillo

NOTE

[1] Anche la politica si interroga sulla debacle azzurra (agi.it)

[2] https://www.calciopress.net/2022/03/28/calcio-italiano-ormai-alla-fine-di-unepoca-la-nazionale-certifica-lo-sprofondo-del-sistema/

[3] È vero che il decreto crescita favorisce l’acquisto di calciatori dall’estero? (agi.it)

[4] Sconcerti: “Il Decreto crescita uccide i vivai. E ci si deve chiedere perché…” – FC Inter 1908

[5] Fuori da Qatar 2022: quanto costa l’uscita dell’Italia dai mondiali di calcio | WSI (wallstreetitalia.com)

[6] Una Macedonia di plusvalenze, falsi in bilancio, razzismo, omofobia: è il calcio italiano – ilNapolista

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